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Il deserto dei tartari (di Dino Buzzati)
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L'idea del romanzo, affermò Buzzati in un'intervista, nacque "dalla monotona routine redazionale notturna che facevo a quei tempi. Molto spesso avevo l'idea che quel tran-tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. E' un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nell'esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva".
Buzzati ci racconta la vita andata a male di Giovanni Drogo, inutilmente spesa nell'attesa assurda. La narrazione, dapprima lenta, accelera come un gorgo con la maturazione del protagonista, sottolineando e sostenendo il tempo non lineare, logaritmico, che fluisce insensibile e indifferente scandendo la vita del protagonista dapprima ignaro e poi tardivamente consapevole della corrente di vita e di morte che ci avviluppa. Come in Pavese, c'è nel "Deserto" un senso dell'infanzia e dell'adolescenza come età felici in cui il progetto-uomo è ancora possibile e aperto, in contrapposizione all'età matura, segnata dal tempo trascorso e dalle speranze sepolte. La morte è una presenza costante ma non cupa, non terribile. Nonostante l'assenza consolatoria di un dio o di una speranza ultraterrena, la morte è qui rappresentata come epilogo dignitoso e forse come eroico termine di tutte le sofferenze. Cupa e terribile può essere invece la vita quando ad essa non si è adatti, quando ad essa non ci si adatta. Singolare è l'uso dello spazio e del movimento come metafora: la frontiera a difesa del nulla, la fortezza in alto, che pare a volte allungarsi verso il cielo, immensa da lontano e singolarmente piccola da vicino, così come ci pare il tempo che ci separa dalla morte nelle differenti età che viviamo. Assurda è l'attesa infinita del nemico, o dell'evento che dona senso a tutta una vita, così come assurdo e quasi surreale è il fascino sottile che incatena a così inutile attesa . Surreale è ancora l'incontro moltiplicato, come attraverso un gioco di specchi, tra il vecchio capitano e il giovane tenente fresco di assegnazione: l'evento, nella sua assurdità ripetuta e assurdo nel suo ripetersi forse infinito, sottolinea una ciclicità che non può rimandarci al ciclo eterno e conosciuto di giovinezza, vecchiaia, morte. Grande, grandissimo narratore, Buzzati tocca e scandaglia la coscienza dell'uomo moderno per lasciarci il senso dell'assurdo, la cifra del tempo e della solitudine che scontiamo, anche senza saperlo.
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