Ugo Foscolo - Le Grazie (introduzione)
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primo schema |
tre dee |
tre donne |
tre caratteristiche o sistemi |
significato |
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inno 1: più storico perchè illumina la vita della Grecia antichissima e le origini dell'uomo e della sua civiltà |
Venere : bella natura apparente |
Eleonora Nencini Firenze |
musica |
animo temprato di dolce pietà per gli effetti della musica |
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inno 2: più civile perchè ci riporta all'epoca presente, Ottocento, con possibile maggiore incivilimento dell'Italia |
Vesta: nume verginale e custode del fuoco eterno che anima i cuori gentili |
Cornelia Martinetti Bologna |
poesia virtù pittura poetica |
Fantasia espressa dalla amabilità della parola - La poesia congiunge |
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inno 3: più metafisico, perché ci trasporta in un mondo ideale dopo che il potere della bellezza e delle arti ha avuto il sopravvento sulle passioni umane |
Pallade: dea delle arti consolatrici della vita e maestra degli ingegni |
Maddalena Bignami Milano - i vv finali dell'inno terzo cantano l'amore di Ugo per lei |
danza ingegno - ballerina - metafisico - morale allegorica |
Le Grazie che si mostrano allo sguardo nella eleganza dei gesti |
secondo schema - Tratto dalla "Dissertazione"
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Lavorano al velo |
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Tre Dee |
Pallade - Dirige il lavoro delle molte Dee intorno al velo |
Psiche - siede silenziosa, compresa dalla memoria della lunga serie dei suoi affanni, e tesse |
Ebe - viene tacitamente tra le altre Deità, e dal suo vaso spande ambrosia sulla tela fatale, e la rende incorruttibile |
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Tre Muse - solo tre su nove, che corrispondono a tre donne amate dal poeta (vedi schema precedente) |
Tersicore - si volge intorno al telaio e a Psiche danzando per divertirla e animarla a finir l'opera |
Talia - suona la lira |
Erato - ammaestra Flora e le detta cantando le mille varietà dei colori in gruppi di figure e e volti |
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Tre Parche - le incomprensibili Deità di Platone, coronate di quercia e avvolte in lunghi manti di porpora |
Cloto - Lachesi - Atropo - mettono sulla spola una porzione dello stame (il filo dell'ordito) interminabile (quello di che il destino fila la vita degli Dei, e che trasparente e flessibile come l'aria ha di più lo splendore e la durezza del diamante |
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Tre Ore |
traggono i fili dell'ordito dai raggi del sole e li preparano per il telaio |
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Tre Dee che si adoperano a farne gli adornamenti |
Iride - dà i colori |
Flora - Flora disegna figure e gruppi e li colora ammaestrata da Erato |
Aurora - adorna i lembi del velo con rose, ignote fino allora alla terra, benchè i mortali ne avessero sentita la fragranza, indizio d'alcun essere celeste che s'avvicina |
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Sul piano dell'invenzione, cioè della creazione del contenuto e della sua disposizione, della contestualità storica sia della memoria dell'antica classicità greca che della attuale (ai tempi foscoliani, corrispondenti agli anni 1812-1813 e quindi alla fine dell'Impero Napoleonico, possiamo distinguere questi elementi, sulla scorta del manoscritto di Valenciennes:
Secondo il sistema poetico, Le Grazie sono deità intermedie fra il cielo e la terra, e ricevono da' Numi tutti que' doni che esse vanno poi dispensando a' mortali.
Secondo il sistema storico, le Deità diffusero i loro benefizi più particolarmente alla Grecia antica dov'ebbero l'origine, e all'Italia dov'hanno trasferita la loro sede.
Secondo le idee metafisiche, la grazia è una delicata armonia che spira (?) contemporaneamente spontanea dalla beltà corporale, la bontà del cuore e la vivacità dell'ingegno, congiunto in sommo grado in una sola persona, e che ingentilisce sommamente (?) e consola la vita educando gli uomini all'idea divina del bello, al piacere della virtù ed allo studio delle arti, che con l'imitazione possono perpetuare e moltiplicare gli effetti delle Grazie .... nelle poche persone che sono... ornate di mano della natura.
Questi tre sistemi, poetico storico e metafisico, costituiscono la macchina del Carme, che è tutto allegorico.
Per questo:
il primo Inno è intitolato Venere, divinità che ha per distintivo la bella natura apparente;
il secondo Inno è intitolato Vesta, nume verginale e custode del fuoco eterno che anima i cuori gentili;
il terzo Inno è intitolato Pallade, dea delle arti consolatrici della vita e maestra degli ingegni.
- ma quanto al disegno aggiungi a questa la prima nota dell'Inno secondo; e quanto allo stile la prima del terzo, e avrai un'idea generale del Carme.
Mentre lavorava al Carme un complesso di fatti, e soprattutto l'amore per la Bignami, lo costringe a partire da Bellosguardo per Milano il 24 luglio. Un mese dopo, ai primi di settembre, se ne allontana per andare a fare una rapida visita ai suoi familiari a Venezia; riparte per Firenze dove resta un paio di mesi per tornare a Milano. Si reca a casa Bignami, ma una grave malattia colpisce il maggiore dei suoi figli: ma una volta guarito il bambino si acuisce la gelosia del marito nei confronnti di Foscolo che è così costretto a spezzare in pratica il rapporto con la donna.
Ma forse il ritorno a Milano non era stato causato tanto dall'amore per la Bignami, quanto da una nuova conoscenza amorosa che aveva il nome di Lucietta Battaglia, per la quale era funestamente impazzito, come scrive alla Quirina Magiotti.
Verso la fine del 1814 scrive alla Magiotti che ha ormai quasi terminato il Carme alle Grazie, ma non finito: ma il destino stava per portare definitivamente il poeta fuori dall'Italia. Costretto dalle nuove vicissitudini abbandona il Carme per non porvi più mano, pur ripensandoci qualche volta, come è dimostrato in due lettere del 1818 (alla Magiotti e a Silvio Pellico).
"I frammenti di quest'inno greco sono per verità curiosissimi e di grande importanza, conservando tradizioni che ci erano sconosciute fin qui, intorno alla mistica mitologia delle Grazie. Noi li produrremo qui in una versione italiana, dando loro talvolta forma di parafrasi, e traducendoli talvolta letteralmente.
Le Grazie erano Deità poste in mezzo fra gli uomini e gli Dei; abitavano sulla terra invisibili ai mortali, eppur facendo sentire intorno i buoni effetti di lor presenza. Secondo il sistema simbolico del politeismo che assegnava un pianeta a ciascun iddio, il globo della terra consideravasi sottoposto alla immediata influenza d'Amore, il quale fecondandolo, infiammava tutti i suoi abitatori di ardenti passioni, simili a quelle che tuttavia imperversano tra le belve e i cannibali. Venere, che secondo lo stesso sistema era il simbolo della natura universale, mossa a pietà del genere umano, vedendo che esso non era capace di migliorare e perfezionarsi, creò le Grazie e primamente comparve con esse a Citèra. Colà, non si erano mai udite preci ai numi - nè mai vedute danze giulive - nè cantici d'imeneo erano mai risuonati; ululati di bestie rapaci e latrar di cani ferivano l'aria di continuo; e tutto era pieno di terrore e spavento pel fischiar degli strali, per le grida degli uomini contendentisi l'orso da loro ucciso, e pei gemiti dei cacciatori feriti. Cerere avea fatto loro, già tempo, il dono dell'aratro, e, provvida Dea, avea chiamato Bacco che adornasse di vigneti i colli di Citèra. - Ma indarno: il vomere irrugginì abbandonato entro il solco che appena avea cominciato a segnare; e i grappoli furono divorati, prima che cominciassero a imporporarsi dei raggi di un sole d'autunno. Ma non sì tosto comparve Venere con con le Grazie in mezzo agli abitatori di Citèra, i cacciatori, le donnzelle, i fanciulli lasciarono cadersi di mano gli archi e gli strali e d'un tratto passarono dal terrore alla meraviglia, dalla ferocia alla gentilezza: lasciarono la caccia e divenner pastori.
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Non prieghi d'inni o danze d'imenei, Ma di veltri perpetuo l'ululato Tutta l'isola udia, e un suon di dardi, E gli uomini sul vinto orso rissosi, E de' piagati cacciatori il grido. Cerere invan donato avea l'aratro A que' feroci; invan d'oltre l'Eufrate Chiamò un di Bassarèo, giovane dio, A ingentitir di pampini le rupi: Il pio strumento irrugginia su' brevi Solchi, sdegnato; e divorata, innanzi Che i grappoli recenti imporporasse A' rai d'autunno, era la vite: e solo Quando apparian le Grazie, i cacciatori E le vergini squallide, e i fanciulli L'arco e il terror deponean, ammirando. |
All'apparir delle Grazie, la terra si coperse di fiori; ma quelli esseri divini non se ne adornarono: Venere solamente:
Mille habet ornatus, mille decenter habet.
Le Grazie son sempre ignude, adorne di loro natia amabilità, protette dall'innocenza propria e dalla innocenza che ispirano,
Gratia cum Nymphis geminisque sororibus audet
Ducere nuda choros.
Intrecciano viole e rose bianche, e quelle trecce avvolgono a un ramoscello di cipresso, e aggiuntevi delle perle (le perle che coronavano Venere quando emerse dal fondo dell'oceano) offrono siffatta ghirlanda alla madre loro. D'allora in poi i Greci usarono sempre di cantar inni alle Grazie all'ombra del cipresso e di offrire sul loro altare una tazza di latte ghirlandata di bianche rose, perle e viole. - I versi che seguono sono tradotti letteralmente da uno dei frammenti greci.
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Fu quindi Religïone di libar col latte Cinto di bianche rose, e cantar gl'inni Sotto a' cipressi ed offerire all'ara Le perle, e il primo fior nunzio d'aprile, |
Donde appare che le offerte di tortore, colombe e frutta che, nel romanzo pastorale di Longo, Dafni e Cloe porgono alle tre Grazie, debbono essere innovazioni di una età posteriore. Secondo i riti più antichi, i sacrifizi alle Grazie erano di latte, in memoria della introdotta vita pastorale, le cui pacifiche arti eran succedute alle selvagge abitudini della caccia; e si usavano ghirlande di cipresso per ciò che il cipresso era fra gli emblemi della morte, non obliata mai dagli antichi nelle festive adunanze: e quella mesta allusione che spesso incontrasi nei canti dei conviti e nelle giulive canzoni d'Anacreonte e d'Orazio non solamente ha in sè un proposito morale, ma fa ancora in poesia l'effetto d'un chiaroscuro.
L'idea di rappresentare le Grazie come ancelle ministre di Venere, addette all'uffizio di ornarne la persona, sembra venuta dopo i tempi di Omero. Ma siccome, nel vero, tutti gli allettamenti della bellezza derivano dalle Grazie, l'allegoria fu immaginata acconciamente, ed ha suggerito molte belle immagini ai poeti antichi, ed eleganti composizioni e disegni agli artisti.
In quest'inno greco Venere si fa vedere nel momento che sorge dall'Oceano; ed una delle Grazie asterge le chiome stillanti della Dea e le compone a trecce; un'altra invita i Zeffiri a predar l'ambrosia dal seno di Venere per fecondarne i fiori di primavera; mentre la terza spande un velo su le belle forme della Dea, affinchè non sieno profanate dal cupido sguardo degli uomini ispidi ancora ed incolti.
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L'una tosto a la Dea col radïante Pettine asterge mollemente e intreccia Le chiome de l'azzurra onda stillanti; L'altra ancella a le pure aure concede, A rifiorire i prati a primavera, L'ambrosio umore ond'è irrorato il petto De la figlia di Giove; vereconda La lor sorella ricompone il peplo Su le membra divine, e le contende Di que' mortali attoniti al desio. |
Tutti i pensieri ond'è composto l'estratto seguente si trovano in diversi frammenti dell'inno; e provano abbastanza, che gli antichi credevano la coltura della razza umana essere stata opera delle Grazie.
Poichè Venere ebbe dapprima introdotto le Grazie alla vista dei mortali in Citèra, le lasciò per tre giorni andare per la Grecia; la cui geografia è così descritta da mostrare o che il poeta appartenne ad un'età antichissima, o che egli desiderò far credere che il suo inno era di quelli attribuiti ad Omero.
" Citèra non era ancor circondata dalle onde del mare: perchè là, dove ora noi vediamo le navi spander le vele ai venti, i nostri maggiori vedeano una negra foresta stendersi coll'ombra sua. "
" Di là il culto degli Dei era sbandito, i figli della terra si guerreggiavano l'un l'altro a morte; e il superstite vincitore facea convito delle membra del caduto nemico. Come prima quei selvaggi ebber visto il carro delle Grazie e della madre, mandarono orrende grida e misero mano ai ferri. La Dea stringendosi al seno le giovinette figlie trepidanti e coprendole del suo velo gridò: - Sommergiti, o foresta! - e di subito la foresta e il terreno ond'era surta e che allora congiungeva Citèra al continente della Laconia, disparve e fece via al mare. "
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Ancor Citèra Del golfo intorno non sedea regina; Dove or miri le vele alte su l'onda, Pendea negra una selva ed esiliato N'era ogni Dio da' figli della terra Duellanti a predarsi: e i vincitori D'umane carni s'imbandian convito. Videro il cocchio e misero un ruggito, Palleggiando la clava. Al petto strinse Sotto al suo manto accolte, le tremanti Sue giovinette, e: Ti sommergi, o selva! Venere disse, e fu sommersa. Ahi tali Forse eran tutti i primi avi dell'uomo! Quindi in noi serpe, ahi miseri, un natio Delirar di battaglia; e se pietose Nel placano le Dee, spesso riarde Ostentando trofeo l'ossa fraterne. |
" I tre dì che le Grazie stettero nella Grecia cangiarono l'aspetto del paese, stato fino allora irto di foreste e insanguinato dai cannibali, in un giardino popolato di cultori. "
Si ha pure in questi frammenti alcuna traccia di quelle pratiche religiose che i Greci primamente sostituirono ai sacrifizi umani. A spiegar questi versi sarebbe mestieri avventurarsi troppo nelle congetture e supplire alle lacune con tradizioni appartenenti ad altri periodi dell'antichità.
È ben da lamentare che i tempi abbian reso quasi affatto illeggibile un lungo tratto che sembra aver descritta l'influenza delle Grazie non solo nel perfezionare e far progredire le belle arti, ma nel farle primamente apparire in Grecia. Ciò nondimeno è chiaro che l'autore dell'inno seguiva la dottrina, che dall'armonia riconosceva l'origine delle leggi di natura e le forme impresse nelle varie opere della potenza creativa.
Venere, nel momento di lasciar la terra per rendersi all'abitazione degli Dei, menò le Grazie sulla cima del monte Ida, e pervenuta a quell'altezza dove le creste del monte apparivano colorate d'un roseo celeste e dalle stelle pareano effondersi fiumi di aurea luce, accomiatossi dalle sue figlie, dicendo loro che, le regioni celesti essendo felici abbastanza, le Grazie doveano rimanere alla terra, dov'erano assai sventure che domandavano conforto, e il Cielo affiderebbe loro molti beni da dispensare fra gli uomini. " Quando gli Dei, continuava Venere, avranno deliberato di non sopportare più a lungo le iniquità degli uomini, ma di far loro sentire quanto pesi la punizione, io vi ritrarrò nel Cielo framezzo ai turbini e alle folgori che circondano mio padre, e voi li mitigherete. Ora io vi lascio, ma tosto che sarò giunta alle stelle, voi udirete scendere dal Cielo l'armonia, la cui virtù solo per voi può esser diffusa fra i mortali. Essa ispirerà, dirigerà la mente degli uomini per alleggerirne i travagli e le pene, e liberarli dal terrore della morte. I campi elisi vi saranno anch'essi gradevole albergo; colà rallegrete del vostro sorriso i poeti che colsero allori con mani incontaminate, principi che regnarono benigni, giovani madri che non diedero mai a suggere ai loro bamboli il latte di una straniera, modeste fanciulle che non tradirono mai il segreto del loro amore, ma nel fior della vita lo si recarono inviolato nella tomba, e giovani valorosi che caddero combattendo alla difesa della patria. Siate immortali, ed eterna sia la vostra bellezza. "
Mentre proferiva queste ultime parole, e fissi gli occhi intentamente nelle figlie, la Diva impartì loro la carnagione e la freschezza dell'aurora, e lasciolle. Le Grazie continuarono a riguardare verso di lei cogli occhi suffusi di lagrime; ed ella, quando ebbe quasi raggiunto le celesti magioni, si volse a guardar le sue figlie, e disse: " Il destino vi sta apparecchiando afflizioni che vi faranno degne di gioja immortale. "
Non appena la Dea ebbe ripreso albergo nel suo pianeta, tutto quanto il Cielo fu commosso delle note giulive dell'armonia dell'universo.
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E solette radean lievi le falde De l'Ida irriguo di sorgenti; e quando Fur più al Cielo propinque, ove una luce Rosea le vette al sacro monte asperge, E donde sembran tutte auree le stelle, Alle vergini sue, che la seguieno Mandò in core la Dea queste parole: - Assai beato, o giovinette è il regno De' Celesti ov'io riedo; a la infelice Terra ed a' figli suoi voi rimanete Confortatrici: sol per voi sovr'essa Ogni lor dono pioveranno i Numi: E se vindici sien più che clementi, Allor fra' nembi e i fulmini del Padre, Vi guiderò a placarli. Al partir mio Tale udirete un'amonia dall'alto, Che diffusa da voi farà più liete Le nate a delirar vite mortali, Più deste all'Arti e men tremanti al grido Che le promette a morte. Ospizio amico |
Talor sienvi gli Elisi: e sorridete A' vati, se cogliean puri l'alloro, Ed a' prenci indulgenti ad a le pie Giovani madri che a straniero latte Non concedean gl'infanti, e a le donzelle Che occulto amor trasse innocenti al rogo, E a' giovinetti per la patria estinti. Siate immortali, eternamente belle! - Più non parlava, ma spargea co' raggi De le pupille sua sopra le figlie Eterno il lume da la fresca aurora, E si partiva: e la seguian cogli occhi Di lagrime suffusi, e lei da l'alto Vedean conversa, e questa voce udiro; - Daranno a voi dolor novello i fati E gioja eterna. - E sparve; e trasvolando Due primi cieli, s'avvolgea nel puro Lume deiresire suo. L'udì Armonia, E giubilando l'etere commosse. |
Questa dottrina dell'armonia dell'universo, sembra essere stata esposta e invigorita, anzi che inventata, da Pitagora; essa attribuisce ogni perfezione od imperfezione, qualunque virtù o vizio, la felicità e le miserie che si ritrovano fra gli uomini ad un maggiore o minor grado di armonia. Laonde, per rispetto alle belle arti, come la musica dipende dall'armonia de' suoni, così la scultura dall'armonia delle forme, e la pittura dall'armonia delle linee e dei colori. Nella stessa guisa il più o meno di felicità goduta da ciascheduno sta in ragione dell'armonia che regna nelle sue passioni, e noi siamo infelici per effetto di discordia o di dissonanza fra' nostri sentimenti. Scosse improvvise, commozioni violente, perturbando, squilibrando la mente umana, mettono in noi lo stordimento e l'agitazione, ed allora ne va smarrita ogni amabile idea, ogni grazioso sentimento. E però smodata gajezza e dolore profondo sono ignoti alle Grazie; queste Deità sorridendo talora con temperata letizia, e talor sospirando con gentile pietà, fanno a quando a quando che l'uom si ricordi di essere stato affidato alle alterne cure del piacere e del dolore, come a due guide che debbono sostenerlo, a correr diritto o sorvolare per lo spazio di vita assegnatogli. Il piacere gli dà forza e coraggio a tollerare, il tocco crudele del dolore, dal quale gli viene insegnato il cammino della virtù e della gloria.
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Rimembran come il Ciel l'uomo concesse A le gioje e agli affanni, onde gli sia Librato e vario di sua vita il volo, E come a la virtú guidi il dolore, E il sorriso e il sospiro errin sul labbro De le Grazie; e a chi son fauste e presenti, Dolce in core ei s'allegri e dolce gema. |
Ma come le violente passioni avrebbero distrutto le più miti aspirazioni delle Grazie, sovvenne al poeta l'avventuroso pensiero di proteggere quelle Deità con un velo dagli assalti dell'Amore, che governa questo globo impetuosamente e da tiranno. È sì trasparen quel velo, che da un lato non nasconde, dall'altro non adombra le bellissime forme a guisa di amuleto invisibile le difende dal fuoco delle passioni divoratrici.
Di questo velo fu per avventura creduto che altro non fosse se non un simbolo di modestia; ma se si consideri in che modo è descritto, ci è mestieri supporre che nella sua allegoria avvolgeasi un senso più astruso e molteplice. Esso è lavoro di molte Dee, che sono dirette da Pallade. I fili dell'ordito son tratti dai raggi del sole e preparati per il telaio dalle Ore; una porzione dello stame interminabile (quello di che il destino fila la vita degli Dei, e che trasparente e flessibile come l'aria ha di più lo splendore e la durezza del diamante) è messo sulla spola dalle Parche. Psiche siede silenziosa, compresa dalla memoria della lunga serie dei suoi affanni, e tesse; mentre Tersicore le si volge intorno al telaio, danzando per divertirla e animarla a finir l'opera. Iride dà i colori e Flora li moltiplica in mille varietà di tinte e figure, di che eseguire il ricamo, che Erato le detta cantando al suono della lira di Talia.
Il ricamo è fatto di gruppi, che rappresentano la gioventù, l'amor coniugale, l'ospitalità, la pietà filiale e la tenerezza materna. Le immagini e la morale del gruppo mentovate per ultimo danno un'idea abbastanza esatta degli altri.
" Una giovine madre seduta alla culla del suo primo nato, temendo che quei gemiti siano pronostico di vicina morte, si rivolge al Cielo con tutta la importunità delle preghiere e delle lagrime. - Oh quanto è felice quella tenera madre che non sa! dice Erato a Flora: ella non conosce che ai fanciulli è la morte un benefizio, e che i loro pianti sono luttuosi presagi dei travagli e delle pene a cui l'uomo è nato. "
Non appena Flora ha finito il ricamo, l'Aurora adorna i lembi del velo con rose, ignote fino allora alla terra, benchè i mortali ne avessero sentita la fragranza, indizio d'alcun essere celeste che s'avvicina. Nè però il velo era compiuto. Ebe viene tacitamente tra le altre Deità, e dal suo vaso spande ambrosia sulla tela fatale, e la rende incorruttibile.
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Mentre opravan le Dee, Pallade in mezzo Con le azzurre pupille amabilmente Signoraggiava il suo virgineo coro. Attenuando i rai aurei dei sole, Volgeano i fusi nitidi tre nude Ore, e del velo distendean l'ordito. Venner le Parche di purpurei pepli Velate e il crin di quercia; e di più trame Raggianti, adamantine, al par de l'etra, E fluide e pervie e intatte mai da Morte, Trame onde filan degli Dei la vita, Le tre presaghe riempiean la spola. Né man dell'altre innamorata, all'opra Iri scese fra' Zefiri; e per l'alto Le vaganti accogliea, lucide nubi Gareggianti di tinte, e sul telaio Pioveale a Flora a effigiar quel velo; E più tinte assumean riso e fragranza E mille volti dalla man di Flora. E tu, Psiche, sedevi, e spesso in core, Senz'aprir labbro, ridicendo: " Ahi, quante Gioie promette, e manda pianto Amore! " Raddensavi col pettine la tela. E allor feconde di Talia le corde, E Tersicore Dea, che a te dintorno Fea tripudio di ballo e ti guardava, Eran conforto a' tuoi pensieri e a l'opra. Correa limpido insiem d'Erato il canto Da que' suoni guidato; e come il canto Flora intendeva, e sì pingea con l'ago. Mesci, odorosa Dea, rosee le fila; E nel mezzo del velo ardita balli, Canti fra 'l coro delle sue speranze Giovinezza: percote a spessi tocchi Antico un plettro il Tempo; e la danzante Discende un clivo onde nessun risale. Le Grazie a' piedi suoi destano fiori A fiorir sue ghirlande; e quando il biondo Crin t'abbandoni e perderai '1 tuo nome, Vivran que' fiori, o Giovinezza, e intorno L'urna funerea spireranno odore. Or mesci, amabil Dea, nivee le fila; E ad un lato del volo Espero sorga Dal lavor di tue dita; escono errando Fra l'ombre e i raggi fuor d'un mirteo bosco Due tortorelle mormorando ai baci; |
Mirale occulto un rosignuol, e ascolta Silenzïoso, e poi canta imenei: Fuggono quelle vereconde al bosco. Mesci, madre dei fior, lauri alle fila; E sul contrario lato erri co' specchi Dell'alba il sogno, e mandi a le pupille Sopite del guerrier miseri i volti De la madre e del padre allor che all'are Recan lagrime e voti; e quei si desta, E i prigionieri suoi guarda e sospira. Mesci, o Flora gentile, oro alle fila; E il destro lembo istorïato esulti D'un festoso convito: il Genio in volta Prime coroni agli esuli le tazze. Or libera è la gioia, ilare il biasmo, E candida è la lode. A parte siede Bello il Silenzio arguto in viso e accenna Che non volino i detti oltre le soglie. Mesci cerulee, Dea, mesci le fila; E Pinta il lembo estremo abbia una donna Che con l'ombre i silenzi unica voglia, Nutre unaa lampa su la culla, e teme Non i vagiti del suo primo infante Sien presagi di morte; e in quell'errore Non manda a tutto il cielo altro che pianti. Beata! ancor non sa quanto agl'infanti Provido è il sonno eterno, e que' vagiti Presagi son di dolorosa vita. Come d'Erato al canto ebbe perfetti Flora i trapunti, ghirlandò l'Aurora Gli aerei fluttuanti orli del velo D'ignote rose a noi; sol la fragranza, Se vicino è un Iddio, scende alla terra. E fra l'altre immortali ultima venne Rugiadosa la bionda Ebe, costretti In mille nodi fra le perle i crini, Silenzïosa, e l'anfora converge: E dell'altre la vaga opra fatale Rorò d'ambrosia; e fu quel volo eterno. Poi su le tre di Citerea gemelle Tutte le Dive il diffondeano; ed elle Fra le fiamme d'amore ivano intatte A rallegrar la terra; e sì velate Apparian come pria vergini nude. |
Non è improbabile che le più antiche pitture storiche fossero rappresentate per trapunti nelle vesti. Omero, che non fa mai motto di pittura, parla degli arazzi come di lavori cui venivano avvezze le figlie e le mogli dei re. Quando Paride si arma per andare a combattere con Menelao, Elena siede al telaio:
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tessea A doppia trama una splendida e larga Tela, e su quella istorïando andava Le fatiche che molte a sua cagione Soffriano i Teucri e i coturnati Achei. |
L'espediente cui s'appigliano talora i poeti, di descrivere pitture e sculture storiche, invece di parlare in loro propria persona, produce il doppio vantaggio e di variare il tono della narrativa e d'introdurre episodi con più naturalezza. Virgilio ed alcuni epici moderni nel valersi di questo privilegio ne hanno abusato, e senz'aggiungere alcuna novità all'antico espediente, le loro imitazioni rimangono di gran lunga inferiori alla descrizione degli scudi di Achille e di Ercole lasciataci da Omero e da Esiodo. Ma il trapunto del velo delle Grazie, benchè sembri ispirato dagli stessi prototipi, è nondimeno trattato in guisa, che ha vista di concepimento originale. Figure e gruppi non sono descritti dal poeta, ma Flora li disegna ella medesima, e li colorisce ammaestrata da Erato, e pare, mentre noi stiamo ascoltando il canto delle Muse, che quelle figure l'una dopo l'altra sorgano e si muovano innanzi agli occhi nostri. Anche il concetto morale di esso è ovvio; perchè, sebbene Aristotile, o piuttosto i dommatici interpreti de' suoi oracoli, insegnino il contrario, i poeti non devono scriver versi a diletto solamente degli oziosi: gli antichi fecero ciò veramente, in special modo quelli che scriveano inni da esser cantati nei tempj mentre venivano offerti i sacrifizi nelle feste solenni. Quanto a tutti gli altri inni pervenuti fino a noi (da quelli attribuiti ad Omero ed Orfeo a quelli de' poeti della scuola alessandrina), il misticismo di che sono avviluppati era inteso a farne altrettanti strumenti che consacrassero e conservassero favolose tradizioni e riti di culto, piuttosto che a dirigere gli usi e costumi. Forse il solo che fa eccezione a ciò è il carme secolare di Orazio.
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