|
La cattivitą avignonese
| Vota | | Media: 0.0/5 (0 voti) |
Il Trecento fu un secolo particolarmente, stranamente infausto. Lo
notava già Maritain, che interpretava questo fenomeno in un senso
simbolico, quale annuncio, fosco e minaccioso, della fine di un'epoca
segnata dalla fede e dell'inizio di un'altra epoca, che avrebbe sempre
più emarginato la fede per affermare la centralità dell'uomo, di un
uomo contrapposto a Dio. Si è già detto, da queste pagine, della grave
crisi provocata dalla Peste Nera. Il Trecento fu poi un secolo di crisi
della cultura (la Scolastica, che nel Duecento aveva raggiunto la
massima fioritura, con San Tommaso d'Aquino e San Bonaventura), di
crisi sociale (con numerose vicende di rivolte da parte dei lavoratori
meno abbienti, dai contadini francesi e inglesi ai "Ciompi", operai
fiorentini), e di crisi delle due grandi istituzioni che avevano
dominato la scena nel Medioevo, i due poteri cosiddetti
universalistici, perchè estesi a tutto il mondo cristiano, ossia
l'Impero e il Papato. L'impero a dire il vero aveva iniziato a perdere
colpi fin dal Duecento, e già con Federico II aveva di fatto
ridimensionato la proprie pretese universalistiche; nel Trecento il
processo di indebolimento subisce una accelerazione che rende ormai
quello imperiale un potere, se non puramente simbolico, ampiamente
limitato dal potere della grande feudalità tedesca, che con la Bolla
d'Oro (emanata da Carlo IV nel 1356), si vede riconoscere il diritto di
eleggere l'imperatore.
L'esilio avignonese Ma l'aspetto forse più impressionante
della crisi del Trecento è quello che tocca il Papato, a cui è
riservata una sorte di inusitata (e unica) umiliazione. Già si è visto,
due settimane fa, come la nuova realtà degli stati nazionali (la
Francia di Filippo il Bello, nella fattispecie) fosse sempre più
arrogante e insofferente nei confronti della Chiesa e del Papato. Ma,
di là a non molto, le pretese dello stato francese si sarebbero spinte
ben oltre, molto più in là di dove avevano osato spingersi gli
imperatori dei secoli precedenti, nei loro pur aspri scontri col
Papato: si giunge infatti al trasferimento della sede papale da Roma,
la città dove Pietro era stato vescovo ed era morto, ad Avignone, città
formalmente di sovranità pontificia, ma circondata dal regno di
Francia. Per quasi settant'anni, dal 1309 al 1376, i Papi, sette in
tutto, eletti da un collegio di cardinali in cui i francesi avevano la
prevalenza, risiedettero ad Avignone. Si è soliti definire quel periodo
di storia del Papato come l'esilio o la "cattività" avignonese,
istituendo una analogia col periodo che il popolo eletto dovette
trascorrere, in condizioni di analoga non-libertà, a Babilonia. In
effetti i Papi di Avignone furono, se non prigionieri del Re di
Francia, almeno fortemente condizionati dal trovarsi in un territorio
di fatto francese.
Uno dei maggiori storici della Chiesa, il Lortz, definisce quel periodo
come "un terribile colpo inferto sia alla forza interna, che al
prestigio del Papato". La massima autorità della Chiesa, in modo
incomprensibile alla stragrande maggioranza dei fedeli, sposta la sua
sede abituale da quella Roma che era stata il centro della Cristianità,
per trasferirsi in una città del Mezzogiorno di Francia, che non aveva
niente di significativo per la fede. Ciò facendo i Papi cedono alle
pressioni del Re di Francia, e dalla sua volontà, come dicevamo,
finiscono per essere condizionati. Mai al punto di mettere in
discussione l'ortodossia dogmatica, ma assumendo spesso iniziative
concrete che riducevano il loro prestigio e la loro credibilità. La
curia papale di Avignone infatti si dedica in modo eccessivo a
questioni di carattere fiscale e finanziario, trascurando,
specularmente, il compito essenziale di trasmettere, testimoniandola,
la fede di Pietro. Tale fiscalismo esoso era funzionale al mantenimento
di una vita di corte "sfarzosa". Inoltre troppo spesso il Papa
ricorreva all'interdetto e alla scomunica, per motivazioni non
proporzionate a tali, eccezionali, misure punitive. Un tale abuso finì
col rendere quelle misure inefficaci, il che del resto era spesso un
bene, in quanto l'arma dell'interdetto, ove applicata fedelmente,
comportava l'isolamento dalla vita sacramentale, anche per la durata di
anni, per un elevato numero di fedeli.
Non a caso è in quel contesto che fioriscono discussioni sulla
possibilità che un Papa sia eretico. Di fatto le accuse in tal senso
contro Bonifacio VIII erano state evidentemente strumentali, e nessun
Pontefice venne davvero sospettato di eresia, ma è un sintomo
inquietante che l'ipotesi della possibilità di principio di un tale
evento prendesse corpo presso un numero non esiguo di canonisti. Nel
Papa in effetti si vede sempre più un sovrano politico accanto ad
altri. E' però giusto ricordare come non solo nessun Papa, nemmeno nel
periodo avignonese, sia mai incorso in alcun errore dottrinale, ma
come, in tale periodo stesso, la maggiore responsabilità diretta della
mondanizzazione della Chiesa va attribuita piuttosto alla curia
pontificia, divenuta un pesante e potente apparato, che ai singoli Papi
i quali in realtà cercarono di porre un freno agli abusi curiali. Papi
come Benedetto XII, Innocenzo VI, Urbano V, Gregorio XI furono animati
da una sincera fede personale e da volontà di riforma della Chiesa.
Lo scisma d'occidente L'esilio avignonese si conclude nel
1376: com'è noto, anche in seguito agli interventi accorati di Santa
Caterina da Siena, papa Gregorio XI torna a stabilirsi a Roma, in una
Roma peraltro politicamente turbolenta e ben poco entusiasta del
codazzo di mercenari bretoni, che avevano accompagnato il Papa,
facendola da padroni. Il suo successore, Urbano VI, italiano, fu una
personalità integerrima, ma rigido e legato all'idea di un potere
teocratico, che già con Bonifacio VIII si era rivelata anacronistica e
controproducente. Il suo comportamento irruente e per nulla diplomatico
preoccupò quel "partito avignonese", che contava molti esponenti tra i
cardinali (i 2/3 dei quali era francese), e si vedeva tagliare l'erba
sotto i piedi dai propositi riformatori del nuovo papa. Di qui la
gravissima decisione di iniziare uno scisma, quello passato alla storia
con nome di scisma d'Occidente, uno scisma che aveva come motivazione
solo l'egoistica volontà di conservare dei privilegi, ingiustamente
consolidati nel periodo avignonese. I cardinali che lo promossero,
eleggendo Clemente VII come (Anti-)papa si sentivano in effetti più
francesi che cattolici, e su di loro cade essenzialmente la
responsabilità di aver inferto alla Chiesa, già indebolita dalla
cattività avignonese, una ulteriore umiliazione: la Cristianità
occidentale si ritrovò divisa in due, a seconda della obbedienza al
Papa ("di Roma") o all'Antipapa (che si stabilì ad Avignone).
In conclusione Una vicenda dunque triste nella storia della
Chiesa, su cui si possono fare in sintesi le seguenti riflessioni: 1)
il Papato si trova ad essere vittima della prepotenza del nuovo,
arrogante, potere costituito dagli stati nazionali, che si dividono
sempre più i brandelli di quella che era stata la unitaria cristianità
medioevale; 2) ma si trova ad essere vittima anche per la sua
autoriduzione in senso burocratico-mondano, che rende meno percepibile
la dimensione di annuncio del Cristianesimo come proposta totalizzante;
3) in questo quadro per quanto fosco comunque mai il legittimo
successore di Pietro abdica al suo compito essenziale, di garante della
ortodossia cattolica, e anzi le personalità dei Pontefici appaiono
sostanzialmente degne di stima.
|
Skuola.it © 2011 - Tutti i diritti riservati - P. IVA: 04592250650 -
CONTATTACI |
| |