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Stato d’Israele e le guerre arabo-israeliane (Lo)
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Da tempo ormai, guardando la televisione o leggendo il giornale, non si
può far a meno di ascoltare gli ultimi aggiornamenti sul Medio Oriente:
ogni giorno, o quasi, ci vengono presentate immagini raccapriccianti di
persone uccise o completamente disintegrate. Poi ascoltiamo i commenti
dei leaders dei due Paesi belligeranti: tutta questa violenza è causata
da Arafat, dice Sharon; no, è colpa di Sharon, ribatte Arafat. Un
processo senza assunzione di colpe. Questa situazione perdura ormai da
molto tempo; da troppo. Per ricercare le cause di questi conflitti
bisognerebbe arrivare, infatti, ad epoche bibliche, quando gli ebrei
furono cacciati, all'età dei romani, dalla loro "Terra Promessa"
attraverso la Diaspora; da allora essi non tornarono più in Palestina,
fino al 1922, quando all'Inghilterra fu assegnato, dall'allora Società
delle Nazioni, il mandato su questa terra; mandato che scadde nel 1948.
Durante questo periodo, in Palestina vi fu un enorme afflusso di
immigrati ebrei, i quali gettarono le fondamenta per la successiva
fondazione dello Stato. Fondazione, però, destinata ad attendere,
perché, anche se con gli Stati Uniti dalla loro, gli ebrei erano
ostacolati dagli Inglesi, che pur concedendogli una certa autonomia
amministrativa, favoreggiavano gli Stati Arabi perché ricchi di
petrolio; Arabi assolutamente contro gli ebrei. Allo scadere del
mandato, però, l'O.N.U. decise di intervenire per l'eccessiva tensione
che stava venendosi a creare tra le due popolazioni. Esso, con la
risoluzione 181, decretò che in Palestina nascessero due Stati: uno
arabo, ed uno israeliano, lasciando Gerusalemme sotto il controllo
internazionale.
A questo piano di spartizione vollero aderire
gli ebrei , ma non gli arabi, completamente in disaccordo. Ma quando
gli Inglesi lasciarono la Palestina perché conclusosi il loro mandato,
le due parti si trovarono senza giurisdizione a dover spartire i
territori; così, il 14 maggio 1948 gli ebrei proclamarono lo Stato
d'Israele con capitale Tel Aviv. I tantissimi palestinesi abitanti in
territorio israeliano furono costretti ad immigrare come profughi nei
vicini Paesi di Libano e Giordania, da dove cominciarono a sferrare
attacchi terroristici per riconquistare la patria perduta e per far
valere il proprio diritto di avere anch'essi uno Stato. Ed è a questo
punto che si affaccia sul palcoscenico internazionale l'Organizzazione
per la Liberazione della Palestina (O.L.P.), con a capo l'ex leader di
Al-Fath Yasser Arafat. Le guerre tra i Palestinesi e gli Ebrei,
appoggiati dai rispettivi alleati si susseguirono finchè i Paesi Arabi
capirono che solo diplomaticamente era possibile mettere fine a tutte
quelle sanguinose guerre. Questa nuova politica portò, nel 1978, agli
accordi di Camp David, seguiti da un vero e proprio trattato di pace
che prevedeva il ritiro di Israele dalla penisola del Sinai e dalle
alture del Golan, precedentemente conquistate. Per quanto riguarda la
questione palestinese, anche l'O.L.P. cambiò tattica: abbandonando il
terrorismo, intraprese una strada mirata a far capire al mondo che
anche i Palestinesi avevano diritto ad una propria patria. Appoggiato
dall'O.N.U., nel 1988, Arafat proclamò simbolicamente lo Stato
palestinese nei territori di Gaza e Cisgiordania. Territori, però, che
Israele non voleva cedere. Così, i palestinesi presenti in quelle zone
diedero vita ad una clamorosa rivolta, detta "Intifada", intrapresa con
lanci di pietre anziché con armi. Da questo momento i rapporti tra
israeliani e palestinesi si fecero sempre più tesi.
Quando,
però, nel 1992 viene eletto primo ministro Yitzhak Rabin, le cose
cominciano a migliorare. L'anno successivo viene firmata la
Dichiarazione dei Principi tra Israele e O.L.P. per l'autogoverno
provvisorio palestinese nei territori di Gaza e Gerico. In questa
occasione si stringevano per la prima volta la mano, alla presenza del
presidente statunitense Clinton, i due capi politici israeliani e
palestinesi. L'anno successivo,1994, Rabin ed il re Hussein di
Giordania ponevano fine alla guerra tra i due Stati; pace consolidata
alla morte di Hussein con il nuovo re Abdullah II. Purtroppo, però, nel
novembre del 1995, Rabin fu assassinato da un estremista ebreo. Gli
successe Benjamin Netanyahu, rappresentante del centro destra, che
riprendeva i colloqui di pace e nel '97, in seguito ad accordi con
Arafat, ritirava le sue truppe da Hebron. Ma i problemi non sono finiti
qui: rimane la questione della Cisgiordania e di Gerusalemme che i
palestinesi vogliono come loro capitale, ma che gli israeliani non
vogliono assolutamente lasciare. Questi problemi hanno reso la vita
difficile anche al laburista Barak, succeduto a Netanyahu, che, pur
tentando di risolverli, è stato ostacolato da una seconda Intifada. I
contrasti sono diventati ancora più frequenti, poi, con la vittoria
delle elezioni del rappresentante della Destra Ariel Sharon,
intransigente e spietato contro i palestinesi. Da qui la storia diventa
cronaca. Come ho già detto all'inizio, non passa giorno che i due
blocchi contrapposti non si fronteggino con le armi, causando
tantissime vittime innocenti. La situazione sta diventando sempre più
critica: Arafat, senza ormai nessuna autorità, è accusato dagli
israeliani di essere a capo degli atti terroristici che da tempo ormai
affliggono Israele, ma lo stesso Sharon non rinuncia ad incursioni
armate nei territori palestinesi ogni qual volta se ne presenti la
possibilità. Secondo me, bisognerebbe innanzitutto che un altro uomo,
dello stampo di Rabin, sia chiamato a governare Israele al posto di
Sharon, che diventa sempre più generale di un esercito, anziché capo di
una nazione. Inoltre, bisognerebbe che l'O.N.U. prendesse in mano le
redini della vicenda installando nei territori "caldi" un suo corpo di
pace.
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