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Riforma protestante: cause
In Italia la Chiesa governava uno stato. In Germania, Francia, Spagna, Inghilterra, Austria, Polonia
e Ungheria, possedeva feudi e conventi che la rendevano la più grande
proprietaria di terre dell'Europa. I papi amministravano questa potenza e la
corte pontificia era tra le più prestigiose e splendide. Roma era diventata un
immenso cantiere nel quale i più grandi architetti dell'epoca costruivano chiese
e palazzi smantellando i modesti quartieri di età medievale. Il potere temporale aveva consentito a pontefici come Sisto IV, Alessandro VI,
Giulio II di promuovere o disfare alleanze militari con i vari stati europei,
per ingrandire la potenza territoriale della Chiesa o creare un dominio per i
propri figli. Le tracce della funzione spirituale loro affidata si erano fatte
sempre più deboli.
Le alte cariche ecclesiastiche erano spesso vendute per ricavarne forti somme di
denaro o usate come merce di scambio nelle manovre politiche pontificie; alla
simonia (che ora interveniva persino nell'elezione dei pontefici), si aggiungeva
il concubinato, il mancato rispetto dell'obbligo di residenza di vescovi, abati,
e curati nel luogo dell'ufficio, il cumulo delle prebende e dei benefici, il
malcostume e l'ignoranza dei sacerdoti.
Le voci più autorevoli che ammonirono la Chiesa a ritornare alla sua originale
missione evangelica circolavano nelle ristrette cerchie degli umanisti, che però
non erano in grado di dare una risposta chiara alle attese e allo scontento di
larghe masse di fedeli e delle frange più sensibili del clero. Intellettuali
spagnoli, tedeschi, inglesi (come Thomas More, a esempio) e olandesi (come
Erasmo da Rotterdam nel suo Elogio della follia) parlavano di una Chiesa fondata
sull'amore e sulla carità, e la parola "riforma" ricorreva sempre più di frequente nelle loro opere.
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