La definizione di neoclassicismoNella cultura occidentale è possibile riconoscere il ricorrente recupero di modelli e valori propri della cultura greco-romana. Per quanto riguarda la riflessione sull’arte, si tratta di riferimenti a un ideale di bellezza e di perfezione che si oppone a una concezione che cerca di pensare le manifestazioni artistiche come una ricerca realistica e moderna. Questo ripresentarsi del modello classico, pur in una prospettiva sostanzialmente unitaria, va assumendo, nelle varie circostanze storiche e culturali, differenti accentuazioni, a con- ferma della ricchezza di un modello che può continuamente rinnovarsi.
Anche nel XVIII secolo la ripresa del modello classico costituisce una risposta alle esigenze artistiche, e si inserisce in un vasto e complesso contesto storico e culturale. In senso propriamente tecnico la critica ha attribuito il nome di neoclassicismo alla reinter- pretazione del mondo classico maturata nella seconda metà del Settecento.
La definizione del fenomeno risulta non facile anche per l’intreccio di connessioni con il movimento romantico, e per la varietà di significati che va assumendo lo stesso recu- pero della classicità. La ripresa del modello classico fu fenomeno che già con l’inizio del secolo aveva cominciato a diffondersi nell’ambito di una cultura che intendeva reagire al barocco e alle sue manifestazioni più estreme, caratterizzate da un eccesso di ricercatezza e originalità; tale atteggiamento aveva già influenzato sia il rococò, sia, sul piano strettamente letterario, il movimento dell’Arcadia. Quest’ultimo aveva cercato di recuperare alla letteratura l’equilibrio e la misura proprie della tradizione, ma, a causa dell’accademismo e dell’atteggiamento disimpegnato che lo caratterizzarono, aveva esaurito la sua spinta, soprattutto in corrispondenza della diffusione delle idee illuministiche; queste ultime, infatti, portavano con sé significative istanze morali e di impegno civile.
La riscoperta del mondo classico, come complesso di valori, si prestò poi a essere reinterpretato alla luce degli avvenimenti storici su due piani: quello puramente celebrativo e quello morale. Le vicende storiche tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX, come vedremo, in particolare la Rivoluzione francese e l’età napoleonica, fornirono molte
occasioni di celebrazione che fu formulata in forme greco-romane.
Sul piano morale l’idealità della “cittadinanza dei liberi” animò le vicende rivoluzionarie francesi sia nelle fasi moderate che in quelle repubblicane più esasperate, mentre i valori della Restaurazione e soprattutto quelli napoleonici recuperarono motivi nell’iconografia e nella retorica della Roma imperiale. La diffusione poi di modelli estetici di gusto classicheggiante fu favorito dall’espansione napoleonica su gran parte d’Europa.
La storia
Le vicende storiche della seconda metà del XVIII secolo e del primo ventennio del XIX secolo, nelle quali risulta centrale la Rivoluzione francese, fanno da sfondo al neoclassicismo.
L’Europa orientale vede un definitivo inserimento della Russia: essa, nella questione balcanica, si scontrerà con l’impero ottomano, e, insieme all’Austria e alla Prussia, sarà protagonista della spartizione polacca. La Spagna assume un ruolo marginale nella politica continentale, mentre la Francia e l’Inghilterra, le potenze più moderne, risolvono la loro conflittualità nei territori extraeuropei (guerra dei Sette anni e Rivolta americana).
Le contraddizioni tra le strutture statali di tipo assolutistico e le esigenze finanziarie connesse all’esercizio di una politica moderna ed espansiva costrinsero Luigi XVI a convocare gli Stati generali per fronteggiare il bilancio statale. Da quella convocazione prese il via la Rivoluzione. In essa si scontrarono varie posizioni politiche e ideologiche, nonché le esigenze degli strati più poveri della popolazione francese: tutto ciò diede vita a un decennio di instabilità politica interna che coinvolse tutto il continente. Le guerre con la Francia, infatti, determinarono ripetuti interventi delle potenze europee.
A una prima fase monarchica e moderata (espressa dalla Costituzione del 1791) seguì una fase repubblicana definita Terrore (tra il 1793 e il 1794) per approdare a esiti più moderati con l’istituzione del Direttorio (Costituzione del 1795).
La fase direttoriale guidò la Francia attraverso i conflitti con l’Europa e determinò l’espansione delle idee rivoluzionarie. In particolare, in Italia, Napoleone istituì la Repubblica cisalpina, nell’ottobre 1897. La debolezza politica del Direttorio determinò la sua caduta e l’istituzione di un nuovo regime consolare (Costituzione del 1799) che Napoleone, nominato primo console grazie al prestigio dovuto ai successi militari e a quello politico legato alle idee rivoluzionarie, trasformò in una dittatura personale che culminò con la proclamazione dell’impero francese (maggio 1804).
Le mire espansionistiche della Francia imperiale avevano come fondamentale ostacolo la politica inglese e, proprio per fronteggiare l’Inghilterra, Napoleone, che aveva imposto con le armi una sorta di egemonia in Europa, impose il blocco continentale (1806), proibì, cioè, ogni forma di rapporto commerciale del continente con le isole britanniche.
Imporre l’effettivo rispetto di tale blocco portò la Francia a nuovi conflitti, tra cui quello con la Russia (1812), che determinò la fine della potenza francese e l’occupazione di Parigi (1814). IlCongresso di Vienna determinò il riordino degli assetti europei pre-napoleonici, dando vita a un sostanziale ripristino della situazione territoriale e politica precedente il 1789, detta Restaurazione. Di fatto, soprattutto in Italia ma non solo, l’esperienza napoleonica aveva determinato una radicale rottura con le precedenti situazioni politiche e sociali, e avrebbe condizionato gli eventi successivi.
La filosofia
Innanzitutto il neoclassicismo si presenta come un fenomeno che esprime le sue migliori energie nell’ambito delle arti figurative e prende lo spunto dalla nascita della ricerca archeologica che, uscendo dall’ambito della pura antiquaria, assurge a grande importanza soprattutto grazie agli scavi archeologici di Ercolano e Pompei.
Le scoperte archeologiche determinarono una pluralità di conseguenze. In primo luogo, una grande curiosità per il mondo antico coinvolse la società in genere e le classi emergenti, determinandone il gusto e dando vita a un fenomeno di vasta portata, che potremmo certamente chiamare “moda”. In secondo luogo, le riflessioni degli intellettuali sulle manifestazioni della cultura antica, prima sulle arti figurative, poi in generale sull’espressione artistica, trovarono due vie di sviluppo: da un lato si elaborarono teorie sulla bellezza ideale e sulla perfezione che ogni artista doveva cercare di riprodurre, dall’altro si cercò di riscoprire e possibilmente reinterpretare le istanze morali degli antichi. È chiaro che in quest’ultima prospettiva non pochi sono i legami tra la cultura neoclassica e la coeva cultura romantica, nella misura in cui il neoclassicismo sentiva il bisogno di riscoprire la passionalità che gli artisti greci e romani avevano saputo imprimere nelle loro opere.
Si è soliti individuare nell’opera del Winckelmann l’inizio del neoclassicismo. Egli, a contatto con i monumenti antichi, elaborò l’idea che l’armonia e la bellezza fossero il risultato di un’operazione di razionalizzazione e di controllo delle passioni realizzata dall’artista. Sulla base di tale concezione, l’equilibrio dell’arte classica si ripropose come modello di fusione tra lo spirito e il corpo. Lo studioso tedesco identifica l’attività dell’artista con un procedimento di autocontrollo che renda l’opera capace di suscitare nell’animo il pathos che ne costituisce l’unicità. Tale eccezionalità prende il nome di “sublime”.
Diversamente dal Winckelmann, lo studioso inglese Edmund Burke (1729-1797), ne La ricerca filosofica sull’origine delle idee del sublime e del bello (1755), aveva individuato il sublime come un elemento contrapposto al bello. Si tratterebbe cioè di quel sentimento di sgomento che l’uomo prova di fronte al pauroso, all’immenso, all’infinito.
È interessante notare come il pensiero del Burke, soprattutto in chiave politica (Riflessioni sulla Rivoluzione francese, del 1790), venga considerato come il riconoscimento della crisi dell’utopia illuminista e, data la sua tendenza a storicizzare anche le teorie politiche, come una premessa della concezione romantica della storia.
Il pensiero del Burke ebbe qualche eco nell’opera di Immanuel Kant (1724-1804), che, nella Critica del giudizio (1790), la terza delle critiche kantiane, sosterrà la possibilità di un giudizio che permetta alla mente, che riconnette ad un universale, l’intuizione del particolare. In tale operazione conoscitiva gioca un grande ruolo anche il sentimento.
Tale giudizio estetico, o giudizio riflettente, permette una rappresentazione finalistica della natura e si può formalizzare in due modi: il giudizio estetico e il giudizio teleologico. Kant individuerà nel giudizio estetico l’operazione con cui si riferisce il particolare all’universale. Tale giudizio, nell’elaborazione kantiana, si identifica con la rappresentazione della natura come se il fine di questa fosse il piacere di chi la contempla.
L’accennata riflessione estetica è l’unica che, affrontando a livello teorico il tema del bello, può presentare affinità con il neoclassicismo; infatti è bene ricordare che, negli gli anni tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, la filosofia, che ebbe in Kant il pensatore più significativo, vide culminare e concludersi la parabola del pensiero illuminista, mentre ormai si formava quello che sarà il successivo pensiero romantico.
La letteratura
In letteratura il gusto per l’antico si orienta in tre direzioni.
1. La consapevolezza che l’antichità e i suoi valori sono ormai storicamente lontani e irraggiungibili conduce a un sentimento di malinconia e di introspezione che prelude al movimento romantico.
A questo primo modello si è soliti ricondurre l’attività di autori come Wolfgang Goethe e Friedrich Schiller. Quest’ultimo riflette sull’idea del bello finalizzato ad un’esigenza di educazione estetica che è anche morale. Egli distingue tra la poesia “ingenua” degli antichi (spontanea e armonizzata con la natura) e la poesia “sentimentale” dei moderni (riflessiva e tormentata), ed è chiara la valenza romantica di tali concezioni della poesia moderna.
2. Gli autori più sensibili sono spinti a percepire l’esigenza di esprimere in versi antichi sentimenti nuovi.
A questo modello si possono ricondurre la passione civile e quella politica che hanno ispirato le odi neoclassiche del Parini; in esse infatti il poeta, facendo un sapiente uso dei suoi mezzi espressivi, esprime una malinconica ma armoniosa condizione interiore, frutto della sintesi di valori estetici e morali che si identifica con la poesia stessa e si esprime attraverso stilemi classici. Sempre a questo secondo modello si possono ricondurre l’opera di un poeta come Andrea Chenier o quella di Ugo Foscolo, tutt’altro che lontani dalla sensibilità romantica.
3. Gli artisti tendono a ridurre il neoclassicismo ad un dato formale, in cui il ruolo della poesia risulta essere sostanzialmente celebrativo.
All’ultimo modello si riconduce solitamente Vincenzo Monti (1754-1828), che viene considerato come il più significativo esponente del neoclassicismo. Il Monti concepì la sua attività come una celebrazione della poesia che, a sua volta, deve glorificare gli eventi degli uomini senza particolare preoccupazione per la valutazione di tali avvenimenti. Il poeta deve celebrare perché ciò che conta non è l’oggetto della poesia, ma la poesia stessa. In tale prospettiva l’imitazione del modello classico dovrebbe essere giustificata dal fatto che la perfezione di quella poesia è considerata esemplare ed universale: di fatto, però, l’imitazione si riduce ad una convenzionale giustapposizione di riferimenti e stilemi classici che sfociano nell’erudizione. Ben diversa la prospettiva del Foscolo, che, nel mondo classico e nel suo sistema mitologico, trova il linguaggio per esprimere istanze morali e ideali, partendo da una percezione della realtà che non soddisfa la sua sensibilità.
Nella nostra letteratura, il richiamo all’antico non espresse grandi momenti di vitalità, tant’è che tra le opere più significative del tempo si è soliti ricordare le traduzioni omeriche del Pindemonte e del Monti.
L'arte
Gli effetti del neoclassicismo sulle arti furono particolarmente rilevanti. Per quanto riguarda l’architettura, il neoclassicismo riuscì a recuperare l’essenzialità delle forme antiche. Esse furono liberate dalle pesantezze decorative che il gusto del secolo precedente aveva loro imposto e l’attenzione degli architetti si spostò sulla razionale e sobria bellezza di strutture che recuperavano la loro ragion d’essere nella funzionalità. Tale atteggiamento portò ad una sostanziale semplificazione delle costruzioni e ad una loro tipizzazione.
Il razionalismo illuminista e il gusto classico trovarono un ulteriore motivo di affinità nel ripensare l’idea dell’edificio non tanto in funzione monumentale, quanto nella riscoperta e nel recupero della sua utilità sociale. Si cercò cioè di porre attenzione ad edifici come i palazzi civili o i luoghi di ritrovo: di questa epoca sono teatri come La Fenice di Venezia, e anche caffè come il Pedrocchi di Padova. La Fenice, il celebre teatro di Venezia, viene progettato riducendone al minimo gli elementi architettonici e viene pensato dal suo autore Antonio Selva (1715-1819) come luogo di aggregazione sociale. Il caffè Pedrocchi é situato nel centro della città di Padova e presenta influenze pompeiane.
Fu concepito dall'architetto Giuseppe Jappelli (1783-1852) come luogo del confronto e della diffusione delle idee nella nuova società borghese. Coerente con questo orientamento razionalistico e funzionale dell'architettura, é la grande attenzione rivolta alle città, che determina la nascita dell’urbanistica: si comincia a concepire l’assetto dell’agglomerato urbano in funzione delle sue esigenze di convivenza e di mobilità interna, tenendo anche conto dell’esigenza di fornire agli abitanti vaste aree verdi. In particolare, vale ricordare che a Milano, la città economicamente e culturalmente più moderna d’Italia, che ebbe anche ruolo di capitale in epoca napoleonica, operò Giuseppe Piermarini , che avviò il ripensamento dell’assetto urbano.
Per quanto riguarda la scultura, il neoclassicismo è legato alla figura di Antonio Canova. Già nel giovanile Dedalo e Icaro (1779) si manifesta la sua tensione verso la idealizzazione della rappresentazione della figura umana. Come esempio di scultura funebre si può ricordare il Monumento di Maria Cristina (1807) in cui la morte appare evocata quasi in chiave simbolica come l’appianamento delle passioni mentre il Ritratto di Paolina Borghese (1804-1808) rappresenta un esempio di scultura idealizzante tipica del contesto imperiale.
Il Canova, vale la pena ricordarlo, è l’ultimo artista italiano ad aver svolto un ruolo centrale nella cultura europea. Nelle sue sculture l’artista veneziano espresse l’idea di un equilibrio e di un’armonia, tipici del neoclassicismo, che rappresentassero una idealità nella quale le passioni e le angosce umane potessero trovare un superamento, in una idealizzazione formale che pervade anche i suoi monumenti funebri, da alcuni giudicati i suoi lavori più significativi.§
Tale atteggiamento, pur in maniera controversa, è stato dalla critica evidenziato anche nel fatto che le opere del Canova nascono spesso da abbozzi molto travagliati e incompleti, che nella opera definitiva raggiungono un equilibrio e una perfezione per molti “irreale”, fredda. Il Canova, rifiutando l’idea che il bello potesse essere nell’orrido o nel terrifico, espresse un’idea di bellezza assoluta, armoniosa, “naturale”, decisamente distante dalla contemporanea sensibilità romantica. Tale ricerca di armonia di fronte alle passioni e la tensione verso un’arte rasserenatrice lo avvicinano molto al Foscolo che trasse ispirazione dalle opere del Canova. Lo scultore rappresentò in particolare i temi della mitologia classica e, soprattutto durante la permanenza alla corte napoleonica, contribuì anche a quella rilettura della contemporaneità attraverso i modelli classici che diventerà modello di tutta una produzione artistica di gusto “imperiale” dell’Europa nel primo Ottocento.
La pittura presenta una certa tendenza alla staticità suggestionata com’è dalla scultura.
Tale carattere si addice bene alle esigenze morali che ispirarono il principale pittore del periodo, il francese Jacques Louis David ( 1748-1825) . Egli trasse dalla romanità i temi e si potrebbe dire i “toni solenni”) di una pittura fortemente impegnata sul piano morale e civile, capace di celebrare gli ideali rivoluzionari, rifacendosi alla tradizione della oma imperiale. Egli infatti nei suoi lavori, per lo più monumentali per toni e spesso anche per dimensioni, cercò di ritrovare la forza dei grandi eroi antichi.
In Italia l’artista di maggior talento fu l’Appiani, che, una volta divenuto pittore di corte per volere di Napoleone, non riuscì a mantenere la spontaneità della sua ispirazione, divenendo un celebratore. Risulta interessante notare come, proprio in pittura, si ebbero spesso esiti grotteschi: nel tentativo di adattare al mondo borghese immagini tratte dal mondo classico, si arrivò a banalizzazioni di pessimo gusto, ma di successo.
L’attività encomiastica di Andrea Appiani (1754-1817) risulta evidente se si osserva il Trionfo di Napoleone , ove il pittore riproduce ingenuamente un suo precedente lavoro, il Carro del sole (1800), sostituendo al dio greco l’imperatore.