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L'età medievale
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Dopo l'età ellenistica e il sopraggiungere dei Romani (e le vicende di
Archimede sono strettamente legate all'espansione di Roma), e soprattutto
con l'uccisione di Archimede, si chiuse il periodo più bello della matematica
nell'antichità e inizia un lungo inverno di letargo degli studi matematici
nell'occidente che continuerà per tutto il periodo medievale. In quei secoli
avremo solamente gli studi sulla prima algebra e sulla trigonometria da parte
degli Arabi (ma siamo già 1000 anni dopo Archimede), studi che sono
indispensabili allo sviluppo dell'analisi, basti pensare agli sviluppi in serie,
ma che non hanno quello spirito che contraddistingue l'analisi: l'interazione
tra procedimenti infiniti e continuità, che è lontana dalla mente dell'algebrista
o da quella di chi si intende di trigonometria.
Ci furono anche gli esercizi stereotipi di scolastica sulle orme della
filosofia ellenistica e il pensiero di San Tommaso d'Aquino, che con quella
sua giaculatoria forma di modi di dire e quelle sue tecniche automatiche di
ragionamento addormentò la filosofia (si pensi al suo "ipse dixit" per
troncare ogni discorso e ogni possibilità di dialettica in ambito filosofico).
I primi segnali di risveglio li troviamo più di un millennio e mezzo
dopo Archimede, periodo che intercorre tra il III secolo a. C e il 1200,
quando Leonardo Pisano, figlio di Bonaccio, detto Fibonacci, iniziò a
interessarsi, sulla scia degli studi arabi, e a esaminare timidamente alcune
proprietà dei numeri, delle equazioni (già studiatissime dagli arabi ma tutte
espresse in forma retorica, poiché non esisteva ancora quella preziosissima
stenografia dovuta a Cartesio) e delle successioni di numeri che presentavano
particolari assetti (i cosiddetti numeri di Fibonacci). Ma quanto ad analisi,
intesa sempre come quella attività della matematica che studia e intreccia
procedimenti infiniti e continuità, nulla.
Verso il secolo XV cominciano a spuntare proclami di analisi con
Cardano, che risolve equazioni di grado superiore a 2. I calcoli iniziano a
complicarsi e conseguentemente le soluzioni non possono essere più
razionali.
Ma facciamo un passo in dietro. Ricordiamoci che quando Euclide
dice che due rette si intersecano in un punto che esiste, Euclide non ha
bisogno di barare: i coefficienti delle sue equazioni sono razionali e Cramer
oggi ci assicura che le soluzioni sono sempre razionali in quanto date dal
rapporto di determinanti che si ottengono da somme e prodotti dei
coefficienti (razionali). Non può però esistere il punto d'intersezione tra
retta e circonferenza, poiché la circonferenza (lo dico a parole nostre ma
allora si sapeva bene) è rappresentata da un'equazione di grado 2, quindi il
sistema tra retta e circonferenza è di secondo grado, e la sicurezza di avere
soluzioni razionali non ci è più data.
Ecco perché quando nel XIII secolo vediamo autori che si cimentano
nello studio di equazioni di grado superiore al primo, cominciamo a entrare in
un settore in cui si hanno prodromi di analisi, poiché si comincia quanto
meno ad auspicare l'esistenza di qualcosa che ancora mancava: R e C,
quando la soluzione non esisteva neanche come numero irrazionale.
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