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Morte di Papa Alessandro VI
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Prima opera di storia italiana di respiro nazionale ed europeo, la
Storia d'Italia di Francesco Guicciardini prende in esame quarant'anni
cruciali - dalla morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492 fino
all'elezione di papa Paolo III nel 1534 -, durante i quali si consumò
il lungo conflitto tra le maggiori potenze europee per la supremazia
nella penisola. Opera di grande respiro ma contemporaneamente attenta
anche ai minuti dettagli degli eventi e delle varie situazioni storiche
- ciò che ne fa un testo anticipatore della storiografia moderna -,
ricostruisce secondo uno schema annalistico gli avvenimenti
diplomatici, militari e politici che portarono l'Italia, dalle prospere
e pacifiche condizioni del secondo Quattrocento, a diventare il campo
di battaglia delle armi straniere. Lo storico fiorentino tuttavia non
si limita a narrare i fatti, ma cerca le cause che sono all'origine dei
fatti stessi: imputa la responsabilità della crisi all'instabilità
degli stati italiani, alla debolezza del sistema politico italiano,
all'incapacità dei governanti, la personalità dei quali - papi,
principi, condottieri - viene analizzata con grande sottigliezza
psicologica. I giudizi sui protagonisti della storia italiana sono
spesso negativi senza appello: esempio emblematico è il ritratto di
Rodrigo Borgia, papa Alessandro VI, del quale Guicciardini stila un
elenco delle peggiori caratteristiche definendolo "un serpente... che
aveva attossicato tutto il mondo".
[...] Non era riputato sicuro che l'esercito regio passasse
Roma se prima il re non era sicuro del pontefice e del Valentino,
avendo causa giustissima di sospettarne per molte ragioni e per molti
indizi, e perchè per lettere intercette molto prima di Valentino a
Consalvo si era compreso essere stato trattato tra loro che se Consalvo
espugnava Gaeta, assicurato in caso tale delle cose del regno, passasse
innanzi con l'esercito, occupasse Pisa il Valentino, e che uniti
insieme Consalvo ed egli assaltassino la Toscana: e perciò il re,
passato già l'esercito in Lombardia, faceva instanza grandissima che e'
dichiarassino per ultimo la mente loro. I quali se bene udivano e
trattavano con tutti, nondimeno giudicando essere il tempo comodo a
fare mercatanzia de' travagli degli altri, aveano maggiore inclinazione
a congiugnersi con gli spagnuoli; ma gli riteneva il pericolo manifesto
che l'esercito franzese non cominciasse ad assaltare gli stati loro, e
così, che avessino a cominciare a sentire danni e molestie donde
disegnavano di conseguire premi ed esaltazione: nella quale ambiguità
permettevano che ciascuna delle parti soldasse scopertamente fanti in
Roma, differendo il più potevano a dichiararsi. Ma essendo finalmente
ricercatine strettamente dal re, offerivano che il Valentino si
unirebbe con l'esercito suo con cinquecento uomini d'arme e dumila
fanti, consentendogli il re non solamente le terre di Giangiordano ma
eziandio l'acquisto di Siena; e nondimeno quando s'approssimavano alla
conclusione variavano dalle cose trattate, introducendo nuove
difficoltà, come quegli che per potere, secondo la loro consuetudine,
pigliare consiglio dagli eventi delle cose, erano alieni dal
dichiararsi. Però fu introdotta un'altra pratica, per la quale il
pontefice, proponendo di non volere dichiararsi per alcuna delle parti
per conservarsi padre comune, consentiva dare allo esercito franzese
passo per il dominio della Chiesa, e prometteva durante la guerra nel
regno di Napoli non molestare nè i fiorentini nè i sanesi nè i
bolognesi; le quali condizioni sarebbeno state finalmente, perchè
l'esercito passasse senza maggiore indugio nel reame, accettate dal re,
ancora che conoscesse non essere questo partito nè con onore nè con
sicurtà sua e di quegli che da lui in Italia dependevano: perchè
certezza alcuna non aveva che, se a' suoi nel reame sinistro alcuno
sopravenisse, che il pontefice e il Valentino non se gli scoprissino
contro; ed era oltre a questo mal sicuro che, uscite che fussino le
genti sue di terra di Roma, essi, tenuto poco conto della fede, non
assaltassino la Toscana, la quale per la sua disunione e per gli aiuti
dati al re restava debole e quasi disarmata. E che avessino a tentare o
questa o altra impresa era verisimile, poichè d'avere a conseguire di
tanta occasione guadagni immoderati presupposto s'aveano. [...]
Ma ecco che nel colmo più alto delle maggiori speranze (come
sono vani e fallaci i pensieri degli uomini) il pontefice, da una vigna
appresso a Vaticano, dove era andato a cenare per ricrearsi da' caldi, è repentinamente portato per morto nel palazzo pontificale e
incontinente dietro è portato per morto il figliuolo: e il dì seguente,
che fu il decimo ottavo dì d'agosto, è portato morto secondo l'uso de'
pontefici nella chiesa di San Piero, nero enfiato e bruttissimo, segni
manifestissimi di veleno; ma il Valentino, col vigore dell'età e per
avere usato subito medicine potenti e appropriate al veleno, salvò la
vita, rimanendo oppresso da lunga e grave infermità. Credettesi
costantemente che questo accidente fusse proceduto da veleno; e si
racconta, secondo la fama più comune, l'ordine della cosa in questo
modo: che avendo il Valentino, destinato alla medesima cena, deliberato
di avvelenare Adriano cardinale di Corneto, nella vigna del quale
doveano cenare (perchè è cosa manifesta essere stata consuetudine
frequente del padre e sua non solo di usare il veleno per vendicarsi
contro agl'inimici o per assicurarsi de' sospetti ma eziandio per
scelerata cupidità di spogliare delle proprie facoltà le persone
ricche, in cardinali e altri cortigiani, non avendo rispetto che da
essi non avessino mai ricevuta offesa alcuna, come fu il cardinale
molto ricco di Santo Angelo, ma nè anche che gli fussino amicissimi e
congiuntissimi, e alcuni di loro, come furono i cardinali di Capua e di
Modona, stati utilissimi e fidatissimi ministri), narrasi adunque che
avendo il Valentino mandati innanzi certi fiaschi di vino infetti di
veleno, e avendogli fatti consegnare a un ministro non consapevole
della cosa, con commissione che non gli desse ad alcuno, sopravenne per
sorte il pontefice innanzi a l'ora della cena, e, vinto dalla sete e
da' caldi smisurati ch'erano, dimandò gli fusse dato da bere, ma perchè
non erano arrivate ancora di palazzo le provisioni per la cena, gli fu
da quel ministro, che credeva riservarsi come vino più prezioso, dato
da bere del vino che aveva mandato innanzi Valentino; il quale,
sopragiugnendo mentre il padre beeva, si messe similmente a bere del
medesimo vino. Concorse al corpo morto d'Alessandro in San Piero con
incredibile allegrezza tutta Roma, non potendo saziarsi gli occhi
d'alcuno di vedere spento un serpente che con la sua immoderata
ambizione e pestifera perfidia, e con tutti gli esempli di orribile
crudeltà di mostruosa libidine e di inaudita avarizia, vendendo senza
distinzione le cose sacre e le profane, aveva attossicato tutto il
mondo; e nondimeno era stato esaltato, con rarissima e quasi perpetua
prosperità, dalla prima gioventù insino all'ultimo dì della vita sua,
desiderando sempre cose grandissime e ottenendo più di quello
desiderava. Esempio potente a confondere l'arroganza di coloro i quali,
presumendosi di scorgere con la debolezza degli occhi umani la
profondità de' giudici divini, affermano ciò che di prospero o di
avverso avviene agli uomini procedere o da' meriti o da' demeriti loro:
come se tutto dì non apparisse molti buoni essere vessati ingiustamente
e molti di pravo animo essere esaltati indebitamente; o come se,
altrimenti interpretando, si derogasse alla giustizia e alla potenza di
Dio; la amplitudine della quale, non ristretta a' termini brevi e
presenti, in altro tempo e in altro luogo, con larga mano, con premi e
con supplici sempiterni, riconosce i giusti dagli ingiusti.
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