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La Beat Generation
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Beat generation; questi due termini hanno sempre suscitato
reazioni contrastanti, ma tutti sono d’accordo sul fatto che essi abbiano
caratterizzato un importante periodo per la storia e la letteratura americana e
mondiale, che va dalla metà degli anni ’40, fino alla fine dei ’60 circa.
Il
termine “beat”, probabilmente coniato da Jack Kerouac negli anni ’40,
originariamente significava “essere un miserabile, fallito, insignificante
ladro” , ma alla fine degli anni ’50 fu ricondotto all’aggettivo “beatific” e a
tal proposito Jack afferma :
“ Beat doesn’t mean tired , or bushed, so
much as it means beato, the Italian for beatific : to be in a state of beatitude
, like St. Francis, trying to love all life, trying to be utterly sincere with
everyone, practising endurance, kindness, cultivating joy of heart. How can this
be done in our mad modern world of multiplicities and millions? By practising a
little solitude, going off by yourself once in a while to store up that most
precious of gold: the vibrations of sincerity.”
[ “Beat non vuol dire stanco,
ma beato: essere in uno stato di beatitudine, come San Francesco, provando ad
essere totalmente sincero con tutti, praticando la sopportazione , la
gentilezza, coltivando la gioia del cuore. Come può essere fatto tutto ciò nel
nostro pazzo moderno mondo di molteplicità e milioni? Praticando un po’ di
solitudine, uscendo da sé stessi una volta ogni tanto per far tesoro di qualcosa
che è più prezioso dell’oro: le vibrazioni della sincerità.”].
Lo stato
di beatitudine qui esposto è spesso riferito all’effetto provocato da sostanze
stupefacenti o da riti orientali, in particolare buddisti.
Il primo ad
utilizzare la parola “beat” in veste “ufficiale” , fu il critico John Clellon
Holmes in un articolo apparso sul New York Times del 16 novembre 1952 dal titolo
This is the Beat Generation, in cui c’è un tentativo di classificare, o meglio,
etichettare un’intera generazione, che ha subito forti modifiche col passare
degli anni.
“Its members have an istinctive individuality […]. Brought up
during the collective bad circumstances of dreary depression, weaned during the
collective uprooting of a global war, they distrust collectivity. But they have
never been able to keep the world out of their dreams. […] Their adolescence was
spent in a topsy-turvy world of war bonds, swing shifts, and troop movements.
[…] The peace they inherited was only as secure as the next headline. It was a
cold peace. Their own lust for freedom, and the ability at a peace that kills,
led to black markets, bebop, narcotics, sexual promiscuity […], and Jean-Paul
Sartre.”
[“I suoi membri- scrive Holmes- hanno un’istintiva individualità
[…]. Allevati durante le cattive circostanze collettive di una triste
depressione, svezzati durante il collettivo sradicamento di una guerra globale,
non si fidano della collettività . Ma non sono mai stati capaci di mandare via
il mondo dai loro sogni […]. La loro adolescenza è trascorsa in un mondo
sottosopra, fatto di patti di guerra, cambiamenti, e movimenti di soldati […].
La pace che hanno ereditato era solo tanto sicura quanto il prossimo capoverso.
Era una pace fredda. La loro brama di libertà, e l’abilità di vivere in una pace
che uccide, portò alle borse nere, al bebop, alle droghe, alla promiscuità
sessuale, e a Jean-Paul Sartre.” ].
Chi erano i poeti beat? Non certo
professori o scrittori “professionisti” aggrappati a un impiego in Case Editrici
o giornali, ma giovani per lo più disperati e inquieti, che credevano nella vita
, ma respingevano i sistemi morali e sociali precostituiti e volevano scoprirne
da sé dei nuovi, sperando (o illudendosi) di trovarli più efficienti. Il loro
problema era comune a tutti i giovani, i quali affrontavano l’esistenza in un
dopoguerra, ma la loro caratteristica è stata di svelare, senza paure e senza
falsi pudori, gli aspetti della vita di certa adolescenza americana
contemporanea. Da quando sono stati classificati da Holmes, questi ragazzi
irrequieti hanno bevuto molto, hanno fumato molta marijuana, hanno girato
l’America con l’autostop, si sono esaltati ascoltando o improvvisando jazz, ma
soprattutto hanno scritto e a volte anche pubblicato parecchi romanzi e raccolte
di poesie.
E’ stato facile scambiare il loro modo di vita per una rivolta
antiborghese o per un volgare edonismo e giudicarli come semplici epigoni della
“Lost Generation”, il gruppo di letterati americani che nel primo dopoguerra si
rivoltò contro il costume vittoriano e il conformismo puritano, dando voce a una
protesta, la quale costituì i più bei classici della narrativa moderna.
In
realtà, afferma Holmes, “The wild boys of today are not lost” [ “I ragazzi
selvaggi di oggi non sono perduti”]. Essi non erano ossessionati, come i loro
predecessori, dalla ripetitività di ideali ormai andati in frantumi o dalle
lamentele circa una moralità infangata, perché tali aspetti li avevano dati per
scontati. Erano stati cresciuti sulle rovine delle generazioni del primo
dopoguerra, ma si sono comportati diversamente. Bevevano per sentirsi grandi e
non per dimostrare qualcosa; le loro “escursioni” nella droga e nella
promiscuità scaturivano da curiosità e non da delusione e
disillusione.
Inoltre, mentre nella Lost Generation si verificò una perdita
della fede, la Beat Generation è stata caratterizzata sempre più da un bisogno
eccessivo di credere in qualcosa.
Gli esponenti di questa generazione erano
per lo più ragazzi maturati troppo in fretta da un’esistenza sempre più
promiscua alla vita degli adulti, partecipi attraverso la televisione e i
giornali illustrati degli stessi mezzi di informazione, superficiali e
grossolani, di cui si servivano gli adulti medi. In questo stato di parità non
credevano più alle giustificazioni e agli accomodamenti dei genitori per
spiegare un mondo sempre meno legato alle leggi tradizionali e si cercavano da
sé, attraverso esperienze personali, una realtà autonoma e svincolata da
convenzioni morali che ai loro occhi mascheravano solo pregiudizi e luoghi
comuni.
Inoltre i beat sono stati spesso accostati agli “Angry Young Men”
inglesi, ma in maniera molto vaga. Infatti i “giovani arrabbiati”, che
ostentavano tanto disprezzo per la politica sono nati proprio da un fatto
politico : dalla legge del governo laburista del ’44, la quale apriva le porte
delle università a tutti gli strati sociali, abolendo il monopolio
dell’educazione che fino ad allora era rimasto nelle mani dell’alta borghesia.
Essi sono stati i portavoce dei nuovi ricchi della cultura : i provinciali, i
poveri, quelli che si accontentavano di un posticino di insegnante o di
bibliotecario in qualche angolo dell’isola e che si sentivano “tagliati fuori”
dagli antichi tenutari della cultura ufficiale, cioè i laureati più o meno
aristocratici e i direttori di radio e giornali. Costoro sono stati mira delle
polemiche dei giovani letterati, i quali si sono dunque riallacciati alla tipica
e tradizionale posizione del giovane artista, più progressista che anarchico,
contro il filisteismo borghese e culturale. Ma non è questo il centro
d’interesse della Beat Generation. Gli inglesi si battevano per realizzare i
loro programmi; i giovani americani non avevano programmi da realizzare.
Piuttosto cercavano una realtà trascendente in cui poter credere, tale da
soppiantare quella terrena, oramai superata, della scienza moderna e in cui non
potevano più credere. Non credevano nella violenza e in una rivolta attiva e
aggressiva, ma in una specie di rinascita della personalità umana. Consideravano
il mondo un caos morale, una causa inesorabile di distruzione dei valori
intellettuali e si raccoglievano in gruppi di iniziati per isolarsi da chi “non
capiva” e frugare la realtà in cerca di una fede, di qualcosa in cui credere, di
un bandolo nell’intricata, inestricabile matassa che è la vita
moderna.
La letteratura beat e la sua “Bibbia” : “On the Road”.
In senso letterario, da quale “mente malata”- diremmo noi- è
nata la Beat Generation?
Da quella di Allen Ginsberg, il quale nel 1944,
quando era ancora un giovane studente universitario, si recò nell’ormai mitico
Greenwich Village per incontrare Jack Kerouac, un altrettanto giovane (aveva
solo 22 anni), promettente scrittore, stabilitosi a New York da qualche anno. Ad
essi si unirono altri giovani “profeti” tra cui : William Burroughs, Gregory
Corso, Lucien Carr ( che accompagnò Ginsberg nella sua prima “visita” al
Village), Joan Vollmer, Herbert Huncke e Neal Cassady, che si erano ribellati
all’ “American way of life” e individuavano nell’universo di coloro i quali
vivevano ai margini della società l’elemento ancora vitale del “grande
paese”.
Ciò che li accomunava , e sembra essere il prerequisito fondamentale
dei fondatori della Beat Generation, era la permanenza in carcere o in ospedali
psichiatrici ed è proprio questo l’elemento che desta maggior disappunto in
molte persone, le quali giudicano senza conoscere fino in fondo.
Una delle
contestatrici più accese dei beat fu la madre di Kerouac ( la famosa Memere),
che, in una lettera indirizzata a Ginsberg, scrisse :
“I don’t want an
immoral lout like you around us. You are not fit to associate with us
Christians. […] You, miserable bums, all you have in your filthy minds is dirty
sex and dope. […] And another warning, don’t ever mention Jack’s name or write
any more about Jack in your ‘dirty’ ‘ books’. I’ll sue you in ‘jail’. […] I
raised Jack to be decent and I aim to keep him that way. […] We don’t want sex
fiens or dope fiens around us.”
[“Non voglio uno zoticone immorale intorno a noi. Non puoi essere
associato a noi Cristiani.[…] Voi, miserabili barboni, tutto ciò che avete nelle
vostre sporche menti è sesso sporco e droga.[…] E un altro avvertimento,
nonnominate più Jack o non scrivete più nulla su Jack nei vostri ‘sporchi’
‘libri’. Io vi farò mettere in ‘galera’.[…] Ho convinto Jack ad essere decente e
ho intenzione di farlo continuare in questo modo.[…] Non vogliamo demoni del
sesso o della droga attorno a noi.” Nonostante tutto Jack Kerouac riunisce in sé
tutti gli elementi culturali e comportamentali della Beat Generation letteraria,
caratterizzata dalla coscienza di una frattura con la cultura tradizionale,
accademica, ma che lascia un patrimonio di ampie letture e una curiosità puntata
verso tutte le direzioni. Ecco perché il suo famosissimo “On the Road” è passato
alla storia come la Bibbia beat. Infatti esso presenta un carattere che si
attaglia perfettamente alla tradizione culturale americana, cioè la
sopravvivenza, nell’ambito di una visione tragica e pessimistica della vita,
all’interno di una condizione esistenziale segnata dalla scomparsa dei valori
tradizionali, di una grande “voglia di spiritualità”.
What is “On the Road” ?
“On the Road” is the second novel by Jack Kerouac (the first
was “The Town and the City”, which earned him respect and some recognition as a
writer, although it did not make him famous), and its publication is a historic
occasion in so far as the exposure of an authentic work of art is of any great
moment in an age when the attention is fragmented and the sensibilities are
blunted by the superlatives of fashion.
The fact is that “On the Road” is the
most beautifully executed, the clearest and the most important utterance yet
made by the generation Kerouac himself named years ago as “beat”, and whose
principal exponent he is.
When Jack decided to write “On the Road”, he said :
“My subject as a writer is of course America, and simply I must Know everything
about it”.
It deals with the typical young people’s search for freedom. It is
a semi-autobiographical novel based fairly closely on the lives of Kerouac and
his friends. At its centre there is :
- the image of the roads crossing the
great American continent;
- the sense of America’s vastness as a dimension of
existence that needs to be explored and offers freedom;
- a way to escape
from the cities and one’s own past.
The two central characters in “On the
Road” are Dean Moriarty (a fictional portrait of Neal Cassady), an almost heroic
figure, the great adventurer who pursues his desires from one side of the
continent to the other, and Sal Paradise (who is Kerouac himself), a young
writer, who follows Dean in his “crazy travels” and tells them from his point of
view. He shows a fresh and sincere interest in the places he passes through and
the people he meets, whatever their age, occupation and outlook. He communicates
a feeling of the opennes and friendliness of ordinary American men and women,
their lack of reserve, their hospitality and interest in other people. Jack, or
Sal, has a wonderful eye for the characteristic details of American landscape
and speech. Everything is observed almost lovingly, with good humour and a sense
of immediate involvement. Kerouac feels he is sharing in the whole life of the
nation, revelling in its diversity, and at home wherever he finds
himself.
There are sections in “On the Road” in which the writing is of a
beauty almost breathtaking. There is some writing on jazz that has never been
equalled in American fiction, either for insight, style or technical
virtuosity.
The book hit America just at the right time : coinciding with
America’s great love affair with automobile and with the birth of
rock’n’roll.
“On the Road” had it all : teenagers, nightclubs, fast cars,
sex. Some critic said that it was the first rock’n’roll book and that it sold
like “hot cakes”.
Kerouac himself referred to the book as a novel, but it
would be more accurate to say that it is a very unusual kind of travelogue, as
to say an account of the travels and adventures of an idealistic, open-minded
young man.

Dunque, la trama in sé per sé risulta molto
semplice e divertente : è una sorta di “diario di bordo, ma soprattutto fuori
bordo” dei “crazy travels” su e giù per la West Coast e il Messico di questi due
giovani americani, Sal Paradiso e Dean Moriarty. Il romanzo è ampiamente
autobiografico : infatti, avendo letto precedentemente “On the Road”, nel
momento in cui ho sfogliato le pagine della biografia di Kerouac, ho creduto di
aver sbagliato libro. Tra i particolari che cambiano vi sono i nomi dei
personaggi : oltre a Sal, che sarebbe lo stesso Jack, e Dean, il quale non è
altri che Neal Cassady ( uno pseudocow-boy entrato nella vita di Kerouac come un
ciclone, portando con sé tutta la sua pazzia), vi sono Carlo Marx, trasposizione
letteraria di Allen Ginsberg, e Bull e Jane Lee, che “interpretano” Burroughs e
Joan Vollmer. Risulta doveroso fare un appunto circa il binomio Sal-Jack. Ad una
prima lettura, la critica identificò lo scrittore con Dean Moriarty, ma in
realtà non è così, in quanto Sal rispecchia i tratti del “bravo ragazzo”, non
realmente ribelle, con il valore della famiglia (solo a casa dalla zia ritrova
sé stesso), tutte caratteristiche attribuite dai beat-writers, anche se con una
nota di disappunto, al loro “capo spirituale”. Infatti lo definivano un buddista
sofferente, paragonabile ad uno “spettatore tipo della BBC”.
La gioventù francese di Jean-Paul Sartre.
E mentre in America, nel leggendario Greenwich Village i
beat, saturi di marijuana, davano vita alla loro corrente culturale fuori da
ogni schema, In Francia nasceva un gruppo di giovani (la Sagan), i quali oltre a
non avere alcun interesse politico, non avevano nemmeno appoggi spirituali. Si
ispiravano al nulla creato da Jean-Paul Sartre : si muovevano nel nulla, in una
“nausea” che non era neanche disperazione.
Chiariamo meglio questo concetto.
Nel 1943 la pubblicazione dell’opera “L’essere e il nulla” segna la svolta di
Sartre verso l’esistenzialismo negativo, il quale culminerà nell’adesione al
marxismo.
Il filosofo si interroga sulle strutture dell’essere ed afferma
che esso si manifesta in due maniere fondamentali : come essere in sé e come
essere per sé. La prima si identifica con tutto ciò che non è coscienza, ma con
cui questa entra in rapporto : le cose del mondo. La seconda è la coscienza
stessa, la quale ha la prerogativa di essere presente a sé stessa e alle cose.
Di conseguenza l’ in sé è il dato, che la coscienza si trova davanti, come
qualcosa di opaco. Il per sé è la coscienza che, essendo presenza alle cose,
attribuisce loro dei significati. Poiché il per sé non è dato, ma ad esso dà dei
significati, è chiamato da Sartre nulla, intendendo con tale termine non il
contrario dell’essere, ma la coscienza stessa, che sorge come potenza
nullificatrice del puro dato e come fonte di significato rispetto all’ in sé. La
nullificazione si ha nel momento in cui la coscienza, ovvero il per sé,
attribuisce dei significati alla realtà e in conseguenza di ciò la coscienza è
libera ed è condannata ad esserlo, proprio perché strutturalmente attribuisce
significati al dato.
Quindi nel momento in cui queste condizioni vengono
soddisfatte anche l’uomo è coscienza e in quanto tale è responsabile del mondo e
di sé stesso. Tutto ciò che accade nel mondo risale alla libertà e alla
responsabilità della scelta originaria, perciò nulla di ciò che accade all’uomo
è inumano. Non esistono casi accidentali : un avvenimento sociale improvviso,
una guerra ad esempio, non viene dal di fuori, ma dall’uomo stesso; la guerra in
cui è coinvolto diviene la sua guerra e la merita. Sartre afferma : “Io la
merito in primo luogo perché potevo sottrarmi ad essa col suicidio e la
diserzione: queste possibilità ultime devono sempre esserci presenti quando si
tratta di affrontare una situazione. Se non mi ci sono sottratto, io l’ho
scelta: forse solo per mollezza, per debolezza davanti all’opinione pubblica,
perché preferisco certi valori a quelli del rifiuto stesso di far la guerra. Ma
in ogni caso si tratta di una mia scelta.”
La libertà fa sì che l’individuo
risulti in uno stato di permanente conflitto con gli altri. E’ inevitabile lo
scontro delle libertà e la guerra dei significati.
Inoltre si scorge nella
condizione umana un tratto paradossale. Nonostante la sua libertà, l’uomo non
sceglie il suo essere stesso, ossia il fatto di essere “gettato” nel mondo e di
esistere come libertà. Il fatto di essere al mondo è assurdo, non ha
spiegazioni. L’esperienza emotiva di tale assurdità di fondo dell’esistenza è la
nausea, che Sartre descrive nell’omonimo romanzo del 1938 in cui il protagonista
scopre la mancanza di senso dell’esistenza, la quale gli si rivela mediante un
nauseabondo sentirsi “di troppo” rispetto al mondo e agli altri. Sebbene gli
uomini abbiano cercato di sormontare questa consapevolezza con le metafisiche e
le religioni essa rimane al fondo di ogni uomo come inespressa, ma
inequivocabile intuizione e verità. Da ciò il progetto dell’uomo di farsi Dio,
un essere che è ragione e fondamento di sé medesimo, attuando una sintesi fra in
sé e per sé. Ma ciò è impossibile perché la coscienza può sorgere solo dopo
l’essere e come nulla dell’essere stesso e non come suo fondamento. Quindi ogni
sforzo di farsi Dio è destinato al fallimento, tant’è che l’uomo è un Dio
mancato o una passione inutile. Tutti i comportamenti umani sono fallimentari;
in virtù di ciò il filosofo chiudeva il libro con la frase: “E’ la stessa cosa,
in fondo, ubriacarsi di solitudine o condurre i popoli” . D’altro canto
“L’essere e il nulla” si fonda sul concetto di libertà e responsabilità. Questo
spiega perché egli, in concomitanza con l’atmosfera di “impegno” rappresentata
dalla Resistenza e dalle ricostruzione post-bellica, abbia insistito sulla
teoria della libertà e della responsabilità individuale e sociale dell’uomo,
abbandonando il negativismo e l’assurdismo iniziale e reinterpretando
l’esistenzialismo nei termini di una teoria dell’azione e della
storia.
Approfondendo i temi dell’azione e dell’impegno sociale, Sartre ha
intrapreso un cammino che lo ha portato nel 1960 a pubblicare la “Critica della
ragione dialettica”, con la quale si assiste ad un passaggio
dall’esistenzialismo ad una piena adesione al marxismo. Il filosofo prende in
considerazione la struttura dialettica del corso storico, come processo in
divenire, che si caratterizza come una totalizzazione mai conchiusa e sempre in
via di farsi. Ciò accade perché la dialettica, secondo Sartre, non costituisce
una realtà naturale, ma è un processo il cui soggetto è l’uomo con i suoi
bisogni. La dialettica è concepita all’interno dell’esperienza vissuta, in base
al principio secondo cui l’uomo subisce la dialettica in quanto la fa, e la fa
in quanto la subisce. In virtù di ciò, la storia contiene la possibilità
dell’alienazione , cioè il rischio che l’uomo diventi succube dei prodotti della
sua attività. Infatti , se da un lato l’uomo è il soggetto che costituisce la
dialettica, dall’altro può essere l’oggetto alienato dalla dialettica
“costituita”. L’alienazione risiede nei rapporti dell’uomo con la natura e nei
rapporti fra gli uomini. Nel primo caso si prende come riferimento l’uomo del
passato, il quale si oggettivava al lavoro perché spinto dalla penuria, ma
successivamente, nella società industriale, tale oggettivazione diventa vera e
propria “alienazione” rispetto ai prodotti e al senso umano del lavoro.
Nel
secondo caso, Sartre fa una distinzione fra serie e gruppo, che costituiscono la
“fenomenologia della dinamica rivoluzionaria”.
La serie è una “Molteplicità
discreta di individui, formata da una pluralità di solitudini ostili tra loro”
(da “Critica della ragione dialettica”). L’uomo non vive in unione con gli
altri.
Il gruppo è un’organizzazione di individui caratterizzata da un’unità
di intenti in cui ognuno si sente “immedesimato” con gli altri. Esso si
costituisce nel momento della rivoluzione contro un ostacolo o un avversario
comune. Passato il momento eroico della fusione rivoluzionaria, il gruppo deve
ulteriormente lottare per non disgregarsi e tornare serie. L’unità, però,
persiste solo in presenza di una situazione di terrore, che si concretizza nella
disciplina e nel controllo dispotico , i quali portano all’attribuzione del
potere ad un capo carismatico. Attraverso l’organizzazione e l’istituzione, il
gruppo raggiunge l’alienazione. Alla fine, costituitosi come superamento della
serie, il gruppo rischia di sfociare in una nuova serialità alienata, in cui gli
uomini si sentono nuovamente estranei l’uno all’altro e alla comunità
reale.
L’adesione al marxismo, via via radicalizzata, portò Sartre a
sostenere i movimenti dell’ estrema sinistra con i quali si era schierato nel
corso della contestazione studentesca del ’68.
A differenza dei giovani
della Sagan, che nel nulla e nella nausea trovavano una verità secondo cui
l’esistenza non ha senso, l’uomo si sente di troppo rispetto al mondo e agli
altri uomini e ogni comportamento umano è fallimentare, gli scrittori beat
americani erano nati da uno sgomento, da una perplessità, da uno spavento del
nulla che avevano scoperto da sé e che si sforzavano di vincere. Che siano i
portavoce dei delinquenti minorili, dei drogati, non toglie loro una
fondamentale ingenuità, un primordiale ottimismo, una vaga fiducia sufficiente a
giustificare pratiche pseudoreligiose tali da mostrare un loro residuo barlume
di speranza.
22 novembre 1963 : assassinio di John Fitzgerald Kennedy.
Nel pieno della Beat Generation l’America fu sconvolta dalla
prematura scomparsa di uno dei suoi presidenti più amati : John Fitzgerald
Kennedy.
Eletto all’età di 44 anni, dopo la scadenza del secondo mandato di
Eisenhower, Kennedy fu il primo, e l’ultimo, presidente cattolico ad entrare
alla Casa Bianca . Suscitò subito larghi consensi grazie alla sua politica
ispirata alla tradizione progressista di Wilson e Roosevelt, che aggiornò col
riferimento ad una nuova frontiera, non più materiale, ma spirituale, culturale
e scientifica. In uno dei suoi famosi discorsi, Kennedy disse :
“Al di là
di questa frontiera si estendono i domini inesplorati della scienza e dello
spazio, dei problemi irrisolti della pace e della guerra, delle sacche di
ignoranza e di pregiudizi non ancora debellate”.
Onorevoli furono i suoi
sforzi in politica interna, i quali portarono a un forte incremento della spesa
pubblica, assorbito in parte dai programmi sociali, in parte maggiore dalle
esplorazioni spaziali.
La politica estera fu invece caratterizzata da una
linea ambivalente, che puntava alla difesa degli interessi americani nel
mondo.
Nonostante tutto, questo slancio riformatore fu tragicamente
interrotto il 22 novembre 1963 a Dallas (Texas). Tutto il Paese si fermò. E,
siccome gli Stati Uniti erano Dominatori di mezzo mondo, si fermò l’intero
pianeta : il mezzo mondo assoggettato e quello che si opponeva allo strapotere a
“stelle e strisce”.
Però ciò che destò maggior scalpore, e che ne desta
ancora oggi, è la mancata soluzione del giallo. Non è mai stato trovato un vero
colpevole e vengono continuamente avanzate nuove ipotesi : si pensa alla Mafia,
alla Massoneria, al presunto assassino, Lee Harvey Oswald, addirittura agli
U.F.O.
Quel che è certo è la presenza di molte, troppe incongruenze.
A
cominciare dal rapporto finale della Commissione investigativa, guidata da
Warren, che depone a favore del complotto in maniera molto sbrigativa. La
Commissione ha infatti deliberatamente ignorato eventi, misinterpretato
accadimenti, presenze e assenze sulla scena; infine ha proposto una teoria circa
la traiettoria del proiettile a dir poco assurda. Ilgrafico con il “percorso
della pallottola unica” dovrebbe giustificare, a detta della Commissione Warren,
i ferimenti registrati tra i più prossimi al Presidente e l’assassinio dello
stesso.
Il grafico dell’improbabile
ipotesi formulata dalla Commissione Warren è passata alla storia come “teoria della pallottola unica”. Proveniente dal
sesto piano dell’edificio TSBD, la pallottola entra alle spalle di Kennedy,
viene deviata da un osso e fora la trachea, continua la sua corsa fino a
penetrare nel braccio sinistro di Connally, da cui esce potentemente per essere
in grado di ferirlo al polso e deviare, per colpa dell’osso, fuoriuscendo con
una rinnovata traiettoria, che punta alla gamba destra di Connally, dove,
“esausta”, termina il suo accidentato
percorso.
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L’ipotesi del complotto è tuttavia avvalorata, non certo dal
rapporto delle indagini, ma da alcuni avvenimenti “sospetti” precedenti e
seguenti al delitto. Essi possono essere riassunti nei seguenti punti:
-
Oswald (il presunto assassino) non sparò a Kennedy mentre percorreva Houston
Street, il punto ideale e più semplice per colpirlo; invece il percorso del
Presidente venne fatto passare da Elm, il luogo più standard per una
triangolazione di fuoco.
- Il percorso di parata venne cambiato all’ultimo
istante e deviato verso Dealey Plaza.
- Il van dei media venne fatto sostare
nell’unico punto, che non permette di coprire interamente la visuale e di
inquadrare lo scorcio da cui provengono gli spari. Infatti, quello girato
dall’operatore Zapruder risulterà essere l’unica inquadratura diretta sulla
testa del Presidente.
- Il filmato Zapruder dimostra che la testa di Kennedy
si spostò, al momento del colpo, violentemente indietro verso sinistra:
incompatibile con la supposizione che il colpo fosse provenuto da dietro, dove
al momento si trovava Oswald.
- Lee Harvey Oswald venne trovato un minuto e
mezzo dopo lo sparo, al secondo piano dello stabile TSBD, tranquillo e per nulla
affaticato, mentre beveva una Coca-Cola. Impossibile in così breve tempo
arrivare dal sesto al secondo piano ed essere tranquilli e freschi come una
rosa. Poco dopo l’arresto Oswald fu assassinato da Jack Ruby e successivamente
fu avanzata l’ipotesi della presenza di un “Uomo con l’ombrello” nei pressi
dell’auto presidenziale.
- Moltissimi testimoni affermarono di essersi
imbattuti in personaggi, che si qualificavano come appartenenti al Servizio
Segreto; quindi in Dealey Plaza non erano presenti agenti.
- Ingrandimenti
effettuati da una foto scattata da una donna (la signora Moorman) evidenziano la
presenza di un uomo in uniforme, che punta il fucile verso il Presidente.
-
Molti testimoni dichiararono che i colpi furono quattro.
- Subito dopo lo
sparo, saltarono le comunicazioni telefoniche dell’intera Washington; il
black-out durò un’ora.
- Ci sono prove che Oswald e Jack Ruby (il suo
assassino) si erano conosciuti e frequentati prima dell’assassinio di Kennedy,
ma Ruby l’ha sempre negato.
- L’ambulanza di stanza a Dealey Plaza, che
avrebbe potuto soccorrere e salvare il Presidente, non c’era, poiché impegnata a
portare in ospedale un uomo colto da crisi epilettica. Un controllo in ospedale
verificò che nessuno fu assistito o ricoverato per crisi epilettica.
- Il
cadavere di Kennedy venne letteralmente rapito e portato a Washington per
l’autopsia. Erano i medici di Dallas a essere incaricati ad effettuarla. Ciò fa
sospettare che l’autopsia a Washington fu pilotata.
- Le notizie dei media
riportarono che Oswald era il killer del Presidente e ne descrissero gli
spostamenti poco prima dello sparo; il che al momento della notizia non era
ancora stato rilevato.
- Nessun medico, durante l’autopsia, poté toccare il
cadavere o esprimere un parere; fu dato per scontato l’ingresso della pallottola
dalla nuca.
- Il cervello di Kennedy scomparve dopo l’autopsia e non venne
mai più recuperato.
- Almeno 75 persone cionvolte nel caso Kennedy morirono
negli anni successivi, in circostanze misteriose. Il primo fu Jack Zangretti,
ucciso da un colpo di pistola alla testa nel dicembre ’63, era colui che sapeva
dei rapporti Oswald-Ruby. Solo nel 1964 morirono tredici testimoni chiave.
Furono nove le persone morte nel ’65. Dodici nel ’67. Nel ’77, quando stavano
per essere riaperte le indagini, scomparvero altri quattordici testi
potenziali.
Nel 1999, inoltre, vi sono state rivelazioni sconcertanti
circa la tragedia, contenuti in un dossier consegnato da Eltsin a
Clinton.
Dal documento, proveniente dagli archivi dell’ ex-KGB, emergerebbe
la natura extraterrestre del delitto. Sembra infatti che civiltà aliene,
preoccupate per la decisione del presidente di diffondere notizie documentate
riguardanti l’esistenza di altre forme di intelligenza, abbiano deciso di
“risolvere il problema” , eliminando il Presidente degli Stati Uniti .
Naturalmente questa ipotesi, come quella della “pallottola unica” ha un che di
assurdo.
Morale della favola : nessuno riuscirà mai a scoprire la verità su
questo delitto e anche se si volessero riaprire le indagini sarebbe fatica
sprecata, dato che verrebbero messi in gioco gli interessi politico- economici
della principale potenza mondiale.
“La casa in collina” di Cesare Pavese può essere comparata ad
“On the Road”?
Tornando a “On the Road”, si è detto precedentemente che si
tratta di un romanzo, il quale mette in evidenza la condizione esistenziale dei
ragazzi americani del secondo dopoguerra.
Tratta dell’amicizia, delle
difficoltà dell’amore, della ricerca di sé, del desiderio d’appartenenza e
dell’impossibilità di rinunciare al desiderio e al bisogno di rivolta,
dell’ansia di un andare senza fine, che cancelli l’ombra della noia e quella più
oscura della morte; è un’opera che sembra dare corpo ancora una volta a tutti i
grandi miti dell’America.
Anche in Italia uno scrittore non poté fare a meno
di riproporre nelle sue opere gli esempi e gli insegnamenti tratti dagli autori
statunitensi : Cesare Pavese.
Nato nel 1908 a Santo Stefano Belbo, paesino in
provincia di Cuneo, che torna continuamente nei suoi romanzi, studiò a Torino
dove, ai tempi del liceo, cominciò a frequentare gli ambienti antifascisti e di
contestazione al regime. Nel 1932 si laureò in lettere, con una tesi sul poeta
americano Walt Whitman (aveva imparato l’inglese da autodidatta e rimase
affascinato dalla letteratura d’oltreoceano per l’uso costante dello slang). La
sua prima attività letteraria fu di traduttore delle maggiori opere statunitensi
: ricordiamo “Moby Dick” di Melville, “Daedalus” di Joyce, “Il 42° parallelo” di
Dos Passos.
Dopo una breve permanenza in carcere (non ci ricorda qualcuno?)
per motivi politici (1935), Pavese cominciò a frequentare personaggi, che
saranno molto importanti per la sua attività culturale e affettiva : Vittorini,
Pintor, Fernanda Pivano (la più famosa americanista) e si dedicò con assiduità
alla “produzione propria” di prosa e romanzi. Tra i principali annoveriamo : “
Paesi tuoi” (1941), “La spiaggia” (1942), “Prima che il gallo canti” (1949), “La
luna e i falò” (1950), che comparve pochi mesi prima della morte di Pavese, il
quale si suicidò, appunto, nel 1950.
Appartiene a “Prima che il gallo canti”
il romanzo breve, o racconto lungo, “La casa in collina” in cui l’autore,
proprio come Kerouac, dà molta più importanza alla ricerca interiore ai grandi
problemi esistenziali.
La storia è ambientata nel 1943 e il protagonista è
Corrado,un insegnante di scienze in un istituto di Torino, che scende in città
solo per lavorare. La sua casa, o meglio, la stanza in cui vive, si trova in
collina dove sfugge i pericoli dei bombardamenti notturni ed è amorevolmente
accudito da Elvira, la figlia della padrona di casa. Tale tranquillità gli
permette di realizzare il desiderio di rimanere estraneo a quanto capita attorno
a lui; ma nello stesso tempo non sopporta le eccessive attenzioni delle due
donne, che tendono ad impossessarsi di lui, né può eliminare un senso generale
di insoddisfazione per il proprio cinico astrarsi dalla vita.
Una sera si
reca in un’osteria e lì incontra Cate, una sua ex fiamma con cui era finita male
a causa della volontà dell’uomo di non impegnarsi. Ciò che lo sconvolge è che la
donna abbia un figlio, Dino, che per l’età che ha potrebbe essere suo. Intanto
cade il fascismo, viene fondata la Repubblica di Salò nella parte settentrionale
della Penisola ; scoppia la guerra partigiana e con essa i rastrellamenti nazi-
fascisti. In occasione di uno di questi vengono catturati Cate e suo fratello.
Dino si salva, viene raccolto da Corrado e portato presso un convento dal quale
presto si allontanerà per unirsi ai partigiani.
Corrado decide di tornare a
casa dai suoi genitori, nelle Langhe, per evitare di essere catturato.
Intraprende un viaggio attraverso le colline e le vallate, cercando di evitare i
rastrellamenti e i posti di blocco. Tutto il mondo brucia, la violenza
imperversa e, quando è già vicino a casa, assiste ad un’imboscata partigiana
contro un’autocolonna fascista : la vista di quelle scene di morte gli fa
prendere coscienza del fatto che non si può restare al di fuori, non è possibile
rimanere neutrali a guardare, perché la guerra chiede conto a tutti del
comportamento che ciascuno ha.
In questo romanzo Pavese mette in evidenza uno
stile più maturo e personale. La vicenda narrata acquista forza dalla ricchezza
dei temi, dalla delineazione di nodi simbolici, che spingono il lettore a
cogliere una riflessione che si allarga fino a divenire una meditazione generale
sui grandi problemi esistenziali.
Dal punto di vista dello stile Pavese dà
una soluzione brillante al problema del rapporto lingua dialetto nella sua
prosa, frutto di un intenso lavoro e di una continua analisi ed autoanalisi del
linguaggio, il quale porta all’invenzione di una lingua insieme classica e
parlata.
Il parlato si riferisce al dialetto piemontese, che viene nobilitato
senza mettere in secondo piano la lingua.
In questo romanzo la scrittura è
misurata e governata nella costruzione di un ritmo uniforme, capace di dare
un’intonazione al racconto: la prosa non è un “canto”, me è ricca di elementi
ritmici, che danno alla pagina un respiro regolato su una sorta di “metro
prosastico”. Un’analoga innovazione è attuata in “On the Road” : la narrazione è
scandita da un ritmo serrato e mozzafiato, che ricorda il jazz di Parker, tanto
amato dai beat. In questo caso il “metro prosastico” prende spunto dalla musica
nera e riproduce i suoni e le sensazioni tipiche del viaggio.
La superiorità
di “La casa in collina” nasce dal coraggio di autoanalisi: il protagonista è un
intellettuale, che di fronte alla Resistenza e alle esigenze di un impegno
personale rivela la propria ambiguità, un’incertezza che nasce dalla sua
collocazione di classe. Pavese comunque non riduce la storia di Corrado a una
vicenda psicologica, ma la approfondisce con un’analisi dei termini sociali e di
classe.
Il tema principale è la solitudine, che cessa di essere un immobile
stato d’animo per divenire una condizione individuale e storica. La perdita di
identità sociale dell’intellettuale diventa abitudine all’ambiguità, al doppio
gioco. L’estraneità alla guerra non è altro che estraneità alla storia,
incapacità di attribuirle senso e valore.
Si denota quindi l’esigenza di
“svegliarsi” da un lungo letargo fatto d’indifferenza per diventare parte attiva
della società, ribellarsi ai vecchi schemi se è necessario e andare alla ricerca
di una propria, vera essenza. Il viaggio è fonte di nuove conoscenze e di
sviluppo interiore, atto a produrre una personalità indipendente e
responsabile.
Un “beat” dell’antichità : Catullo.
Chi ha detto che i beat sono nati negli anni ’40?
In
realtà Jack, Ginsberg, Corso, Burroughs & co. non hanno fatto altro che
riproporre ideali e stili dei “poeti nuovi” latini. E come per i poeti americani
il capostipite fu Kerouac, così anche i “beat” della letteratura latina videro
in Catullo il loro principale rappresentante.
Caio Valerio Catullo nacque a
Verona nell’87 (o 84) a.C., certamente da una famiglia ricca , datosi che Cesare
era spesso ospite del padre e il poeta stesso possedeva diverse ville e
tenute.
Ebbe una vita sentimentale molto travagliata e piena di sofferenze.
Si innamorò di un’unica donna nella sua vita, Clodia- poeticamente chiamata
Lesbia- , sorella del tribuno Clodio e moglie del governatore Metello Celere,
con cui si trovava legata in un matrimonio di convenienza e infelice. Catullo
rimase colpito profondamente dalla sua bellezza e dalla sua cultura e con lei
trascorse momenti felici, che terminarono presto a causa dell’infedeltà della
donna. Dopo alcuni anni decise di ritirarsi in solitudine per dimenticare
quell’amore, ma spesso ricadde nelle “trappole” di Clodia, finché, avendo
compreso che nel suo cuore non c’era più posto per lui, partì per la
Bitinia.
Dopo un anno fece ritorno a Roma e riprese la relazione con la sua
fiamma di sempre, ma a questo punto a causa della dissoluta condotta di lei,
l’amore finì e poco dopo anche la passione di cui riuscì a liberarsi “come di un
tetro morbo”. Purtroppo non visse a lungo : nel 54 a circa 30 anni si spense,
minato dalle “ferite” dell’amore e da una grave malattia.
La vita di questo
grande poeta è estremamente significativa perché ci introduce negli ambienti
raffinati e corrotti dell’alta società di Roma, ormai ricca capitale imperiale,
e ci svela gli ideali di vita della nuova generazione letteraria, cioè la poesia
e l’amore, in un oblio delle vicende politiche in un cosciente rifiuto dei
tradizionali valori morali.
Catullo fu il primo e forse l’unico poeta
veramente lirico della letteratura latina. La sensibilità e l’impeto dell’animo,
il disinteresse per i problemi filosofici e gli eventi politici, l’esperienza
amorosa fortemente vissuta e sofferta improntano la sua produzione letteraria di
un inconfondibile tono autobiografico di immediatezza e spontaneità. L’adesione
alla poetica nuova risponde all’esigenza interiore di uno spirito, che si sente
ormai estraneo ai valori tradizionali della morale repubblicana, e ricerca un
ideale di vita e di arte nel calore dei sentimenti personali, nell’affetto per
la sua donna e per gli amici. E’ soprattutto un “cantore d’amore” e dell’amante
ha tutta la dedizione e la trepidazione.
Per lui l’amore è l’unico vero
valore per cui vale la pena dare tutto sé stesso, bruciare la propria esistenza.
Con l’apparizione di Lesbia distingue il bene velle, la capacità di provare
affetto e stima, dall’amare, la componente sensuale e passionale. La presa di
coscienza di questo conflitto interiore si ha nel carme 72 :
“Iniuria
talis / cogit amare magis, sed bene velle minus”.
[“Con un tradimento come il
tuo / si ama di più, ma si vuole bene di meno”.]
Il dramma diventa
lacerante quando il bene velle scompare; allora il dissidio dà vita al carme
85:
“Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris.
Nescio, sed fieri
sentio et excrucior”.
[“Odio e amo. Perché lo faccia forse ti chiedi.
Non
saprei, ma sento che è così e mi tormento”.]
Per la sua poesia Catullo si
rifà molto ai greci e in particolare a Saffo, per la trattazione degli effetti
dell’emozione amorosa, a Callimaco e forse a Euforione, riproducendo
procedimenti strutturali alessandrini come la digressione e l’utilizzo
dell’elegia intercalata in un inno.
Comunque sono presenti degli elementi
originalissimi: la distaccata ironia e l’esclusivo culto dei valori formali
passano in secondo piano per fare spazio all’affettività di un animo pronto a
commuoversi e ad umanizzare i miti.
Per quanto concerne lo stile, Catullo
risulta rapido nella composizione e fa spesso ricorso all’improvvisazione.
Affiora una sorta di trascuratezza stilistica, che fa qualora apparire alcuni
versi di gusto prosastico. Talvolta l’espressione non viene “lavorata” a fondo e
di conseguenza viene meno la chiarezza. Ma in genere il linguaggio catulliano è
vivo ed espressivo : vi è un’utilizzazione del tutto esclusiva della lingua
parlata, di diminutivi, di grecismi e anche di costrutti arcaici, adoperati più
che altro con una funzione ornamentale.
Anche in “On the Road” vi sono
numerosi momenti di pura poesia e l’amore di Jack per i luoghi visitati è simile
a quello dell’amante Catullo :
“Ma perché pensare a questo con tutta
quella terra dorata davanti a te e tutta una serie di imprevedibili avvenimenti
che ti aspettano in agguato per sorprenderti e farti felice di essere vivo per
potervi assistere?”
“Grandi bellissime nuvole fluttuavano sopra di noi,
nuvole della vallata che ti facevano sentire la vastità della vecchia sacra
America in rovina da foce a foce e da cima a cima”
“Mentre passavamo il
confine fra il Colorado e l’Utah vidi Iddio nel cielo sotto forma di immense
nuvole dorate assolate sopra il deserto che poteva puntare un dito verso di me e
dire : ‘Passa di qua e va’ avanti, sei sulla strada per il
cielo’”.
“Reno, Battle Mountain, Elko, tutte le città lungo la strada per
il Nevada sfrecciarono l’una dopo l’altra, e al crepuscolo eravamo sulle pianure
del Lago Salato con le luci di Salt Lake City che lanciavano barlumi
infinitesimali almeno a centosessanta chilometri oltre il miraggio delle
pianure, mostrandosi due volte, sopra e sotto la curvatura della terra, una
volta chiare, una volta opache”.
Caravaggio…un potenziale “beat”.
Le radici della Beat Generation si possono ritrovare anche
nelle arti figurative del ‘600 e in particolare in quella facente parte della
rivoluzione naturalistica di Caravaggio, che mi sono permessa di considerare un
“potenziale” beat per la sua complessa personalità, la quale per certi aspetti
richiama quella del “nostro caro” Dean Moriarty.
Michelangelo Merisi, detto
Il Caravaggio, nacque nel 1571 a Caravaggio, nel bergamasco. Ebbe una vita
breve, trascorsa in uno stato di solitudine psichica e in continui contrasti,
dovuti anche al carattere impulsivo e violento, ma durante gli anni di attività
attuò una vera e propria liberazione dall’autorità della tradizione e un
mutamento del linguaggio artistico posto in termini di assoluta novità. Essa
mira a una forma di rappresentazione delle “cose naturali”, diretta, lucida e
oggettiva senza l’intermediazione di modelli ideali, né di norme elaborate
concettualmente o di schemi e formule prefissati. Tale arte prende spunto dalla
realtà viva, che raffigura personaggi e ambienti della vita quotidiana, con
libertà di scelta dei soggetti.
Da qui nasce una nuova, più vera, più
ricca umanità, nascono personaggi che assumono straordinario carattere per la
fedeltà al loro naturale aspetto, per l’evidenza espressiva dei loro atti e
sentimenti dai quali scaturisce la violenta tensione drammatica delle
composizioni. Ed è proprio in questa
umanità semplice e disadorna, in questa ambientazione spoglia ed essenziale, in
questa riscoperta vita vissuta che consiste l’aspetto più nuovo della pittura
del Caravaggio. Già nelle sue prime importanti opere, commissionategli
principalmente dal cardinal Del Monte, come il “Bacco”, viene messa in evidenza
una novità assoluta rispetto al linguaggio artistico corrente. Le figure sono
ritratte fedelmente dal mondo reale e sono, per lo più, figure di giovani
popolani. Anche la riproduzione di oggetti, fiori, frutta è fedele e analitica.
Le tinte risultano ancora chiare e poco contrastate, ma vi è già un attento
studio degli effetti di luce, di un’esaltazione delle qualità materiche, con un
gusto e una cura appassionata del particolare naturalistico, che tocca apici di
virtuosismo nella celebre “Canestra di frutta” del 1595 e considerato il primo
esempio di “natura morta”. Vi è già uno studio accurato degli effetti luminosi e
si nota la direzione laterale della luce e inoltre per la prima volta non esiste
un’immagine idealizzata, in quanto le foglie e i frutti presentano difetti e
forme imperfette.
La prima
importante commissione pubblica, ottenuta per interessamento del cardinal Del
Monte sono le tele con le “Storie di San Matteo” per la Cappella Contarelli in
San Luigi dei Francesi. In queste opere, di cui fanno parte la “Vocazione” e il
“Martirio di San Matteo”, si esplica l’evoluzione dello stile del Caravaggio
nell’accentuata indagine naturalistica e nel più violento contrasto
chiaroscurale.
Le profonde ombre oscurano completamente gli ambienti e i
personaggi sembrano emergere da esse per effetto dell’intenso fascio di luce che
li investe lateralmente. L’efficacia realistica e la tensione drammatica della
rappresentazione sono affidate al repentino passaggio dalla luce viva all’ombra
cupa.
Il procedimento tecnico, in
queste opere, si rivela singolare rispetto alla pratica artistica del tempo.
Dalle radiografie effettuate sui dipinti della Cappella Contarelli si evince che
il maestro dipingeva di getto, operando direttamente sulla tela e modificando
nel corso del lavoro l’idea primitiva.
Tra il 1600 e il 1601 Caravaggio dipinge,
per la cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo la “Crocifissione di San
Pietro” e la “Conversione di San Paolo”, ove il soggetto sacro viene trattato
con l’estrema naturalezza , ma anche con il brutale realismo, di una scena di
guerra e la composizione contenuta in una rigorosa essenzialità e inaudita
evidenza.
Negli anni immediatamente successivi dipinse la “Madonna dei
Pellegrini”, meglio conosciuta come “Madonna del Serpe” e il “David con la testa
di Golia”, il quale rappresenta un crudele autoritratto dell’artista. Le
composizioni sono più studiate anche se i personaggi, gli atti e le espressioni
sono sempre riprese dalla vita quotidiana, di strada o d’osteria. Malgrado lo
spirito di sincera religiosità che li pervade, i suoi soggetti acquistano uno
spregiudicato realismo, che tocca il suo apice nel dipinto con la “Morte della
Vergine”, duramente contestato dai committenti e rifiutato perché indecoroso :
infatti il soggetto per la figura della Madonna era una donna morta affogata nel
Tevere.
Dal 1606 inizia il
periodo più tragico della vita di Caravaggio. In quest’anno, il maestro che
aveva già subito processi e condanne per liti e polemiche, fu coinvolto in una
rissa durante una partita di pallacorda e uccise il suo avversario.
Costretto a fuggire da Roma, cercò scampo a Napoli. Qui restò circa un
anno e dipinse opere quali la “Flagellazione”, che costituirono i testi
fondamentali per lo sviluppo della pittura del Seicento napoletano.
Nel 1908
si trasferì a Malta dove lasciò altri altissimi capolavori come la “Decollazione
del Battista”, giocato in poche tonalità dense di bruni e di rossicci quasi
volti al monocromo.
Costretto a fuggire anche da Malta, dopo essere stato
imprigionato per aver offeso un Cavaliere dell’Ordine, si recò prima in Sicilia
poi a Napoli. Tra la fine del 1609 e i primi mesi del 1610, di nuovo a Napoli,
venne ferito dai sicari del Cavaliere di Malta. Avuta notizia del perdono del
papa, il maestro si imbarcò nel luglio dello stesso 1610 per Roma, ma, appena
sbarcato a Porto Ercole, venne arrestato per errore. Rilasciato due giorni dopo,
quando la nave era ormai ripartita, vagando disperato per aver perduto con la
barca tutto ciò che possedeva e colto da un attacco di malaria, Caravaggio
moriva sulla spiaggia di Porto Ercole il 18 luglio.

Andy Warhol : l’artista “ufficiale” della Beat Generation.
Andy Warhol (1930-1987) è il rappresentante più tipico della
pop art americana. Figlio di un minatore cecoslovacco emigrato negli Stati
Uniti, è uno dei maggiori esponenti della cultura nord-americana, soprattutto
per la sua voluta ignoranza di qualsiasi esperienza artistica maturata in
Europa. Rifiutata per intero la storia dell’arte, con tutta la sua
stratificazione di significati e concettualizzazioni, l’arte di Warhol si muove
unicamente nelle coordinate delle immagini prodotte dalla cultura di massa
americana.
Nel ’60, proveniente come molti altri artisti pop
dalla grafica pubblicitaria e dalla cartellonistica, crea le prime opere basate
sui comics (Dick Tracy, Superman, Braccio di Ferro) e sulla Coca-Cola. Da qui
inizia a proporre serie di immagini analoghe di oggetti commerciali, eseguite
anche con procedimenti meccanici, in una schematizzazione grafica spiccatamente
pubblicitaria. A quel tempo la scena artistica americana era dominata
dall’espressionismo astratto e dall’Action Painting : come dire rabbia e
lacrime, rifiuto di ogni controllo razionale, gesti sfrenati e appalesamento
della più profonda, personale, individualistica interiorità. A tutto ciò Warhol
reagì scegliendo di riprodurre la realtà che lo circondava.
Inutile dire
che la critica all’inizio lo criticò e lo sbeffeggiò :
“Alcuni critici-
commenterà con la sua consueta ironia- hanno detto di me che io sono il Nulla in
Persona e questo non ha aiutato per niente il mio senso
dell’esistenza”.
Dopo, nel corso degli anni ’60, si leverà invece dalla
itelligencija americana un coro di lodi stucchevoli ed inconcludenti, che Warhol
elencherà divertito in un brano della sua “Filosofia”.
Quanto a lui, sembra
porsi un solo obiettivo : demistificare la pittura, l’opera d’arte, la sua
originalità di “pezzo unico”, in cui la mano dell’autore ha un peso pari almeno
a quello dell’ “idea”. E demistificare l’immagine di marca romantica, cara agli
espressionisti, dell’artista- demiurgo. Per lui l’arte è invece un “prodotto”.
Del ’62-’64 sono le scatole di Campbell Soup che ,con le figure dei miti
holliwoodiani come Marilyn Monroe o Elvis Presley ancora del ’62 e con le
scatole di Brillo del ’64, determinarono i suoi primi successi; anche i dipinti
con le immagini dei dollari risalgono agli stessi anni.
“L’artista diventa
colui che interviene specificamente nel campo dell’immagine per produrre un
messaggio da un grado basso ad uno più alto.
Egli sottrae l’immagine
dall’ambito del consumo di massa, per introdurla in ambito colto, quello
dell’arte. Lo strumento è quello di uno stile che non rifiuta il sistema
meccanico di riproduzione dell’immagine o perlomeno dell’ottica e dello spirito
che determina quest’ultima, ma anzi ne accoglie il procedimento e la neutralità
di fondo che la sorregge. Perché questo avvenga è necessario eliminare ogni
discriminazione per quanto riguarda l’ambito dove l’immagine nasce, cresce e si
sviluppa”. (Achille Bonito Oliva).
Tra le immagini dei media in seguito Warhol adottò quelle di incidenti
stradali, la serie degli “Scontri”, e di esecuzioni, la serie delle “Sedie
elettriche”, che realizza con giustapposizioni di fotogrammi uguali o di diversa
intensità cromatica o luminosa, in modo da far perdere al racconto drammatico la
forza d’urto iniziale attraverso la ripetizione seriale. L’insieme degli
elementi che entrano in gioco nelle sue opere, dalla scelta dei soggetti alla
tecnica esecutiva, all’uso del particolare ripetuto, tende inoltre ad annullare
qualsiasi distinzione tra figurativo e astratto, così come nell’ambito dei
contenuti non appare mai un giudizio morale o politico, o ideologico la cui
formulazione Warhol rimanda sempre come uno specchio alla coscienza dello
spettatore. L’artista dichiarò su “Art News” del 1963:
“Tutti si
rassomigliano e agiscono allo stesso modo, ogni giorno che passa di più. Penso
che tutti dovrebbero essere macchine. Penso che tutti dovrebbero amarsi. La pop
art è amare le cose. Amare le cose vuol dire essere come una macchina perché si
fa continuamente la stessa cosa. Io dipingo in questo modo perché voglio essere
una macchina e sento che quando faccio una cosa e la faccio come se fossi una
macchina ottengo il risultato che voglio”.
Con la sua presenza fredda e
distaccata, Warhol cancella ogni profondità e i suoi quadri, diventano la
celebrazione della superficie. Così l’artista adopera nell’arte l’idea del
multiplo, dell’oggetto fatto in serie : l’individuo ripetuto in uomo di massa,
in uomo moltiplicato, portato dal sistema in una condizione di esistenza
stereotipata. Al prodotto unico subentra l’opera ripetuta, la cui ripetizione
comporta non più un’angoscia esistenziale ma il raggiungimento di uno stato di
indifferenza che diventa l’ottica attraverso cui Warhol guarda il mondo. Infatti
nei suoi quadri ogni intenzione di segretezza viene ribaltata in ostentazione,
che è la premessa di quel consumo cui la civiltà americana non intende
sfuggire.
L’occhio cinico dell’artista ci restituisce una condizione oggettiva
dell’uomo medio americano alla quale egli stesso non sfugge, a cui non intende
sfuggire, in quanto i modelli adoperati non sono fuori dalla realtà americana ma
dentro. Dentro ci sono le espressioni, le facce inespressive dell’uomo folle,
gettato nella sua moltitudine quotidiana, separato dagli altri uomini, incidenti
d’auto, opere d’arte mistiche, nature morte di fiori, volti celebri od anonimi,
riprodotti con gelida allegria attraverso il procedimento meccanico della
serigrafia.
Così Warhol ribadì e accettò lo stato di manipolazione di ogni
cosa, anche dell’uomo, senza disperazione, senza possibilità di alternativa,
applicando la considerazione irreversibile dell’uomo come “uomo consumato”.
Anche l’artista vive dentro una realtà già definita, in cui ogni prodotto è
segno della merce.
L’accumulo delle immagini è l’effetto di una mentalità,
che non ha il mito della complessità del mondo ma che anzi ha individuato le
istanze dell’uomo e l’ineluttabile e necessaria esibizione di tali istanze,
collegata alla dimensione non negativa di spettacolarità insita nel sistema
sociale ed economico. Così Warhol situa le proprie immagini per associazione
elementare, che riflette con cinica disperazione il destino dell’uomo:
l’esibizione come esibizionismo, quale ineluttabile cancellazione della
profondità e riduzione ad uno splendente superficialismo. Lo spegnimento della
profondità psicologica segnò il punto di massima socialità nell’opera di Warhol,
che morirà il 22 febbraio 1987 nel corso di un intervento chirurgic
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