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Lo Spazio - Dalla scoperta dell'espansione dell'universo ai buchi neri
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Introduzione
A un osservatore ingenuo il cielo non appare particolarmente lontano: i
Greci antichi, ad esempio, credevano che posasse sulle spalle di
Atlante. Così quando Ercole nella sua undicesima fatica dovette
sostituire Atlante nel compito di reggere la volta celeste si limitò a
salire su un monte.
Diverso è l’approccio dei ricercatori e già quelli antichi
ebbero delle cognizioni più precise dell’universo. Innanzitutto si
accorsero che alcune stelle erano apparentemente fisse, infatti nella
Bibbia il cielo venne definito firmamento, parola che ha la stessa
radice della parola latina firmus, fisso. Altri punti luminosi, invece,
che apparivano in movimento nell’arco celeste, furono chiamati pianeti
da una parola greca che significa erranti. I primi tentativi di
misurazioni astronomiche risalgono al III secolo a. C., ma da allora
molta strada è stata fatta nella conoscenza dell’universo e oggi gli
scienziati si confrontano sull’ipotesi che esso sia chiuso o aperto,
non più sul fatto, ormai acquisito, che le sue dimensioni siano
infinite.
Le dimensioni dell’universo
Le prime misurazioni
Nel 240 a.C. circa, Eratostene
di Cirene, direttore della biblioteca di Alessandria in Egitto, cercò
per primo di misurare il diametro e la circonferenza della sfera
terrestre.
Egli giunse all’ipotesi della sfericità della Terra
semplicemente constatando la differenza della posizione del Sole nello
stesso giorno (il 21 giugno) a Siene e circa 800 chilometri più a nord
in Alessandria: infatti il Sole si presenta allo zenit sulla prima
città a mezzogiorno di quella data, ma non fa altrettanto sulla seconda
nello stesso momento. Conoscendo la distanza tra le due città e
misurando la lunghezza delle ombre ad Alessandria nel giorno del
solstizio, Eratostene calcolò la lunghezza del diametro e della
circonferenza della Terra. Stimò il primo lungo circa 13 mila
chilometri e la seconda all’incirca 40 mila chilometri: si trattava in
realtà di valori numerici quasi esatti, ma essi non vennero accettati.
Fu considerata più credibile la stima di Posidonio di Apamea che verso
il 100 a.C. valutò la circonferenza terrestre solo 29 mila chilometri.
Fu questo valore che Colombo prese in considerazione per
progettare il suo viaggio: egli pensava che con una navigazione di poco
meno di 5 mila chilometri verso ovest sarebbe arrivato in Asia. Solo
grazie a Magellano e al suo tentativo riuscito, pur tra mille
peripezie, di circumnavigare il globo ci si accorse che i valori
calcolati da Eratostene erano più attendibili.
I Greci antichi, però, si erano esercitati anche nella misurazione della distanza del Sole e della Luna.
Aristarco di Samo tentò di determinare la distanza Terra-Sole
con un metodo scientificamente corretto, ma che richiedeva la misura di
ampiezze angolari troppo piccole per gli strumenti tecnici e
concettuali di quei tempi (la metà del III sec. a.C.): egli giunse alla
conclusione che la distanza del Sole fosse circa venti volte quelle
della Luna (mentre in realtà è pari a circa 400 volte).
Ipotizzò che il Sole fosse sette volte più grande della Terra
e per questo fece notare come fosse illogico pensare che un corpo più
grande girasse attorno ad uno più piccolo: formulò, perciò, l’ipotesi
eliocentrica che fu rigettata da tutto il mondo scientifico fino alla
metà circa del 1500, quando Niccolò Copernico pubblicò il suo libro De
revolutionibus orbium coelestium.
Ancora nella Grecia antica, utilizzando i suggerimenti di
Aristarco, circa un secolo più tardi, Ipparco di Nicea calcolò la
distanza della Luna in base al diametro terrestre: partendo dal valore
determinato da Aristarco, stimò che la Luna dovesse trovarsi a circa
390 mila chilometri dalla Terra.
Anche questo valore, come i precedenti di Aristarco, risulta quasi corretto.
Le misurazioni del sistema solareCon l’avvento
dell’astronomia copernicana riprese l’interesse per le misurazioni
delle distanze dei diversi corpi celesti, ma lo stesso Niccolò
Copernico si limitò ad adottare il valore della distanza Luna-Terra
determinato dai Greci nell’antichità e non ebbe la possibilità di
calcolare la distanza del Sole.
Fu solo nel 1650 che l’astronomo belga Wendelin, ripetendo le
osservazioni di Aristarco con strumenti più avanzati, arrivò alla
conclusione che la distanza del Sole era molto maggiore di quella
stimata nell’antichità. Egli valutò quella distanza circa 96 milioni di
chilometri: la stima era ancora inferiore alla realtà, ma molto più
vicina al vero di tutte le precedenti.
Con la scoperta fatta da Keplero che le orbite dei pianeti
sono ellittiche e non circolari, come si credeva in precedenza, si poté
tracciare una mappa in scala del sistema solare: sarebbe stato
sufficiente calcolare la distanza tra due pianeti qualsiasi per
determinare poi tutte le altre.
Il metodo utilizzato per queste misurazioni fu quello basato
sulla parallasse. Per capire in che cosa consiste questo metodo, si può
guardare prima con un occhio e poi con l’altro un oggetto posto a una
decina di centimetri di distanza così da vederlo in due posizioni
diverse, spostate rispetto allo sfondo. Se ci si allontana dall’oggetto
di qualche passo e si ripete l’osservazione, si può notare che la
differenza di spostamento si riduce: l’ampiezza dello spostamento
rispetto allo sfondo fisso può essere utilizzata per determinare la
distanza dell’oggetto.
Più l’oggetto si allontana dalla vostra vista, maggiore deve
essere la differenza dei punti di vista: non basterà più guardarlo con
un occhio alla volta, ma bisognerà spostarsi lungo una linea di base.
Così guardando la Luna da un punto sulla Terra e ripetendo
l’osservazione nello stesso istante dal punto diametralmente opposto,
si ha una linea di base di circa 12 800 chilometri. L’angolo di
parallasse che si ottiene, diviso per due, si chiama parallasse
geocentrica.
Il cambiamento di posizione di un corpo celeste rispetto al
firmamento viene misurato in gradi e in sottomultipli di grado (minuti
e secondi).
Usando la trigonometria e la tecnica della parallasse, gli
astronomi del XVII secolo cercarono di determinare le distanze interne
al sistema solare, ma per farlo dovettero ricorrere al telescopio
galileiano. Così nel 1673 Gian Domenico Cassini misurò la parallasse di
Marte e determinò le dimensioni del sistema solare. Egli stimò la
distanza Terra-Sole 138 milioni di chilometri, mentre il valore medio
attualmente accettato è 149,6 milioni di chilometri.
Questo valore costituisce l’unità astronomica (UA): Saturno dista 9,54 UA dal Sole, mentre Plutone arriva a 79 UA.
La distanza delle stelle
Agli inizi del 1700
l’astronomo inglese Edmund Halley, lavorando al telescopio, osservò
come le stelle più brillanti - Sirio, Procione e Arturo - non si
trovavano esattamente nella stessa posizione individuata dagli antichi
Greci. Egli giunse così alla conclusione che le stelle non sono fisse
nel firmamento, ma si muovono liberamente: il loro movimento appare
lentissimo per l’enorme distanza. La potenza dei telescopi del XVIII
sec. non era tale, però, da permettere di determinare la distanza delle
stelle.
Solo negli anni Trenta del XIX sec. l’astronomo tedesco F. W.
Bessel riuscì con strumenti più avanzati a determinare la parallasse di
una piccola stella chiamata 61 Cygni, appartenente appunto alla
costellazione del Cigno: 0,31 secondi, all’incirca la larghezza di una
moneta vista da una distanza di 16 chilometri.
Questa parallasse permetteva di stimare la distanza della
piccola stella in circa 100 trilioni, cioè cento mila miliardi di
chilometri: 9000 volte l’ampiezza del sistema solare.
Distanze astronomiche di questa grandezza richiedevano
necessariamente nuove unità di misura: gli scienziati scelsero l’anno
luce: la distanza percorsa in un anno dalla luce che si propaga ad una
velocità di 300 mila chilometri al secondo. In un anno la luce è in
grado di percorrere 9,46 trilioni di chilometri: così si può dire che
la 61 Cygni è distante circa 11 anni luce dalla Terra.
Nello stesso fatidico anno, il 1838, l’astronomo inglese
Thomas Henderson calcolò la distanza della stella Alpha Centauri: una
stella dell’emisfero australe, terza per luminosità. Essa dista solo
(!) 4,3 anni luce ed è la più vicina al nostro sistema solare. Due anni
più tardi F.W. von Struve stimò la distanza di Vega, la quarta stella
per luminosità, in circa 27 anni luce.
Così all’inizio del XX sec. erano all’incirca settanta le
stelle delle quali si conosceva la distanza, tra le seimila che sono
visibili ad occhio nudo.
Le dimensioni della galassia
La Via Lattea, i tentativi di misurazione
Nel
1785 l’astronomo inglese William Herschel ipotizzò che le stelle
fossero raggruppate in modo da formare una sorte di lente: infatti se
si guarda il cielo in direzione della Via Lattea si nota un gran numero
di stelle, mentre in direzione perpendicolare ad essa le stelle sono
relativamente poche.
Herschel ne dedusse che le stelle formassero un sistema che
oggi è chiamato galassia: l’etimo greco di questa parola è un sinonimo
di Via Lattea. L’astronomo stimò il numero delle stelle della nostra
galassia in circa 100 milioni e l’ampiezza della galassia in 1300 anni
luce di spessore e 7500 di diametro.
All’inizio del XX sec. Kapteyn, scienziato olandese, stimò,
ancora per difetto, in 6000 anni luce lo spessore e in 23 mila anni
luce il diametro della galassia.
Oggi si sa che il diametro della nostra galassia è di circa
100 mila anni luce e che lo spessore della lente che idealmente
racchiude 200-300 miliardi di stelle è di quasi 20 mila anni luce: si
sa anche che questa forma lenticolare si assottiglia verso l’esterno.
All’altezza del nostro sistema solare si riduce a circa 3000 anni luce.
La misurazione della luminosità delle stelle
Le
stime più precise delle dimensioni della nostra galassia sono state
possibili grazie allo studio della luminosità delle stelle e, in
particolare, di quelle a luminosità variabile, dette variabili cefeidi
dal nome di una di esse, la Delta Cephei.
Nel 1912 l’astronoma statunitense Henrietta Leavitt studiando
la più piccola delle nubi di Magellano, un sistema stellare visibile
dall’emisfero australe, scoprì venticinque cefeidi: notò con sorpresa
che, al contrario di quanto accade per quelle più vicine a noi, la
luminosità cresceva all’aumentare del periodo. Data l’enorme distanza
pensò di poter considerare la luminosità (o magnitudine) apparente -
quella percepita dalla Terra - come un’approssimazione accettabile
della luminosità reale: costruì così una curva periodo-luminosità che,
nell’ipotesi ragionevole che tutte le cefeidi si comportino come quelle
della piccola nube di Magellano, permetteva di determinare le distanze
almeno fin dove i telescopi consentivano di distinguere una cefeide.
La distanza delle nubi di Magellano risultò superiore ai cento
mila anni luce: rispettivamente la grande nube 150 mila anni luce e la
piccola 170 mila.
Così negli anni Venti del Novecento l’universo conosciuto
aveva un diametro inferiore ai 200 mila anni luce ed era formato dalla
nostra galassia e dalle sue due vicine, le nubi di Magellano.
Lo studio delle galassie
Ma gli scienziati si
chiesero se ci fosse qualcos’altro nello spazio cosmico oltre quanto si
era riusciti a vedere fino ad allora: in particolare cercarono di
capire la natura di certe piccole macchie di nebbia luminosa , le
nebulose, che il francese Messier aveva catalogato alla fine del XVIII
sec. A metà dell’Ottocento l’astronomo inglese Parsons osservò che le
nebulose avevano una struttura a spirale: la più famosa è quella di
Andromeda.
Finalmente nel 1924, grazie a un potentissimo telescopio dal
monte Wilson in California, E. P. Hubble individuò alcune stelle nella
periferia della nebulosa di Andromeda. Si capì così che quest’ultima
era un’altra galassia. Oggi essa è nota col nome M31, dall’iniziale di
Messier: contiene oltre 100 miliardi di stelle distribuite in un enorme
disco appiattito con un diametro di circa 100 mila anni luce e si trova
a 2,5 milioni di anni luce dalla Terra.
Anche altre nebulose risultarono essere galassie più lontane
di quella di Andromeda: l’universo era molto più vasto di quanto si
fosse mai immaginato.
La nostra galassia e quella di Andromeda (nostra vicina) sono
esempi di galassie a spirale; esistono, però, anche galassie ellittiche
con una struttura interna abbastanza uniforme.
Secondo una distinzione introdotta negli anni Quaranta del
Novecento dall’astronomo statunitense di origine tedesca Walter Baade,
all’interno delle galassie esistono stelle più interne rossastre
(giganti rosse o popolazione II) e stelle più esterne azzurre (giganti
azzurre o popolazione I).
Queste ultime sono relativamente giovani, con un forte
contenuto metallico e descrivono orbite quasi circolari intorno al
centro della galassia. Le stelle di popolazione II sono relativamente
vecchie, hanno un basso contenuto metallico e hanno orbite ellittiche e
inclinate rispetto al piano della galassia. La luminosità delle giganti
azzurre è notevolmente superiore a quella delle giganti rosse: quella
delle prime arriva fino a 100 mila volte la luminosità del nostro Sole;
mentre quella delle seconde si ferma a mille volte.
Ma gli aspetti più sorprendenti dello studio delle galassie si
ottennero utilizzando l’effetto Doppler-Fizeau delle onde luminose.
Già all’inizio del XX sec. ci si accorse che esiste un moto
relativo delle galassie tra di loro: ad esempio si scoprì che la
galassia di Andromeda si avvicina alla nostra galassia alla velocità di
200 chilometri al secondo. Le galassie più lontane appaiono, invece, in
fuga dalla nostra: alcune arrivano ad allontanarsi ad una velocità di
240 mila chilometri al secondo.
Un esempio pratico su cosa accade nell’universo si ha
paragonandolo a un pallone sulla cui superficie sono segnati dei punti:
se si immagina di gonfiare il pallone si può pensare che questi punti
si allontanino progressivamente tra loro. Hubble scoprì che la velocità
di recessione delle galassie è direttamente proporzionale alla loro
distanza (legge di Hubble).
Le galassie, quindi, si comportano come se l’universo si
stesse espandendo analogamente alla superficie tridimensionale di un
pallone quadrimensionale: la teoria della relatività generale di
Einstein si accorda bene con quest’ipotesi di espansione dell’universo.
All’interno di questo quadro gli astronomi osservarono
l’esistenza di ammassi e di superammassi di galassie: ad esempio la
nostra galassia appartiene a un gruppo locale che comprende le nubi di
Magellano, la galassia di Andromeda e tre piccole galassie satelliti
molto vicine a quella di Andromeda, oltre ad alcune altre per un totale
di 19 oggetti cosmici.
Alcune di queste galassie minori sono dette nane, rispetto
alle giganti come la nostra , quella di Andromeda e le due galassie
cosiddette di Maffei in onore dell’astronomo italiano Paolo Maffei che
le scoprì nel 1971: il ritardo di questa scoperta è spiegabile con la
difficoltà di osservazione determinata dall’esistenza di grandi nubi di
polvere cosmica.
Il big bang
L’uovo cosmico
Se l’universo è costantemente in
espansione, si può supporre che nel passato fosse più piccolo di quanto
non sia adesso e che in un passato ancora più remoto fosse un nucleo
denso di materia.
Questa ipotesi fu formulata inizialmente nel 1922 dal
matematico russo Friedmann che la elaborò teoricamente a partire dalle
equazioni di Einstein.
Pochi anni più tardi l’astronomo belga Lemaître formulò
un’ipotesi analoga: egli chiamò uovo cosmico lo stato denso iniziale
dell’universo in espansione e suggerì che l’inizio di questo processo
avesse avuto luogo in modo estremamente violento. Fu il fisico
russo-americano George Gamow a coniare l’espressione big bang per
definire il grande scoppio iniziale dell’uovo cosmico.
L’ipotesi del big bang ha ricevuto via via ulteriori conferme
ed è oggi universalmente accettata: in particolare nel 1964 il fisico
tedesco-statunitense Arno Allan Penzias e l’astronomo statunitense
Robert. W. Wilson rilevarono un fondo di radioonde che poteva essere
attribuito al grande scoppio iniziale che si sarebbe prodotto circa 15
miliardi di anni fa.
Il grande collasso prima del grande scoppio
Alcuni
astrofisici suppongono che l’universo abbia avuto origine da un gas
molto rarefatto che si sarebbe via via condensato in un periodo molto
lungo, formando probabilmente stelle e galassie, fino a contrarsi
nell’uovo cosmico. Ci sarebbe stato, quindi, prima un grande collasso
(big crunch) e, subito dopo, l’esplosione dell’uovo cosmico che avrebbe
dato origine di nuovo a stelle e a galassie, questa volta in espansione
fino a formare di nuovo un gas rarefatto.
L’espansione attuale potrebbe continuare indefinitamente fino
ad una situazione di rarefazione assoluta sempre più prossima al vuoto,
al nulla: questo futuro potrebbe essere simile al remoto passato che
avrebbe condotto dal nulla iniziale alla condensazione del big crunch.
Un’ipotesi di questo tipo che descrive uno scenario di
contrazione e di successiva espansione va sotto il nome di universo
aperto.
Altri astrofisici, però, ipotizzano un percorso di universo
chiuso che passerebbe indefinitamente attraverso fasi di espansione e
fasi di contrazione.
L’evoluzione delle stelle
Collasso ed
espansione, d’altro canto, si sono rivelati concetti utili anche per
spiegare l’evoluzione delle stesse stelle. Già nell’antichità gli
astronomi si erano accorti dell’improvvisa comparsa di nuove stelle:
nel 1572 apparve una nuova stella splendente nella costellazione di
Cassiopea. Tycho Brahe, astronomo danese, osservò attentamente la nuova
venuta e la descrisse in un libro che intitolò De nova stella: così gli
scienziati da allora chiamarono "nove" le stelle che fanno
improvvisamente la loro comparsa nel firmamento.
Con l’utilizzo del telescopio si capì che quelle non erano
stelle nuove, ma solo stelle che da fioche diventavano luminose, per
poi tornare nella condizione iniziale dopo poco tempo. La causa di
questo improvviso aumento di luminosità è l’esplosione della stella
stessa. Dall’esplosione si genera, da un lato, una stella con un volume
relativamente piccolo e un’alta temperatura (nana bianca) e,
dall’altro, una nuvola di materia che si combinerebbe con le nuvole di
polvere e gas già presenti nello spazio. Mentre la nana bianca
continuerebbe a raffreddarsi e a perdere luminosità in tempi
lunghissimi, la materia proiettata nello spazio costituirebbe, insieme
alla polvere e ai gas dispersi nello spazio, la materia prima per nuove
stelle di seconda generazione.
Nuovi oggetti nello spazio cosmico: quasar, pulsar, buchi neri
I quasar
Prima del 1960 gli astronomi che
analizzavano le radiazioni provenienti dalla spazio avevano individuato
e catalogato moltissime radiosorgenti, cioè oggetti cosmici invisibili
che emettono radiazioni a frequenza radio; ogni tanto i loro colleghi
che analizzavano le radiazioni luminose riuscivano a identificare un
oggetto la cui posizione coincideva con quella della radiosorgente: di
solito l’oggetto in questione era una galassia. Ma la maggior parte
delle radiazioni captate non veniva identificata: generalmente si
pensava che fosse una galassia troppo distante o troppo poco luminosa.
Nel 1960 Thomas Matthews e Allan Sandage scoprirono un oggetto di tipo
stellare nella posizione data per una radiosorgente già catalogata
dagli astronomi di Cambridge: si trattava di una stella di sedicesima
grandezza che emetteva più radiazione ultravioletta di qualsiasi altra
stella della stessa grandezza e che aveva una luminosità che variava di
oltre il 40% in un anno.
Nel 1963 fu fatta una scoperta analoga: fu chiaro allora che
non si trattava di stelle della nostra galassia, ma di oggetti cosmici
distanti da noi miliardi di anni luce, tanto luminosi da apparire
brillanti nella notte stellare. Furono chiamate radiosorgenti
quasi-stellari o, più brevemente, quasar. Ad oggi sono state
identificate parecchie centinaia di quasar.
Gli astronomi concordano sul fatto che i quasar siano nuclei
di galassie estremamente attive: essi sono gli oggetti più lontani che
possano essere rilevati. Un quasar può essere anche mille volte più
luminoso di un’intera galassia formata da 100 miliardi di stelle: la
luce che proviene dai quasar più lontani è stata emessa dalla sorgente
quando l’universo aveva solo un quarto dell’età attuale e ha impiegato
15 miliardi di anni luce per arrivare alla Terra.
Ma anche se molti aspetti dei quasar sono oggi conosciuti,
essi hanno comportamenti inspiegabili e rimangono tra gli oggetti più
enigmatici dell’universo.
Le pulsar
Nel 1963 Bruno Rossi e altri astronomi lanciarono degli strumenti a
bordo di un razzo per indagare i raggi X emessi dalla corona solare:
scoprirono così due sorgenti particolarmente intense di raggi X che non
provenivano dal Sole, bensì dalla nebulosa Granchio e da una nova nella
costellazione dello Scorpione. Qualche anno dopo dall’osservatorio
della Cambridge University furono captati brevi impulsi della durata di
1/30 di secondo che con regolarità venivano emessi da una posizione a
metà strada tra Vega ed Altair. L’astronomo inglese Anthony Hewish li
attribuì a una stella pulsante che a ogni pulsazione emettesse un
impulso di energia: questa denominazione fu abbreviata in pulsar. Già
negli anni Trenta del Novecento alcuni fisici come Fritz Zwicky e J.
Robert Oppenheimer avevano avanzato l’ipotesi che le particelle
subatomiche di una nana bianca potessero a certe condizioni combinarsi
creando particelle prive di carica (neutroni) che si sarebbero
avvicinate fino ad incontrarsi: il risultato di questo processo sarebbe
una stella di neutroni molto compatta e di massa equivalente a quella
iniziale della nana bianca, con una temperatura superficiale così
elevata da emettere raggi X in grande quantità.
Nel 1969 si verificò che la pulsar della nebulosa Granchio è
effettivamente una stella di neutroni: essa ha un campo magnetico
intensissimo, dai poli del quale sfuggono gli elettroni che perdono
energia sotto forma di onde radio: da terra si ricevono ad
intermittenza queste onde a causa del moto di rivoluzione della stella.
Tredici anni più tardi gli astronomi del radiotelescopio di
Arecibo individuarono una pulsar con un periodo brevissimo: essa,
infatti, pulsa 642 volte al secondo. È probabile che si tratti di una
pulsar particolarmente piccola - non più di 5 chilometri di diametro -
ma con una massa enorme pari a due o tre volte quella del Sole e con un
conseguente campo gravitazionale di fortissima intensità. Essa è una
pulsar veloce che propone nuovi enigmi allo studio degli astronomi.
I buchi neri
Quando il collasso di una stella
procede oltre lo stadio della stella di neutroni, il suo campo
gravitazionale raggiunge una tale intensità che la materia non può più
uscirne (buco) e neppure la luce riesce a sfuggirle (nero). Buco nero è
la definizione coniata dal fisico statunitense J. Archibald Wheeler
negli anni Sessanta del Novecento. Una decina di anni dopo, condizioni
particolari hanno permesso di individuare il primo buco nero: Cygnus
X-1.
Esso si trova nella costellazione del Cigno vicino ad una
grande stella azzurra molto grande: buco nero e stella azzurra girano
entrambi intorno ad un comune centro di gravità. Un po’ di materia
della stella azzurra è attratta dal buco nero e si mette in orbita
attorno ad esso formando quello che viene definito disco di
accrescimento. La materia di questo disco con un percorso a spirale va
a finire nel buco nero emettendo raggi X: furono proprio questi raggi a
essere captati e a segnalare la presenza del buco nero.
Gli scienziati ritengono che i buchi neri siano più probabili
nel centro di ammassi e di galassie: una sorgente di onde
elettromagnetiche è stata scoperta anche al centro della nostra
galassia. Alcuni astronomi sono convinti che essa provenga da un buco
nero che avrebbe la massa di 100 milioni di stelle e un diametro pari a
500 volte quello del Sole.
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