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Fondamentalismo Islamico (Il)
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1. Alle origini del fondamentalismo islamico Associare la nozione di
fondamentalismo all’Islam non è facile. Per molti aspetti è anche
improprio. Infatti, il fondamentalismo è nato sul terreno protestante
agli inizi del ‘900 e, per estensione, è stato poi applicato anche ad
altri campi religiosi, ivi compreso l’Islam. Per poter continuare a
parlare di fondamentalismo islamico, perciò, occorre quanto meno
precisare entro quali limiti storici e terminologici possiamo usare
questa categoria in riferimento alla religione musulmana. Vediamone
alcuni. Il primo limite riguarda il rapporto fra fede e Testo sacro
nell’Islam. In generale un credente che si rifà alle correnti
fondamentaliste ritiene che il Testo sacro (Bibbia o Corano), che
contiene la Parola rivelata da Dio ad un Suo Messaggero, racchiuda la
Verità non solo circa il destino della salvezza di tutto il genere
umano, ma anche sui principi di funzionamento della società nella sua
interezza. Egli perciò avversa qualsiasi tentativo di interpretare la
Parola contenuta nel Testo sacro con l’ausilio della ragione umana e
degli strumenti scientifici (dalla storia alla filologia), di cui la
ragione si serve per intendere il senso di quanto è scritto nei sacri
testi. Da questo atteggiamento di fondo il credente di tipo
fondamentalista fa discendere solitamente la convinzione che nel Testo
sacro siano tracciate le coordinate non solo dei rapporti fra uomo e
Dio, ma anche le regole basilari alle quali attenersi nei vari campi di
azione sociale (dalla politica all’economia, dalle relazioni familiari
al ruolo della donna). Il Testo sacro viene così considerato come la
grande carta costituzionale di una società ideale fondata sulla
giustizia di Dio e sulla pura verità da Dio annunciata agli esseri
umani. Se questa è, ridotta all’essenziale, la mappa cognitiva del
credente di tipo fondamentalista, non c’è dubbio che anche nell’Islam
possiamo trovare un simile modo di accostarsi al Testo rivelato. Non
fosse altro perché alle origini dell’Islam la compenetrazione tra sfera
religiosa e sfera politica si è realizzata grazie alla forza
unificatrice e potente del carisma del suo fondatore, Muhammad. La
mediazione fra il modello ideale e la realtà storica è stata oggetto di
controversie sin dalle origini dell’Islam. Il punto di compromesso fra
le varie posizioni emerse ben presto in seno al mondo musulmano e fu
raggiunto attorno al principio del primato della Legge (coranica). Tra
la fine del VII e gli inizi dell’VIII sec. d.C., infatti, viene messa a
punto dagli esperti in cose religiose, sotto l’impulso delle dinastie
imperiali allora regnanti, l’idea della Legge coranica, sharîî’a.
Secondo questa idea si ritiene che fra il Testo sacro che contiene
integralmente in tutte le sue parti la Verità (principio dell’inerranza
del Testo) e l’organizzazione della Città terrena (lo Stato) ci sia una
cerniera costituita dalle norme sociali ricavate dal Testo sacro e da
altre fonti subalterne. Queste norme, illuminate dal verbo divino,
rappresentano l’insieme dei codici che regolano tutte le sfere della
vita individuale e collettiva (dal diritto privato al diritto pubblico,
da quello penale alle regole per la spartizione dell’eredità e del
bottino di guerra). Si comprende perché sia per il passato che nel
tempo presente, ci siano stati nell’Islam movimenti religiosi e
politici che hanno richiamato i governanti a porre a fondamento della
società la Legge coranica, allorché questi ultimi sono apparsi o troppo
disinvolti nel non applicarla integralmente o addirittura propensi a
disfarsene per meglio gestire il potere. Chi ha il potere, infatti,
governa sotto l’imperio della Legge di Dio: egli non può disattenderla,
pena la ribellione dei governati. I tempi cambiano, la Legge resta. E
non c’è modernizzazione della società che tenga, da questo punto di
vista, a giustificare un qualche compromesso fra la Verità e la realtà
che cambia. Possiamo parlare di fondamentalismo anche nell’Islam,
quando emerge un modo di credere e di mettersi in rapporto con il Testo
sacro che assolutizza il primato della Legge coranica e rifiuta
qualsiasi mediazione culturale e politica fra essa e l’evoluzione
storica delle società umane. Fin qui il primo limite che occorre tenere presente quando parliamo di fondamentalismo islamico. Un
secondo limite riguarda le differenze interne all’Islam. Esse, come già
accennato, ci sono state e ci sono. La differenza - secondo un detto
attribuito a Muhammad - è considerata una benedizione di Dio. Per
questo, quando parliamo di fondamentalismo islamico, alludiamo ad una
particolare corrente di pensiero e di azione presente da lungo tempo
nell’Islam e che si ripresenta ciclicamente nella sua storia. Il che
vuol dire che non tutto l’Islam si riconosce in questo particolare modo
di accostarsi al Testo rivelato. Ci sono, in altre parole, musulmani
che ritengono che religione e politica non debbano necessariamente
essere fuse e confuse in un indistinto sistema di credenza. Questa
linea interpretativa muove dalla constatazione che l’esperienza di
Medina si sia chiusa con Muhammad; essa non può essere replicata
all’infinito, proprio perché il Profeta ha concluso la sua vicenda
terrena. Chi sostiene il contrario - e solitamente fa parte del ramo
minoritario degli sciiti - è portato a credere che il ciclo della
profezia non si sia realmente esaurito con Muhammad e, dunque, che
l’imitazione della società perfetta di Medina costituisca ancora una
doverosa meta da raggiungere qui ed ora. In conclusione, possiamo
affermare che il termine fondamentalismo può essere esteso
dall’originario significato che assume nel contesto del mondo
protestante anche all’Islam. Esso individua un particolare modo di
credere e un particolare modo di concepire la relazione fra religione e
politica. Queste modalità hanno a che fare con una lettura del Testo
sacro sulla base del principio della sua integrale inerranza: nel
Corano e nella Legge che da esso deriva riposa una Verità immutabile
che la ragione umana non può interpretare alla luce della storia e dei
cambiamenti che dovessero imporsi per l’evoluzione della società.
2. Il neo-fondamentalismo islamico Chiarito
il termine e, attraverso l’analisi terminologica, inquadrate
schematicamente le condizioni religiose e allo stesso tempo storiche
che favoriscono lo sviluppo di una corrente di tipo fondamentalista
nell’Islam, vediamo ora più da vicino i movimenti contemporanei che
sembrano oggi riflettere maggiormente questo tipo di credenza. Essi
sono un fenomeno moderno nel senso che al fondo delle lotte culturali,
religiose e politiche condotte dai movimenti in questione c’è un
conflitto politico con la forma moderna di Stato, così come essa si è
venuta affermando dopo la fine del colonialismo negli ultimi
trenta-quaranta anni in molti Paesi di tradizione islamica. Forma
moderna di Stato vuol dire in sintesi: a) l’emergere di indipendenti
Stati nazionali il cui principale problema politico è la creazione di
una salda coscienza nazionale; b) l’avvio di processi di
modernizzazione della vita economica e sociale (urbanesimo, prima
industrializzazione, sradicamento di masse di contadini dalle campagne,
scolarizzazione diffusa, rottura degli equilibri della famiglia
patriarcale, nuovo ruolo pubblico della donna e così via); c) la
graduale creazione di un apparato burocratico e di un sistema politico
e giuridico relativamente o decisamente, a seconda dei casi, autonomi
rispetto alla Legge coranica, con l’introduzione, dunque, del principio
della separazione fra religione e politica (nei fatti, magari, anche
quando nelle costituzioni dei nuovi Stati si afferma che l’Islam è
religione di Stato). Il neo-fondamentalismo, infatti, è espressione
sociale delle fratture che si aprono nei processi di modernizzazione
che le nuove classi dirigenti impongono alle loro rispettive società,
imitando spesso i modelli economici e politici occidentali (sia di area
liberale che di ascendenza marxista, riflesso fino a non molto tempo fa
del mondo diviso in due blocchi, fra Usa e Urss). Il
neo-fondamentalismo, inoltre, rappresenta la terza ondata di un lungo
processo di risveglio dell’Islam nella storia moderna. Dalla fine del
Settecento ad oggi si susseguono movimenti di Rinascita islamica
(nahda) che possiamo sintetizzare in tre fasi: - prima fase
(1780-1830): movimenti di risveglio religioso in aree periferiche (come
l’attuale Arabia saudita o la Nigeria, ad esempio) in nome del ritorno
alla purezza dei caratteri originari della Città del Profeta e della
Legge coranica; - seconda fase (1830-1960): movimenti riformisti,
che al contrario si sforzano di conciliare Islam e modernità (con esiti
diversi: dal successo dei movimenti dei Giovani Ottomani e poi dei
Giovani Turchi in Turchia, che diventa il primo esempio di Stato laico
nel mondo musulmano, alle riforme incerte avviate in Egitto da Nasser
negli anni Sessanta sino agli strappi riformatori di Bourghiba in
Tunisia negli anni Cinquanta); - terza fase (1980- giorni nostri):
nascita di movimenti neo-fondamentalisti che si ispiravano ad un
modello organizzativo - primo esempio in assoluto di movimento
orientato in tal senso - come quello creato in Egitto nel 1929 da Hasan
al-Banna e denominato associazione dei Fratelli Musulmani. C’è un
filo rosso che lega queste tre fasi e che può essere sintetizzato nella
seguente ricorrente domanda che inquieta le menti e i cuori di milioni
di musulmani da almeno duecento anni: come accogliere la modernità,
così come essa si presenta nelle società occidentali, senza distruggere
il patrimonio ideale custodito nel modello di civiltà plasmato
dall’Islam? Di fronte a questa questione l’Islam conosce una
pluralità di risposte, come al solito del resto. C’è chi
realisticamente pensa che conservare tutta intera la grande tradizione
culturale, religiosa e giuridica dell’Islam, ritenendola immutabile,
costituisca un ostacolo insormontabile per realizzare una moderna
società capace di competere con l’Occidente. C’è chi, invece, ritiene
che si possa modernizzare l’Islam, nel senso che si possa assumere
dalla scienza e dalla tecnologia moderne tutto quanto di buono è in
esse contenute e armonizzare il tutto con una parte della tradizione
islamica, accentuando una funzionale distinzione fra il piano religioso
e quello giuridico e politico (laicizzando gradualmente il diritto e
rendendo autonome sfere come l’economia e la politica); c’è, infine -
ed è il caso che stiamo esaminando - chi pensa che si debba decisamente
islamizzare la modernità, cioè trarre dalla tradizione islamica i
principi e le risorse per realizzare una modernità che non sia supina
imitazione di concezioni e modelli occidentali. I movimenti
neo-fondamentalisti rappresentano una via radicale di opposizione a
qualsiasi ipotesi di modernizzazione della vita sociale e politica che
passivamente si adegui a modelli percepiti come estranei alla propria
tradizione culturale e religiosa. C’è, insomma, in forme esasperate,
una domanda di autosviluppo che orgogliosamente non accetta lezioni
dall’Altro (in questo caso la civiltà occidentale).
3. L’anno mirabile: il 1979 Se
per noi occidentali l’anno mirabile è stato il 1989 - la caduta del
Muro di Berlino - per il mondo musulmano la data va spostata indietro
di dieci anni. Nel 1979, infatti, la rivoluzione in Iran, guidata
dall’ayatollah Khomeyni, mostra al mondo islamico la possibilità di
cambiare il corso politico in nome di valori e princìpi familiari alla
propria tradizione. E mostra, più tardi, come fosse possibile costruire
un modello di stato che potesse incarnare la Legge di Dio: come fosse
possibile dare vita ad una Repubblica dei Guardiani di Dio, una forma
di organizzazione moderna (la repubblica) che però rispecchiasse dalle
fondamenta alle articolazioni interne più minute la perfetta
corrispondenza con la Parola rivelata e tramandata dalla Legge coranica. Dal
1979 in poi, nonostante le disillusioni che ben presto sono arrivate
dopo le degenerazioni in senso autoritario del regime degli ayatollah,
i movimenti collettivi di ispirazione fondamentalista cominciano ad
uscire allo scoperto ed ad organizzare le prime forme di contestazione
sociale e politica in vari Paesi (dall’Egitto alla Tunisia,
dall’Algeria al Pakistan, dalla Malesia al Sudan). Ciascuno di questi
movimenti si è misurato con i problemi del proprio Paese. Da qui le
diversità fra un movimento ed un altro: è diversa, ad esempio, la
strategia di un movimento neo-fondamentalista come Hamas, che agisce
nei territori occupati in Israele e che è critico nei confronti della
politica di pacificazione voluta da Arafat, da quella di un movimento
come il Fronte di salvezza islamico attivo sino al 1991 in Algeria
sulla scena politica e ricacciato nella clandestinità dopo il colpo di
stato dell’esercito avvenuto appunto in quell’anno. Così come diversa è
la vicenda del movimento fondamentalista sudanese che riesce ad andare
al potere da quella di un movimento come Tendenza islamica in Tunisia
che vive nella clandestinità perché messo ben presto al bando dal
regime al potere. Il riferimento al 1979 non è casuale, perché esso
ci permette di chiarire quale sia la differenza fra il fondamentalismo
e il neo-fondamentalismo islamico. Essa concerne l’uso politico del
Testo sacro che nel neo-fondamentalismo assume una forma nuova e
particolare. I neo-fondamentalisti, infatti, amano dare sostanza
religiosa alle loro parole d’ordine politiche, ricorrendo ai versetti
del Corano e della tradizione, senza preoccuparsi troppo se le
interpretazioni che propongono di volta in volta siano effettivamente
in linea con la tradizione stessa. Essi in realtà compiono uno
sforzo per riaprire le porte dell’interpretazione del Testo sacro, che
da almeno mille anni sono rimaste chiuse. I vari leaders dei movimenti
neo-fondamentalisti si sono spesso cimentati nella rilettura del Corano
e di altre fonti della Tradizione islamica sotto l’urgenza di affermare
due postulati: a) nel Corano è possibile trovare una risposta a tutti gli interrogativi dell’uomo e della società moderna; b)
e perciò non è necessario uscire fuori della propria tradizione
religiosa e culturale per rifondare su nuove basi etiche la società
moderna. Prendiamo un esempio che illustra efficacemente quanto
appena detto. Quando nel mondo arabo-islamico contemporaneo si parla di
democrazia, si affrontano almeno due scuole di pensiero (in realtà sono
di più, ma ai fini del nostro esempio non è rilevante approfondirle
tutte). Ci sono coloro che guardano ai modelli occidentali e ritengono
che l’unica soluzione possibile per le società di tradizione islamica
sia quella di adeguarvisi gradualmente, riconoscendo la libertà di
associazione e di stampa, la pluralità effettiva dei partiti,
l’autonomia della società civile, unitamente alla reale tutela dei
diritti umani fondamentali. E ci sono coloro, al contrario, che
ritengono di poter dimostrare "Corano alla mano" che nel Testo sacro è
descritto come debba essere intesa e fondata la democrazia secondo
l’Islam. Chi afferma queste cose è sicuro, infatti, di poter trovare
come funziona la democrazia secondo la Parola di Dio nei passi del
Corano nei quali si parla della consultazione. Con questa formula si fa
riferimento ad un insuccesso riportato dall’esercito di Muhammad in
guerra contro le tribù di Mecca che lo osteggiavano. Il Profeta ammette
che se avesse seguito i consigli dei suoi fedelissimi la battaglia
avrebbe avuto esito diverso. Dio avrebbe messo alla prova la comunità
dei credenti, insegnando loro la pratica della consultazione. Ora il
passaggio logico dalla pratica della consultazione alle forme di
partecipazione democratica proprie degli Stati moderni non è molto
evidente: la prima è in fondo un retaggio della mentalità tribale (il
capo che si consulta con gli anziani della sua tribù prima di prendere
una decisione importante), le seconde implicano una complessa macchina
organizzativa e di tutela dei diritti di base molto distante dalla
semplicità e dall’immediatezza dei rapporti fra capo e suoi
fedelissimi. Inoltre, mentre la pratica della consultazione fa perno
sulla figura indiscussa del capo e della selezione che egli compie dei
suoi consiglieri, il principio democratico reclama non la selezione, ma
l’elezione dei rappresentanti del popolo. Siamo di fronte ad una
interpretazione che dà la misura esatta della realtà politica dei
movimenti neo-fondamentalisti. Nati sul terreno della politica moderna
essi ricorrono al linguaggio religioso di ampia e facile comprensione,
fanno opposizione utilizzando un codice che ha tutti i requisiti per
apparire autorevole e di grande impatto emotivo. Ecco perché molti
studiosi propongono di chiamarli movimenti dell’Islam politico o
semplicemente movimenti radicali, per sottolineare la dimensione
politica prevalente del loro impegno. In realtà, se è vero che la
politica è la bussola che aiuta a capire quanto accade in questi
movimenti, è altresì vero che non sarebbe giusto sottovalutare il
carattere religioso degli stessi: c’è un’ondata di risveglio religioso
e di identità culturale, soprattutto nelle nuove generazioni
acculturate, che va non dimenticata se non si vuole distorcere la
realtà. Il paradosso del neo-fondamentalismo è allora tutto qui:
esso si fa portavoce dell’esigenza di una lettura creativa (e spesso
anarchica) della tradizione in vista di una rinnovata presenza della
religione nella società, ma al tempo stesso pone questa esigenza al
servizio di un progetto politico, secolare, parziale (com’è la politica
del resto), riducendo il messaggio religioso ad arma della critica e
sempre più spesso a critica delle armi.
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