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Il cammino dell’uomo verso l’umanità
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· Il plusvalore nella società
·
Come nasce l’esigenza di
uguaglianza
· L’esigenza
di uguaglianza nell’Epistula 47 ad
Lucilium
· Cenni storici fra 700 e 800: la Rivoluzione
Francese
· Marx: la
filosofia del materialismo storico
· La letteratura sociale
· Il Naturalismo e Zola
· Il Verismo e Verga
·
Maxwell e il campo
magnetico
· La Comune di
Parigi
· La nascita del
Socialismo in Italia
· La
lotta sociale nell’iconografia : Pellizza da Volpedo
·
La rivoluzione russa
L’idea dell’uguaglianza sociale è un problema che ha animato nella storia
umana soltanto gli uomini illuminati e ricchi di umanità. Nella storia umana a
partire dalla nascita delle società civilizzate, si è determinata una netta
separazioni di classi sociali, cioè una gerarchia fra ricchi e poveri, fra
nobili e schiavi, fra cittadini e non. Anche nella civilissima e avanzatissima
Atene erano cittadini solo gli Ateniesi, e seppur democratica nell’interno, la
politica della città era quella di tirannia verso le proprie colonie e i
non-ateniesi detti barbari. In Egitto la società era strettamente piramidale con
a capo il dio faraone, e alla base gli schiavi la cui vita non contava
affatto.
Anche nel periodo dell’Impero Romano, la grandezza di Roma si basava sul
lavoro degli schiavi, che erano abitanti delle colonie o bottini di guerra.
L’idea di uguaglianza inizia a penetrare nella società con la nascita del
Cristianesimo: Seneca infatti è contemporaneo a S. Paolo, e affronta la critica
del malcostume etico e sociale della società romana, dal punto di vista pagano.
Seneca era uno stoico, animato da una profonda umanità. Questo è testimoniato
dall’ampia produzione letteraria, che affronta i problemi dell’animo umano: come
vivere felicemente (De vita beata), tranquillamente (De
tranquillitate animi), e come essere clementi (De clementia).
Nell’Epistola XLVII ad Lucilium Seneca si propone di trattare gli
schiavi con umanità: in questo brano traluce una profonda pietà e disdegno verso
i padroni che riducono gli schiavi ad automa. Seneca, pur non arrivando a
proporre l’abolizione della schiavitù, invita i padroni a fondare il loro
rapporto con gli schiavi sull’amore e non sul timore. In brevis, Seneca
ammonisce i padroni:
Vive cum servo clementer, comiter quoque, et in sermonem illum admitte,
et in consilium et in convictum.(Par. 13)
Seneca sprona il padrone a quello che si risolve nell’insegnamento
cristiano: "Non fare agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a
te".
Haec tamen praecepti mei summa est: sic cum inferiore vivas,
quemadmodum tecum superiorem velis vivere.
Fino alla Rivoluzione Francese del 1789, eccetto parzialmente
l’Inghilterra, che aveva un sistema già costituzionale, l’intera popolazione
povera mondiale soggiaceva agli ordini del padrone, del ricco o del nobile. La
rivoluzione francese ha rappresentato nella storia dell'umanità un evento
centrale, uno spartiacque tra due società: la società feudale e la società
moderna. La rivoluzione francese nella realtà non è stata una "rivoluzione
borghese" nel senso che usualmente si intende dare a questa espressione, perché
essa non ha condotto alla sostituzione dell'aristocrazia con la borghesia
commerciale e industriale in quanto classe sociale dominante tout
court. La borghesia tradizionale ha goduto dei vantaggi derivanti dalla
distruzione della società feudale, operata dalla classe sociale dominante, che
inizialmente aveva le forme della aristocrazia burocratica di Stato e che poi ha
acquisito le forme di un nuovo tipo di borghesia - appunto la borghesia di Stato
-, ma in nessun momento è stata il motore dei processi rivoluzionari che hanno
condotto al superamento della vecchia società e mai, neppure in questa fase, la
borghesia commerciale e industriale è diventata la classe sociale dominante.
L'unica vera nuova classe sociale dominante nata dalla rivoluzione francese è
stata la borghesia di Stato e, già a partire dalla rivoluzione, la lotta di
classe tra questa nuova classe sociale dominante e le classi sociali subalterne
è scoppiata violentissima. Fu la fine dell'Ancien Régime.
Si può dire, per certi versi, che a scatenare la rivoluzione francese, più
che la fame e le guerre, sia stato il tentativo di un re - Luigi XVI - e del suo
governo di risollevare la situazione economica e sociale del Paese, in modo tale
di salvare la classe sociale dominante, cioè l'aristocrazia burocratica di
Stato, che ruotava intorno ad essi, da una sicura ed inevitabile rovina a danno
della aristocrazia tradizionale e a tutto vantaggio di quelle soggettività
sociali, come la borghesia commerciale ed industriale, che, uniche, avrebbero
potuto adempiere ad un simile compito. Questo atteggiamento di assolutismo
intransigente contrastava con la diffusione delle idee illuministe che parlavano
di filantropia ed uguaglianza, e trovò la sua massima espressione il 14/7/1789
con la presa della Bastiglia.
Ma dopo una prima fase popolare che culmina col periodo del Terrore, la
borghesia dal 1794 riprende le redini del potere. Lo sviluppo della borghesia
commerciale ed industriale in Francia alla fine del '700, non è stata la causa,
ma la conseguenza di una rivoluzione, che ha visto la graduale trasformazione
della aristocrazia di Stato in un altro tipo di classe sociale dominante, molto
più potente ed assolutista, la borghesia di Stato, che non tollerava la
concorrenza di altre classi sociali privilegiate strutturate gerarchicamente al
proprio interno: di qui la lotta alla aristocrazia tradizionale e la tendenza a
favorire classi sociali, come la borghesia commerciale ed industriale, che
raramente hanno la tendenza a darsi una struttura rigidamente gerarchica e
burocratica al proprio interno. La centralizzazione dello Stato, iniziata in
Francia con la rivoluzione e generalizzata da Napoleone in tutta Europa, è il
frutto della nascita di una nuova classe sociale dominante: la borghesia di
Stato. La borghesia commerciale ed industriale ne ha tratto vantaggio nel senso
che la caduta dell'aristocrazia tradizionale le ha lasciato più spazio per le
proprie attività, ma, se lo ricordino bene gli storici, non è stata lei a
scatenare la rivoluzione francese né a condurla e a trarne i maggiori benefici.
Nel Congresso di Vienna del 1814-1815, secondo il principio di legittimità si
riaffermò il totale Assolutismo, restituendo a tutti i sovrani i territori che
avevano prima dell’Impero di Napoleone. Si tornò all’Ancien Régime, togliendo
ogni diritto al popolo, e credendo di poter spazzar via soffocandolo il trittico
rivoluzionario (liberté, fraternité, égalité).
In reazione a questo contesto di estrema repressione politica e ideologica,
si pone il pensiero di Karl Marx. Partendo dalla
filosofia di Hegel, Marx la rovescia, dicendo che essa è pura
ideologia. Marx sferra contro Hegel due accuse principali: quella di
subordinare la società civile allo Stato, e quella di invertire il soggetto e il
predicato (cioè i soggetti umani diventano predicati dalla "mistica sostanza"
universale). Per Marx la dialettica hegeliana è mistificazione, perché in essa
l’oggetto in cui l’uomo si aliena viene superato solo nel senso di essere
riconosciuto come un suo prodotto necessario, ma non viene realmente soppresso.
Secondo Marx non è la coscienza che spiega l’essere sociale, ma l’essere sociale
a determinare la coscienza. Non è la religione che crea l’uomo, ma l’uomo che
crea la religione (che è oppio dei popoli), così non la costituzione crea il
popolo, ma il popolo la costituzione. Marx è critico verso gli economisti
classici (Smith e Ricardo), secondo cui il valore deriva dal lavoro. Secondo
Marx il valore di ogni merce è determinato dalla quantità di lavoro necessario:
alla massima produzione di ricchezza corrisponde l’impoverimento massimo
dell’operaio. Il capitale è "la proprietà dei prodotti del lavoro altrui", è il
lavoro espropriato. Contro il socialismo utopistico (Proudhon, Babeuf), che
sogna una società borghese senza sfruttamento, Marx oppone la lotta di classe.
Solo tramite l’abolizione della società capitalista sarà possibile porre fine
all’alienazione.
Nella società presente il lavoro, l'attività pratica dell'uomo, è
attività estraniata, alienata.
Tale alienazione è, in primo luogo, considerata nel rapporto del lavoratore
col prodotto del suo lavoro. Il lavoratore, il proletario (cioè colui che,
mancando della proprietà dei mezzi di produzione, è costretto a vendere il
proprio lavoro come una merce) produce con la sua attività degli oggetti che non
gli appartengono; non solo, ma che gli si contrappongono come una potenza
ostile, cui è asservito.
In secondo luogo, l'alienazione viene considerata nel rapporto dei
lavoratore con la sua stessa attività produttiva.
L'alienazione, infine, si verifica nel rapporto dell'uomo con l'altro uomo,
poiché il prodotto del lavoro e la stessa attività produttiva appartengono, non
ad una entità misteriosa, ma ad un altro uomo, che si serve del lavoro
altrui.
La concezione del materialismo storico, fulcro ideologico del pensiero di
Marx, compare esplicitamente ne «L'ideologia tedesca», in polemica con
i rappresentanti della Sinistra hegeliana, rimasti nell'ambito dell'idealismo.
Questi concepivano le relazioni tra gli uomini come un prodotto della loro
coscienza e presumevano che, modificando le idee della coscienza, si sarebbe
modificata anche la vita reale degli uomini nella società.
Per Marx si tratta non di scendere dal cielo alla terra, ma di salire dalla
terra al cielo. Si tratta, cioè, di partire dalla vita reale degli uomini, che
si esprime in primo luogo nell’attività con cui essi producono la loro vita
materiale, per spiegare le forme della loro coscienza.
La prima condizione di ogni esistenza, e quindi di ogni storia umana, è che
gli uomini soddisfino anzitutto i bisogni elementari del cibo, dell'abitazione,
del vestire, ecc. Per soddisfare questi bisogni, poiché la natura non offre
gratuitamente i beni necessari, occorre mettere in opera delle «Forze di
produzione». Queste, che si evolvono continuamente, vanno dal rozzo utensile
dell’età primitiva, al telaio a mano, alla macchina industriale dei tempi
moderni, insieme alle tecniche ed abilità umane secondo cui tali strumenti si
adoperano. Le forze di produzione sono solo un aspetto del «mondo di
produzione», che è proprio di una certa fase del divenire storico. L'altro
aspetto è rappresentato dai "rapporti di produzione", cioè da quei determinati
rapporti in cui gli uomini entrano reciprocamente nel corso dell'attività
produttiva, che è sempre attività sociale. Anche essi sono soggetti da
modificarsi ed evolversi in relazione all'evolversi delle forze di produzione.
Ad un determinato stadio di sviluppo delle forze di produzione corrispondono
determinati rapporti di produzione.
L'insieme delle forze di produzione e dei rapporti di produzione
corrispondenti costituisce la struttura della società, cioè la base reale su cui
si elevano, e da cui sono condizionate, tutte le altre forme della vita sociale
(cosi il regime politico come il diritto, come le forme ideologiche quali le
opinioni morali, le credenze religiose, le idee filosofiche, ecc.), le quali
sono dette, perciò, sovrastrutture.
Il fattore economico non è l'unico determinante, perché anche le
sovrastrutture, in un complesso gioco di azione e reazione, esercitano la loro
influenza sul corso storico. Solo che, nell'intreccio di tutti i fattori
possibili, il movimento economico è quello che, in ultima istanza, appare come
l'elemento necessario, che può essere fatto oggetto di scienza, in mezzo a tante
cose accidentali.
In brevis, secondo Marx, «la storia di ogni società esistita finora, é
storia di lotte di classe».
In pratica la ricchezza del borghese si basa sul lavoro del proletario. Più
precisamente, ciò che il lavoratore vende é la sua forza-lavoro o capacità
lavorativa, che egli mette a disposizione del capitalista per un certo
tempo.
Ora, come per ogni altra merce, il valore della forza-lavoro è determinato
dalla quantità di lavoro occorrente per la sua produzione. Per mantenersi in
vita e recuperare le energie consumate, nonché per soddisfare i bisogni della
sua famiglia, il lavoratore ha bisogno di un certo numero di oggetti. In questi
è incorporata una certa quantità di lavoro, che ne determina il valore. A questo
valore corrisponde il salario, che è il prezzo della forza-lavoro, ovvero il
valore di essa espresso in denaro.
Un conto é il valore della forza-lavoro e un conto è l'uso che di questa
forza-lavoro viene fatto dal capitalista. Se la giornata lavorativa durasse per
il tempo necessario a produrre il valore per il quale è stata acquistata la
forza-lavoro e non più, il lavoratore sarebbe interamente remunerato dal
salario, ma il capitalista non trarrebbe alcun profitto.
In realtà, il capitalista usa della forza-lavoro al di là di quel limite,
per un certo altro tempo, durante il quale il lavoratore avrà prodotto altro
valore, per il quale però non viene remunerato. Questo valore prodotto in più si
chiama plusvalore (o salario non pagato).
Per la legge della dialettica, per Marx, come la borghesia è la
contraddizione interna del feudalesimo, così il proletariato è la contraddizione
interna della borghesia. Il feudalesimo ha prodotto la borghesia, la borghesia
per esistere e svilupparsi deve produrre nel suo seno chi la porterà alla morte
cioè il proletariato, che è la sua antitesi. Lungo la via crucis della
dialettica, il proletariato porta sulle sue spalle la croce dell’umanità intera.
L’alba della rivoluzione è un giorno inevitabile, in cui trionferà il
proletariato. La rivoluzione sarà il mezzo e il passaggio ad un società privata
senza classi, senza divisione del lavoro, e senza stato.
La naissance de la pensée marxiste répond aux exigences qui sont nées dans
la société et au nouveau interêt pour les humbles. En France, les romans de
George Sand témoignent une nouvelle ferveur pour la cause du peuple. A travers
elle, il naît un nouveau type de roman : le rustique, qui est encore trop
philanthropique.
Emile Zola, en ayant connu les Goncourt et en étant séduit
par les idées de Taine, selon lequel la société doit être étudiée à travers
l’analyse de race, de milieu, et de moment, il évolue vers le réalisme et même
vers le naturalisme, qui se manifeste dejà en Thérèse Raquin (1867). Ce qui
intéresse Zola c’est la réalité sociale elle-même : ses romans semblent être un
enquête sociologique. Il croit à la subordination de la phychologie à la
physiologie. Les personnages de ses romans sont des êtres composés d’organes et
qui habitent dans un milieu qui les conditionne. Zola souligne l’importance des
milieux et des circumstances, qui, selon lui, détermine la personne humaine. Les
idées du naturalisme s’unissent aux doctrines socialistes, auxquels Zola
consacre ses oeuves de propagande sociale et humanitaire. En 1868, Zola a l’idée
de réunir tous ses roman par la réapparition des personnages : l’ensemble de son
oeuvre sera intitulé Les Rougon-Macquart, histoire naturelle et sociale
d’une famille sous le Second Empire.
Comme écrivain, je ne fréquente que Flaubert, Goncourt et Alphonse Daudet.
Je me suis éloigné de tout, exprès, pour travailler le plus tranquillement
possible. Je travaille de la manière la plus bourgeoise. Mes heures sont fixées
: le matin, je m'assieds à ma table, comme un marchand à son comptoir, j'écris
tout doucement, en moyenne trois pages par jour, sans recopier : imaginez-vous
une femme qui brode de la laine point par point ; naturellement je fais des
fautes, quelques fois je rature, mais, je ne mets ma phrase sur le papier que
lorsqu'elle est parfaitement disposée dans ma tête. Que vous dire encore ?
Mes Rougon-Macquart auront vingt
tomes et actuellement je travaille sur le septième, un roman qui embrassera le
monde des ouvriers parisiens. J'ai déjà beaucoup travaillé et j'ai encore devant
moi beaucoup de travail. Pour moi, la vie toute entière se résume dans le
travail. Je ne compte pas, même dans dix ou quinze ans, être compris et reconnu
en France. On répand sur mon compte des absurdités de toute sorte. De plus, la
haine des écoles littéraires est trop forte pour qu'on me rende justice et la
politique fait maintenant chez nous tellement de bruit que les livres passent
tout à fait inaperçus. Ca ne fait rien ! Il faut seulement produire. Quand je
suis content de ma journée, le soir, je joue aux dominos avec ma femme et ma
mère. J'attends ainsi plus facilement le succès. (Lettre à
Daudet).
Dans Les Rougon-Macquart on peut bien noter que les êtres sont
prédestinés par des lois, puisqu’ils ont des tares héréditaires qui se
répercutent l’une sur l’autre. Zola donne la préminence aux instincts, à la
bête humaine : c’est-à-dire l’étude de la prostitution et de
l’alcoolisme. En 1877, L’assommoir, un roman qui se déroule dans le
monde ouvrier et qui peint avec un relief cruel la déchéance de l’homme par
l’alcool, est accueilli avec enthousiasme.
Dans la Préface a L’assommoir, Zola explique ses intentions :
"j’ai voulu peindre la déchéance fatale d’une famille ouvrière, dans le milieu
empesté de nos faubourgs. Au bout de l’ivrognerie et de la fainéantise, il y a
le relâchement des liens de la famille, les ordures de la promiscuité, l’oubli
progressif des sentiments honnêtes, puis comme dénoûment la honte et la mort.
C’est de la morale en action, simplement"(Préface L’assommoir). In
brevis, la Préface nous montre les deux buts de Zola : décrire la réalité de la
société, et expérimenter les lois sociales a travers l’observation des
phénomènes.
«Je n'ai qu'une passion, celle de la lumière, au nom de l'humanité qui a
tant souffert et qui a droit au bonheur.»(Lettre à Cézanne).
Con il Naturalismo abbiamo una legittimazione artistica del brutto e del
patologico. Questa scelta sociale di indagare i processi di devianza umana è una
via significativa che contrasta con l’ideologia della borghesia. Alla base del
nuovo romanzo ed ai suoi risvolti, sta la nascita del Positivismo, con la
fiducia nelle scienze, nel progresso e nel determinismo. Così di qui deriva
l'idea, che il metodo scientifico sperimentale possa essere applicato alla
letteratura, in modo che essa divenga una scienza capace di possedere il
meccanismo dei fenomeni umani. Flaubert, come dice in Madame Bovary,
deve, come Dio nel mondo, tessere le fila di tutti gli eventi narrativi, senza
mai manifestarsi apertamente. Dal momento che il narratore diviene un Dio
nascosto nella diegesi, scompaiono i suoi interventi, e scompare anche il suo
punto di vista, in direzione dell’oggettività ed impersonalità narrativa fondata
sul narratore esterno onnisciente, che racconta una storia in cui non è
coinvolto e segue le vicende dei svariati personaggi, adottandone liberamente il
punto di vista. Se in Francia il Naturalismo si sviluppa intorno alla realtà
cittadina, in Italia il Verismo nasce con un’impronta strettamente regionalista
e paesana. Il Verismo è il movimento
letterario manifestatosi in Italia nell'ultimo trentennio del XIX secolo. Il
termine viene impiegato specificamente per indicare la nuova narrativa orientata
verso il modello del naturalismo francese, anche se si fa riferimento, come
affermava Luigi Capuana, più al metodo e ai principi del narrare che non alla
materia trattata. Il termine aveva avuto corso in Italia, a partire dagli anni
Sessanta, per indicare le esperienze
narrative degli anni Cinquanta, posteriori ad Alessandro Manzoni, che si
collocavano nella prospettiva del realismo, e accentuare l'intenzione degli
scrittori di accostarsi al "vero" cogliendolo nelle forme più evidenti e
dirette. Fu il caso della letteratura "campagnola", di cui il maggiore
rappresentante fu Ippolito Nievo (si pensi alla Georges Sand in Francia), e fu
il caso, ricco di ragioni polemiche e non senza qualche tentativo sperimentale,
della scapigliatura. Un salto di qualità, nel progetto di offrire una
rappresentazione non convenzionale del "vero", si verificò a partire dagli anni
Settanta, con la ripresa del modello narrativo francese e con la poetica del
naturalismo nutrita dei principi del sociologismo estetico. A questa ripresa si
aggiunse una nuova attenzione (dopo la proclamazione dello Stato unitario) per
la realtà regionale, soprattutto meridionale, i cui caratteri culturali si erano
imposti come estranei e stranianti. Proprio dalla combinazione di questi due
interessi (naturalismo e realtà regionale) derivarono i risultati maggiori del
verismo italiano, che raggiunse il suo momento più alto negli anni Ottanta con
l'opera di Giovanni Verga e di Luigi Capuana.
Questi autori rappresentano un mondo immobile, fuori dalla storia, in cui i
personaggi vivono sentimenti elementari e radicali, con pervicacia
autodistruttiva entro un contesto di ingiustizie e sofferenze collettive, senza
speranza di riscatto e senza capacità di elaborare un progetto di redenzione.
Sono scrittori (soprattutto Verga) che raccontano in modo distaccato, senza
attivare processi di identificazione tra il lettore e la materia narrata, e
quindi senza giocare sul transfert narrativo. È questo uno dei modi di applicare
il principio dell'impersonalità. Un altro modo di garantire il distacco da parte
dall'autore (ma, in prospettiva, anche del lettore) è quello di non proporre il
mondo narrato come un modello o come carico di valori, bensì di presentarlo come
se si trattasse di un reperto scientifico. L'applicazione del canone
dell'impersonalità favorì l'elaborazione di alcune tecniche espressive come il
dialogo o il discorso indiretto libero (Verga) e l'impiego di registri
espressivi più bassi fino, in qualche caso (ma certamente non in Verga), al
ricorso al dialetto. Una delle ambizioni di questi narratori era quella di
elaborare una lingua adatta a tutta l'Italia borghese. Tuttavia esiste un grande
scarto tra i registri linguistici, oltre che tra le tematiche, utilizzati dai
vari autori: si va dalla ripresa del modello verghiano nel genovese Remigio Zena
(1850-1917), ai toni forti e drammatici del toscano Mario Pratesi (1842-1921),
dal recupero della dimensione psicologica pur entro un attento quadro storico da
parte di Federico De Roberto al documentarismo di Matilde Serao, dal curioso
bozzettismo di Renato Fucini (1843-1921) all'opera di Gaetano Carlo Chelli
(1847-1904), che offre uno spaccato della trasformazione della Roma divenuta
nuova capitale attraverso la saga di una famiglia di bottegai. Teorico del
verismo è considerato Luigi Capuana, che è anche uno scrittore interessante:
nell'insieme, la sua opera è un vasto interrogativo sul ruolo determinante
giocato dai luoghi, dall'epoca e dalle condizioni sociali e professionali sul
carattere dell'individuo, secondo il procedimento del romanzo sperimentale
francese.
Per comprendere l'innovazione sul piano formale del Verismo, ci riferiremo
ai Malavoglia di Verga. Qui, alla voce del
narratore onnisciente, si sostituisce un anonimo autore popolare, che offre un
repertorio di situazioni e fatti in cui l'autore non entra mai in scena. I
Malavoglia, come dice Russo, è un romanzo polifonico dove ogni personaggio è
oggetto della parola del narratore e soggetto della propria parola. Si parla,
infatti, di una voce camaleontica. Verga utilizza svariate tecniche innovative:
lo straniamento, ad esempio, consiste nella differenza tra il punto di vista del
personaggio e quello della voce narrante (nel secondo capitolo il disastro della
Provvidenza, non è visto con l'ottica dei Malavoglia, ma con l'ottica degli
abitanti del villaggio); oppure consiste nella rappresentazione di ciò che è
normale come strano (nel quarto capitolo i Malavoglia chiedono a Don Silvestro
come pagargli il debito: egli convince Maruzza a rinunciare all'ipoteca sulla
casa); oppure consiste nella rappresentazione di ciò che è strano come normale
(nel quindicesimo capitolo, agli occhi dei paesani la decisione di non mandare
il nonno all'ospedale, "normale" per l'affetto diventa strana per chi si pone
nell'ottica dell'utile). Verga usa anche concatenazioni cioè ripetizioni di una
frase tra una sequenza l'altra, creando effetto di circolarità (alla fine del
terzo capitolo. "e la barca era piena più di quaranta onze di lupini; all'inizio
del quarto cap.. "il peggio era che lupini li avevano presi a
credenza").
In un secolo di profonde innovazioni, anche la letteratura assorbe le
influenze del pensiero scientifico.
James Clerk Maxwell, con i suoi studi sui
moti molecolari, sullo stato gassoso e sulla funzione di distribuzione rientra
tra i grandi dell’800; ma i risultati che ottenne nelle ricerche
sull’elettromagnetismo portarono mutamenti così netti nella concezione
dell’universo e gettarono basi così ampie per la fisica da poterlo ricordare tra
coloro che riuscirono a far luce su nodi eccezionali del pensiero, cioè tra
scienziati della statura di Copernico, Galileo, Newton ed Einstein. Eppure la
sua fama, anche nel suo paese, la Gran Bretagna, non è mai stata e non è pari
alla sua statura di scienziato. La ragione fondamentale di questo fatto è che
Clerk Maxwell è un autore difficile, e la sua vita è tutta racchiusa nei
perimetri disegnati dai suoi contributi scientifici. L'assenza di una vita a
tinte forti, nel caso di Clerk Maxwell, ha come contraltare un'attività
scientifica che si muove in settori del sapere fisico e matematico che ancora
oggi possono essere facilmente compresi solo da un numero limitato di persone.
La vita di Maxwell è la sua produzione scientifica. È qui che i colori «tonali»
della sua vita si trasformano in colori decisi, che Maxwell distribuisce con
pennellate sicure senza perdere mai di vista l'obiettivo di ricostruire un
quadro unitario della conoscenza dei fenomeni naturali.
All'inizio del XIX secolo, l'indagine fisica dei fenomeni termici, ottici,
elettrici e magnetici è ancora in una fase embrionale. Quando il secolo si
conclude questi settori fenomenologici sono già ampiamente sistematizzati, e i
limiti dei grandi quadri interpretativi che li racchiudono sono adombrati da una
fenomenologia più ricca, che spinge verso teorizzazioni e ricerche che saranno
il preludio dei grandi progressi della fisica del XX secolo. Grazie alla vastità
degli interessi scientifici, alla sensibilità per le questioni epistemologiche e
alla fiducia nella sostanziale unità del sapere, Maxwell è allo stesso tempo lo
scienziato che dà il maggiore contributo alla creazione delle teorie
ottocentesche e uno dei primi a intravederne quegli aspetti problematici che
porteranno alla fisica del Novecento. Il suo pensiero parte da uno spunto arido
"le scienze matematiche sono basate su relazioni tra leggi fisiche e leggi dei
numeri" e "lo scopo di una scienza esatta è quello di ridurre i problemi della
natura alla determinazione di quantità mediante operazioni con i numeri". Eppure
nella sua mente quella riduzione matematizzante poté assumere l’aspetto
concettuale di una formulazione complessiva della visione dell’universo. Maxwell
trasformò le conoscenze acquisite da Faraday e da altri scienziati in una
concezione rivoluzionaria della materia, dimostrando che il pensiero, quando si
innalza ai livelli superiori dell’astrazione formale, sa cogliere strutture
profonde del reale in forme innovatrici e affascinanti. In altre parole,
partendo da dati sperimentali apparentemente non corredati, e da elementi
teorici parziali, Maxwell elaborò un’unica teoria astratta che tutti li
comprende e li descrive e che nuovi ne include e predice, come espressione
variegata di un unico fenomeno fisico. Il suo lavoro nel campo
dell’elettromagnetismo si può sintetizzare negli studi sul concetto di campo,
nella formulazione delle equazioni fondamentali dell’elettromagnetismo e negli
studi sulle onde elettromagnetiche. Introduciamo ora un concetto molto
importante in fisica, di portata infinitamente maggiore di quella che può
sembrare da queste poche righe: il concetto di campo. A questo scopo prendiamo
un grosso magnete, blocchiamolo su di un tavolo di legno ed allontaniamoci.
La domanda che sorge spontanea è: funziona? Se avviciniamo un pezzo di
ferro sentiamo la forza che lo attrae e quindi sappiamo che il magnete funziona,
ma se allontaniamo il ferro, il magnete continua a funzionare oppure no? In
altre parole: se in tutto l’universo rimanesse solo il sole, continuerebbe ad
esistere la forza gravitazionale del sole nell’universo? La risposta più ovvia
ed anche più giusta è sì. Ma allora che senso ha parlare di forza magnetica se
il magnete non la esercita su nessuno? Molto poca. I fisici hanno introdotto,
anche per superare questo apparente paradosso, il concetto di campo: il magnete
produce intorno a sé un campo (detto campo magnetico) anche se da solo.
Un
qualsiasi oggetto inserito in questo campo sente una forza. Allo stesso modo
introduciamo il concetto di campo elettrico e di campo gravitazionale. Per la
proprietà di essere indipendenti dall’oggetto di prova (il pezzo di ferro per il
magnete, i pianeti per il sole e così via) in fisica si usa parlare di campi
elettrici magnetici o gravitazionali piuttosto che delle rispettive forze.
Anche sul piano sociale, le ideologie di Marx ed Engels penetrano nella
società, già con la Prima Internazionale del 1864, che prepara la Comune
di Parigi del 1871, che fu una rivoluzione nata dagli strati popolari e
operai della capitale francese contro il governo di Thiers, che dopo la resa
alla Germania, per la sconfitta di Napoleone III, aveva tentato di disarmare la
Guardia Nazionale. Essa portò a miglioramenti per il proletariato, tramite la
confisca delle proprietà ecclesiastiche, con la livellazione degli stipendi e
l’aumento dei salari degli operai.
Nel frattempo anche in Italia Andrea Costa si fece propugnatore della
Costituzione di un Partito Socialista, che nacque a Genova nel 1893. In Italia,
anche a livello storico artistico, a Milano nasce il Divisionismo, movimento che
inneggia alla scienza e al progresso. Dei suoi rappresentanti, Gaetano Previati
e Giovanni Segantini, soprattutto Giuseppe
Pellizza da Volpedo, (1868-1907),
scelse di caricare l’arte di un forte messaggio politico e sociale. Vivere
lontano dalle capitali artistiche europee di fine Ottocento in un isolamento che
rispondeva alla sua necessità di poter riflettere e operare in assoluta
indipendenza, porta l'artista a nutrirsi di frequenti viaggi e soprattutto di
continui scambi con i più importanti centri italiani, ma anche al bisogno di
riflettere sulla condizione umana. E di quest’ultima, egli predilesse
l’attenzione ai più sfortunati e ai più poveri : i proletari. Fu l’autore di un
grande quadro, Il Quarto Stato (1901), che è il primo documento
di un fermo impegno dell’arte, nella lotta politica del proletariato. I grandi
temi della giustizia sociale, dell'uguaglianza e della libertà che il quadro
rappresentava innescarono infatti una serie di polemiche e crearono un certo
sconcerto nella società borghese. E’ evidente che Pellizza non intendeva
rappresentare esclusivamente una scena, sia pure molto importante, della vita
sociale del proprio tempo, vale a dire un momento di sciopero e di protesta :
nel quadro, infatti, compaiono delle figure che avanzano verso la piena luce,
mentre sullo sfondo campeggia un tramonto: è chiara l'allegoria sociale del
popolo che avanza verso un futuro radioso, lasciandosi alle spalle l'età
dell'oppressione. La ricerca formale presente nella tela è di altissima qualità:
la composizione è perfettamente calibrata e conchiusa e la massa avanzante non è
inerte, ma il gestire delle mani, dei piedi e il gioco delle ombre movimentano
la sua rappresentazione. Le linee rette ed ondulate si equilibrano suggerendo
l'avanzare lento, calmo e pacato ma ineluttabile di una nuova classe, forte
della sicurezza che le deriva dalla consapevolezza del proprio ruolo storico.
La tecnica divisionista con cui la tela è condotta ha raggiunto effetti di
estrema sapienza, perfettamente rispondente agli scopi del pittore: nei
personaggi è presente quella "atmosfericità" o assoluta mancanza di inerzia
della materia. Non è un caso, inoltre, che in quest'opera, un affresco di storia
contemporanea, si affacci una serie di suggestioni provenienti dalla tradizione
pittorica: ad esempio, la figura dell'uomo con il bambino riprende il tema di
Tobia e l'angelo della pittura rinascimentale e l'uomo che regge la cesta si
ispira alla Stanza di Eliodoro di Raffaello. Anche la forza e
l'eloquenza dei gesti degli altri personaggi rimanda direttamente a Raffaello:
la gestualità accentuata, soprattutto delle mani, che Pellizza aveva studiato a
fondo fin dagli anni giovanili, si ritrova infatti nelle opere di Raffaello che
si collocano tra il 1515 e il 1520. La Rivoluzione Russa continua idealmente
quella francese, in quanto essa riproduce un’opposizione rivoluzionaria contro
un sistema autocratico, come quello zarista. Essa è iniziata nel marzo del 1917
quando la lotta tra la classe operaia e la borghesia di Stato zarista volgeva
ormai al termine con la irrimediabile sconfitta di quest’ultima.
Il crollo della borghesia di Stato zarista ha comportato il passaggio in
mano agli operai che vi lavoravano di tutte quelle officine che fino a quel
momento erano state di sua esclusiva proprietà.
Il passaggio della gestione di queste officine dalla borghesia di Stato
alla classe operaia, a dir la verità, è avvenuta in maniera alquanto rapida ed
indolore per via della fuga di tutto il personale amministrativo messo dalla
borghesia di Stato a capo di queste aziende.
La stessa situazione si è ben presto creata anche in molte industrie
private – si pensi alla fabbrica di tessuti di Novgorod i cui padroni, in attesa
di tempi "migliori", avevano deciso di sospendere i lavori delle aziende: anche
queste imprese sono passate in autogestione.
Contemporaneamente, a livello politico, si è creata la formazione di un
doppio potere: da una parte hanno acquisito importanza le "nuove" istituzioni
poliarchiche parlamentari e, quindi, la borghesia politica organica, costituita
dall’insieme delle burocrazie politiche dei partiti russi, e dall’altra un
sistema di Consigli Politici Operai (i soviet) che conteneva al suo interno allo
stesso tempo i germi di una nuova forma di democrazia, la democrazia socialista
d’autogoverno, e i germi di un nuovo tipo di regime poliarchico, la poliarchia
"consiliare" (Soviet = Consiglio), dovuti questi ultimi alla forte influenza che
le burocrazie politiche dei partiti "operai" avevano sui membri di tali
consigli.
Nel luglio del 1917, la burocrazia politica bolscevica, approfittando del
malcontento crescente tra gli operai ed i soldati, ha organizzato una
dimostrazione armata a Pietroburgo che è stata immediatamente repressa. Il
progressivo indebolimento della borghesia politica organica ha indotto settori
della borghesia di Stato militare, guidati da Kornilov, a tentare nel mese di
agosto un colpo di Stato finalizzato ad una "normalizzazione" in senso
autoritario del sistema e all’eliminazione dei Soviet e dei Consigli di
fabbrica. Il colpo di Stato è stato, però, sconfitto da una rivolta di operai e
di soldati a Pietrogrado.
A settembre la burocrazia politica bolscevica metteva le mani sulla maggior
parte dei Soviet. Questa situazione ha indotto la burocrazia politica bolscevica
a rivendicare il passaggio di tutti i poteri ai Soviet, un passaggio che secondo
i suoi piani doveva avvenire in maniera violenta.
La burocrazia politica bolscevica nel corso del mese di ottobre ha
organizzato il colpo di Stato, che è stato portato a compimento il 24-X-1917 da
quella stessa guarnigione di soldati che lo aveva già tentato a luglio sostenuta
dai marinai del Baltico della vicina base di Kronstadt e da alcune migliaia di
operai organizzati in milizie dai bolscevichi.
Alle 10 del mattino del 25-10-1917, Lenin poteva dichiarare decaduto il
governo controllato dai menscevichi e proclamare il passaggio dei poteri al
comitato militare-rivoluzionario. La sera del 25-X-1917 il colpo di Stato si è
concluso con l’occupazione da parte dei militari e dei marinai del Palazzo
d’Inverno, sede del governo provvisorio. Contemporaneamente si è riunito il II°
Congresso dei Soviet a cui Lunacarskj ha consegnato formalmente il
potere.
Questi Soviet, però, non erano più gli stessi organismi sorti dalla
Rivoluzione di Febbraio: si trattava ormai di istituzioni largamente
poliarchizzate e sottoposte al controllo della borghesia politica bolscevica i
cui quadri in larga misura si fondevano con esse. Il II° Congresso dei Soviet ha
nominato una nuova oligarchia tecnocratica di governo guidata da uno dei
promotori del colpo di Stato, V. I. Lenin.
La nuova oligarchia tecnocratica di governo ha però confermato per il
12/11/1917 le elezioni per l’Assemblea Costituente, che, contrariamente alle
aspettative, per la borghesia politica bolscevica si sono rivelate un autentico
disastro. E’, quindi, evidente, che nelle settimane immediatamente successive al
24/10/1917, la burocrazia politica bolscevica ha incontrato tutta una serie di
pericolosissimi ostacoli lungo la strada che l’avrebbe portata a diventare la
classe sociale dominante in Russia. E’ in questo contesto di profonda
instabilità, che, in vista delle elezioni dell’Assemblea Costituente, la
borghesia politica bolscevica ha tentato la mossa demagogica – perché non
realmente voluta come dimostreranno gli avvenimenti successivi – della
pubblicazione, in data 3/11/17 di una prima bozza del decreto sul controllo
operaio. Questo documento prevedeva l’assegnazione di grandissimi poteri ai
consigli di fabbrica, le cui decisioni avrebbero avuto valore di legge nei
confronti dei proprietari delle aziende. Il carattere demagogico della
pubblicazione di questa bozza di decreto è stato dimostrato dal fatto che appena
due giorni dopo le elezioni dell’Assemblea Costituente, il 14/11/1917, è stato
emanato un decreto sul controllo operaio, sostanzialmente diverso da quello
pubblicato il 3/11/1917, che riduceva drasticamente i poteri da conferire ai
consigli di fabbrica. Non solo, ma questi decreti possedevano anche una forte
carica controrivoluzionaria perché affermavano il diritto dei collettivi di
lavoro a controllare la gestione delle loro aziende, ma non a
gestire le imprese in questione, cosa che in un numero rilevante di
aziende era già una realtà. Questo fatto nei mesi successivi permetterà alla
borghesia politica di scatenare una battaglia a tutto campo contro quei consigli
di fabbrica che prima, durante e dopo la "Rivoluzione" di Ottobre si erano
assunti la gestione delle aziende in cui erano stati istituiti. In ogni caso, il
primo vero attacco scagliato dalla borghesia politica bolscevica al controllo
operaio si è avuto solo al 1° Congresso Sindacale quando i consigli di fabbrica
sono stati messi sotto il controllo della borghesia burocratica sindacale; la
seconda mossa della borghesia politica è stato il varo di un vasto piano di
nazionalizzazioni: infatti, secondo il decreto del 3/3/1918 i rappresentanti
degli operai nel consiglio economico d’amministrazione delle aziende di Stato
dovevano sempre e comunque essere meno della metà dei membri del consiglio e con
decreto del 30/8/1918 venivano fortemente ridimensionati i poteri dei consigli
di fabbrica sempre delle aziende di Stato. L’attacco ai consigli di fabbrica si
è concluso con un decreto del febbraio 1920 pubblicato dalla Izvestia, organo
ufficiale del Congresso dei Soviet.
In tale decreto si affermava, infatti, che: "…i consigli di fabbrica ed i
comitati operai, costituiti con lo scopo di mantenere la disciplina nei centri
industriali, erano diventati, contrariamente all’intenzione, sorgenti di danno
all’industria nazionale ed avevano demoralizzato le masse operaie spingendole
alla distruzione degli utensili delle fabbriche" – si noti il disprezzo
tipicamente borghese verso gli operai contenuto in queste parole – "In
conseguenza, i consigli di fabbrica e i prenominati consigli operai sono
dichiarati sciolti." In questo momento si è concluso il processo, iniziato sin
dalla primavera del 1918, che ha portato al passaggio al modo di produzione
capitalistico di Stato e alla formazione di una nuova classe sociale dominante,
la borghesia burocratica del "Partito Comunista".
Il cammino verso l’umanità che il Socialismo ha portato avanti nella
società è quello che consente e ha consentito parità e uguaglianza di tutti i
cittadini davanti alla legge. Contro lo strapotere delle classi abbienti, il
popolo si è sollevato per la ricerca degli stessi diritti e condizioni di vita,
che spettano e devono essere di ogni uomo.
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