Il vero interesse per il periodo che va dalla caduta dell’impero romano e alla nascita dell’impero bizantino nacque soltanto dopo il 1815, quando andò calando l’esaltazione della roma repubblicana e imperiale, che era stata molto viva all’epoca della rivoluzione francese.
Nella nuova atmosfera romantica fu tutto un appassionato indagare la realtà dei primi secoli di quell’epoca e una ricerca delle origini della moderna civiltà nel Medioevo. (a differenza dell’illuminismo che considerò il Medioevo un periodo buio per la civiltà, il romanticismo lo rivalutò molto).
Nella loro interpretazione gli storici erano guidati dalla distinzione tra il ceto degli oppressori e quello degli oppressi. Naturalmente i romani venivano considerati gli oppressi ed i barbari invasori gli oppressori. Tale criterio fu vivo nella storiografia francese tra gli anni 1815-30 (Thierry) e da questa passò al Manzoni, il quale, nell’Adelchi, seguì con partecipazione le vicende dei dominatori, i Longobardi, che regnavano su un volgo che, da solo, con le sue virtù e col suo lavoro sosteneva tutta la società” (giudizio positivo per i romani sconfitti)
La scuola cattolica dell’800 accolse l’impostazione dei due popoli viventi sullo stesso terreno senza fondersi e senza capirsi. Per loro tuttavia l’avvenire, più che dai romani, era stato preparato dal papato che si era fatto custode della tradizione romana e continuatore della civiltà latina contro i distruttori germani. La celebrazione della chiesa spinse gli storici cattolici a mettere in rilievo l’efficacia della politica antilongobarda della chiesa nella difesa di ciò che restava della classicità.
Di parere opposto erano gli storici democratici che ritenevano che l’Italia non aveva potuto unificarsi a causa dei papi. Per questi storici non erano esistiti due popoli, l’uno avverso all’altro, ma i longobardi si erano fusi con i vinti romani
La discussione sulla fusione o separazione dei due popoli continuiò anche nel 900. Nacque una tesi germanista che affidava ai germani il merito di aver portato nuovo vigore e fresca energia ai vecchi e decrepiti romani ed una tesi romanista che sosteneva, al contrario, che le invasioni germaniche non avessero lasciato alcuna traccia sulle popolazioni sottomesse.
Si tratta comunque di tesi unilaterali.
Tesi più interessanti che cercano di mediare, sono quella di Dawson che dimostra come l’occupazione germanica più che una catastrofe repentina sia stata un graduale processo d’infiltrazione. Fin qui tuttavia la discussione verteva sempre sulla frattura o meno apportata dai barbari alla vita preesistente.
Un contributo importante e diverso è dato da Sestan che riconosce che vi fu un avvicinamento dei longobardi ai romani nella lingua, nella cultura e nella religione, ma che a questo non corrispose anche un assorbimento dei romanici nella classe dirigente longobarda. I quadri dirigenti rimasero longobardi. Infine lo storico Lopez ha dato un ulteriore contributo invitando a non vedere l’età delle invasioni barbariche solo dal punto di vista romano, bensì anche da quello del mondo germanico che contribuì a far rompere alcune barriere e ad ampliare cultura e religione