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Globalizzazione (La) (3)
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La Globalizzazione
È un fenomeno reale e recente che riguarda la
progressiva apertura dei mercati nazionali all'estero dando così
origine ad un mercato globale che varca i confini nazionali e che
condiziona pesantemente con il suo andamento le singole economie
nazionali (vi siete mai chiesti perché se cadono le borse asiatiche
anche a Milano ne risentono?). La parola deriva dalla fusione di due
termini distinti integrazione ed economia globale. Essa denota quindi
quel processo tramite il quale aumentano e si intensificano i rapporti
di ciascuna nazione nei confronti di molte altre. Quindi non significa
come molti credono mondo senza confini, senza frontiere nazionali né
mercato unico mondiale. Per molti secoli la competizione economica tra
gli stati si è facilmente tramutata in conflitto militare. Nel secondo
dopoguerra invece le tendenze all'avvicinamento dei mercati si sono
accentuate al punto tale che a partire dagli anni 80 si è cominciato a
parlare di globalizzazione. L'industrializzazione ha imposto l'apertura
degli scambi e ha dato avvio alla mobilità territoriale di persone e
tecnologie destinata a divenire sempre più intensa. Il contributo più
grande è avvenuto con la rivoluzione informatica e soprattutto con la
possibilità di integrare i sistemi informatici con quelli delle
telecomunicazioni. Oggi è possibile inviare in ogni parte del mondo un
numero infinito di informazioni, grazie alla rete telematica internet.
Questa possibilità di collegare in pochi secondi luoghi distanti
migliaia di chilometri ha finito per condizionare anche sistemi di
produzione e di commercializzazione in quanto viene eliminato il
contatto diretto fra produttore e consumatore, permette alle imprese di
avere sedi anche in paesi diversi pur non perdendo mai di vista il loro
operato mantenendosi in collegamento con le loro varie filiali. La
globalizzazione ha l'effetto più importante nella finanza mondiale è
possibile infatti grazie alle reti telematiche spostare capitali,
acquistare titoli o venderli o effettuare qualsiasi azione speculativa
digitando pochi tasti.
La globalizzazione non ha effetti infatti
solo nella commercializzazione ma anche nel campo del lavoro: per molte
imprese occidentali il trasferimento di molti stabilimenti produttivi
in regioni asiatiche è conveniente poiché si può sfruttare una forza
lavoro meno costosa. La globalizzazione ha dato tanto e ha migliorato
tanto ma ci ha portato ad essere tutti uguali. Al di là delle singole
manifestazioni c'è da dire che questo fenomeno condiziona ogni contesto
della vita quotidiana: una stessa bevanda viene consumata a New York
come a Pechino, uno stesso zainetto viene utilizzato a Milano come
Singapore; uno stesso paio di scarpe viene venduto a Sidney come a
Bankok. E lo stesso fenomeno è riscontrabile anche per la cosi detta
fabbrica culturale quella che si occupa della vendita di programmi
televisivi, cosi vengono veicolati non solo le conoscenze ma anche le
mode i fenomeni sociali e anche le credenze religiose. Tutto questo ha
portato alla nascita di un "villaggio globale" all'interno del quale le
diverse società fino a ieri distinte per culture, tradizioni, credo e
mode diverse vengono accomunate. Purtroppo la globalizzazione non ha
portato solo riscontri positivi all'interno delle nostre società. La
globalizzazione ha portato gli stati più ricchi ad arricchirsi sempre
di più a discapito di chi povero lo è ancora e lo sta diventando
maggiormente (o meglio, i soldi finiscono nelle mani dei pochi ricchi
che gestiscono il commercio di materie prime con l'occidente dei paesi
in via di sviluppo). C'era una volta la globalizzazione. Il mondo
diventerà tendenzialmente uno, si diceva. La ricchezza dei ricchi
salverà i poveri dall'eterna povertà. Le cifre non sostenevano questa
"verità" indiscussa, ma i fatti non hanno mai troppo interessato i guru
e altri filosofi. Il popolo di Seattle, impropriamente battezzato "no
global", provò a sollevare il problema. Mentre da noi fioriscono le
fabbriche della dieta, un miliardo e trecento milioni di esseri umani
non hanno le risorse per sopravvivere. Una disuguaglianza che cresce
anche in piena globalizzazione, o presunta. A Genova, l'anno scorso,
gli otto Grandi pressati dalla piazza e dai media spergiurano che la
lotta alla povertà, alle epidemie e alla fame nel mondo sarebbe
diventata una loro (nostra) priorità. Poi venne l'11 settembre. In cima
allo loro (nostra) agenda c'è la sicurezza, la guerra al terrorismo.
Ciò che resta dei popoli di Seattle, Genova e Porto Alegre si riproduce
in cortei piuttosto smilzi, come ultimamente quello di Roma. Dove a
giugno al vertice mondiale sull'alimentazione organizzato dalla FAO,
solo l'Italia (paese ospitante) e la Spagna (presidente di turno
dell'Unione Europea) salveranno l'onore del mondo sviluppato. Sono gli
unici due paesi presenti sui ventinove aderenti al Ocse, considerato il
club delle nazioni ricche. Ha ragione il sindaco di Roma Walter
Veltroni, a registrare questo paradosso: "Al G8 c'erano solo i paesi
ricchi perché i poveri non erano stati invitati.
Al vertice
FAO ci saranno solo i paesi poveri anche se quelli ricchi sono stati
invitati". In parole povere ognuno si fa gli affari suoi. Peccato che
la fame nel mondo sia anche un affare nostro. Ammettiamo pure, per
gusto del paradosso, che all'occidente intero non importi nulla di chi
muore di fame. Immaginiamo anche che l'idea stessa di genere umano sia
superata, che ognuno viva per sé. Spaziamo via ogni giudizio morale e
ogni senso di colpa. Restiamo al più stretto istinto di sopravvivenza.
Davvero qualcuno pensa che un pianeta spaccato in due, con una
minoranza di ricchi e una grande maggioranza di poveri e di sofferenti,
possa garantire la nostra sicurezza, il nostro sviluppo? Il caso FAO
può essere un episodio; quest'agenzia delle Nazioni Unite non brilla
per efficienza, come d'altronde il sistema Onu in generale. Gli Stati
Uniti, il paese più importante del mondo, sembrano anzi aver stabilito
che le Nazioni Unite siano più un peso che una risorsa. Del Palazzo di
Vetro e delle sue diramazioni si può pensare tutto il male possibile.
Ma se non sarà la FAO ci dovrà pur essere un luogo in cui americani,
europei e giapponesi possano incontrarsi per affrontare insieme
l'emergenza fame. Prendendola per quello che è: un problema "loro"
oggi; un problema nostro, domani. Ma forse quel domani è oggi.
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