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La struttura ideologica del "I Promessi Sposi"
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Cerchiamo di documentare meglio, sul testo dei Promessi sposi, tale adesione
organica del Manzoni al progetto di società elaborato dagli ideologi borghesi,
perché, come vedremo, questo è un punto di grande importanza per comprendere
l’opera del nostro autore. Uno dei temi di fondo del romanzo, com’è noto, è il
tema della giustizia. Si è detto che il Manzoni manifesta una profonda sfiducia
nella giustizia umana ed esalta, a contrasto, una giustizia superiore, quella
divina. Si è addirittura parlato di un suo pessimismo giuridico. Che Manzoni
abbia fiducia nella giustizia di Dio e che la consideri quella veramente
infallibile non è da stupire: non sarebbe un credente se pensasse il contrario.
La cosa che, invece, stupisce è che tanta parte della critica non si sia accorta
con quale precisione Manzoni, nel descrivere la società secentesca, cerchi di
mettere in luce i rapporti assurdi in essa esistenti fra potere pubblico e
potere privato e ne faccia scaturire la necessità di una legge certa (caposaldo
del sistema borghese) di fronte alla quale tutti i cittadini siano uguali. Già
all’inizio del romanzo Manzoni interrompe la narrazione per riportare
testualmente alcuni brani delle "gride" emanate in quei tempi contro i bravi
[cap. 1]. Alcuni critici (fra gli altri Goethe, De Sanctis e Tommaseo) hanno
trovato inopportuno questo intermezzo. In realtà qui non siamo di fronte a un
excursus storico pedantescamente fondato su citazioni di decreti e di ordinanze,
ma a una dichiarazione ideologica che viene espressa nella forma dell’ironia e
del sarcasmo. Al centro di tale dichiarazione c’è la condanna del carattere
feudale, irrazionale, caotico dei provvedimenti che i governanti minacciano: la
tortura per strappare la confessione, la semplice denunzia di due testimoni per
accertare la colpa, il processo fondato solo sulle voci che corrono e non su
prove precise. Tutti elementi, come si vede, agli antipodi della concezione
borghese dei diritti del cittadino. Si aggiunga che Manzoni tende a sottolineare
l’impotenza dei governanti, dovuta non solo alla loro insipienza, ma alla
mancanza di un potere statale fondato su un sicuro sistema di leggi tanto forte
da imporsi alla prepotenza dei nobili e alla loro tendenza a sottrarsi, più o
meno apertamente, all’autorità dello Stato. La prosa stessa di quelle "gride"
rivela, così, le condizioni reali del paese governato di fatto, anzi sgovernato,
da cavalieri e gentiluomini che si fanno spalleggiare da bravi e vagabondi,
senz’altro mestiere che quello di tendere insidie ad altri e dei quali non
"altro si sente che ferite appostatamente date. omicidii e ruberie et ogni altra
qualità di delitti" [cap. 1]. Un quadro agghiacciante di una società senza
legge, con strutture che consentono ai nobili e ai ricchi di opprimere a loro
piacimento la popolazione, strutture che si fondano sul connubio fra le due
classi privilegiate - la nobiltà e il clero - che determinano un potere nello
stesso tempo dispotico e anarchico, che rendono impossibile la creazione di un
assetto sociale nel quale tutti i cittadini siano uguali di fronte alla legge,
godano gli stessi diritti e siano sottoposti agli stessi doveri. Di qui il
perpetuarsi di privilegi inconcepibili (come il diritto di asilo’), il
sostituirsi del capriccio individuale del potente alla legge, l’unirsi di alcune
categorie di cittadini in corporazione per difendersi dai soprusi, l’assoluta
mancanza di sicurezza per tutti coloro che appartenevano alle classi subalterne,
soprattutto nelle campagne. Il motivo della certezza della legge, di un
ordinamento giuridico che ponga su nuove basi i rapporti fra cittadino e
cittadino e fra il cittadino e lo Stato, che assicuri il rispetto della
personalità umana e le giuste garanzie per ogni individuo, il motivo, cioè, di
una giustizia non perfetta, ma fondata su istituzioni razionali e operante nella
società, scaturisce in ogni momento nel corso del romanzo ed è implicito nella
denunzia dell’ordinamento sociale preborghese. In fondo lo stesso punto di
partenza della vicenda romanzesca, la scommessa di don Rodrigo, contiene una
formidabile carica di polemica antinobiliare e antifeudale e tende a
sottolineare le conseguenze della sostituzione del capriccio dei potenti alla
legge, conseguenze che possono giungere a ridurre un essere umano a oggetto,
scopo dl una scommessa, dimenticando la sua inalienabile personalità.Ma
l’adesione del Manzoni al progetto borghese di una nuova società non si limita
alle istituzioni giuridiche, essa si estende a un altro settore fondamentale,
quello dell’economia. Si veda all’inizio del capitolo dodicesimo l’analisi che
egli compie delle cause della carestia, non di quelle naturali (la contrarietà
della stagione), che pure avevano il loro peso, ma di quelle che risalgono alle
responsabilità degli uomini. Vale a dire la guerra, che distrugge i raccolti e
allontana i contadini dai campi; le tasse imposte senza criterio e con spirito
di rapina che rendono antieconomica la coltivazione dei campi, la permanenza di
guarnigioni straniere che si comportano come in territorio conquistato; le
requisizioni per l’esercito che non solo fanno un vuoto nel raccolto, ma lo
fanno un po’ per necessità e molto per irresponsabile sciupio. In questa
situazione (e in situazioni analoghe) scatta la legge economica della domanda e
dell’offerta: se l’offerta è scarsa e la domanda è abbondante, per ripristinare
l’equilibrio (cioè per ridurrre la domanda, visto che non è possibile aumentare
l’offerta) si determina il rincaro dei prezzi. Legge dolorosa (perché colpisce i
meno abbienti), ma oggettiva, che non si può eludere - secondo l’opinione degli
economisti borghesi - così come non si possono eludere le leggi della natura.
Mai come in questa occasione Manzoni introduce nel suo romanzo elementi
"tecnicamente borghesi". E mai come in questa occasione tali elementi mettono in
ombra la tentazione di un generico solidarismo, che poteva venirgli dal
messaggio cristiano. Egli, infatti, giudica "salutevole" quel rincaro, perché
limita i consumi e favorisce l’importazione dall’estero, senza pensare, come
avrebbe voluto la sua ispirazione cristiana, che il pane è un genere di prima
necessità e che il suo rincaro colpisce proprio gli strati più poveri della
popolazione. Allo stesso modo la persuasione dell’oggettività e ineluttabilità
di quelle leggi economiche fa sì che egli giudichi come frutto dell’ignoranza e
della volontà d’illudersi ogni altra spiegazione della carestia. Non si rende
conto, cioè, che le leggi economiche non operano in un ambiente astratto, ma in
situazioni storiche nelle quali gli uomini sono una componente essenziale e che,
di conseguenza, nelle situazioni di congiuntura o di crisi opera largamente la
speculazione, per cui non era del tutto inverosimile che chiunque si trovasse in
possesso di grano o di farina, aspettasse che i prezzi salissero il più
possibile per immetterli sul mercato, e chi avesse potuto accaparrarne una certa
quantità a prezzi ancora bassi cercasse di rivenderli a prezzi maggiorati, e che
tutti li immettessero sul mercato in piccole quantità proprio per non provocare
il crollo dei prezzi. Tuttavia Manzoni non poteva rendersene conto proprio
perché aveva sposato in pieno le dottrine economiche della borghesia nascente
che considerava "scientifiche" e "universali" quelle leggi che favorivano il suo
sviluppo. Di qui il giudizio severissimo sul calmiere imposto da Ferrer,
provvedimento che non ha la "virtù di diminuire il bisogno del cibo, né di far
venir fuori le derrate fuor di stagione". Ferrer, scrive Manzoni, "vide, e chi
non l’avrebbe veduto? che l’essere il pane a un prezzo giusto, è per se una cosa
molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse
bastare a produrlo. Fissò la "meta" (...) del pane al prezzo che sarebbe stato
giusto, se il grano si fosse comunemente venduto trentatré lire il moggio: e si
vendeva fino a ottanta. Fece come una donna stata giovine, che pensasse di
ringiovanire, alterando la fede di battesimo". Di qui la derisione degli
argomenti che Ferrer contrappone alle proteste dei fornai, argomenti che non
solo contraddicono le leggi della economia (non c’è imprenditore che produce e
vende in perdita), ma sono impastati di promesse vaghe e fumose. Allo stesso
modo - e sulla base degli stessi principi - nell’ultimo capitolo Manzoni
ironizza sulle limitazioni imposte dalla Repubblica veneziana alle paghe degli
operai proprio quando, subito dopo la peste, c’era scarsezza di mano d’opera e
plaude invece all’abolizione delle imposte sui beni e sulle persone per i
lavoratori che venivano da altri Stati. Insomma la legge della domanda e
dell’offerta doveva agire liberamente sia nei confronti delle merci sia nei
confronti della forza-lavoro.In questo ambito - cioè nell’ambito della struttura
ideologica organicamente borghese del nostro scrittore- bisogna considerare la
sua concezione dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa e il suo atteggiamento nei
confronti della folla. La condanna della mondanizzazione della Chiesa serpeggia
in tutto il romanzo, ma raggiunge il suo acme in due episodi, quello della
monaca di Monza [capp. IX-X] e quello del colloquio fra il padre generale dei
cappuccini e il conte zio [cap. XIX]. Gertrude viene preparata alla monacazione
con la complicità della badessa e di buona parte delle monache, le quali sono
ben contente di poter avere alleata una famiglia così potente. In tal modo
l’educazione di Gertrude non è impostata su elementi religiosi, che avrebbero
dovuto essere fondamentali per una futura suora, ma, come osserva giustamente il
Donadoni, "nella casa che dovrebbe essere di Dio, nessuna parola di Dio arriva a
lei. Nella casa dell’umiltà le maestre accarezzano e fomentano nell’allieva
l’orgoglio del sangue: palpano, servilmente, l’amor proprio (...). Quella
ipernutrizione dell’orgoglio dà i suoi frutti di veleno,>. E nessuna
vibrazione religiosa si può cogliere nel colloquio fra il padre di Gertrude e la
badessa [cap. X]. Qui sono di fronte due complici, ma due complici ipocriti. Sia
la badessa che il principe sanno di aver commesso un delitto e, per di più,
sanno che questo delitto comporta la scomunica. Possono evitare che venga
conosciuto e condannato dal mondo, ma dovrebbero credere che non possono
sfuggire al giudizio di Dio. Due anime minimamente religiose arretrerebbero
sconvolte: i due farisei, invece, per i quali la religione è pura formalità e
puntello del loro potere, scambiano solo poche parole imbarazzate ed evitano di
trattenersi sull’argomento ("come se a tutt’e due pesasse di rimanere lì testa a
testa"). In fondo lo stesso vicario, che esamina Gertrude e che non è un
complice consapevole, è involontariamente succube dell’autorità mondana e compie
il suo ufficio senza l’impegno morale che richiederebbe [cap. X]. Nell’epi
sodio, invece, del conte zio e del padre generale sono di fronte due potenze
terrene gelose della loro potenza, ma consapevoli che essa è fondata sul loro
accordo. L’uno vanta l’appoggio del re di Spagna, l’altro del papa. L’uno è un
uomo politico, l’altro dovrebbe essere un religioso: ma le caratteristiche sono
le stesse. In loro non v’è luce ideale, non vi sono principi da affermare o da
difendere, c’è solo una consumata esperienza dell’intrigo e del compromesso
messa al servizio della loro terrena autorità. Il padre provinciale, in
particolare, è il tipo esemplare del burocrate messo alla testa di una grande
organizzazione proprio per la mancanza di una personalità autonoma, la
pieghevolezza alle esigenze dei rapporti di forza e dei problemi di prestigio,
lo scetticismo verso i valori ideali e l’impegno di coloro che credono in quei
valori [...].Si dice comunemente che Manzoni non ha alcuna stima degli uomini
politici. E in realtà quelli che egli ci rappresenta sono tutti degli incapaci:
incapace il governatore tanto preso dai pensieri di una guerra inutile e
rovinosa, da non poter prestare attenzione alla peste; incapace Ferrer che
provoca, con la sua irresponsabile demagogia, i tumulti di Milano; incapaci gli
estensori delle "gride" che non sanno farle applicare, incapace il capitano di
giustizia che se la prende con un onesto uomo come Renzo. Tutte scatole vuote
che cercano il credito solo con la boria esteriore. E quel "politicone" del
conte zio viene messo nel sacco da uno scavezzacollo, cinico e scanzonato, come
il conte Attilio. Tuttavia dovrebbe essere chiaro che qui Manzoni si fa beffe di
una classe dirigente storicamente ben determinata: quella nobilare della
dominazione spagnola in Italia. In questo è coerente con la sua poetica. E
dovrebbe essere chiaro che egli non ha stima degli uomini politici privi di
impegno ideale, per i quali la politica è diventata soltanto un mestiere che
assicura potenza e privilegi, e che soddisfà vanità. Egli non si sdegna perché
alle esigenze della politica venga sacrificato fra Cristoforo (in alcuni casi
tali sacrifici sono anche necessari), ma perché quelle esigenze non hanno un
contenuto universale, non sono esigenze di giustizia, di libertà, di
indipendenza nazionale, ma sono volgari esigenze di prestigio e di autorità.
Così Manzoni non si sdegna per le guerre in quanto tali, ma per le guerre
provocate da futili motivi, da equilibri di potenza, ai quali sono completamente
estranee le popolazioni che, con la morte e con la miseria, pagano il prezzo
degli interessi di casta dei gruppi dirigenti. Nella sua condanna non sono,
certo, compresi i patrioti che si battono per l’indipendenza e la libertà del
loro paese, o i popoli che si oppongono con le armi all’oppressione
straniera.Con questo spirito borghese Manzoni si pone anche di fronte al
problema delle masse popolari, rappresentando i tumulti provocati a Milano dal
rincaro del prezzo del pane: "La sera avanti questo giorno in cui Renzo arrivò a
Milano, le strade e le piazze brulicavano d’uomini, che trasportati da una
rabbia comune, predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si
riunivano in crocchi, senza essersi dati l’intesa quasi senza avvedersene, come
gocciole sparse sullo stesso pendio>> [cap. Xll]. Le masse, dunque, si
muovono e si organizzano sulla base di esigenze comuni (la rabbia per la fame a
cui sono condannate), sono dominate ("predominati") da un pensiero comune (porre
fine alla loro sofferenza) e si ritrovano così in modo spontaneo ("senza essersi
dati l’intesa"), quasi seguendo una legge di natura ("come gocciole sparse sullo
stesso pendio"). Esse non sono colpevoli, le loro esigenze sono giuste, ma in
esse predominano elementi irrazionali. Se Manzoni avesse scritto il suo romanzo
un secolo dopo, gli si sarebbe posto il problema di dare una consapevolezza alle
masse, cioè il problema del partito politico. L’irrazionalità della massa si
manifesta nel suo esaltarsi ai discorsi che qualcuno improvvisa, qualcuno che, a
sua volta, si esalta per l’esaltazione della folla. In tal modo è difficile
valutare le soluzioni razionali che quelle giuste esigenze richiederebbero,
perché il bisbiglio è confuso, i discorsi improvvisati, predomina la ripetizione
di parole e l’imitazione di gesti di altri e i concetti sono sempre gli stessi
("un piccolo numero di vocaboli>), senza svolgimento o approfondimento. A
questo si aggiunga che ad una folla così eccitata si mescolano di solito i
provocatori. Se la folla non è colpevole, colpevoli sono invece coloro che
vogliono approfittare, a proprio vantaggio, di quella esaltazione [...].Ma
l’aver insistito non solo sulla presenza, ma anche sui progetti miserabili di
questi profittatori è un’ulteriore conferma dell’atteggiamento di simpatia e di
comprensione del Manzoni verso la folla. Perché è proprio a quei provocatori che
si deve attribuire il passaggio dalle vociferazioni confuse alla violenza.
Violenza che non solo è immorale, ma è stupida. Non è saccheggiando i forni che
si risolve il problema della carestia: e ancor meno linciando il vicario di
provvisione. Ma anche nella rappresentazione dell’inizio degli atti violenti c’è
quasi una ricerca di attenuanti per la folla: il pane portato in casa ai ricchi,
mentre i poveri non possono neppure acquistarlo al negozio, la fragranza del
pane fresco che si diffonde fra gente affamata, il richiamo alle comuni ed
elementari necessità dell’uomo indipendentemente dalla sua condizione sociale
("Siam cristiani anche noi: dobbiamo mangiar pane anche noi>). La massa,
insomma, pur essendo spinta da esigenze giuste, pur rappresentando la
maggioranza e detenendo la forza reale, è inconsapevole e può essere conquistata
dall’uno o dall’altro gruppo cosciente. Sono appunto le élites, che, nel bene o
nel male, avendo un progetto ben chiaro e non lasciandosi trasportare dalle
facili passioni, cercano di indirizzarla. È quanto avviene sotto la casa del
vicario di provvisione [cap. X111], dove si svolge una coperta guerra fra i
fautori della violenza e coloro che, pur volendo giustizia (come Renzo)ripugnano
dal ricorso a simili metodi. Illuminante è il discorso di Renzo alla fine del
tumulto [cap. XIV]. Egli è stato contrario alla violenza, ha aiutato Ferrer a
liberare il vicario, ma non per questo non vuole giustizia e giudica inutile o
sbagliata la sommossa ("e giacché oggi s’è visto chiaro che, a farsi sentire,
s’ottiene quel ch’è giusto, bisogna andare avanti così"). Certo il suo discorso
è costruito sulla base delle esperienze personali. Nello sfondo delle sue
affermazioni generali si possono facilmente intravedere i momenti salienti della
sua storia: i bricconi che stanno un po’in campagna e un po’ a Milano (don
Rodrigo), i podestà che dovrebbero far rispettare la legge gli avvocati che
dovrebbero sostenere gli innocenti, la "grida" che egli ha visto, la lega che
unisce i bricconi (don Rodrigo, il podestà, Azzecca-garbugli), la delegazione a
Ferrer di cui Renzo stesso dovrebbe far parte per raccontargli le sue vicende.
Sbagliano, però, i critici che pensano che la presenza di un’esperienze
personale tolga valore generale al discorso. Le rivoluzioni scoppiano proprio
quando la somma di molte esperienze personali persuade i più che la situazione è
intollerabile e che la società va cambiata. Renzo fa una distinzione tra la lega
dei bricconi e i governanti (il re, Ferrer) e pone la necessità che il movimento
popolare serva di sostegno ai governanti per far applicare la legge. L’ingenuità
di Renzo ha fatto pensare a una posizione distaccata e paternalistica di
Manzoni, a un’ispirazione "moderata" dello stesso Manzoni o, ancora di più, a un
pessimismo mondano che reputa impossibile la realizzazione del progetto di Renzo
perché nel mondo non resta "che far torto o patirlo". La posizione ideologica,
in sostanza, sarebbe la stessa dell’Adelchi: solo che lì è disperazione e qui è
rassegnato sorriso.In questo caso, però, i critici non tengono presente che
Manzoni non poteva venir meno al suo assunto principale, il rispetto della
storia, attribuendo a Renzo idee e posizioni che non poteva avere all’inizio del
Seicento. Non tengono presente anche il fatto che la società criticata da
Manzoni non è un’entità metafisica, la società in quanto tale, ma una società
storicamente determinata, quella feudale, che viene criticata sulla base di idee
storicamente determinate, quelle della borghesia progressiva dell’inizio
dell’Ottocento. E la differenza fra l’Adelchi e I promessi sposi non consiste
nel passaggio fra la disperazione e la rassegnazione. Adelchi è ancora il
personaggio-protagonista l’eroe solitario, l’intellettuale isolato che sul piano
esistenziale contesta non solo la società, ma la vita stessa (e in questo è
simile a Leopardi). Nei Promessi sposi il personaggio-protagonista, l’eroe è
sparito e, al suo posto, compare una folla di gente semplice e oppressa, succube
dell’ingiustizia. In tal modo l’analisi della giustizia conculcata diviene assai
più precisa e argomentata, la denunzia delle classi dominanti e dei loro
privilegi diviene spietata, ma, d’altra parte, spostando l’attenzione
dall’individuo alla massa, alla disperazione subentra l’azione e la speranza in
un mondo più giusto che alberga nel cuore degli uomini. Adelchi può
rappresentare l’intellettuale isolato che, di fronte a un mondo ingiusto, è
sopraffatto dall’angoscia e magari si suicida; Renzo rappresenta il popolo che
non può permettersi il lusso di disperarsi e di sopprimersi e nutre fiducia che
le cose possano essere cambiate. Fiducia continuamente irrisa. Può darsi. Ma
attraverso cento e cento irrisioni il mondo è pure andato avanti. C’è da
osservare, infine, che Ferrer e il re, rappresentano per Renzo (e non poteva
essere diversamente per un contadino del Seicento) gli autori di leggi giuste
che vengono disattese per gli intrighi di combriccole interessate. Sostituite al
re la nascente borghesia e il suo nuovo e razionale progetto di ordinamento
della società e vedrete che Renzo sosterrebbe l’appoggio popolare alla
realizzazione di quel progetto contro gli ostacoli che potrebbero opporre gruppi
interessati. In sostanza Manzoni rifiuta la violenza (che attribuisce ai
provocatori), ma non rifiuta affatto l’intervento popolare (e in questo non è un
moderato): egli diffida, però, del movimento spontaneo (nel quale prevalgono
elementi irrazionali) e ritiene che la folla debba essere guidata da un élite
che ne interpreti le esigenze e indirizzi la sua forza verso obiettivi giusti:
la borghesia, appunto, che deve conquistare alla sua causa il consenso delle
classi popolari. Egli, insomma, non mitizza il popolo (come faranno altri
scrittori romantici): se il popolo si desta non è vero che Dio si metta alla sua
testa, ma alla sua testa deve mettersi un’avanguardia consapevole, ispirata da
un progetto politico chiaro e razionale.Manzoni vuole dunque che i cittadini
siano uguali di fronte alla legge, respinge la violenza privata ma anche il
processo sommario fondato su dicerie, su montature poliziesche, su confessioni
strappate con la tortura e non su prove certe. Manzoni vuole la abolizione dei
privilegi dei ceti non borghesi, quelli dei nobili e del clero, polemizza contro
la mondanizzazione della Chiesa e la trasformazione della religione in uno
strumento politico e vuole uno Stato non confessionale. Manzoni è persuaso che
esistano alcune leggi economiche universali (come quella della domanda e della
offerta), vuole un’economia di mercato fondata sulla libera concorrenza e sulla
libera contrattazione della forza-lavoro, vuole il trionfo della scienza su ogni
pratica superstiziosa.Per una società così ordinata gli uomini debbono agire.
Certo le loro azioni non sempre raggiungono gli scopi per cui sono compiute. Ma
questo non comporta, come ha voluto qualcuno, una sfiducia nell’agire umano:
comporta semplicemente la consapevolezza che le azioni degli uomini
s’intrecciano, si contrastano o si sostengono a vicenda e, di conseguenza, la
loro risultante non coincide con nessuna di esse. Ma tale risultante porta
sempre avanti l’umanità verso una società migliore. Per Manzoni, credente, essa
rappresenta il piano della Provvidenza che utilizza le azioni degli uomini per
lini che solo essa conosce: per altri, non credenti, quella risultante sarà
dovuta all’astuzia della Storia, o all’ineluttabilità del Progresso, o
all’invincibilità del Popolo, e così via. Corrisponde, cioè, a quella fiducia
nel trionfo della causa giusta che sorregge tutti i rivoluzionari, tutti gli
uomini che vogliono modificare la realtà esistente.E il piano della Provvidenza,
per Manzoni, tende all’affermazione della società borghese: è la Provvidenza che
consente a Napoleone di estendere a tutta l’Europa i principi della Rivoluzione
francese, è essa che ha favorito la formazione della nazione tedesca,
l’affermazione dei principi che rifiutano l’intervento straniero, la legge della
spada, e rivendicano per ogni nazione l’indipendenza e la libertà; è essa che
rende ineluttabile la formazione di una nazione italiana ("una d’arme, di
lingua, d’altare / di memorie, di sangue, di cor" ), è essa che nel lieto finale
dei Promessi sposi trasforma Renzo da operaio a imprenditore, simbolo della
nuova forza sociale destinata a trasformare il mondo.Qui la religione si
inserisce in modo organico nell’ideologia borghese del Manzoni. Non è la
religione ufficiale così come si è realizzata in un grande organismo mondano,
grande potenza economica e politica e, addirittura, padrona di un Stato (lo
Stato pontificio). Non è la religione che ha legato la sua fortuna mondana alla
classe dominante, ai nobili, a sostegno di un assetto sociale iniquo, caotico e
irrazionale. È una religione, invece, che dovrebbe utilizzare il suo grande
prestigio morale, la forza ideale dei grandi principi evangelici, per sostenere
la formazione della nuova società, nutrirla di un profondo senso di giustizia e
di fratellanza, ispirare la nuova classe dirigente a farsi liberatrice non solo
di se stessa ma di tutte le classi oppresse.Manzoni, cioè, comprende che l’unico
modo per collegare con la borghesia (e il moto risorgimentale da essa guidato)
le grandi masse della campagna è quello di realizzare un’alleanza con la Chiesa,
facendola divenire sostenitrice e non avversaria di quel movimento. [. . . ]In
Manzoni la religione non solo copre questa dimensione individuale, ma tende a
riportarla in un ambito sociale. Mi spiegherò con un esempio: quello
dell’innominato. La conversione di questo personaggio, coraggioso, altero,
dominatore, intollerante delle leggi dello Stato e della morale, così malvagio
da essere messo al bando del consorzio civile, non è un miracolo, né è
determinata da una sorta di illuminazione ricevuta dall’incontro con Lucia.
Lucia è solo la goccia che fa traboccare il vaso, il reagente che fa precipitare
gli elementi che già esistevano dentro di lui. L’innominato è solo. La sua è una
solitudine geografica, confinato com’è nel tetro castello che domina il
territorio circostante dall’alto di una vetta quasi inaccessibile, in un
paesaggio fatto di rocce, di dirupi, di abissi. È una solitudine sociale,
circondato com’è soltanto dai suoi sgherri, che piantonano le strade di accesso
e le sale del castello, controllando che nessuno entri armato (e lo stesso
innominato guarda prima le mani e poi il volto di don Rodrigo quando questi va a
trovarlo). È una solitudine psicologica. Ormai ha sessant’anni e l’avvenire è
vuoto. Da giovane non pensava al domani, perché aveva tutta una vita e mille
imprese da compiere davanti a se. Da giovane non pensava alla morte, perché essa
si presentava come una minaccia che veniva dall’esterno, da un avversario, da
una insidia che avrebbe dovuto controbattere con la sua forza, il suo coraggio,
la sua abilità. Ora la morte è entrata nel suo organismo, opera nelle sue
cellule, se la sente addosso come un fatto ineluttabile, contro il quale non si
può combattere.In questa situazione l’avvenire gli appare vuoto e il passato si
popola dei fantasmi di tutte le sue vittime: è il momento in cui l’uomo
avvicinandosi alla fine naturale dell’esistenza fa un bilancio della propria
vita. E il bilancio dell’innominato è spaventoso. Di qui la disperazione che lo
porta sull’orlo del suicidio, ma di qui anche il nascere dell’immagine di Dio e
di una vita ultraterrena nella quale egli dovrebbe ugualmente rendere Colato del
suo passato. Di qui, soprattutto, l’intuizione che il vuoto del suo avvenire
potrebbe essere riempito in un modo solo: vivendo non per se, ma per gli altri,
che la sua disperazione individuale potrebbe essere risolta in un ambito
sociale. Per questo la frase di Lucia: "Dio perdona tante cose per un’opera di
misericordia", finisce per avere un valore determinante. E non è un caso che
delle grandi virtù cristiane, se quelle consolatorie (la fede e la speranza)
hanno certamente un posto nella concezione manzoniana, quella che prevale
nettamente è la virtù attiva, la carità, intesa come dedizione agli altri, al
prossimo, a tutti gli uomini considerati come fratelli (la "fratellanza" che con
la libertà e l’uguaglianza costituiva la grande triade ideale della Rivoluzione
francese).Il passaggio, quindi, dalla dimensione sociale, a quella esistenziale
non è un arretramento, come ha creduto qualcuno (compiuto in funzione di uno
scopo edificante). In primo luogo perché sono due dimensioni realmente
esistenti, alle quali l’uomo non si può sottrarre: voglio dire che l’uomo non
può eludere i rapporti sociali che lo legano alla realtà, ma non può nemmeno
sfuggire ai problemi della felicità e del destino individuali, del dolore,
dell’amore, della morte, che nessuna società, per quanto bene ordinata, può
eliminare. In secondo luogo perché Manzoni indica come unica possibile soluzione
anche a questi problemi (nei limiti consentiti dalla nostra natura), una
soluzione sociale, la dedizione agli altri.Infine, per concludere questa
ricostruzione della struttura ideologica che caratterizza Manzoni e determina la
scelta dell’argomento del romanzo e la sua trattazione bisognerà fare un cenno
alla situazione storica di quel periodo e alla passione civile del nostro
scrittore. L’ideazione del romanzo coincide con quel momento della storia
politica e sociale dell’Italia che vede i gruppi di patrioti uniti
nell’aspirazione all’unità e all’indipendenza, senza che le divisioni fra
cattolico-liberali, liberali e partito di azione (divisioni inevitabili quando
il problema supererà la fase di semplice aspirazione e diventerà concreta
prospettiva politica), fossero ancora tanto nette da caratterizzare in modo
rigido i diversi gruppi e i diversi programmi. Dire che Manzoni è un
cattolicoliberale significa proiettare sul Manzoni degli anni venti una
classificazione politica che potrà essere giusta per lui (e per molti altri
patrioti) almeno dieci anni più tardi. Significa, cioè, falsare gli
atteggiamenti politici del Manzoni nel momento in cui creava i suoi capolavori e
volersi nascondere che, allora, le sue posizioni politiche coincidevano con
quelle del "Conciliatore", con quelle dei martiri del ‘21, con quelle cioè più
attivamente rivoluzionarie che operassero in Italia. Esse comportavano che
l’unità e l’indipendenza d’Italia non potevano essere un dono degli stranieri,
ma dovevano essere duramente conquistate, con la lotta, dagli stessi italiani:
comportavano, cioè, una maggiore fiducia nel popolo italiano e una più chiara
visione del problema nazionale. Siffatta posizione ideale è in perfetta
consonanza con le esigenze, allora per la prima volta concretamente prospettate,
dell’unità territoriale e politica dell’Italia, esigenze particolarmente sentite
dai ceti borghesi e, in particolare, da quelli più avanzati e moderni della
Lombardia. Proprio quando Manzoni si ritirò nella villa di Brusuglio si era
conclusa con la persecuzione e con l’arresto, l’attività del nucleo di
intellettuali che aveva dato vita qualche anno prima al "Conciliatore". Gli
amici di Alessandro erano stati gettati nelle carceri austriache da cui
usciranno solo molti anni dopo (o non usciranno più): lo stesso Alessandro aveva
temuto di essere coinvolto negli arresti. Qualche settimana prima si era anche
conclusa quell’impresa che aveva ispirate le strofe appassionate dalla sua ode,
Marzo 1821. La meditazione su un periodo particolarmente triste della nostra
storia (quello della dominazione spagnola), la rappresentazione dell’inerzia e
dell’insipienza della classe dirigente, la necessità della fiducia e della
speranza, che egli adombrava nella vicenda del romanzo, doveva apparirgli come
la continuazione su un altro terreno dell’impegno e della lotta dei suoi amici.
Insomma, la connotazione ideologica più profonda del Manzoni, il denominatore
comune che unifica le sue esperienze culturali e i suoi orientamenti ideali, è
quella di essere un intellettuale "organico" della borghesia lombarda nel
periodo della Restaurazione, vale a dire della classe sociale più progressiva in
quel periodo storico, nella regione italiana nella quale essa si era sviluppata
con maggiore ampiezza e con caratteristiche autonome. Questo è il complesso
intreccio di ragioni che sorreggono l’ispirazione ideale del romanzo.
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