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Sigmund Freud e la psicoanalisi
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Nel 1899 viene pubblicata a Vienna L'interpretazione dei sogni. Si
tratta di una sorta di pietra miliare nella costruzione di
quell'edificio teorico che tanta importanza rivestirà nel Ventesimo
secolo: la psicoanalisi.
L'autore del libro è un giovane
neurologo viennese, dai molteplici interessi e che proprio per questa
sua smania di studiare e approfondire le più disparate discipline, si è
laureato in medicina con tre anni di ritardo. Si chiama Sigmund Freud ed è l'amatissimo primogenito di una famiglia di origini ebree.
Freud
fu da subito consapevole del carattere rivoluzionario delle idee che
andava via via elaborando e perfezionando. Durante il suo primo viaggio
in America ebbe a dire al suo allievo Jung, che più tardi organizzerà
il più importante scisma in seno al movimento psicoanalitico: "Non
sanno che stiamo portando loro la peste".
Avversata da medici e
psicologi del tempo, nonché da molti scrittori e intellettuali, con
argomentazioni fra l'altro valide tutt'oggi, la psicoanalisi ottenne
una progressiva, grande affermazione, tanto che nel secondo Dopoguerra
troviamo psicoanalisti insediati in prestigiose cattedre in altrettanto
prestigiose università di tutto il mondo.
Eppure, come cura dei disturbi psichici, come originariamente era nata, la psicoanalisi fu un semifallimento. Trattamento
lungo e costoso, si rivelò, almeno nella versione freudiana, inefficace
nella cura della schizofrenia e delle altre psicosi, quell' insieme
cioè di patologie che noi profani indichiamo come follia, ma anche
nella terapia dei disturbi psichici minori, come le nevrosi, i
risultati non sono esaltanti e comunque non affatto superiori a quelli
ottenuti con l'impiego di altre psicoterapie.
L'importanza della psicoanalisi esula, tuttavia, dai suoi successi ed insuccessi terapeutici. Essa consiste nella nuova visione dell'uomo che propone ed è dunque una teoria di grande portata filosofica e artistica.
È un sistema filosofico totalizzante che contenderà per tutto il Novecento al marxismo l'egemonia ideologica.
Si
sviluppa, a partire dalla teoria freudiana, un nuovo filone di critica
letteraria e artistica, una pedagogia innovativa, una società
diversamente modellata.
All'uomo vittoriano rigidamente
razionalista, puritano, ligio al senso del dovere e all'etica del
lavoro, subentra, influenzato dalle nuove ideologie, l'uomo della
civiltà di massa, dedito al consumo e alla sacralizzazione del tempo
libero. La famiglia stessa si trasforma: dalla famiglia patriarcale
allargata, sovente contadina, si passa alla famiglia nucleare,
piccoloborghese, dove contano in assoluto le esigenze personali,
l'intimità della coppia, la soddisfazione dei bisogni individuali o di
una ristretta cerchia di persone. L'industria può espandersi, avendo finalmente trovato gli acquirenti ideali cui vendere i propri prodotti.
La
psicoanalisi finisce col permeare le strutture mentali, il modo di
pensare, il linguaggio stesso dell'uomo del Novecento, in misura più o
meno significativa. Lemmi come repressione, identificazione, rimozione,
sublimazione sono tributi della lingua parlata e scritta alla
psicoanalisi.
La scoperta dell'inconscio, che Freud deve alle
proprie letture filosofiche e letterarie, rende consapevole l'uomo
contemporaneo delle spinte irrazionali che determinano e agiscono il
suo comportamento. Finalmente cosciente dei propri istinti, l'uomo
del Novecento, prima scisso fra coscienza e inconscio, razionalità e
pulsioni, sviluppa una nuova dialettica, una sorta di interiorità di
massa e di introspezione che permetterà all'individuo borghese di
fabbricarsi una propria autonoma identità.
Psicoanalisi, romanzo
borghese è il titolo di un fortunato libretto di qualche anno fa, dove
gli autori vedevano appunto nella psicoanalisi lo strumento attraverso
il quale ogni grigio rappresentante della borghesia poteva costruire
una narrazione attendibile della propria esistenza, il proprio romanzo
personale, di cui avvertiva, per la prima volta nel corso della storia,
l'acuto bisogno.
La letteratura è interessata dalla psicoanalisi
non soltanto sul versante della critica, ma soprattutto su quello
espressivo: poesia e romanzo si servono intensamente del pensiero
primario, tipico della produzione dell'inconscio.
I surrealisti,
Proust, Joyce, Svevo, la Woolf, coevi di Freud, producono opere
letterarie che, pur non essendo psicoanalitiche in senso stretto, anzi
pur essendo fortemente eretiche, risentono del nuovo clima culturale e
abbondano di associazioni mentali, frammenti di ricordi, fantasie,
visioni, emozioni, descrizioni di comportamenti bizzarri.
Si fa
strada in letteratura la tecnica dello stream of consciousness, flusso
di coscienza che si propone di riprodurre l'attività psichica nel suo
farsi, nel suo mischiare razionale e irrazionale, idee, percezioni,
sentimenti, ricordi, sensazioni nel loro continuo e contemporaneo
fluire.
Divenuta parte del Potere e delle Istituzioni, la
psicoanalisi sembra perdere con gli anni la sua carica innovativa, se
non eversiva, delle origini, caldeggiata dallo stesso Freud, per certi
versi patriarca accentratore, dogmatico e autoritario, tuttavia
soprattutto scienziato dalla mentalità sperimentale e come tale
disponibile, come spesso fece, a mutare idee e spiegazioni alla luce
dei nuovi fatti che emergevano dall'osservazione clinica dei pazienti.
Collusa
col Potere, la psicoanalisi ha finito per diventare mistificante,
rinchiudendo l'uomo in una visione angusta, intrapsichica o, tutt'al
più, intrafamiliare dei suoi problemi. Negando quindi le origini storiche, sociali, ovvero profondamente ontologiche del disagio dell'uomo contemporaneo. La
devianza giovanile, la contestazione, il malessere psicologico, le
rivendicazioni operaie, la disoccupazione, le lotte politiche e
sindacali, la critica della società industriale e postindustriale
diventavano per la psicoanalisi un problema individuale, personale di
mal elaborati rapporti con mamma e papà.
Cosa salvare della psicoanalisi nel Ventunesimo secolo? Senza
dubbio il valore letterario dell'opera di Freud, un prosatore dotato di
intelligenza, brillantezza, spirito, chiarezza, stile. Un piccolo
classico, dunque, capace quindi di dirci, a patto di uscire noi da una
ricezione eccessivamente dogmatica, qualcosa di importante su noi
stessi e sulla nostra vita.
Dal punto di vista scientifico, poco
o nulla c'è probabilmente da salvare. Gli epistemologi definiscono le
teorie psicoanalitiche come "non falsificabili", "inverificabili" e
perciò non scientifiche secondo il paradigma corrente della scienza. La psicoanalisi propone intuizioni, non verità scientifiche, ipotesi suggestive non solide teorie.
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