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Viaggio sulla Luna
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Introduzione Nella mentalità dell’epoca, lo sbarco sulla Luna fu
considerato il punto di arrivo di un lungo e complicato lavoro
tecnico-scientifico, oltre che il raggiungimento di uno dei sogni più
arditi che l’uomo aveva pensato. Ma l’impresa fu pure sentita come un
punto di partenza, una tappa dalla quale prendere nuovo slancio per
avventurarsi in esplorazioni ancora più coraggiose. Si ripeté così
l’effetto degli esperimenti dei fratelli Wright: se dal loro primo
stentato volo nel 1903 aveva avuto origine l’avventura dell’aeroplano,
dalle nuove imprese spaziali sarebbero seguiti, in modo incalzante,
altri ancora impensabili traguardi.
Anche se la sfida tra Stati
Uniti e Unione Sovietica era in quegli anni particolarmente presente e
malgrado l’innegabile vantaggio che il prestigio americano ottenne con
questa conquista, l’aver raggiunto la Luna venne sentito dai più come
una realizzazione da ascrivere alla "umanità" tutta intera e non a un
solo paese. E, non a caso, le parole di Neal Armstrong in procinto di
scendere sul suolo lunare furono: "È un piccolo passo per l’uomo, ma un
gigantesco balzo per l’umanità".
In viaggio nello spazio: obbiettivo Luna
L’iniziale vantaggio sovietico Negli
anni Sessanta la diversità di obiettivi tra Unione Sovietica e Stati
Uniti era ben definita: gli uni contavano sulle missioni di sonde
automatiche, gli altri volevano sbarcare propri uomini sulla Luna.
Entrambe queste strategie si rivelarono paganti, raggiungendo i
risultati sperati. La prima sonda scesa sul terreno lunare fu la
sovietica Luna 9 (1966), che riuscì a inviare a terra dati e immagini
del suolo. In appoggio al programma dedicato esclusivamente al
satellite terrestre, l’Unione Sovietica, sempre nello stesso periodo,
aveva varato il programma Zond, che prevedeva l’esplorazione anche di
Marte e Venere e che in pochi anni ottenne notevole successo nella
raccolta di nuovi dati. Di questo programma fecero parte diverse sonde,
ma per la ricerca lunare furono particolarmente importanti la Zond 5,
che circumnavigò la Luna da una distanza minima di 1.950 chilometri, e
la Zond 17, con cui si poté prelevare anche un campione di suolo lunare
(carotaggio) e trasportarlo a terra.
La febbrile ricerca statunitense La
NASA, il cui progetto prevedeva appunto la presenza umana a bordo,
svolse un intenso e accurato lavoro in cinque missioni preparatorie
denominate Lunar Orbiter (agosto 1966-maggio 1967), che servirono a
fotografare il terreno lunare da distanza ravvicinata (inferiore a 50
km), a valutare ogni particolare della sua superficie e della sua forza
di attrazione gravitazionale, e ad ottenere una gran quantità di dati
in modo da ridurre al minimo i rischi e gli imprevisti nelle
esplorazioni successive. Come i Sovietici, anche gli Statunitensi
seguirono contemporaneamente più programmi di esplorazione spaziale.
Oltre a quelle del programma Lunar Orbiter, vennero messe a punto le
sonde Surveyor, le quali, posatesi sul terreno lunare, effettuarono una
grande quantità di rilevazioni, tra cui alcuni sondaggi per verificare
quale fosse la consistenza del terreno e quali pesi esso fosse in grado
di sopportare in vista di allunaggi più sostanziosi. Nel 1967, in vista
del viaggio fatidico che avrebbe portato i primi uomini sulla Luna, era
previsto il lancio di una navicella spaziale con a bordo un equipaggio
in grado di effettuare le ultime prove; ma un incendio, sviluppatosi a
bordo della capsula nel corso di un addestramento, causò la morte dei
tre futuri cosmonauti. Anche le successive spedizioni - Apollo 7, 8 e 9
- furono dedicate all’utilizzo di vari sistemi di navigazione, e in
particolare del Lunar Excursion Module (LEM), che, provato nelle ultime
due missioni, fu fatto staccare dalla navicella madre ed avvicinare
alla superficie della Luna fino a 15 km di distanza.
I primi passi sulla Luna Ampliando
gli orizzonti, lo sbarco sulla Luna fu una conquista per tutta
l’umanità, ma nel particolare degli equilibri politici della guerra
fredda essa simboleggiò la consacrazione dell’egemonia statunitense
alla guida del mondo occidentale. Nella corsa tra le due potenze
mondiali, l’Unione Sovietica aveva infatti prodotto anch’essa la sua
prima bomba atomica nel 1949, nel 1953 quella all’idrogeno, nel 1957
aveva messo in orbita il primo satellite artificiale (lo Sputnik) e nel
1961 aveva lanciato il primo uomo nello spazio (J. Gagarin): a distanza
di appena un mese da quest’ultimo evento il presidente statunitense
Kennedy annunciò quindi il varo di un programma per condurre l’uomo
sulla Luna. Il successo fu coronato otto anni dopo.
L’onore di
posare per primo il piede sulla Luna toccò, il 21 luglio 1969, a N.
Armstrong, nella zona del Mare della Tranquillità a Nord dell’equatore
lunare nei pressi di due crateri, il Sabine e il Maskelyne. Il
colonnello Aldrin, sceso dal modulo lunare subito dopo Armstrong,
piantò la bandiera degli Stati Uniti e lesse il messaggio inciso su una
targa metallica che diceva: "Qui uomini del pianeta Terra per primi
hanno messo piede sulla Luna. Luglio 1969 A.D. Siamo venuti in pace per
l’umanità". Sulla targa erano apposte le due firme degli astronauti e
il disegno dei due emisferi terrestri. I due uomini collocarono quindi
alcuni strumenti per le rilevazioni scientifiche: un foglio di
alluminio preparato per catturare i gas portati sulla Luna dal vento
solare (elio, neon, argo, cripto, xenon), uno specchio per riflettere i
raggi laser proiettati dalla Terra che avrebbero reso possibili
perfette misurazioni della distanza Terra-Luna, e infine un sismografo.
Successivamente vennero raccolti campioni di roccia da riportare a
terra. Dopo circa 21 ore e mezzo il LEM, si staccò di nuovo dalla
superficie lunare per fare ritorno modulo di comando Columbia dove
attendeva il terzo navigatore, Collins. L’impresa si concluse con il
rientro sulla Terra e l’ammaraggio della navicella sull’Oceano Pacifico.
Dopo la conquista In
seguito al primo sbarco, attorno alla raffinatissima tecnologia
spaziale si creò rapidamente nell’opinione pubblica un senso di
"normalità" e solo un grave incidente occorso alla navicella Apollo 13
turbò gli spettatori mondiali, così come invece un moto di entusiastica
ammirazione accompagnò il movimento della prima piccola automobile sul
suolo lunare. La realtà dell’allunaggio, così esaltata in precedenza,
fu infatti meno entusiasmante di quanto si potesse supporre, non solo
per il grande pubblico ma anche e soprattutto per i politici, i
militari e gli scienziati che tante aspettative avevano riposto in esso.
Già
la successiva missione dell’Apollo 12 (14 novembre 1969) cominciò a
creare evidente malcontento: i costi di realizzazione erano molto alti
e non era chiaro se quel tipo di ricerca valesse una tale spesa.
Tuttavia essa si concluse con una seconda "passeggiata" sul suolo
lunare da parte di due astronauti che ritrovarono tra l’altro i resti
della sonda Surveyor 3 allunata in quei paraggi due anni prima. Anche
in questo caso il suolo attorno al modulo terrestre fu punteggiato di
strumenti scientifici azionati da una piccola "centrale atomica"
alimentata a plutonio. L’Apollo 13, invece, l’11 aprile 1970 fu colpita
da una piccola meteorite che provocò una fuoriuscita di gas e una
diminuzione della quantità di ossigeno disponibile. I cosmonauti
riuscirono a riparare nel LEM, il quale, come una scialuppa di
salvataggio, permise all’equipaggio di arrivare in prossimità
dell’atmosfera terrestre. Fu allora che i tre piloti, tornati
nuovamente nel modulo di comando, poterono iniziare la discesa verso
terra del tutto incolumi, ma senza aver raggiunto lo scopo di partenza.
A parte questo incidente, e altri piccoli casi di avarie alle
strumentazioni, nelle missioni lunari tutto proseguì secondo schemi
ripetitivi e si ebbe un risveglio di attenzione, benché temporaneo,
solo in occasione della quindicesima missione Apollo (1971), quando con
un’automobile elettrica, il Lunar Roving Vehicle, due astronauti si
mossero per svariati chilometri sul suolo lunare.
Quindi
l’esplorazione del satellite, non essendoci possibilità di un suo
qualche sfruttamento umano, furono sospese per qualche decennio
permettendo così alle agenzie spaziali di volgere i propri interessi e,
soprattutto, i loro fondi verso altre ricerche astronautiche. A fine
Novecento la Luna fu nuovamente presa in considerazione, non solo da
parte degli Stati Uniti con la sonda Clementine, ma anche del Giappone
e dell’Agenzia spaziale europea, con lo scopo di rilevare ulteriori
dati e di verificare definitivamente la presenza o no di acqua sul
satellite.
Essere terrestri non vivendo sulla Terra
Vivere su un’astronave Oltre
alle difficoltà tecniche relative al lancio delle sonde, alla
strumentazione necessaria per le ricerche, alla manutenzione di tutte
le apparecchiature durante la missione, nonché agli espedienti per far
vivere agli astronauti la quotidianità, gli scienziati progettisti
hanno dovuto affrontare anche i problemi inerenti alla fisiologia
umana. Tra questi c’è stata, per esempio, l’accelerazione alla partenza
che risulta pari a circa 6G, ciò significa che il viaggiatore, durante
questa fase del volo, è sottoposto a una spinta uguale a sei volte
l’accelerazione di gravità. Concretamente vuol dire che se l’astronauta
pesa 70 kg, in quel momento risulta pesarne 420, con evidenti
conseguenze fisiche. La soluzione è stata trovata ponendo gli uomini
nella posizione orizzontale in modo da far sopportare il peso non al
corpo, ma a ciò su cui è sdraiato (sedili, cuscini). Un’altra questione
sollevata è stata la mancanza di gravità, che provoca inconvenienti
all’apparato otolitico. Infatti, quando la testa si muove, gli otoliti
si muovono a loro volta e, in mancanza di forza gravitazionale, i loro
spostamenti sono molto più ampi e danno stimoli non abituali che
portano a vertigini e a nausea. Questa sensazione è nota come mal di
movimento o chinetosi e gli astronauti la possono combattere facilmente
con il riposo e non muovendo il capo troppo rapidamente.
Vivere sulla Luna Anche
la meccanica della locomozione subisce dei cambiamenti in relazione
alla mancanza di gravità; sulla Terra. Infatti, il camminare avviene
grazie alla forza gravitazionale: si solleva un piede e si cade in
avanti, la forza muscolare agisce solo sollevando il corpo verso l’alto
mentre l’avanzamento è dovuto alla spinta gravitazionale. Sulla Luna,
invece, pur rimanendo la forza di contrazione dei muscoli pressoché la
stessa che sulla Terra, la resistenza (cioè il peso) è molto minore,
ridotta appunto a un sesto. A pari sforzo muscolare si possono quindi
raggiungere facilmente i due metri di altezza, ma per la marcia bisogna
progredire a salti misurati come fanno sulla Terra, per esempio, le
cavallette e i canguri che sono dotati di una forza di propulsione
maggiore del loro peso.
Ulteriore problema alla sopravvivenza
umana dell’uomo sulla Luna è dato dal vuoto assoluto esistente.
L’astronauta, come tutti gli esseri viventi, produce naturalmente
calore, ma non essendo sulla superficie terrestre non può venire
raffreddato dall’aria e la sua termoregolazione subisce un pericoloso
arresto. Infatti, come in un thermos l’intercapedine sottovuoto di
vetro isola l’interno dall’ambiente esterno, così il vuoto lunare isola
il corpo umano e non lo lascia raffreddare. Per risolvere tale problema
l’astronauta è stato provvisto di una riserva d’acqua che può essere
spruzzata a pioggia sul vestito; per il vuoto quest’acqua evapora
rapidamente e il calore di evaporazione è quello che viene sottratto
all’individuo, così da tenere costante la temperatura corporea.
L’avventura extraterrestre continua
Esplorando l’universo Quattro
fattori fondamentali hanno spinto l’uomo nello spazio: l’impulso innato
all’esplorazione, l’obiettivo della difesa (nessuno deve minacciare la
sicurezza terrestre dallo spazio quindi è meglio impadronirsene per
primi), il prestigio nazionale (soprattutto durante la guerra fredda),
e le grandi possibilità che la tecnologia spaziale offre per ricerche
dirette all’accrescimento delle conoscenze sulla Terra, sul sistema
solare, sull’universo. Inizialmente i primi lanci, come quelli dei
satelliti che hanno esplorato orbite vicine alla Terra o quelli che
hanno portato allo sbarco sulla Luna, hanno soddisfatto primariamente
questi fattori e hanno avuto un riscontro quasi immediato ottenendo una
forte attenzione dal mondo intero. Gradualmente però le strategie delle
diverse agenzie spaziali sono mutate: da una parte sono state inviate
nello spazio sonde verso luoghi sempre più lontani, che però hanno
dilatato nel tempo l’ottenimento dei risultati; dall’altra forti
investimenti sono stati diretti verso lanci con caratteristiche
prettamente commerciali che hanno aperto un nuovo e redditizio mercato
anche ai privati. I pianeti Mercurio, Venere, Giove e Saturno, le
comete di e quella di Wild-2, l’asteroide 433 Eros, tra le imprese più
rilevanti, sono stati avvicinati e i dati che ancor oggi sono trasmessi
sulla Terra, hanno ampliato non solo le conoscenze umane sui pianeti
stessi ma hanno permesso di confermare teorie precedentemente
considerate e di formularne delle nuove. In parallelo satelliti
geostazionari per telecomunicazioni, per rilevamenti geografici,
chimici, meteorologici, ecc. percorrono quotidianamente lo spazio,
tanto da far discutere sui "rifiuti spaziali" abbandonati che
cominciano a creare seri pericoli per i lanci del futuro. Con lo
sviluppo dell’astronautica sono poi nate nuove branche specifiche
all’interno dei campi tradizionali: dalla medicina al diritto, dalla
biologia all’ingegneria, ecc.
Siamo soli? Da lunghissimo
tempo si dibatte sulla questione se esista o meno una qualche forma di
vita al di fuori della Terra, e le due risposte possibili, affermativa
e negativa, raccolgono entrambe propensioni e consenso presso gli
scienziati: alcuni sostengono che nella nostra galassia esisterebbe
almeno un miliardo di pianeti adatti ad ospitare esseri viventi, anche
molto elementari, altri ribattono che tale previsione è esageratamente
ottimistica e che questo numero non può superare i mille casi. Se poi
si passa a considerare la quantità dei pianeti sui quali può essersi
sviluppata una forma di civiltà avanzata, il numero scende da 600
milioni, tra i fiduciosi, a meno di uno tra i più scettici.
Tuttavia
a favore di quanti sostengono possibilità di vita extraterrestri, è
emersa dagli sviluppi nella comprensione della base chimica della vita
la nozione che la sostanza biologica sia una sorta di stato fisico
alternativo della materia, la quale assumerebbe così gli stati gassoso,
liquido, solido, e, appunto, biologico. L’evidente implicazione è che
la formazione di materia biologica procederebbe quindi, in presenza
delle giuste condizioni, in modo naturale e automatico; in proposito
l’astronomo statunitense Carl Sagan ha scritto che "l’origine della
vita su pianeti idonei sembra scritta nella chimica dell’universo".
Quindi, potendosi nutrire per ragioni di carattere generale un cauto
ottimismo circa la tesi che i pianeti abitati possano essere
un’evenienza abbastanza comune, sulla base di questo assunto è sorta la
scienza dell’esobiologia, lo studio della vita extraterrestre. A
tutt’oggi però questa branca di ricerca non dispone di alcun fatto di
esperienza.
In occasione delle spedizioni delle sonde Pioneer 10
e 11 (lanciate rispettivamente nel 1972 e nel 1973), tuttavia, è stato
messo a bordo anche un messaggio rivolto a ignoti abitatori di altri
mondi, che consiste in poche essenziali notizie grafiche: due
silhouettes di un uomo e di una donna, lo schema del sistema solare, la
traiettoria della sonda, un "segno" compiuto dall’uomo con la mano
alzata in segno di pace. L’esigenza di approntare un simile messaggio è
stata forse sintomatica non solo di voglia di conoscenza, ma anche di
un certo disagio che l’uomo prova nel sentirsi un navigatore solitario
dell’universo.
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