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Violenza negli stadi (La) (2)
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Il calcio è uno sport bellissimo. Più e più volte rimango affascinato
da un passaggio smarcante o dal modo in cui un giocatore addomestica la
palla, serpeggiando tra gli avversari. Certamente sono anche tifoso di
una squadra di calcio, mi esalto per i suoi successi e mi dispero per
le sue sconfitte. Penso anche che andare allo stadio, partecipare ai
cori, che non sempre sono ingiuriosi o volgari, sia un’esperienza
bellissima. Lo sapete, per esempio, che i tifosi della mia squadra
spesso intonano una bellissima canzone dialettale quando aspettano
l’entrata in campo dei giocatori? È proprio perché amo tutto ciò che
non riesco a capire le persone che trasformano questa festa dello sport
in una rissa senza scopo. Indubbiamente , certe volte, le decisioni
arbitrali sono discutibili, ma un conto è sollevare critiche lecite e
motivate, un altro è scagliarsi. Alcuni giocatori simulano un fallo, ed
anche questo è riprovevole, ma non per questo è giusto scatenare una
rissa con le tifoserie contrarie. Io, per esempio, ho tantissimi amici
che tifano per l’altra squadra cittadina, ma non per questo ho mai
pensato di menarli per la loro fede calcistica avversa alla mia. È lo
stesso discorso del sabato sera. Perché per alcuni il sabato sera è
solo un’ottima occasione per divertirsi e per altri, invece, significa
sballo e perdita del controllo di sé?
Come è possibile arrivare
a mettere a repentaglio la vita propria e altrui. Forse le motivazioni
per un atteggiamento del genere vanno ricercate al di fuori degli
stadi, e forse sono troppe e troppo complesse per essere
generalizzate, senza osservare il caso specifico, a causa delle
implicazioni sociologiche e psicologiche: disoccupazione, disagio
giovanile, nevrosi, istinto di aggressività represso, idee
rivoluzionarie o xenofobe.
Penso, per esempio, agli striscioni
razzisti che campeggiavano in alcuni stadi, prima che questo fosse
proibito per legge. È evidente che il disagio, la prepotenza che non si
sfogano in altri posti, qui, tra migliaia di persone infervorate, può
trovare un suo posto.
Cause sociali, invece, potrebbero spiegare
come mai Liverpool, che è una città in decadenza, con un’industria in
grave crisi e tanta disoccupazione, conta un numero così alto di tifosi
esagitati. Ma il fenomeno della violenza negli stadi è presente anche
in altri paesi, e non solo in Inghilterra. Scene di inaudita brutalità
si sono verificate recentemente anche in nazioni asiatiche o africane,
a testimonianza di come non solo il calcio, ma anche l’imbecillità non
conosca confini.
Infine, cerchiamo di riflettere. Sì, è vero, se
la nostra squadra perde ci rimaniamo male, ma in fin dei conti gli
unici a rimetterci di tasca propria sono i giocatori o i proprietari,
che magari sono già miliardari. Per fortuna noi non siamo di quelli che
scommettono milioni su una partita (né possiamo truccarla per
guadagnarci su). Pertanto a noi conviene continuare a goderci di questo
sport solo lo spettacolo e la festa, lasciando disperazione e rabbia ad
altri.
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