Don Abbondio e Perpetua (cap.1) Bookmark and Share
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Perpetua e Don Abbondio: due personaggi tanto diversi eppure così simili tra loro. Dalle tante descrizioni a loro dedicate dal Manzoni, si può intuire quanto l'uno sia indispensabile per l'altra e viceversa quanto Perpetua sia indispensabile per Don Abbondio. Ed è proprio quest'ultimo, Don Abbondio, il primo personaggio introdotto da Manzoni. Egli è un curato, un parroco (lavoro che svolge sicuramente più per convenienza che per devozione). D'altronde, a quel tempo, lavorare per la Chiesa era sinonimo di TRANQUILLITA' e di BENESSERE. Probabilmente Abbondio mai avrebbe pensato che gente come quei Bravi avrebbe interrotto la sua serenità. Per un motivo, poi, così stravagante come l'impedimento del matrimonio tra Lucia Mondello e Renzo Tramaglino. Sta il fatto che, ben presto, il curato si trova a convivere con una situazione che diviene sempre più insostenibile, ogni giorno che passa. Il motto di Don Abbondio in questi casi? OGNUNO TIRI L'ACQUA AL SUO MULINO. Egli decide, pertanto, di preservare la sua vita piuttosto che far felice quella di due giovani ragazzi. Da queste vicende, si può facilmente intuire quanto il curato sia un uomo egoista, codardo e quindi privo di personalità: preferisce scappare di fronte al pericolo. Codardia che è ripresa anche in una frase del Manzoni: “Don Abbondio non era nato con un cuor di leone…”. Nel primo brano in cui figura, dal titolo “LA PASSEGGIATA DI DON ABBONDIO: I BRAVI” risalta anche un altro aspetto del suo carattere: la pigrizia. “… Diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l'altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l'indice della mano destra, e, messa poi questa nell'altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli occhi all'intorno, li fissava alla parte d'un monte…”. Il suo atteggiamento denota una pigra abitudine, una consuetudine con le cose che ne impedisce una certa “penetrazione intelligente”, favorendone quindi una “ignorante superficialità”. Perpetua è una serva fedele, affezionata ed ubbidiente al proprio padrone. Abbondio trova in lei un'importante confidente a cui raccontare anche i segreti più intimi. Manzoni parla poco di lei. Non si sa niente, per esempio, sul suo aspetto esteriore. Tuttavia la si può immaginare come una donnina che ha superato da un bel po' i quarant'anni, ingobbita, magari e molto, molto pettegola… Dice di essere rimasta nubile per aver rifiutato tutti i partiti che le si erano offerti. Voci ben più credibili dicevano che non la volesse proprio nessuno. Tra i due, verso la fine del primo capitolo del libro, ha inizio un prolungato ed alquanto ironico dialogo. Il curato non trova di meglio che recriminare, scagliandosi prima contro Renzo e Lucia (Don Abbondio, infatti, esclama: “Ragazzacci che, per non saper che fare, s'innamorano, voglion maritarsi, e non pensano ad altro…”) poi con la fedele Perpetua, o meglio, “quasi” fedele Perpetua. Il parroco in un primo momento, stenta a svelare la verità sull'incontro con i Bravi alla sua serva. E' capitato, infatti, che ella lo tradisse… Nonostante ciò, Perpetua viene a conoscenza della situazione e cerca di aiutare il suo padrone, consigliandoli di scrivere una lettera al cardinale arcivescovo di Milano. Don Abbondio non accetta quel consiglio ed abbandona la sala pregando la sua servitrice, ancora una volta, di non farne parola con nessuno. Perpetua e Don Abbondio: due personaggi tanto diversi, eppure così simili. Due personaggi che si completano a vicenda ed il cui rapporto è fatto di confidenze e di lealtà.

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