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Guerra, fame, peste
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"La carestia, la peste e la guerra - scrive Voltaire nel Dizionario filosofico
alla voce "Guerra"- sono i tre ingredienti più famosi di questo mondo". E
continua: "Questi due regali [carestia e peste] ci vengono dalla Provvidenza. Ma
la guerra, che riunisce tutti questi doni, ci viene dall’immaginazione di tre o
quattrocento persone sparse sulla superficie del globo sotto il nome di principi
o di ministri... Il più ardito degli adulatori ammetterà senza fatica che la
guerra si trascina sempre dietro la peste e la carestia... È davvero una gran
bella trovata quella che devasta le campagne, distrugge le abitazioni e fa
morire, in media ogni anno, quarantamila uomini su centomila... Un genealogista
dimostra a un principe che questi discende in linea diretta da un conte i cui
parenti avevano fatto un patto di famiglia, tre o quattrocento anni prima, con
una casata di cui non sussiste più neppure il ricordo. Questa famiglia vantava
lontane pretese su una certa provincia il cui ultimo possessore è morto di
apoplessia: il principe e il suo consiglio concludono senza difficoltà che
quella provincia gli appartiene per diritto divino. Tale provincia, che si trova
a qualche centinaio di leghe da lui, ha un bel protestare che non lo conosce,
che non ha nessuna voglia di essere governata da lui, che per dare delle leggi
al popolo bisogna almeno avere il suo consenso: questi discorsi non giungono
neppure alle orecchie del principe, il cui diritto è incontestabile. Egli trova
immediatamente un gran numero di uomini che non hanno niente da fare e niente da
perdere; li veste di un grosso panno azzurro a centodieci soldi l’uno, orla i
loro cappelli con del grosso filo bianco, insegna loro a voltare a destra e a
sinistra, e marcia verso la gloria."Gli altri principi che sentono parlare di
quella folle impresa vi prendono parte anche loro, ciascuno secondo i propri
mezzi, e così ricoprono una piccola estensione di territorio di assassini
mercenari ...Dei popoli abbastanza lontani sentono dire che la battaglia è
imminente: ...si dividono tosto in due schiere, come se fossero mietitori, e
vanno a vendere i propri servigi a chiunque voglia ingaggiarli. Quelle turbe si
accaniscono le une contro le altre, non solo senza avere alcun interesse alla
contesa, ma senza neanche sapere di cosa si tratti ...tutte d’accordo su un solo
punto: fare tutto il male possibile".Abbiamo stralciato questo lungo passo dalla
celebre voce volteriana [...], perché nonostante i punti di vista tanto diversi,
Voltaire e Manzoni erano pienamente d’accordo su una cosa: l’insensatezza
brutale della guerra e la frivolezza delle motivazioni per le quali viene
generalmente scatenata. A parte la battuta sulla Provvidenza che ci regala
carestia e peste, si potrebbe dire che la voce di Voltaire, nella parte almeno
che abbiamo riprodotto, sia la "fonte,> di come Manzoni abbia voluto, nel suo
romanzo, rappresentare la guerra nelle sue origini, nelle sue motivazioni, e
nelle sue conseguenze: si veda nel Fermo e Lucia (IV, 1,) il resoconto delle
"origini di tanta rovina" o si leggano certe riflessioni che costellano questa
cronaca, riflessioni davvero volteriane: "La morte e il matrimonio terminano per
lo più le tragedie e le commedie del teatro, ma danno sovente principio alle
tragedie e alle commedie della vita reale". E nei Promessi sposi questo
resoconto campeggia ad inizio di capitolo, il XXVII, anche qui con annotazioni
particolarmente sarcastiche ("perché le guerre fatte senza una ragione sarebbero
ingiuste"); con osservazioni illuminanti nel loro piglio un po’ paradossale
(quella ad es. sui "tegoli di Casale"), o con esiti e ritratti volutamente
grotteschi, come quello che coglie don Gonzalo mentre dimena la testa "come un
baco da seta". È inoltre il capitolo che sempre con l’arma dell’ironia, spazia
ancora una volta sulle storture e i pregiudizi del secolo, e sembra quasi
riassumere la civiltà e la cultura dell’epoca nei ritratti contrapposti e
complementari di donna Prassede e di don Ferrante: qui la donna che non sa cosa
sia il bene, e vuole farlo; là l’uomo che non sa cosa sia la cultura, e vuole
esserne maestro. Se si eccettua la chiusa, dove il tono muta e preannuncia la
tragedia, tutto il capitolo potrebbe persino esser letto come una "voce"
dell’Enciclopedia degli illuministi. E ad inizio di capitolo, il XII, è posta
anche, nei Promessi sposi, la cronaca della carestia che fece esplodere il
tumulto di san Martino. Già accennata in precedenza, essa si dispiega qui in
tutta la sua gravità, testimonianza d’accusa contro l’inefficienza e
l’insensatezza di un governo tanto inferiore al proprio compito. È questo, col
capitolo successivo e conseguente della peste, uno di quei grandi quadri storici
che se pur finirono per dispiacere a Goethe, sempre più appaiono oggi come uno
dei momenti di forza, se non la forza medesima, del romanzo manzoniano. Il XII e
il XIII dedicati ai "perché’> della carestia e al suo tramutarsi in rivolta;
il XXVIII in cui è ritratta una città, Milano, desolata dalla fame che già si
tramuta in pestilenza; il XXXI e il XXXII, infine, che con la narrazione della
peste vera e propria, denunciano tutte le responsabilità "politiche" che l’hanno
generata: ecco le grandi arcate sulle quali il capolavoro di Manzoni si erge e
sfida, ancor oggi, le cosiddette teorie del romanzo.
"L’idea volteriana -
ha scritto Bonora - che al progresso portino non gli intrighi dei politici e le
distruzioni dei militari, bensì le volontà degli uomini rivolte alle opere di
pace, è una conquista del pensiero moderno, grande come tutto quello che ha
portato a una visione spregiudicatamente realistica della storia". Ed aggiunge:
"Che di lì abbia avuto inizio la necessaria valutazione dei fattori economici
nel processo storico, dovrebbe essere ammesso senza difficoltà". Ed è appunto
ciò che fa Manzoni in modo più stringato nei Promessi sposi, in modo più ampio
nel Fermo e Lucia e nell’edizione del ventisette quando, anche sotto l’influenza
delle Memorie storiche sulla Economia pubblica dello Stato di Milano del Verri,
pensava a un eventuale saggio d’appendice sul tipo della Colonna infame: il
cosiddetto Saggio sulla carestia."Era quello il second’anno di raccolta scarsa":
così l’incipit, nei Promessi sposi, del capitolo XII. Poco diversamente nel
Fermo e Lucia (III, 5), ma qui l’analisi prosegue per parecchie pagine. In esse
Manzoni non pone soltanto in evidenza il nesso che lega la guerra, "questa bella
guerra", con la carestia e il rincaro del prezzo del grano, ma si sofferma su
alcuni aspetti della crisi e, quel che più conta, con l’intento dichiarato di
riflettere su problemi di "economia pubblica", anche per avanzare, quando è il
caso, qualche ragionevole proposta. C’è qui l’evidente influenza dei riformatori
illuministi, con le cui soluzioni liberistiche Manzoni concorda (si veda ad es.
il capo Il del trattato del Gioia Sul commercio dei commestibili); ma vengono
affrontati anche temi particolari, come ad esempio quello, già dibattuto dal
tardo Cinquecento, della beneficenza e dell’elemosina. Della carità e
dell’elemosina, come è ben noto, Manzoni aveva un concetto altissimo; ed ecco
allora, per esempio, polemizzare garbatamente, pur senza nominarlo, con il
Muratori e con certe posizioni del suo trattato sulla Carità cristiana; ma
appena il discorso, anziché sulle soluzioni da dare al flagello, torna sulle
responsabilità che hanno prodotto la carestia, sui provvedimenti, o presunti
provvedimenti, che vennero adottati, ecco Manzoni riprendere immediatamente il
piglio dell’illuminista. Denuncia dell’insensatezza economica di un periodo
storico, critica dell’ignoranza e della presunzione, condanna della
"irriflessione" dei politici che, ormai in balia della stoltezza comune e
popolare, ne divengono complici e persino responsabili. "Cessi il cielo - egli
scrive (Fermo e Lucia, III, 5) - che alcuno rinfacci ostilmente l’ignoranza ad
un popolo che non ha mai avuto maestri né ozio, l’irritazione fanatica ad un
popolo che non trova pane col suo lavoro". Lo scrittore dunque distingue, se non
giustifica.Certo l’impero delle passioni travolgenti ed assurde, peggiori del
male stesso, diviene dominio, nei momenti più critici, della "moltitudine male e
ben vestita": è questo un dato di fatto che Manzoni registra, di cui tiene conto
e verso il quale è tutt’altro che indulgente. Ma è alla moltitudine "ben
vestita" che egli rivolge le sue critiche più severe: agli intellettuali, a
coloro che, avendo tempo e agio per rivolgersi allo studio del fenomeno
quand’esso è ancora lontano, e studiandolo prevenirlo, e prevenirlo con
argomenti economici (osservazione, diremo di passata, che si trova anche in
Gioia); anziché far questo, "al momento del serra serra escono in campo a
sentenziare, cominciano a pensare con la voce e studiano dalla cattedra,
coprono, vilipendono, calunniano le voci che nascono da un antico pensiero,
ripetono in un linguaggio meno incolto e più strano i giudizi storti, le idee
appassionate del popolo, e diffondono ed accrescono la stortura e la passione,
si oppongono ferocemente a tutti quei raziocini che potrebbero illuminare
l’opinione dell’universale sulla natura e sulla misura del male, ricondurre gli
spiriti ad una riflessione più tranquilla, e stornare quelle risoluzioni che lo
peggiorano" (Fermo e Lucia, III, 5). Ecco da quale complesso di riflessioni, di
critiche, di osservazioni nasce nello scrittore, e prende corpo sulla pagina, la
figura di Antonio Ferrer, il quale, come tutti sanno, di fronte alla catastrofe
da lui stesso accresciuta, stette "immoto a tutti i richiami, come Enea agli
scongiuri di Didone" (ivi).Ed è proprio questo immobilismo ciò che Manzoni
condanna; questa ostinata pervicacia nell’errore; questa cecità che favorisce,
se non genera, il regno delle cosiddette idee dominanti, le idee che fanno
un’epoca e la caratterizzano, e che solo quando tramontano, ma solo allora,
divengono risibili. In fine al III capitolo del IV tomo del Fermo e Lucia, il
capitolo che dà inizio al racconto della peste, Manzoni traccia un
interessantissimo excursus della storia dei pregiudizi: su come si formano, su
come si mantengono, su come lentamente declinano. E qui, molto giustamente, egli
si chiede se molte delle idee regnanti al suo tempo non siano anch’esse, un
giorno, destinate a "dar molto da ridere alle età venture": dubbio più che
legittimo per chi, osservando la storia dell’uomo, ne sa vedere in controluce su
quali presunzioni molto spesso si fonda. E in tale excursus di "politica" così
dissennata da far crescere, anziché lenire, l’oggettiva calamità. Nel pieno di
questa follia, giusta le osservazioni già avanzate nell’introduzione al romanzo,
ecco allora campeggiare l’episodio luminoso del padre Felice Casati, rinvigorito
dalla testimonianza del Tadino.Quando infine la realtà delle cose non può più
essere nascosta, accade che l’inconscio collettivo, favorito
dall’irresponsabilità dei politici si scateni nella crudeltà cieca e perversa:
la vendetta sull’innocente. È il momento dei "delirio", dell’autodistruzione
della ragione. Ma è anche un momento della storia dello "spirito umano" che per
essere storia della sua miseria e della sua irriflessione, è anche storia che
comporta riflessioni sulla miseria e sulla irriflessione della natura dell’uomo.
Qui sono le unzioni e gli untori; altra volta furono le streghe e i processi per
stregoneria; in futuro potrebbe essere altro. Sempre, pare avvertire Manzoni, la
verità e la ragione sono insidiate e poste in pericolo dalla congiura della
stoltezza e dell’ignoranza, della violenza del potere e dell’aberrante "logica
delle passioni".Dal XXXI al XXXII capitolo dei Promessi sposi è un crescendo
continuo. La rappresentazione potente del dolore e della sofferenza nasce dalla
critica inflessibile delle responsabilità collettive della società, del suo modo
d’essere e d’essere governata, del suo modo di pensare e del suo aver
trasformato in furore presunte certezze. Qui si legge, ad un tempo, l’atto di
accusa più forte contro l’oppressione e il dispotismo delle idee dominanti e la
difesa della tolleranza e della ragione. Perché se il delirio delle unzioni
nasceva dal povero senno dell’uomo che cozzava contro i fantasmi che si creava
da se stesso, è pur vero che il buon senso c’era, anche se era costretto a
starsene nascosto per paura del "senso comune". Il senso comune: l’egemonia del
pregiudizio, del fanatismo, della corruzione del vero pensiero, franco e
ragionevole: ecco l’obiettivo polemico di Manzoni, e, per converso, nella difesa
del "buon senso", la difesa e la celebrazione della tolleranza e del buon
pensare. Non per nulla le ultime pagine del XXXII capitolo dànno prepotentemente
la mano a quelle della Colonna Infame nelle quali, opponendosi alla
"fatalistica" interpretazione del Verri, Manzoni conclude il suo discorso in
difesa della dignità e dell’autonomia della coscienza non corrotta dalla colpa:
"Ma quando, nel guardar più attentamente a que’ fatti [i processi agli untori],
ci si scopre un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la
commettevano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, dell’azioni opposte
ai lumi che non solo c’erano al loro tempo ma che essi medesimi, in circostanze
simili, mostrarono d’avere, è un sollievo il pensare che, se non seppero quello
che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo
assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali
fatti si può bensì esser forzatamente vittime, ma non autori" (Storia della
Colonna Infame, Introduzione). Di tali fatti - di tutti i fatti - non si potrà
mai essere "forzatamente autori". Sicché, mentre la storia viene giustamente
interpretata nel suo nesso di responsabilità, l’esercizio della mente su
siffatte responsabilità - la loro indagine e la loro critica - costituisce
veramente la struttura di quel libro, i Promessi sposi, che per molti versi
appare unico nella letteratura italiana. certamente il più antiromanzesco.
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