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Il problema dell'Analisi e l'età classica
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L'intento sarà quello di illustrae essenzialmente attraverso quali
grandi idee si è sviluppata la premessa a quella che noi chiamiamo analisi
moderna e che poi ha portato attraverso i vari stadi successivi dei suoi
sviluppi alle motivazioni che giustificano l'introduzione della misura di
Lebesgue. Per concludere con un accenno al perché si è dato uno sbocco nella direzione parallela
dell'analisi non standard.
Per ragioni cronologiche sarà fatto un breve cenno a quelli che sono stati i
capisaldi dell'annunciazione dell'analisi nell'antichità, poiché, escludendo
Archimede che fu un prodigio non tanto per la mole delle sue opere per la
sola parte che ci è arrivata (Archimede ha scritto moltissime altre cose di cui
non ci è pervenuta neanche una riga) ma per la modernità del suo pensiero, o
meglio per la sua concezione così attuale di fare analisi; tant'è che mi piace
pensare che Archimede sia arrivato a qualche risultato che avrebbe aperto il
calcolo integrale moderno, ma che l'opera in cui ciò scrisse non ci sia arrivata
(ricordiamoci che per noi Archimede è ciò che Orazio e Tacito, tramite
l'opera degli scrivani medievali, ci hanno tramandato).
Per cui fatta eccezione per Archimede, per tutti gli altri si può parlare
solo di annunciazione dell'analisi, e in effetti l'arcangelo Gabriele di questa
annunciazione fu Pitagora. Anche Eric T. Bell nel suo volume "I Grandi
Matematici" (oggi forse un po' datato in quanto scritto prima della seconda
guerra mondiale) dice esagerando che l'analisi moderna nasce con Pitagora1.
Ma cos'è e cosa fa l'analisi matematica? Se proprio vogliamo dare
una definizione che non pecchi di parzialità, possiamo dire che l'analisi
matematica si occupa di tutto quello che sono i procedimenti infiniti e le
questioni di continuità, concetti che molto spesso intervengono
simultaneamente nei problemi di analisi. Vale anche il viceversa: una
disciplina in cui si parla di geometria e di algebra non ha nulla a che fare con
la continuità e coi procedimenti infiniti.
Ma perché è Pitagora il precursore dell'analisi? Egli è il primo a porre
un problema che è comune a tutti i grandi problemi di analisi matematica:
operare su un insieme, che ha una certa struttura, con un procedimento
infinito. E se al risultato di un tale procedimento si può applicare la somma o
il limite dei singoli procedimenti che si applicano alle parti che si percorrono
per arrivare al risultato, ciò (è difficile a dirsi, ma concettualmente è
semplice) che abbiamo fatto è applicare il concetto di continuità. Esempio:
prendiamo il problema dell'integrale per serie; se calcolo l'integrale di una
famiglia di funzioni, posso dire che la somma della serie degli integrali è
uguale all'integrale della funzione somma della serie? Da tale problema nasce
la madre di tutti gli altri problemi. Naturalmente parlando di successioni si
pensa subito a Cauchy, ma prima di lui, se non temporalmente allora
logicamente, già Dedekind prende in esame questioni di continuità quando si
pone il seguente quesito: se io mi avvicino tramite procedimento infinito a un
ente, è sicuro che questo ente lo posso prendere perché esiste? Oppure tale procedimento di avvicinamento non porta a niente pur essendo il procedimento convergente?
Ma cosa c'entra allora Pitagora? Egli è il primo ad accorgersi dell'irrazionalità di √2.
Bisogna ricordare innanzitutto che tutte le grandissime questioni di storia della scienza,
irrazionalità di √2 compresa, sono venute fuori da considerazioni semplicissime che però prima
non si erano fatte; ciò vuol dire che qualcuno ha riflettuto su una situazione che gli
altri avevano considerato ovvia, invece il grande pensatore è quello che si ferma e ci riflette sopra.
E così fece Pitagora, il sacerdote del numero, che, avendo grande costumanza con numeri primi, fattori
primi, operazioni coi numeri interi, fa una semplice considerazione e scopre una grande cosa:
l'irrazionalità di √2. Richiamiamolo brevemente.
Se, per assurdo, √2 fosse
uguale a un razionale p/q, con p e q coprimi, allora 2=p2/q2 o, che è lo stesso,
2q2=p2. Ma se p è dispari anche p2 lo sarà e
quindi 2q2=p2 non può sussistere; se p è pari allora p=2p', con p'
numero naturale, e allora si ha che 4p'2=2q2 cioè q2= 2p'2,
e quindi q è pari, fatto che è contro l'ipotesi che voleva p e q coprimi. Quindi, uno che non è
Pitagora, davanti a 2q2=p2 sarebbe anche andato avanti, ma Pitagora no! Egli si
accorge di aver scritto qualcosa di assurdo, e, in base a quanto detto prima, Pitagora conclude che è
impossibile trovare un certo numero razionale p/q che rappresenti √2. Ecco
che stava nascendo il primo grande problema dell'analisi, che scaturito da una
semplice osservazione geometrica se ne era distaccato immediatamente per la
sua acutezza (sino ad allora la geometria era legata a un'intuizione fisica e alla
visione dell'oggetto matematico). Importante fu allora capire che malgrado
quel √2 non poteva esistere tutti lo avevano "visto": basti pensare alla
diagonale di un quadrato di lato unitario. Ma allora quella diagonale esiste e
non ha lunghezza? Quindi ci sono segmenti che non hanno una lunghezza?
Ecco che, in quel momento, nasce, sebbene non come risultato ma
come problematica, l'analisi: se si prende una famiglia di segmenti tutti
esistenti e di lunghezza nota, tutti contenuti nella diagonale del quadrato e si
mettono in ordine, essi possono avvicinarsi alla diagonale del quadrato pur
non avendo quest'ultima una lunghezza. Ecco un tipico esempio di
continuità che salta: tutti i segmenti hanno una propria lunghezza, la loro
successione (per dirla in termini moderni) si avvicina alla diagonale, ma la
diagonale non ha lunghezza. Risultato: non si esagera dicendo che con tale
problematica nasce l'analisi matematica. E vedremo che anche un concetto
moderno come la misura di Lebesgue, nascerà da una esigenza simile.
Ecco perché volendo dare una definizione di analisi matematica,
possiamo dire che è quella disciplina che si interessa di questioni
matematiche in cui sono correlati strettamente i procedimenti infiniti e i
problemi di continuità.
Fino al secolo VI a.C. non c'era alcun sospiro di analisi, fino ad allora
si faceva aritmetica o geometria di Talete, Euclide non era ancora venuto e
anche se fosse venuto non sarebbe cambiato nulla poiché Euclide ha tutto nel
suo spirito tranne la mentalità di analista, la sua parola d'ordine era
antianalitica e vedremo come, pur di non porre questioni di analisi e
mantenersi lontano dall'analisi, arriva anche a imbrogliare.
Una cosa è certa: fino al III secolo a.C. alle questioni di analisi erano
più attenti i filosofi che i matematici. Infatti è nel V secolo a.C. che Zenone,
filosofo atipico, si reca ad Atene in compagnia del suo grande amico
Parmenide, per "bisticciare" con la metà dei filosofi ateniesi sui suoi
paradossi, che essi stessi non sapevano risolverli e, quindi, se la prendevano
con Zenone che glieli aveva proposti. Ma Zenone che fa? Tutti conosciamo
la storia di Achille e della tartaruga, e Zenone ad Atene racconta questa storia
non per prendere in giro i filosofi, ma per mettere in discussione, senza dar
risposta, la liceità dei procedimenti infiniti. Quindi se i professori di filosofia
parlano di Zenone come un poveretto che voleva sostenere che Achille non
raggiungeva la tartaruga, lo presentano male. Zenone era un contadino,
figuriamoci quante volte nei suoi campi e con i suoi piedi aveva superato una
tartaruga! Zenone non era un pazzo o un astratto che viveva di allucinazioni
così come farà più tardi Nietschtze, che visse gli ultimi anni della sua vita in
manicomio. Zenone viveva a contatto con la terra, e pensava! Zenone non
poteva mettere in discussione l'indiscutibilità della realtà esterna, voleva dire
che se i filosofi parlavano di moto in senso discreto e non continuo non gli
spiegavano nulla, anzi Zenone gli faceva vedere che in quei termini il moto
non esisteva; ma Zenone fa ancora di più: li mette davanti alle loro
responsabilità e comincia col presentare due aspetti che dal punto di vista
matematico sono la stessa cosa: uno, fa vedere che apoditticamente il moto
non esiste e, due, con un esempio dimostra che se per assurdo il moto
esistesse si arriverebbe a un contrario. Quindi dà una doppia dimostrazione
dell'inesistenza del moto, ove per moto si intenda quello discreto.
Infatti chiunque si dovesse muovere da un punto A ad uno B a destra di A, deve prima
raggiungere una certa posizione C a destra di A e poi un'altra posizione D e così via; ma poiché
per muoverci da una data posizione a un'altra bisogna sempre (e questo
procedimento non ha mai fine) raggiungerne una precedente, non potremo
mai spostarci dalla posizione iniziale.
Questo ragionamento era ineccepibile per l'epoca, poiché allora il
movimento era inteso senza l'utilizzo della continuità, e la continuità stessa
non era stata analizzata nella sua struttura più intima. In quel periodo si
procedeva per successioni discrete, e anche i razionali (benché già si sapesse
che comunque presi due razionali posso sempre trovare uno nel loro mezzo)
sono una infinità numerabile e presentano una grossa difficoltà: la non
continuità. Visto che la retta razionale è non continua, e ancora nel V secolo
a.C. si aveva la visione del numero come del procedere lungo la linea della
consequenzialità, non si giungeva ad altro che affermare che non si potrà mai
abbandonare la posizione iniziale A. Come si può vedere il problema della
freccia che non lascia mai l'arco è matematicamente un problema di
successioni. Viceversa, per il paradosso di Achille e della tartaruga, Zenone
non fa altro che spostare il discorso sull'altra parte del segmento: la tartaruga
ora è in B e Achille è in A; nel tempo che la tartaruga si muove da B a B' anche Achille si sarà
mosso da A a B, ma ora la tartaruga è in B'; e se, nel frattempo, la tartaruga arriva
in B'', Achille raggiunge B', e così indefinitamente: Achille, quindi, non raggiungerà mai la
tartaruga.
Ma ricordiamo, ciò succedeva poiché il loro modo di procedere era
discreto e non continuo, e in tali condizioni il moto non esiste! E i filosofi se
la presero tanto non perché non seppero rispondere, né avrebbero saputo
farlo per i futuri 20 secoli, ma quanto piuttosto perché si resero conto che
Zenone scosse alle fondamenta il loro modo di vedere e concepire la natura.
Lo stesso Euclide, che forse è il più classico dei greci classici, non si
pose mai il problema. Ciò conferma il fatto che fino a Zenone e Pitagora la
cultura greca è ancora alla sua fase testataria; la vera cultura classica arriverà
nel IV secolo a. C con Platone e Aristotele, e quindi Euclide, a conferma della
sua pura classicità, non vuol sentir parlare di ciò che è procedimento infinito
o continuità.
Ma attenzione: dobbiamo distinguere il rifiuto di infinito come
quantità numerica o quantitativa dal rifiuto del procedimento infinito. Sono
due approcci diversi del concetto di infinito, tanto più che i greci erano
disposti ad accettare per infinito una misura di quanto è grande una certa
cosa, e precisamente quella più grande di tutte le altre. Euclide dice
chiaramente che le rette per un punto sono infinite, usando un termine che è
equivalente al nostro "infinito": essi erano disposti quindi ad accettare un
campo numerico (magari quello dell'analisi non standard) anche se non
sapevano manovrarlo. Quello che non riuscivano ad accettare era un
procedimento infinito, che richiedeva un numero infinito di passi.
Ecco perché quando ci viene detto: il greco rifiuta il concetto di
infinito, ci si deve chiedere a quale infinito ci si sta riferendo, poiché non è
l'infinito per cui nasce la diatriba scolastica, aristotelica, quella dell'infinito in
atto o in potenza; l'infinito che i greci classici rifiutano è quello dei
procedimenti mentali che portano a paradossi del tipo di Zenone. È un po'
come la soluzione che dà Russell quando scopre il suo paradosso
dell'insieme di tutti gli insiemi: è plausibile pensare all'insieme di tutti gli
insiemi, ma parlarne porta a tali contraddizioni che è meglio non parlarne.
Quando qualcosa ci dà fastidio la prima reazione che si ha è quella di
ignorarla; così fecero i greci, e così fece anche Euclide ignorando tutti i
problemi di analisi matematica, tant'è che nei suoi assiomi non ce n'è uno che
abbia la più lontana parvenza di un assioma di analisi, anzi i suoi assiomi
assomigliano di più ad assiomi algebrici ma certamente non ad alcuni di
analisi. Eppure Euclide adopera un assioma dell'analisi barando
consapevolmente: egli sfrutta l'assioma di Dedekind, senza mai ammetterlo,
nel momento in cui discute delle mutue relazioni tra i cerchi e le rette,
soprattutto quando parla di loro intersezioni e si trova davanti a situazioni di
questo tipo: sia dato un cerchio Γ di centro C e un punto P al di fuori di esso, si consideri il
segmento CP e sia D l'intersezione di Γ con CP.
Ma chi ci assicura che il punto D esista davvero? D può anche non esistere, ed Euclide lo sa benissimo!
Infatti, in matematica "esistere" vuole dire "possibilità di affermare l'occorrere di un
ente senza che esso entri in contraddizione con gli assiomi". Ma per quell'epoca, ricordiamolo, quel
punto D spesso non esisteva! Ed Euclide lo sapeva e lo ha ignorato.
Infatti, consideriamo il più banale dei cerchi, la circonferenza goniometrica x2+y2=1, e la più banale
delle rette dopo gli assi coordinati, la bisettrice y=x. In tale situazione, se il nostro campo è
quello razionale, il punto D non esiste poiché ha per coordinate (√2/2;√2/2), che si
sapevano non esistere sin dai tempi dei pitagorici.
Euclide non dice una sola parola sulla questione, anche perché egli non
fa geometria analitica né usa le coordinate cartesiane. Ciò comunque non gli
impedisce di sapere che il punto D ha coordinate (√2/2;√2/2), non ha bisogno
di Cartesio per dire, parlando con suoi termini, che la proiezione di quel raggio di lunghezza 1 ha un
lunghezza irrazionale; Euclide sa benissimo che essendo la diagonale 1, i lati del quadrato non
esistono, o meglio non sono razionali.
Un altro motivo per cui Euclide non dice nulla è perché non ha mai definito quell'entità che chiama
retta. Infatti Euclide ragiona assiomaticamente e non per postulati, cioè formula la definizione delle
entità di cui parla tramite le proprietà che l'assioma enuncia, in altre parole, diremmo noi oggi,
definisce implicitamente gli enti di cui parla tramite gli assiomi. Per Euclide l'unica cosa importante
è che quell'ente che chiama retta obbedisca ai suoi assiomi, poi come la retta sia effettivamente
fatta, non gli interessa granché, né lo vuole sapere. Tant'è vero che esistono modelli di geometria
euclidea che non è lo spazio che ci circonda.
Quindi Euclide, ignorando che duemila anni dopo sarebbe venuto un tizio di nome Dedekind,
sfacciatamente fa uso del postulato di continuità di
quel tizio, e in più tace qualcosa che sarebbe rimasta ancora taciuta per
almeno 1500 anni: l'analisi matematica. Certo Euclide avrà ben esaminato le
proposizioni che dovevano reggere la sua geometria, ha ben scelto le 5
affermazioni che dovevano diventare gli assiomi relegando tutte le altre
proposizioni allo status di teoremi dimostrabili a partire da quelle 5.
Nella sua forma mentis non avrebbe mai trovato posto un elemento che aveva qualcosa a che fare con
l'analisi matematica; e quando si trova costretto a usarla, lo fa sottobanco. Tenete presente che al
IV secolo a.C. appartiene anche Platone e la sua influenza in atteggiamenti futuri è notevolissima.
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