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Filippo II (Il ritratto)
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Relazioni, atti e documenti diplomatici hanno sempre costituito una
fonte preziosa per la ricostruzione degli eventi storici europei.
Nell'età moderna l'attività diplomatica conobbe un forte impulso e
acquistò un carattere di continuità e di regolamentazione:
particolarmente attiva a questo riguardo fu la diplomazia veneta nel
corso del XVI e del XVII secolo. Nel 1551 Marino Cavalli, ambasciatore
della Repubblica di Venezia presso la corte di Carlo V, incontra il
figlio dell'imperatore, il futuro Filippo II. Nella relazione che invia
al Senato della Serenissima (pubblicata nel 1840 da E. Albèri,
Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, presso la fiorentina
All'insegna di Clio), fa un ritratto vivissimo del principe: di
carattere solitario, appare molto compreso nel ruolo di successore al
trono, al quale era stato accuratamente preparato, al punto di mostrare
un eccessivo "sussiego" con i sudditi rispetto al padre. Il confronto
con Carlo V va a tutto svantaggio del principe e l'ambasciatore veneto
conclude che "questa è la disgrazia dei troppo fortunati".
Sua Altezza si trova ora in ventiquattr'anni, di complessione
delicatissima e di statura mediocre; nella faccia rassomiglia assai il
padre e nel mento; non mangia mai pesce, nè altra cosa che non sia di
buon nutrimento; non è molto forte di corpo, pur da poi che è stato in
Fiandra esercitato negli esercizi di quei signori borgognoni, è fatto
assai conveniente cavaliere. Mostra d'esser liberale, ma ci va di sorte
a questa liberalità, che si può far pronostico che presto se n'abbia da
stancare. Rarissime volte va fuora in compagnia; ma ha piacere di
starsi in camera con quattro o sei favoriti a ragionar di cose private;
e se talvolta l'imperatore lo manda a chiamare, si scusa per godere la
sua solita quiete. Veste sontuosamente e ornatamente con grande
attillatura. Ha piacere estremamente d'essere riverito, e mantiene con
ognuno, e sia qual esser si voglia, maggiore sussiego del padre; di
modo che fuori che gli spagnoli, gli altri suoi sudditi non restano
contenti di questa cosa; e in fatti hanno ragione grande, essendo usati
con il padre, che sa eccellentissimamente accomodarsi con diversi
costumi ad ogni sorta di gente, e par che la natura l'abbia fatto atto
con la familiarità e domestichezza a gratificare i Fiamminghi e i
Borgognoni, con l'ingegno e la prudenza gli Italiani, con la
reputazione e severità gli Spagnoli; onde vedendo ora il suo figliolo
altramente, sentono non piccolo dispiacere di questo cambio. Nelle cose
d'importanza, facendolo andare l'imperatore ogni giorno due o tre ore
nella sua camera, parte in consiglio e parte per ammaestrarlo da solo a
solo, dicesi che finora ha fatto profitto assai, e dà speranza di
procedere più oltre. Ma la grandezza di suo padre, e l'esser nato
grande, e non aver fin qui provato travaglio alcuno, non lo farò mai
comparire a gran giunta eguale all'imperatore, e questa è la disgrazia
dei troppo fortunati.
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