Il siciliano Luigi Russo (1892-1961) fu il più autorevole e originale dei critici di formazione crociana. Il suo storicismo integrale (non disgiunto nel secondo dopoguerra da un vivace impegno politico nelle f le della sinistra democratica) gli consentì infatti di superare l'ortodossia neoidealistica e, in particolare, l'antinomia poesia-non poesiaformulata dal maestro. Dedicò ai Promessi sposi, libro secondo
il Croce insidiato dall'oratoria e dal pericolo della propaganda ideologica, un commento ancor oggi fondamentale (1935) integrato, dieci anni più tardi da un ampio saggio sui Personaggi dei Promessi sposi che tuttora si ristampa. Dalla Prefazione al commento (riprodotta, con altre pagine di argomento manzoniano,
anche in Ritratti e disegni storici, s. I V, Firenze, Sansoni, 1965), è tratta
questa lettura sul Seicento Protagonista del romanzo", che sviluppa uno
spunto del De Sanctis il quale aveva scritto: "Già fin dalla prima pagina
ti senti in pieno Seicento [...]. Tutto il secolo ti si fa avanti nelle sue
altitudini e attitudini, nelle sue opinioni, nelle sue tendenze, nelle sue
classi, nelle sue violenze e nelle sue codardie, nelle sue forze le più
grossolane e appariscenti e le più occulte e delicate, e in tutte le gradazioni
e variazioni, dal più umile villaggio sino alla superba capitale. Trovi già
nel villaggio il secolo nel suo spirito e ne' suoi elementi...".
Il Seicento "protagonista vero e immanente" del romanzo
Se davvero di un protagonista sensibile si
vuoi parlare, se non altro, per l'uso metaforico della conversazione, e sempre
col sottinteso che il protagonista vero è il sentimento, lo stato d'animo
dello scrittore, bisognerebbe pensare e sostenere che protagonista è tutto un
secolo, è tutta una civiltà, protagonista vero e immanente in ogni pagina è
il Seicento. E la nostra non vuole essere una interpretazione più ingegnosa e
più lata da sostituire ad altre più ristrette e troppo fisicamente limitate,
ma la proponiamo per un momento, poiché essa ci avvia ad intendere una delle
note dell'ispirazione dell'artista. La quale, si sa, è un'ispirazione
etico-storica, e precisamente il Seicento rimane il simbolo di questo fortissimo
gusto storico del Manzoni, il quale proietta tutto il suo mondo morale, è vero,
in una realtà quotidiana ed attuale, una realtà che è di tutti i tempi, ma
una realtà che ha fortissimo un suo colorito storico; è la realtà di tutti i
tempi, perché innanzi tutto è la realtà di un secolo, di una civiltà, di un
particolare regime. E questo protagonista incombe, presente, in ogni pagina, fin
dall'introduzione, in cui si parla del dilavato e graffiato manoscritto
dell'Anonimo, e che è una delle tante stampe secentesche, disseminate dallo
scrittore nel suo racconto. Cotesta trovata dell'Anonimo sarà suggerita da
due ragioni entrambe d'ordine artistico, ma che SI richiamano sempre a quella
ispirazione etico-storica di cui si diceva più innanzi: giocare maliziosamente
col doppione di se stesso, mettendo in bocca all'Anonimo sentenze e giudizi
personali, e dare una più forte patina, un più denso colore storico al
racconto.Cotesto gusto della stampa secentesca poi ritornerà in ogni capitolo,
non solo a tratti ma imbevendo di se ogni immagine; ritorna nel primo capitolo,
con la digressione sui bravi e con quel mirabile ritratto dei due che attendono
don Abbondio. Dove ogni nota è piena del gusto del secolo. Giacché sono
alternati sapientemente i particolari della paura e della pompa, la paura e la
pompa, due delle divinità dominanti nel Seicento manzoniano: "I'enorme
ciuffo", segno di ribalderia, e "i due lunghi mustacchi arricciati in
puntali, segno di equivoca eleganza; "il picciol corno ripieno di
polvere", simbolo di rissosi disegni, e quel suo pendere trascurato sul
petto, come se fosse un vezzo; le pistole e quella cintura "lucida",
di cuoio, così vistosa nella sua lucentezza. Anche lo spadone, "con una
guardia traforata a lamine d'ottone", è un'arma di minaccia, ma
portata come se fosse un'insegna gentilizia. Non ci sono qui due ribaldi
tipici e generici, ma due ribaldi penetrati dell'atmosfera del loro tempo, in
cui la ribalderia, secondo lo spirito allora diffuso, è presentata e vista come
vanità e pompa barocca.Cotesto gusto storico continuerà nel secondo capitolo,
non solo con quel paragone del principe di Condé e della battaglia di Rocroi,
vicino nel tempo agli avvenimenti del romanzo, e che sarebbe come verisimile
anche nell'autore del preteso manoscritto, ma anche in quelle frasi che
continuano ad avvolgere la povera figura di don Abbondio, le quali ci richiamano
al linguaggio cancelleresco e militaresco, in largo uso nel secolo:
"neutralità disarmata", "alla retroguardia", "giorno
di battaglia", "consulte angosciose", "guadagnar
tempo", tutti termini di moda, messi lì, è vero, per generare una
sproporzione comica tra il paziente e quello stile di guerra e di curia, ma, in
ogni momento, pur scrupolosissimi quei termini nel serbare una loro sfumatura
storica. E la rassegna potrebbe continuare per i capitoli successivi: al terzo,
la presentazione dello studio di Azzecca-garbugli, con quei ritratti dei dodici
Cesari alla parete, che sono quelli che ci vogliono nello studio di un leguleio
appartenente a un secolo fanatico delle monarchie autoritarie, e con quella
suppellettile tutta di un magnifico barocco, dagli scaffali polverosi alla
spalliera del seggiolone alta e quadrata, terminata agli angoli da due ornamenti
di legno, che si alzavano a foggia di corna. E poi l'indugio su quella grida
sciorinata in aria, e che, secondo la confessione del Manzoni stesso, letta
nelle opere del Gioia, fu quella che gli fornì il primo spunto del romanzo:
anche questa preistoria, questa genesi, per dir così, del romanzo ci richiama a
quello che è stato il fantasma poetico-polemico principale, iniziale, della
fantasia dell'artista: il Seicento non tanto come avvenimenti storici, che ciò
avrebbe potuto essere ingrediente esteriore, impalcatura, scenografia del così
detto romanzo storico - ma il Seicento, come spirito, come logica, come gusto,
come vita morale. Anche senza la guerra per la successione del ducato di
Mantova, anche senza lanzi e cappelletti, il romanzo sarebbe rimasto lo stesso
il romanzo del Seicento.Di quel secolo egli viene tracciando l'interna vita,
la quale, perché svuotata del sentimento intimo di Dio, deve essere
necessariamente vana, pomposa, barocca. Il puntiglio e l'orgoglio, ecco le più
vere divinità di quel secolo esteriore e farisaico. Don Rodrigo muove tutta
l'azione per spuntare un impegno, per tener fede a una vile scommessa; il
conte Attilio e il conte zio debbono sostenere l'onore del casato; il padre
provinciale, I'onore dell'abito; il podestà, I'onore della formale
dottrina giuridica; don Ferrante, il più innocente di tutti, I'onore della
scienza umbratile e inutile e quello delle buone regole ortografiche. Il
cancelliere Ferrer, per tutelare l'onore del governo, prima abbassa il prezzo
del pane, e poi sguinzaglia i suoi bargelli; e don Gonzalo Fernandoz de Cordova,
per salvare l'onore di un trono, conduce una guerra funesta per la conquista
del Casal Monferrato. Più cupo di tutti, come eroe di questo pregiudizio
dell'onore e del decoro, il principe-padre, che sacrifica e conduce alla
perdizione una figliuola. Del fariseismo del secolo il principe-padre è forse
l'espressione più complessa. Tutti, in cotesta società, sono farisaicamente
onesti. Nessuno viola lo spirito formale delle leggi; nessuno impone,
apertamente, la sua volontà [...].Può parere perfino inclemente questa visione
del secolo, che ci offre il Manzoni ma al poeta non dobbiamo chiedere giustizia
di storico, ma passione di vita morale e fantastica. Del resto il Manzoni non fa
mai il processo agli individui, ciò che avrebbe portato l'artista a creare
dei tipi, degli idoli polemici, ma, se mai, il suo è un processo alla logica
nascosta di tutta una civiltà. Da ciò la serena compostezza della pagina
manzoniana. La menzogna del secolo vive nel sangue dei vari personaggi, come la
più pacifica e ovvia verità. E tutto l'indirizzo di una civiltà, che è
errato; secolo quello delle forme e delle apparenze, dove anche i migliori,
senza essere scellerati, finiscono con l'essere i servitori del diavolo. Quanto
agli individui, direi che nell'animo del Manzoni, dopo l'implacabile
implicito giudizio morale, succede sempre come una sovrana indulgenza. Per
limitarci al caso di Gertrude, in tutto l'episodio, noi sentiamo qualche cosa
di dolente, e come diffusa una grave pietà per la sciagurata. Lo stesso
ritratto con cui la Signora ci viene presentata per la prima volta [cap. IX], ha
qualche cosa di grave e di misericordioso, e alcuni tratti dolenti potrebbero
valere anche per una donna non peccatrice, ché il ritmo del periodo ha una
lentezza solenne e compassionale, quale dominerà in un altro celebre ritratto,
quello della madre di Cecilia [cap. XXXIV]. Perfino per lo stesso
principe-padre, il Manzoni non trascura mai perché sotto la cappa cupa del
tiranno s'intravveda la sciagurata vittima di se stesso, del suo orgoglio,
della sua ambizione, di un pregiudizio sociale, di un duro retaggio di famiglia.
Il principe ha qualcosa di fosco come un eroe machiavellico, ma la sua
inquietudine e la sua impazienza lo riportano al livello della comune umanità,
tormentatrice tormentata dell'altrui volere. E c'è perfino un momento in
cui anche lui prova un giubilo cordiale, una tenerezza in gran parte sincera, e
abbraccia la figliuola con gran trasporto. "Così fatto è questo
guazzabuglio del cuore umano" commenta il Manzoni [cap. X], con quel
sorriso del giudice severo che, dopo aver detto la sua ingrata ma implacabile
sentenza, ritorna uomo tra gli uomini, sensitivo tra i sensitivi.Orbene questa
è un po'la nota dominante di tutto il romanzo: una pena grave per l'uomo
disviato da un suo falso vedere e dai pregiudizi di un mondo, che ha perduto il gusto delle cose intime e piene, pena grave che è il respiro diffuso e reticente, la musa discreta, vigilante su ogni pagina dei Promessi sposi, senza un termine e uno scopo preciso di esortazione e di propaganda, ma che s'effonde col disinteresse di un'abbandonata preghiera a Colui che può
tutto, e che, solo, ad ogni momento può darci la luce e operare il riscatto.