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Storia dello studio della psiche
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Introduzione Il termine psicologia, di origine greca, è oggi
utilizzato per indicare lo studio dei fenomeni mentali psichici. Un
tempo invece con psiche si indicava l'anima, che fin dall'antichità è
stata oggetto di studio da parte dei filosofi. Come le altre scienze,
anche la psicologia è infatti cresciuta nell'ambito delle concezioni
filosofiche, dalle quali ha cominciato a emanciparsi con la nascita
della fisiologia del sistema nervoso e soprattutto delle sensazioni. In
quanto particolare aspetto della filosofia la si definisce psicologia
razionale, mentre dalla fine dell'Ottocento si è cominciato a parlare
di psicologia scientifica, che si articola in varie teorie e settori di
indagine e utilizza spesso metodi diversi.
La nascita di una scienza: la psicologia Una logica consequenzialità? L'interesse
per problematiche di natura psicologica è una costante della
speculazione filosofica fin dalle sue origini. Di conseguenza alcuni
storici, soprattutto quelli a impostazione non positivistica,
individuano un'ideale linea di continuità tra la psicologia
dell'Ottocento e le psicologie speculative di epoche più remote. Tale
continuità riguarderebbe non solo gli oggetti di indagine, ma anche le
metodologie impiegate. Comuni tanto alla dottrina aristotelica (quindi
all'elaborazione tomistica medievale successiva) quanto alla psicologia
scientifica contemporanea sarebbero la costante volontà
classificatoria, la centralità dell'osservazione (e in prima istanza
dell'introspezione), la suddivisione della mente in facoltà, funzioni e
processi psichici in sede psicologica.
Filosofia e psicologia All'annosa
domanda su cosa e come l'uomo possa conoscere aveva già tentato di
rispondere la filosofia, assumendo con Cartesio che si potesse solo
guardare alla macchina "corpo" e con Kant che si potesse solo prendere
coscienza dei fenomeni che si svolgono nel tempo e nello spazio.
Entrambi i filosofi avevano negato che vi potesse essere una scienza
del pensiero e delle funzioni psichiche: l'uno sposando una concezione
dualistica del rapporto mente e materia che rendeva la materia oggetto
soltanto della scienza, lasciando così il pensiero in mano ai filosofi;
l'altro assumendo come possibile solo una scienza dei contenuti mentali
causati dall'esperienza e dal rapporto con il mondo. Di fatto però
proprio queste obiezioni fissarono i punti di una interessante
riflessione che dovrà necessariamente confrontarsi su due temi
centrali: l'oggetto ed il metodo di un sapere psicologico che voglia
considerarsi scientifico. Psicologia e filosofia con gli anni si
differenziarono sempre più, ma nelle rispettive evoluzioni i punti di
contatto necessariamente sono rimasti.
Scienza e psicologia Difficile
fu per la psicologia inserirsi nel mondo delle scienze. In questo
conflitto fu particolarmente importante Wundt, che si inserì nel
dibattito sul metodo definendo come scientifico qualunque fenomeno che
fosse soggetto a verifica sperimentale. Se dunque la psicologia
affronta lo studio di fenomeni che siano dimostrabili e riproducibili
affondando nell'esperienza il suo sapere, allora essa non può non avere
dignità scientifica. Tale scienza deriva la sua specificità dal fatto
di studiare l'esperienza che vede l'oggetto in relazione con il
soggetto e che può essere scomposta nei singoli elementi costitutivi,
in modo da poterne determinare le regole e le leggi di connessione. Gli
elementi per loro stessa natura attengono alla sensazione e al
sentimento e si combinano dando luogo a formazioni psichiche che a loro
volta si connettono fra di loro generando la vita psichica nel suo
complesso. La ricerca psicologica deve quindi indagare anche questo
tipo di relazione, il che sta a significare che l'uomo conosce
guardandosi dentro. La difficoltà di conciliare l'esigenza
introspettiva con il metodo sperimentale fu evidente fin dall'inizio,
tanto che Wundt la legò sempre e comunque alle caratteristiche fisiche
del fenomeno-stimolo, considerando la percezione come evento derivante
dall'azione di uno stimolo esterno, azione variabile e della quale è
possibile misurare l'entità, attraverso i resoconti oggettivi o la
quantificazione dei tempi di reazione. Nei primi anni del XX secolo
la psicologia sperimentale subì una graduale e profonda trasformazione:
nacquero i laboratori (il primo dei quali fu realizzato da Wundt già
nel 1879) e si iniziarono sperimentazioni con soggetti che non fossero
i ricercatori stessi. Come un qualunque altro prodotto di laboratorio,
la mente venne manipolata secondo rigidi protocolli sperimentali,
descritta in termini matematici, generalizzata e generalizzabile a
tutti gli individui.
Prime contrapposizioni La psicologia dell'atto e la psicologia funzionale Brentano
e la psicologia dell'atto, che da lui si sviluppò nell'Europa
continentale e fu ripresa su basi sperimentali da C. Stumpf, diede
un'interpretazione più dinamica di quella di Wundt dei fenomeni
mentali. Questi furono concepiti infatti come "attività", e da ciò
derivava che l'oggetto di studio della psicologia non doveva essere il
percepito (il contenuto della sensazione) ma l'atto stesso del
percepire. Tale corrente fu caratterizzata da un'influenza filosofica
abbastanza importante e assunse poi il punto di vista fenomenologico di
E. Husserl. Nel frattempo negli Stati Uniti, mossa da intenti in parte
analoghi ma soprattutto caratterizzata da una concezione ancora più
dinamica dei processi psichici, trovò sviluppo la psicologia
funzionale. Essa si occupò particolarmente del rapporto tra individuo e
ambiente, sottolineando l'attività dell'organismo nel suo processo
adattativo, e quindi le attività da esso compiute per modificare
l'ambiente e modificarlo così da salvaguardare il fine ultimo della
sopravvivenza. La psicologia funzionale, a differenza di quella
dell'atto, fu piuttosto influenzata dai modelli propri delle scienze
naturali, e in particolar modo dalla biologia, e si fece pertanto
guidare da esigenze pratico-utilitaristiche. In Gran Bretagna i due
indirizzi si sovrapposero e si combinarono per dar vita alle teorie di
G.F. Stout, più vicino alla psicologia dell'atto, e di W. McDougall,
maggiormente influenzato dalla psicologia funzionale. Le differenze tra
psicologia dell'atto e funzionale si fecero invece più marcate negli
indirizzi che in qualche misura ne raccolsero l'eredità la teoria della
Gestalt e il behaviorismo (o comportamentismo).
Il gestaltismo Nella
teoria della forma (o gestaltismo) si pose particolare enfasi sulla
tendenza del soggetto a istituire nella percezione, nell'immaginazione,
nel comportamento pratico, delle "unità formali" chiuse e coerenti
(Gestalten). Secondo i principi sviluppati a Berlino e poi in altre
sedi da M. Wertheimer, K. Koffka, W. Köhler e altri, le unità formali
si presentano e sono attivamente strutturate tutte le volte che certi
elementi componenti possiedono determinate caratteristiche comuni (i
"fattori formali"), favorevoli appunto a un'organizzazione chiusa e
omogenea. Questo capita quando gli elementi componenti sono fra loro
particolarmente vicini, simili, paralleli o simmetrici, armonicamente
orientati e comunque tali da poter dare una "buona forma", cioè una
configurazione semplice, ordinata, stabile, ecc.. La tendenza alla
"buona forma", intesa come forma massimamente omogenea, fu ipotizzata
anche da studiosi precedenti o contemporanei come V. Benussi, C.L.
Musatti, G.E. Müller, W. Wundt, A.F. Krüger. Numerose contraddizioni e
limitazioni intrinseche hanno reso la Gesthaltpsychologie oggetto di
varie critiche, tra cui vi è l'aver considerato la tendenza alla "buona
forma" come innata, come se fosse un istinto preformato, minimizzando
gli effetti dell'apprendimento valorizzati, invece, dagli empiristi
anglosassoni. Inoltre la forma semplice, ordinata, regolare appare in
realtà una razionalizzazione delle istanze culturali all'ordine e alla
semplicità comuni nell'Europa centrale degli anni Venti e Trenta, che
sono dominanti anche in altri aspetti del gusto estetico, politico e
filosofico della piccola e media borghesia dell'epoca.
Il behaviorismo Il
behaviorismo (o comportamentismo) si contrappone alla psicologia
dell'introspezione e tende a risolvere l'operare della coscienza nel
comportamento esterno, studiando cioè il fenomeno psicologico sulla
base del comportamento visibile e oggettivo, quindi misurabile e
riducibile a dato di una scienza esatta, del tipo delle scienze
fisiche. Secondo J.B. Watson, fondatore all'inizio del Novecento di
questa scuola, compito della psicologia è quello di stabilire leggi
casuali tra le proprietà dell'ambiente e i movimenti dell'organismo
rispetto a esso (ossia il comportamento dell'organismo). Egli fu
influenzato da diverse altre teorie, innanzitutto dal pragmatismo
filosofico naturalistico (J. Dewey), in cui confluiscono
l'evoluzionismo biologico e la teoria delle funzioni, poi dalla teoria
dei riflessi condizionati (I.P. Pavlov, V.M. Bechterev), da quelle di
C.S. Sherrington e dagli studi di psicologia animale. Tra gli altri,
proseguì gli studi di Watson E.C. Tolman che, sensibile anche ad altri
risultati come quelli raggiunti dalla Gestaltpsychologie#468026,
insiste sulla totalità originaria dell'organismo e soprattutto
sull'aspetto finalistico del comportamento come adattamento od
orientamento, negando quindi che esso sia esprimibile inizialmente
attraverso leggi fisiologiche e biologiche. Teoria in parte autonoma è
quella di George Herbert Mead (1863-1931) che propose un
comportamentismo sociale, in cui la coscienza (l'individuo) è il
risultato delle interrelazioni degli organismi. Anche il
behaviorismo, come la Gestaltpsychologie, è stato oggetto di forti
critiche soprattutto per la riduzione del fenomeno psichico a
meccanismo di tipo fisico e per le contraddizioni che questo principio
comporta.
Un'evoluzione costante L'arricchimento nel tempo Gradualmente
le contrapposizioni tra i diversi indirizzi di pensiero dell'inizio
Novecento, inizialmente assai rigide, si attenuarono, soprattutto a
causa dell'aumentata consapevolezza della complessità dei fenomeni
psichici indagati e dalla quantità di variabili da manipolare nel corso
delle ricerche. Inoltre con la progressiva affermazione delle teorie
psicoanalitiche e il diffondersi di nuove scienze umane, quali la
sociologia, l'antropologia culturale, la cibernetica, la psicologia
della seconda metà del Novecento ha visto offuscarsi la sua immagine e
di fatto ha abbandonato le grandi problematiche teoriche del passato
per occuparsi di settori limitati all'interno della ricerca
sperimentale. Dal punto di vista epistemologico, tuttavia, la
psicologia contemporanea si presenta articolata, e alle volte divisa,
da contrapposizioni e contraddizioni di ordine metodologico e
concettuale.
Fenomeni psichici e contesto storico Il rapporto
tra fenomeni psichici e contesto storico in cui sono inseriti
rappresenta una delle differenze teoriche della psicologia
contemporanea. Da una parte vi sono gli psicologi, soprattutto di
derivazione anglosassone, che si richiamano all'approccio naturalistico
tipico della scienza tradizionale, ritenendo più proficuo studiare i
fenomeni e i processi psichici in astratto, indipendentemente da
qualsiasi riferimento storico. Precursori di questa impostazione, ancor
prima di Wundt, sono J.F. Herbart e l'approccio antistoricistico che
caratterizza il suo realismo psicologico. Dall'altra parte vi sono
quegli studiosi, soprattutto dell'Europa continentale, come G. Politzer
e H. Wallon, che inseriscono la ricerca psicologica nella prospettiva
aperta del materialismo storico e dialettico, mirando a descrivere in
tal senso non l'individuo astratto ma la condizione storica che
permette di assegnare un'interpretazione adeguata alla condotta
individuale. Punto unificante tra i due diversi approcci è stata
l'etologia umana che ha integrato l'evoluzionismo darwiniano con lo
storicismo proprio del materialismo dialettico.
Il modello teorico nell'interpretazione del dato psichico Rispetto
al modello teorico nell'interpretazione del dato psichico, alcuni
psicologi assumono ad esempio le scienze naturali e quindi assimilano
l'evento psichico a qualunque evento naturale; cercando di trovare
leggi valide per entrambi, si muovono in una prospettiva essenzialmente
meccanicistica. A questo gruppo appartengono i comportamentisti e anche
i teorici cognitivisti, che interpretano il comportamento nei termini
della teoria dell'informazione. Altri invece, considerandole più
adeguate a rendere la complessità dell'evento psichico, danno
interpretazioni in senso più teleologico e si mostrano diffidenti al
tentativo di individuazione di leggi di comportamento. A questa parte
della psicologia appartengono le cosiddette psicologie della
personalità di W. Stern e G. Allport, la psicologia esistenziale di R.
May e L. Lecky, la teoria della personalità di C.R. Rogers, la
psicologia umanistica di A.H. Maslow; possono rientrare in questa
divisione anche le formulazioni delle psicologie del profondo
(psicoanalisi, psicologia analitica e psicologia individuale).
Teoriticisti e antiteoriticisti Il
mondo della psicologia è anche attraversato dal dibattito tra
teoreticisti e antiteoreticisti. I primi ritengono fondamentale il
ricorso a modelli esplicativi, provvisti di un alto grado di coerenza
interna, tali da consentire osservazioni di carattere predittivo circa
i fenomeni osservati. I secondi ritengono, in nome di un empirismo
radicale, fuorviante e improduttivo qualunque riferimento a ipotesi e
formulazioni teoriche estranee all'osservazione, e si attengono
esclusivamente a procedure sperimentali che siano state rigorosamente
codificate. Al gruppo teoreticista appartengono il neocomportamentismo
e la psicologia cognitivista, al gruppo antiteoreticista il
comportamentismo classico nella formulazione di B.F. Skinner.
Ulteriori dibattiti Differenze
ci sono inoltre rispetto all'atteggiamento del ricercatore davanti al
dato osservato: da un lato l'approccio fenomenologico che si accosta al
dato nella sua immediatezza, cioè come si offre al soggetto che lo
percepisce; dall'altro l'opposta tendenza a sottoporre il dato a
procedimenti analitici successivi a partire da schemi logici
preliminari. Anche per quanto riguarda il punto di vista assunto gli
psicologi si dividono in chi ha un'impostazione prevalentemente
soggettiva (psicologia clinica) e chi ce l'ha oggettiva (psicologia
sperimentale). E ancora, nella corrente sperimentale, vi sono coloro
che ritengono necessario e produttivo quantificare mediante tecniche
statistiche, e coloro che ritengono i dati psichici strutturalmente
diversi da quelli fisici, non essendo i primi dotati della qualità di
continuità e omogeneità propria dei secondi, e sostengono quindi
l'impossibilità di qualunque forma di quantificazione in sede
psicologica.
La psicologia applicata La distinzione tra
psicologia applicata e teorica, benché non assoluta, riguarda
essenzialmente la finalità di indagine: modificazione dell'individuo o
del sistema preso in esame per la prima, descrizione e spiegazione per
la seconda. Quindi la psicologia applicata traduce nella pratica le
assunzioni e acquisizioni della psicologia teorica. Essa ha le sue
origini già nell'Ottocento ed ha avuto un enorme sviluppo durante e
immediatamente dopo la prima guerra mondiale, quando fu impiegata
soprattutto nel campo della selezione e dell'orientamento del personale
militare. Oggi si divide in molteplici settori che costituiscono
discipline parzialmente autonome, le quali derivano le proprie
metodologie dal particolare campo di applicazione (psicologia clinica,
differenziale, dell'educazione o psicopedagogia, del lavoro, ecc.).
La nascita di una scienza: la psicoanalisi Freud: una teoria generale dei processi psichici La
psicoanalisi, come Freud stesso ebbe a definirla, è ad un tempo
procedimento d'indagine dei processi psichici, metodo terapeutico e
nuova disciplina scientifica. A questa definizione, che fu tarda e alla
quale arrivò dopo un lungo percorso, concorrono quelli che sono i
riferimenti strutturanti del pensiero freudiano: il ruolo dell'elemento
psicopatologico, l'esigenza di inserire a buon diritto la psicologia
fra le scienze naturali, la profonda assunzione del valore delle
fantasie e del desiderio. Benché il termine psicanalisi fosse
comparso per la prima volta nel 1896 in uno scritto di Freud intitolato
L'eredità e l'eziologia della nevrosi, la sua fondazione si fa risalire
alla pubblicazione dell'Interpretazione dei sogni (1900). Secondo lo
studioso non è dalla sola malattia, dalle manifestazioni nevrotiche o
isteriche che si possono ricavare le indicazioni sul funzionamento del
mondo psichico nascosto; esso è anzi ben individuabile nella condotta
psichica cosiddetta "normale" di ogni individuo. Nei sogni prima di
tutto, ma anche nei gesti più insignificanti, nei lapsus, nelle
dimenticanze, nei motti di spirito: ovunque il mondo psichico lascia
una traccia di sé. L'analisi che permette di evidenziare questi
elementi è un'operazione di scavo, di riesumazione di pezzi di ricordi;
i sogni e le azioni involontarie divengono tracce di più complessi
percorsi da esplorare. E questa esplorazione obbedisce a due scopi: da
una parte essa svolge un'azione terapeutica per l'individuo, dall'altra
essa rientra nell'ambito di un modello interpretativo generale della
vita psichica umana. Il modello teorico che Freud propone (la
metapsicologia psicoanalitica) concepisce la mente quale struttura
tripartita (punto di vista topico), dinamica e conflittuale nella quale
si scontrano forze (punto di vista dinamico) e si distribuisce energia
(punto di vista economico) e il cui sviluppo procede di pari passo con
la maturazione genetica individuale (punto di vista epigenetico). La
dinamica degli "affetti", delle emozioni, dei sentimenti, delle
passioni è quindi ricondotta a un "dove" preciso e circostanziato:
l'apparato psichico, sistema suddiviso in tre sottosistemi aventi
funzioni e compiti diversi. Il sistema psiche è composto dunque di tre
specifiche funzioni: conscio, preconscio e inconscio, o, secondo una
definizione successiva, Io, Es e Super-Io. Esiste un rapporto di
vicendevole permeabilità fra conscio e preconscio (per cui contenuti
consci possono divenire preconsci e viceversa), mentre l'inconscio,
oscuro contenitore di pulsioni, resta segreto e inaccessibile alla
coscienza, separato dalla barriera della rimozione. La necessità di una
simile cesura deriva dalla natura stessa delle pulsioni, forze
conflittuali diverse, energia motrice della vita stessa e
perturbatrice d'equilibrio (dualismo pulsionale). L'energia dunque è
spinta vitale e questa spinta si scontra con le condizioni di realtà
alle quali la coscienza risponde. In questo sta la natura del rimosso,
di quei contenuti cioè che non possono affiorare alla coscienza per la
loro alta capacità perturbatrice. Essi però continuano la loro
esistenza sotto forma nuova, andando a costituire una sorta di nuovo
linguaggio, di simbologia rappresentativa attraverso la quale
indirettamente influenzano comunque la vita dell'uomo. Ne deriva che
l'esperienza consapevole trova ragione in quella inconsapevole, che ne
diviene paradossalmente strumento essenziale di comprensione. Il
sintomo, il sogno e i paraprasse (gli atti mancati, i lapsus, le
dimenticanze, ecc.) sono le strutture semantiche dell'oscuro linguaggio
dell'inconscio che obbediscono a precise regole di "sintassi". Essi non
possono essere direttamente compresi, ma rappresentano gli indizi in
base ai quali si può giungere a scoprire la causa ovvero l'esistenza di
un trauma originario. La tecnica fondamentale della terapia
psicanalitica si basa, oltre che sull'interpretazione dei sogni, sulle
"libere associazioni": il soggetto viene infatti incoraggiato ad
abbandonarsi al racconto dei pensieri e delle idee che gli vengono in
mente senza preoccuparsi di trovare per esse una qualche forma di
concatenamento logico.
I figli ribelli La scoperta
dell'inconscio rappresenta una delle acquisizioni basilari del mondo
contemporaneo. La sua comparsa suscitò grande interesse, malgrado la
psichiatria e la scienza ufficiali siano rimaste a lungo ostili al
lavoro di Freud. D'altra parte anche in seno alla scuola freudiana non
tardarono a manifestarsi dissensi e teorie nuove; tuttavia la sua
natura compartimentata e oltremodo rigida portò a leggere i confronti
critici alla stregua di insopportabili tradimenti. Mantenendo il
contatto con la scuola freudiana e assumendo al tempo stesso elementi
di autonomia e di originalità, due furono le grandi secessioni del
neonato movimento psicoanalitico: nel 1911 A. Adler lasciò Freud per
fondare la sua scuola di psicologia individuale e nel 1914 C. G. Jung
lasciò la psicanalisi freudiana per fondare la scuola di psicologia
analitica. Jung si differenziò da Freud in due questioni basilari: il
concetto di libido per Jung non aveva carattere esclusivamente sessuale
come per Freud, inoltre Jung ipotizza l'esistenza, accanto a quella di
un inconscio individuale, di un inconscio collettivo nel quale la
specie umana conserva le sue esperienze ancestrali e archetipiche. I
motivi del distacco di Adler dalla scuola di Freud si legano piuttosto
al maggiore accento che egli pose alla dimensione sociale che incide
nello sviluppo umano.
Le scuole post freudiane I congressi
internazionali di psicoanalisi iniziarono già dal 1908, e i contributi
più interessanti, almeno fino alla metà del Novecento, provenirono dai
lavori di Anna Freud, Heinz Hartmann e Melanie Klein. Alla Freud e a
Hartmann si deve un approfondimento delle funzioni dell'Io, ritenute
indispensabili alla messa in atto dei processi adattivi e alla
formazione della personalità. Quella che è chiamata "psicologia
dell'Io" prende le distanze dalla visione freudiana che vuole l'Io
derivante dall'Es, per attribuirgli invece origine autonoma e funzioni
specifiche. Questo approccio si diffonde principalmente negli Stati
Uniti, assumendo caratteristiche sempre più biologico-naturalistiche.
La psicoanalisi, dunque, viene così a intrecciarsi con ambiti di
ricerca diversi e a costituire con essi una prospettiva teorica
generale per la quale l'uomo e i processi psichici sono osservati nelle
loro componenti biologiche, dinamiche, cognitive. Alla Klein si deve
invece l'aver individuato come oggetto d'analisi la psicologia
infantile: se è vero che l'adulto è il bambino che è stato, allora
conviene guardare a quel bambino utilizzando strumenti nuovi, capaci di
interpretarne la realtà interiore. Il gioco per la Klein assolve a
questo compito: il teatro onirico e di azione che il bambino realizza
giocando comunica molte cose sul suo inconscio, sui suoi desideri, le
sue fantasie, le sue esperienze. La riflessione successiva al 1950
prese le mosse da queste prime indicazioni per procedere poi verso una
maggiore "contaminazione" con la ricerca psicologica e un abbandono,
seppure non totale, della posizione di isolata intransigenza nella
quale si era volutamente rinchiusa. I nodi centrali di questo passaggio
interessano temi fondanti della psicoanalisi freudiana: la struttura
psichica, il concetto di sviluppo evolutivo, la dimensione sociale. La
rivalutazione delle funzioni dell'Io apre alla riflessione sul tema
delle relazioni oggettuali, tematica nuova e per certi versi detonante:
la pulsione, anima del pensiero freudiano, perde la sua centralità per
far posto a quelle rappresentazioni, interne all'Io, che questi
struttura nella sua relazione con le "cose", le quali costituiscono il
fondamento della vita psichica individuale. Per alcuni ciò significa
che è proprio l'Io l'agente strutturante il mondo stesso delle
pulsioni. Su piani diversi, anche per l'utilizzo di contributi
interdisciplinari, si pongono le riflessioni di Matte Blanco sul
funzionamento della psiche in termini biologici, e quelle di Lacan. In
ambito evolutivo, acquista centralità, grazie agli studi di Spitz, la
relazione madre-bambino, paradigma d'armonia di sviluppo e il concetto
di sviluppo diviene oggetto di elaborazioni teoriche complete, e per
certi versi, generali, quali quelle di D. Stern e di E. Erikson. I
fattori sociali, attraverso un inconfessato recupero dell'opera di
Adler, assumono il ruolo di variabili determinanti lo stesso processo
di sviluppo. I contributi di E. Fromm, K. Horney, H. Sullivan e dello
stesso Erikson - il così detto orientamento psico-sociale - determinano
una profonda connessione tra psicoanalisi, scienze sociali e problemi
della società, riproponendo i temi della libertà e creatività dello
sviluppo individuale all'interno di una struttura sociale a sua volta
libera e democratica (quale quella americana).
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