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71. Intanto Stertinio, inviato ad accogliere la resa di Segimero, fratello di Segeste, aveva già ricondotto lui e suo figlio nella città degli Ubii. Fu concesso a entrambi il perdono; senza problemi, per Segimero, ma non senza una qualche perplessità per il figlio, perché gli si addebitava di aver recato oltraggio alla salma di Quintilio Varo. Quanto ai soccorsi per i danni subiti dall'esercito, le Gallie, le Spagne, l'Italia fecero a gara, offrendo ciò di cui disponevano: armi, cavalli, denaro. Ne lodò Germanico la premura, ma accettò solo armi e cavalli per le necessità della guerra e ai soldati provvide col proprio denaro. Per alleviare, anche col suo personale interessamento, il ricordo della sofferta ritirata, visitava i feriti, tesseva elogi delle azioni individuali; e, nell'informarsi delle ferite, confortava gli uni con la speranza di guarigione, gli altri con la prospettiva della gloria e tutti con parole di incoraggiamento e con premure, rafforzando l'attaccamento alla sua persona e la fiducia nell'esito della guerra. |
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72. In quell'anno vennero decretate le insegne trionfali ad Aulo Cecina, Lucio Apronio e Gaio Silio per i meriti acquisiti nelle operazioni compiute con Germanico. Tiberio rifiutò l'appellativo di padre della patria, che il popolo volle a più riprese attribuirgli; né consentì, nonostante la proposta formale del senato, che si giurasse sui suoi atti, con la ribadita argomentazione che la precarietà è condizione tipica dell'uomo e che a una crescita di potere avrebbe corrisposto una condizione di maggiore insicurezza. Ciò peraltro non era prova della sua mentalità non monarchica; aveva infatti reintrodotto la legge di lesa maestà, che aveva lo stesso nome presso gli antichi ma si applicava a imputazioni ben diverse, cioè in caso di danni arrecati all'esercito, col tradimento, e al popolo, con le rivolte, e, nei casi di malgoverno dello stato, alla maestà del popolo romano. Oggetto di sanzioni erano dei fatti, mentre le parole non configuravano un reato. Augusto, applicando speciosamente quella legge, fu il primo a istruire un processo contro dei libelli diffamatori, perché scosso dalla spregiudicata compiacenza con cui Cassio Severo aveva infangato, in scritti saturi di indecenze, uomini e donne illustri. Poco dopo Tiberio, quando il pretore Pompeo Macro gli chiese se doveva dar corso ai processi di lesa maestà, rispose che la legge andava applicata. Fu urtato anch'egli dalla diffusione di alcuni versi, di autori anonimi, che criticavano la crudeltà e la superbia del principe e i suoi rapporti conflittuali con la madre. |
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73. Non sarà fuori posto ricordare i primi tentativi di incriminazione contro le persone di Falanio e Rubrio, semplici cavalieri romani, perché si sappia con quali mezzi Tiberio abbia iniziato e con quale tecnica raffinata abbia lasciato che attecchisse il fuoco di questa disastrosa rovina, e come poi sia stato soffocato, per divampare alla fine e tutto inghiottire. L'accusatore addebitava a Falanio la colpa di aver accolto tra i cultori di Augusto, esistenti in tutte le casate sotto forma di gruppo sacerdotale, un tale Cassio, un pantomimo abituato a vendere il suo corpo; e gli muoveva anche un'altra accusa, quella di avere, nella cessione di un giardino, venduto anche una statua d'Augusto. Quando Tiberio ne fu informato, scrisse ai consoli che non erano stati assegnati onori divini a suo padre, perché si risolvessero in rovina per i cittadini; che l'attore Cassio era solito partecipare con altri compagni d'arte ai giochi che sua madre Livia aveva consacrato alla memoria d'Augusto; né si configurava come reato religioso il fatto che l'effigie d'Augusto, come le statue di altre divinità, rientrassero nelle vendite di giardini e palazzi. Quanto allo spergiuro, doveva avere lo stesso valore che se avesse giurato il falso su Giove: alle offese agli dèi ci avrebbero pensato gli dèi. |
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74. Non passò molto tempo e il pretore di Bitinia Granio Marcello venne imputato di lesa maestà dal suo questore Cepione Crispino, e l'accusa venne sottoscritta da Romano Ispone. Cepione inaugurò una pratica che l'infamia dei tempi e l'impudenza degli uomini resero di moda. Egli infatti, povero e sconosciuto ma intrigante, riuscì a insinuarsi, attraverso rapporti riservati, nell'animo crudele del principe e a farsi ben presto pericolosissimo per le personalità più in vista, acquistando potere presso una sola persona ed esecrazione da parte di tutti: diede così un esempio, grazie a cui i suoi imitatori, divenuti ricchi da poveri e temibili da insignificanti, provocarono la rovina di altri e, alla fine, anche di se stessi. Cepione denunciava Marcello per aver pronunciato discorsi offensivi contro Tiberio, addebito incontestabile, perché l'accusatore sceglieva dalla vita del principe le peggiori turpitudini e le attribuiva all'accusato: e, trattandosi di cose vere, si credeva anche che fossero state pronunciate. Ispone aggiunse nella denuncia che Marcello aveva assegnato alla propria statua un posto più alto rispetto alle statue dei Cesari, e sostituito, in un'altra statua, il volto di Tiberio alla testa amputata di Augusto. Di fronte a queste accuse, Tiberio si adirò al punto da proclamare, infrangendo il suo abituale silenzio, che, in quella causa, anche lui avrebbe espresso il suo giudizio, palese e sotto giuramento, per costringere gli altri a fare altrettanto. Rimaneva, però, qualche traccia della moribonda libertà. Gneo Pisone infatti chiese: “A che punto darai il voto, Cesare? Se sarai il primo, saprò come regolarmi; se invece dopo tutti, temo di poter dissentire senza volerlo”. Scosso da queste parole, Tiberio, remissivo nel ricredersi, quanto più s'era prima scoperto in preda alla collera, lasciò che l'accusato fosse assolto dal reato di lesa maestà e, per il reato di concussione, passò la causa ai giudici competenti. |
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75. Non pago dei processi istruiti in senato, assisteva anche alle cause ordinarie, standosene, in tribunale, a lato della tribuna, per non costringere il pretore a lasciargli la sedia curule; e, grazie alla sua presenza, furono prese molte decisioni contrarie agli intrighi e alle pressioni dei potenti. Ma mentre ci si prendeva cura della verità, veniva intaccata la libertà. Avvenne poi che il senatore Pio Aurelio, lamentando il rischio di crollo della sua casa in seguito alla costruzione di una strada e di un acquedotto, richiedesse un sussidio da parte del senato. Di fronte all'opposizione dei pretori responsabili dell'erario, Tiberio sovvenne personalmente Aurelio, risarcendogli il prezzo della casa, perché voleva dimostrare che il pubblico denaro andava speso con rigore, virtù che conservò a lungo, pur perdendo le altre qualità. All'ex pretore Properzio Celere, che chiedeva l'autorizzazione a uscire dal senato per motivi di povertà, elargì un milione di sesterzi, dopo che fu assodato che le sue ristrettezze risalivano all'eredità del padre. Altri tentarono di godere delle stesse concessioni, ma Tiberio volle che il senato ne verificasse i motivi, duro per smania di rigore anche quando applicava principi giusti. Perciò tutti gli altri preferirono il silenzio e la povertà, piuttosto che darne pubbliche ragioni per godere delle sovvenzioni. |
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76. Nello stesso anno il Tevere, ingrossato da piogge continue, aveva allagato le parti basse della città; quando le acque rifluirono, si verificarono crolli di edifici e si ebbero numerose vittime. Allora Asinio Gallo avanzò la proposta di consultare i libri sibillini. Si oppose Tiberio, incline a lasciare nel mistero sia il sacro che il profano, ma Ateio Capitone e Lucio Arrunzio ebbero mandato di provvedere ad arginare le acque. Tiberio poi decise di sottrarre temporaneamente al governo proconsolare l'Acaia e la Macedonia, che premevano per uno sgravio fiscale, e di affidarle al controllo diretto dell'imperatore. Allo spettacolo di gladiatori, che Druso aveva offerto a nome proprio e del fratello Germanico, presiedette appunto Druso, un po' troppo amante del sangue, per quanto di schiavi: del che si diceva che il padre l'avesse ripreso, perché era segno allarmante per il volgo. L'assenza di Tiberio dallo spettacolo fu oggetto di interpretazioni diverse: secondo alcuni per insofferenza della folla, secondo altri per la cupezza dell'indole e la paura di un confronto, avendovi Augusto preso parte con cordiale disinvoltura. Stento a credere che abbia voluto dare al figlio occasione di esibire la propria crudeltà per provocargli contro l'avversione del popolo: ma anche questo fu detto. |
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77. I disordini in teatro, già iniziati l'anno precedente, esplosero in modo più violento: persero la vita non solo alcuni spettatori plebei ma anche dei soldati e un centurione; rimase ferito anche un tribuno della coorte pretoria, nel tentativo di impedire insulti ai magistrati e scontri tra la folla. Sui fatti venne presentato un rapporto in senato e ci furono interventi che chiedevano di riservare ai pretori il diritto di usare le verghe contro gli istrioni. Oppose il veto il tribuno della plebe Aterio Agrippa, cui reagì con una dura replica Asinio Gallo, mentre taceva Tiberio, il quale concedeva al senato quell'apparenza di libertà. Peraltro il veto prevalse, perché in passato il divo Augusto, interpellato, aveva risposto che gli istrioni dovevano essere immuni dalle sferzate, e a Tiberio non era concesso violare le sue disposizioni. Molte furono invece le misure prese per limitare le somme destinate agli attori e contro le intemperanze dei loro sostenitori: tra le più significative, il divieto per i senatori di entrare nella casa di un pantomimo, per i cavalieri romani di scortarli quando si presentavano in pubblico e per gli stessi pantomimi di tenere spettacoli in luoghi diversi dal teatro; si conferì ai pretori il potere di infliggere l'esilio in caso di eccessi da parte degli spettatori. |
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78. Si consentì agli Spagnoli, dietro loro richiesta, di costruire un tempio ad Augusto nella colonia di Terragona, il che costituì un esempio per tutte le province. Nonostante la pressione del popolo per abolire l'imposta dell'uno per cento sulle vendite, istituita dopo le guerre civili, Tiberio confermò che la cassa militare si reggeva su quelle entrate; e insieme rese noto che lo stato non poteva far fronte all'onere, nel caso che i veterani venissero congedati prima del ventesimo anno di servizio. Quindi le decisioni avventate, risalenti all'ultima rivolta, quando si era strappato il congedo dopo sedici anni, furono abolite per il futuro. |
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79. Si discusse poi in senato, relatori Arrunzio e Ateio, se, per regolare le piene del Tevere, non convenisse deviare i fiumi e le acque dei laghi che lo alimentano; e furono ascoltate le delegazioni di municipi e colonie. Chiedevano i Fiorentini che la Chiana non fosse deviata dal suo corso e immessa nell'Arno, perché ciò sarebbe stato rovinoso per loro. Obiezioni analoghe avanzarono gli abitanti di Terni: sarebbe stata la rovina per i campi più fertili d'Italia, se la Nera, con la dispersione del suo corso in tanti canali, secondo il progetto, vi avesse ristagnato sopra. Si fecero sentire i cittadini di Rieti, che si opponevano allo sbarramento del lago Velino, il quale affluisce nella Nera: le acque si sarebbero riversate nei campi circostanti. La natura - argomentavano - aveva provveduto nel modo migliore al bene degli uomini, assegnando ai fiumi le loro fonti, il loro corso e, come le sorgenti, così le foci; andava anche rispettato il sentimento religioso degli alleati, che avevano consacrato culti, boschi e altari ai fiumi patrii; anche lo stesso Tevere non poteva accettare di scorrere, privato degli affluenti che lo attorniavano, con minore gloria. Le insistenze delle colonie o la difficoltà dei lavori oppure lo scrupolo religioso prevalsero; fu accolto il parere di Gneo Pisone, che proponeva di lasciare tutto inalterato. |
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80. Viene prorogato a Poppeo Sabino il governo della Mesia, con l'aggiunta delle province di Acaia e di Macedonia. Anche questo era un sistema tipico di Tiberio: prolungare il potere e mantenere, in genere fino alla fine della vita, le stesse persone a capo degli eserciti o nei settori di amministrazione civile. Molteplici le spiegazioni addotte. Secondo alcuni era il fastidio di nuove preoccupazioni a render valide per sempre decisioni prese una volta; secondo altri, per gelosia, perché fossero in pochi a goderne; c'è anche chi lo ritiene accorto nel giudizio ma incerto nelle scelte: in effetti non andava in cerca di qualità eccellenti e, per contro, detestava i vizi: dai migliori temeva un pericolo per sé, dai peggiori lo scandalo di una pubblica vergogna. In questa esitazione finì per giungere al punto di affidare delle province a persone alle quali non avrebbe poi consentito di uscire da Roma per raggiungerle. |
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81. Sui comizi consolari, su quelli tenutisi allora per la prima volta sotto Tiberio e su quelli successivi, è azzardato fare affermazioni precise: tanto disparate sono le notizie rintracciabili non solo negli storici ma anche nei discorsi dello stesso Tiberio. In alcuni casi, senza citare il nome dei candidati, illustrava di ciascuno l'origine, la vita e la carriera militare, in modo che si capisse di chi parlava; altre volte, tolte anche quelle indicazioni e raccomandato ai candidati di non turbare i comizi, brigando per i voti, promise il suo interessamento per il loro successo; il più delle volte spiegò che aveva comunicato ai consoli solo i nomi di quelli che si erano presentati a lui; altri potevano candidarsi, se contavano sul proprio credito e sui propri meriti: belle parole, ma in sostanza vane o subdole, e quanto più ammantate di un'apparenza di libertà tanto più destinate a sfociare in una schiavitù odiosa. |