La ricerca di un proprio linguaggio narrativo non si presentava all’autore
dei Promessi sposi sotto il segno dell’astrazione. Non si trattava di inventare,
o, in senso più concreto, liberare una forma di linguaggio di predeteminata
struttura letteraria, bensì di entrare in possesso di una vastissima gamma di
possibilità espressive che consentissero la piena assunzione in poesia delle
varie "occasioni" narrative. Ad esempio: il paesaggio, oppure il ritratto
psicologico, o anche la vicenda storica. Per il paesaggio il Manzoni ha bisogno
di un linguaggio altamente liricizzato, ma di un lirismo segreto e quasi
spezzato da continue inframettenze analitiche ("la luna, in un canto, pallida e
senza raggio, pure spiccava nel campo immenso d’un bigio ceruleo, che, giù giù
verso l’oriente, s’andava sfumando leggermente in un giallo roseo", dirà
presentando agli occhi di Renzo il cielo di Lombardia [cap. XVII]); e le minute
cose descritte con così riposata cura vibreranno di un rattenuto lirismo che a
tratti si scopre purissimo. Nel ritratto psicologico il linguaggio si "slirica"
del tutto, accogliendo una tonalità fondamentalmente riflessiva e intima, la
quale vuole di proposito tenersi lontana da ogni inflessione appena appena
realistica; la parola di questo linguaggio tradirà l’equidistanza tra lirismo e
realismo, tra termini di limpida natura poetico-letteraria e vocaboli
caratterizzati ("Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno in impegno, di
sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva
all’animo consapevole e nuovo, separata da’ sentimenti che l’avevan fatta volere
e commettere; ricompariva con una mostruosità che que’ sentimenti non avevano
allora lasciato scorgere in essa" [cap. XXI]); e la complessa impostazione
morale dell’innominato conoscerà una sua forma di comunicativa col lettore
attraverso una misurata utilizzazione di termini introspettivamente
caratteristici e di immagini assai più morali che visive.
Per converso, la narrazione storica è sorretta da un’esperienza formale di
tipo classicistico, ma in quell’austera vibrazione moralistica e in quel sereno
vigore espositivo e critico che nascevano dalla famigliarità con le opere della
storiografia antica e dal lungo lavoro di preparazione alle tragedie se ne
origina un inconfondibile timbro narrativo, sottilmente emozionato: "Ma due
fatti, l’uno di cieca e indisciplinata paura, l’altro di non so quale cattività,
furon quelli che convertirono quel sospetto indeterminato
d’un attentato possibile, in sospetto, e per molti in certezza, d’un
attentato positivo, e d’una trama reale. Alcuni, ai quali era parso di vedere,
la sera del 17 di maggio, persone in duomo andare ungendo un assito... " [cap.
XXXI].
Il linguaggio dei Promessi sposi è, dunque, piuttosto un coro, un concerto di
linguaggi, e le leggi d’armonia che regolano un siffatto contrappunto
stilistico, vengono spesso ricondotte in una dimensione modesta per tramite di
quei "cantucci", di quelle pause discrete e sorridenti, di quegli ironici
incisi, che graduano il passaggio da una tonalità stilistica all’altra in modo
da evitare eccessi e sfasature. Questa sapiente graduazione di tonalità è
soprattutto necessaria al Manzoni in quei momenti del romanzo dove si
fronteggiano situazioni e personaggi diversissimi (ad esempio nel cap. XX111,
allorché si trovano nella stessa stanza tre uomini, tre mondi, diversi come il
cardinale l’innominato e don Abbondio; o nel cap. XIII, la scena della sommossa,
ricca di elementi così vari, dal tragico al pittoresco, allo scherzoso, al
meditativo), ma è sempre in opera nel dialogo. Studiare il dialogo è, quindi,
occasione peculiare per conoscere tutta la compagine stilistica dei Promessi
sposi, e conoscerla non in stasi ma in movimento. E se nel dialogo,
necessariamente, l’elemento realistico e mimetico è in primaria posizione, il
vario atteggiarsi delle intonazioni dialogiche (staremmo per dire l’urtare e il
fondersi di tutte le voci) ci farà conoscere quante altre intenzioni espressive,
oltre a quella del realismo, concorrano a formare il linguaggio del dialogo. E
quando il dialogo è con se stesso, è monologo, è riflessione rapidissima ("-
Ahi! - pensò il provinciale, e disse... " [cap. XIX]) o molto elaborata, allora
il dialogo manzoniano unisce alla perspicua proprietà illustrativa o
caratterizzante del personaggio anche una funzione di pausa di smorzatura e
perfino di risoluzione del tono poetico del racconto.
Vediamo in concreto come si presentino e a quale diversa soluzione stilistica
diano luogo le varie forme del dialogo. Una primaria distinzione è operabile sul
fondamento letterario d’esso, a seconda che lo scrittore abbia necessità di
adoperare una forma discorsiva di sapore popolaresco o di elevato intendimento
(la parola di Renzo o quella di Federigo), o un tono dialogico intermedio che
non ignori una qualche pretensione oratoria ma più prediliga gli andamenti
modesti e familiari della conversazione. ne è esempio peculiare la mobilissima
varietà dei discorsi di padre Cristoforo. Ma l’esatto sceveramento critico di
queste differenti forme del parlare e del monologare è realizzabile soltanto
dopo che si siano comprese le molteplici funzioni che il dialogo può avere
rispetto al tono narrativo generale del romanzo. E infatti prima che come
sostanza e aspetto letterario in se, il dialogo è da valutarsi nelle sue
relazioni col resto del racconto (anche il dialogo è racconto), e cioè come
componente dello stile di tutto il romanzo.
Il segno del linguaggio "corale" è dato dalla stessa varietà di accenti e di
rispondenze all’interno di un dialogo. Assai più che il discorso indiretto o la
riflessione moralistico-psicologica, il dialogo assorbe immediatamente le
sfumature di uno stato d’animo o di una situazione narrativa; lo scrittore nel
discorso indiretto opera una sorta di livellamento "tonale" in conformità di un
suo modo quasi costante di riferire, mentre nel discorso diretto deve porre in
movimento la più ampia gamma di variazioni, ricorrendo alle proposizioni
interrogative, alle battute di sospensione, alle esclamazioni, ai mutamenti
bruschi di ragionamento. Il dialogo è sempre tentativo di creare dal vero una
vicenda narrativa; nel Manzoni questa esigenza è sentita in una misura che pochi
romanzieri dell’Ottocento avvertirono e realizzarono. Tutte le sue
preoccupazioni linguistiche, l’estrema sensibilità nel rendere un caso morale,
il gusto finissimo dell’ambiente secentesco o popolare, contribuirono a rendere
l’impegno dialogico del Manzoni attentissimo e costante. E per tal fatto si può
affermare, senza ombra di dubbio, che soprattutto nel dialogo è dato al critico
di studiare le interne venature della prosa manzoniana e il consapevole impegno
di pluralità stilistica.
È nell’ordine naturale della narrazione che si oppongano due o più modi di
conversazione allorché sono di scena personaggi diversi: il linguaggio disadorno
e banale di don Abbondio dinanzi alla parola eloquentemente calibrata del
cardinale; la contadinesca pesantezza delle espressioni di Renzo adirato dinanzi
al commosso e grave incedere oratorio di padre Cristoforo; I’efficacissimo
concertato delle voci della folla a riscontro delle sagge considerazioni nei
monologhi di Renzo e del duetto bilinguistico tra il cancelliere e il vicario2.
Frutto, invece, di una rara scelta di soluzioni dialogiche è il procedimento
interno, la "storia" dei discorsi di uno stesso personaggio, oppure la presenza
di diverse forme di elocuzione nelle parole di chi solitamente conversa in modo
uniforme.
Esempio cospicuo di una forma di discorso che segue fedelmente le tappe di un
procedimento psicologico-spirituale, è offerto dall’innominato [...].
Il processo elaborativo dell’eloquio di un personaggio non è il solo elemento
atto a chiarire la costituzione complessa e in continua elaborazione della prosa
manzoniana. La varietà delle soluzioni formali è in concreto divenire per ogni
momento narrativo di particolare importanza. Il dialogo registra fedelmente
l’impegno dello scrittore a variare il tono del discorso mutando lo stato
d’animo, la situazione psicologica del singolo personaggio. E quindi alla
mutevolezza di un carattere risponderà il tipo di locuzione più varia, se pur
nei limiti imposti di necessità al modo di parlare di un personaggio che può
essere montanaro come Renzo, piccolo-borghese di provincia come il sarto,
aristocratico e dotto come il cardinale, soldatesco come l’innominato. E il più
mutevole tra questi, Renzo, esprimendo a volte il linguaggio dell’ira, a volte
quello della pietà, dell’affetto, della fiducia, della furbizia popolana,
dell’ingenuità contadina, offrirà alla nostra analisi il terreno più propizio.
Beninteso, non perché via via parli mosso dall’ira o dalla compassione o da
altri sentimenti Renzo offre a noi un tipo di locuzione composita (in tal senso
diverrebbe eterogenea la parlata d’ogni personaggio, perché di ciascuno
conosciamo momenti psicologia diversi); ma perché Renzo si sforza sempre di
adeguare il suo modo di discorrere all’antagonista dialogico che ha dinanzi, e i
tanti sentimenti che lo muovono, fanno cadere nell’ironia o nella espressione
popolaresca le parole che egli pronuncia fuori di se (nella orazion picciola ai
camerati di sommossa negli incontri sempre altamente emotivi col padre
Cristoforo, nella sconnessa chiacchierata d’ubbriaco all’osteria della luna
piena, negli infastiditi e variabilissimi colloqui con don Abbondio). Renzo è un
uomo schietto e ha il linguaggio dell’uomo schietto, ma c’è sempre nel Manzoni
una specie di controcanto a Renzo, più spesso espresso nelle didascalie
moralistiche, ma talvolta nelle parole stesse di Renzo. Le quali, proprio nel
momento che filano via più spedite, contengono un sovrasenso beffardo che fa
mutare il loro corso, fa dire a Renzo più di quanto le espressioni non
significhino.
Il dialogato di Renzo è, dunque, a più esiti stilistici. Come sempre la
pluriespressività di questa parlata accompagna il sovrapporsi e confondersi di
contrastanti sentimenti nel personaggio. Mentre l’occhio del Manzoni è
attentissimo a registrare ogni mossa, ogni gesto, ogni cambiamento di umore del
suo protagonista, l’orecchio il contemporaneo mutare di tono di quei discorsi.
Il sottofondo ironico mediante il quale l’autore si sostituisce al suo
personaggio, o la precisa scelta delle locuzioni proverbiali o l’efficace mimica
verbale, o lo scherzoso ricorso a termini e modi di dire dei
<<signori>> (come direbbe Agnese con la sua "dottrina su’ cervelli
de’ signori" [cap. X]), sono tutti espedienti abilissimi che consentono al
Manzoni, con una straordinaria esperienza di modulazioni lessicali e di ritmo
narrativo, di mutare il singolo aspetto del carattere di Renzo. Da Fermo e Lucia
ai Promessi sposi del 1840 si nota un impegno specifico volto a vivificare il
discorso del protagonista con l’espressiva rudezza delle sue esplosioni; ma
questa sarebbe un’istanza comune a tutta la ricostruzione dialogica dei
personaggi dal 1821 in poi, mentre per Renzo il Manzoni studia, come farà anche
per don Abbondio, la gamma più ampia possibile delle innovazioni formali; il
dialogato del Tramaglino e quello del suo curato rappresentano una delle
maggiori invenzioni letterarie dell’autore, in quegli anni di revisione. E
questo intento, si vuoi ripetere, è proprio volto ad arricchire con una notevole
serie di uscite la parlata del montanaro.
L’esempio più cospicuo è sempre offerto dai due interventi oratori di Renzo,
dapprima nel crocchio dei dimostranti, poi all’osteria [cap. XIV]. In entrambi
gli episodi Renzo ha dinanzi a se la folla anonima e pittoresca, nella quale
spiccano ma non si isolano il falso spadaio e l’oste. La folla in Fermo e Lucia
parlava male e poco, sì che il Manzoni nel primo episodio sentì il bisogno di
volgere il discorso indiretto ("altri, sghignando, assicurava che non gli
sarebbe fatto male, e che il lupo non mangia della carne di lupo") in discorso
diretto: "chi, sghignazzando, diceva: non abbiate paura, che non l’ammazzeranno:
il lupo non mangia la carne del lupo"; e nell’altro episodio creò l’affresco
corale degli avventori, i quali in Fermo e Lucia non parlavano [...].
Può sembrare elemento insignificante, sarà forse un fatto accessorio alla
tenuta espressiva del dialogo e alla faticosa preparazione del Manzoni per
conquistarlo, ma è certo che le sospensioni, gli spezzamenti, le frammentate
inversioni ritmiche (sovente ottenute coi soli puntini sospensivi), mancano o
sono rarissimi in Fermo e Lucia, mentre nei Promessi sposi, a cominciare dai
balbettamenti del terrorizzato don Abbondio, nel primo capitolo, costituiscono
un accorgimento d’uso frequente; vi si aggiungano le ripetizioni delle parole, a
significare un violento turbamento del personaggio, o, cosa ancora più
interessante, a rappresentare la difficoltà di questi a condurre un discorso
filato quale si desidererebbe in presenza d’altro e assai più ragguardevole
personaggio (Renzo si trova spesso in queste circostanze). Ma un siffatto
espediente raggiunge una suprema finezza d’ironia quando è volto, con tutte le
sue contorsioni sintattiche e inversioni di ritmo, a colorire dall’interno un
personaggio estremamente compiaciuto del suo scaltro, ambiguo, tortuoso e
finissimo eloquio: il conte zio [capp. XVIII e XIX]. Il volpone del Consiglio
segreto, più intenzionato a conservarsi la fama d’un furbissimo diplomatico che
veramente interessato ‘alle cose che compie, discorre a scatti, calcando il
tempo sulle lunghe ed eloquenti pause, alludendo più che ragionando, accennando
più che raccontando. Il tutto si accompagna a quegli astutissimi soffi, che
dicono ponderatezza, dominio di se, tempismo, acutezza investigativa, e
soprattutto infastidita seccaggine di dover impegnare un così grande talento
d’uomo politico per un’impresa davvero di pochissimo conto: far trasferire di
convento un frate dalla testa calda.
Nella costruzione della parlata del conte zio il Manzoni ha compiuto uno dei
suoi capolavori di satira "dialogica". Nessuna delle grandi esperienze del verbo
potranno sfuggire all’implacabile estro ironico manzoniano: la parodia del
linguaggio avvocatesco (il dottor Azzecca-garbugli), la parodia del linguaggio
politico (il conte zio), del linguaggio fratesco (Galdino), di quello
contadinesco (Renzo), di quello delle comari (Agnese, Perpetua, e, in una sfera
superiore, Prassede), dei letterati (don Ferrante), dei burocrati (il Podestà),
persino dei commercianti (il mercante nell’osteria di Gorgonzola), dei teppisti
(i monatti), dei soldati (il capitano di giustizia). Il romanzo è così
stracarico di questo divertissement4 parodistico del dialogo, che ad un certo
momento il Manzoni avverte la necessità di alleggerirne la tensione [...].
Il risultato parodistico è sempre conseguito dal Manzoni mediante un’accorta
distribuzione di termini tipici. Egli non ha bisogno di creare parole o
"famiglie di parole", modificando la struttura di epiteti usuali, storpiandone i
suoni, alterando la struttura sintattica. Renzo non dice strafalcioni, don
Ferrante non conia bizzarre serie di parole, i monatti non ricorrono al gergo
della malavita. [...] L’impegno linguistico dello scrittore espunge quel tanto
di volutamente gergale e fantasioso era stato adoperato per la stesura di Fermo
e Lucia, oltreché sradicare coscienziosamente tutte le sopravvivenze dialettali.
Qualche esempio di creazione cosciente (il più evidente è il latinorum di Renzo)
non nasce da bizzarria macaronica5; è, oserei dire, segno d’attenzione di don
Lisander6 ad un modo di dire popolaresco, anche se noi non possediamo, ch’io
sappia, esempi in lingua precedenti i Promessi sposi.
Il Manzoni osserva, non inventa. L’ideale di lingua che egli possiede, è
austero e castigato: non comporta stranezze. Le parole non ristagnano in un nero
inesplorabile gorgo, ma scorrono garbatamente, generando un’impressione di
semplicità e bonomia. Inoltre il Manzoni non prova attrattiva per talune
eccitazioni espressive, quali, ad esempio, la ripetizione della stessa immagine
in forme sempre diverse e più complesse, il galoppo sfrenato
dell’aggettivazione, i virtuosismi onomatopeici7, le enumerazioni di termini che
si urtano tra loro e si rilanciano. Se un tale capriccio fosse nei suoi gusti di
stilista, lo noteremmo soprattutto nei dialoghi, data la struttura del romanzo
che procede a largo ritmo espositivo, rattenuto a tratti da minuziose analisi di
paesaggi o da ampi affreschi psicologici o da complesse rievocazioni di fatti
storici. Per la sua stessa vitalità realistica il dialogo è, in astratto almeno,
il luogo di maggiore raccolta delle variazioni ritmiche e stilistiche; ma nella
disamina del dialogo dei Promessi sposi, tra il tanto materiale estraibile dal
luogo di raccolta, mancheranno gli esempi di virtuosismo e di proteismo8
formalistico sbizzarriti in eccentricità e in creazioni lessicali fuori della
realtà della lingua.
Si aggiunga un altro elemento di critica: il gusto parodistico del Manzoni
non è mai fine a se stesso, se non nella compiaciuta performances
dell’introduzione ("L’Historia si può veramente definire una guerra illustre
contro il tempo..."; e quanto gli erano costate quelle due paginette di satira
antisecentista, si veda osservando il testo di Fermo e Lucia), e forse negli
sproloquii di don Ferrante, donde la ragione di quella severità censoria. La
parodia è condizionata dall’esigenza dell’analisi introspettiva. Se è beffato il
linguaggio "politico" del conte zio, non è per colpire un’astratta imperfezione
degli uomini (di quegli uomini politici!), ma per meglio inquadrare la figura
morale del personaggio. Parodia, dunque, al servizio di un motivo etico, di una
necessità di costume. Ovunque, discreto e amabile quanto si voglia, il moralismo
manzoniano fa capolino e afferra le redini del racconto.