XXX. Alphene 


Alphene immemor atque unanimis false sodalibus, 
iam te nil miseret, dure, tui dulcis amiculi? 
iam me prodere, iam non dubitas fallere, perfide? 
nec facta impia fallacum hominum caelicolis placent. 
quae tu neglegis ac me miserum deseris in malis. 
eheu quid faciant, dic, homines cuive habeant fidem? 
certe tute iubebas animam tradere, inique, me 
inducens in amorem, quasi tuta omnia mi forent. 
idem nunc retrahis te ac tua dicta omnia factaque 
ventos irrita ferre ac nebulas aereas sinis. 
si tu oblitus es, at di meminerunt, meminit Fides, 
quae te ut paeniteat postmodo facti faciet tui. 

XXX. Alfeno


Alfeno immemore e falso per tutti gli amici,
per nula hai più compassione, crudele, del tuo dolce amico?
Non esiti più a tradirmi, né ad ingannarmi, perfido?
Neppure ai celesti piacciono i fatti empi di uomini bugiardi.
Questo lo trascuri e lasci me misero nei mali.
Ahimè che posson far, dimmi, gli uomini o in chi aver fiducia?
Proprio tu certo mi consigliavi a buttar l'anima, iniquo,
trascinandomi nell'amore, come se tutto fosse sicuro per me.
Adesso tu ti ritrai e lasci che i tuoi detti e tutte le azioni
i venti le trasportino vane e le aeree nebbie.
Se tu ti sei dimenticato, lo ricordano però gli dei, lo ricorda Fede,
che più tardi farà sì che ti penta della tua azione. 

   
XXXI. Paene insularum, Sirmio 


Paene insularum, Sirmio, insularumque 
ocelle, quascumque in liquentibus stagnis 
marique vasto fert uterque Neptunus, 
quam te libenter quamque laetus inviso, 
vix mi ipse credens Thuniam atque Bithunos 
liquisse campos et videre te in tuto. 
o quid solutis est beatius curis, 
cum mens onus reponit, ac peregrino 
labore fessi venimus larem ad nostrum, 
desideratoque acquiescimus lecto? 
hoc est quod unum est pro laboribus tantis. 
salve, o venusta Sirmio, atque ero gaude 
gaudente, vosque, o Lydiae lacus undae, 
ridete quidquid est domi cachinnorum. 
XXXI. Delle penisole, Sirmione


Delle penisole, Sirmione, e delle isole
pupilla, tutte quelle che il duplice Nettuno
porta nei limpidi stagni ed il vasto mare,
quanto volentieri ti rivedo e quanto felice,
a stento io stesso credendomi di aver lasciato la Tinia
ed i Bitini e vedere te al sicuro.
Oh cosa c'è di più felice degli affanni dissipati,
quando il cuore ripone il peso e stanchi per la fatica
straniera e giungiamo al nostro focolare,
e riposiamo nel letto sognato?
Questa è quella cosa unica per tante fatiche.
Salve, graziosa Sirmione, e gioisci del padrone
gioioso e voi, o lidie onde del lago,
ridete di tutte le risate di casa. 
   
XXXII. Amabo 


Amabo, mea dulcis Ipsitilla, 
meae deliciae, mei lepores, 
iube ad te veniam meridiatum. 
et si iusseris, illud adiuvato, 
ne quis liminis obseret tabellam, 
neu tibi lubeat foras abire, 
sed domi maneas paresque nobis 
novem continuas fututiones. 
verum si quid ages, statim iubeto: 
nam pransus iaceo et satur supinus 
pertundo tunicamque palliumque. 
XXXII.Amerò


Amerò, mia dolce Ipsitilla,
mia delizia, mio tesoro,
fammi venire da te a far la siesta.
E se lo farai, organizzati sì
che nessuno chiuda il battente dell'ingresso,
e non decida d'andartene fuori,
e che resti in casa e ci prepari
nove ininterrotte scopate.
Anzi se farai qualcosa, ordinalo subito:
Ristorato riposo e sazio supino
perforo tunica e mantello. 
   
XXXIII. 0 furum optime 


O furum optime balneariorum 
Vibenni pater et cinaede fili 
(nam dextra pater inquinatiore, 
culo filius est voraciore), 
cur non exilium malasque in oras 
itis? quandoquidem patris rapinae 
notae sunt populo, et natis pilosas, 
fili, non potes asse venditare. 
XXXIII. O maestro dei ladri


O maestro dei ladri di bagni
padre Vibennio e figlio cinedo
(il padre è di mano piuttosto sozza,
il figlio di culo troppo ingordo),
perché non andate in esilio ed in maledetti
paesi? Dal momento che le ruberie del padre
sono note al popolo e le chiappe pelose,
o figlio, non puoi offrirle che per un soldo. 
   
XXXIV. Dianae 

Dianae sumus in fide 
puellae et pueri integri: 
Dianam pueri integri 
puellaeque canamus. 
o Latonia, maximi 
magna progenies Iovis, 
quam mater prope Deliam 
deposivit olivam, 
montium domina ut fores 
silvarumque virentium 
saltuumque reconditorum 
amniumque sonantum: 
tu Lucina dolentibus 
Iuno dicta puerperis, 
tu potens Trivia et notho es 
dicta lumine Luna. 
tu cursu, dea, menstruo 
metiens iter annuum, 
rustica agricolae bonis 
tecta frugibus exples. 
sis quocumque tibi placet 
sancta nomine, Romulique, 
antique ut solita es, bona 
sospites ope gentem. 

XXXIV. Di Diana


Di Diana siamo nella protezione
ragazze e ragazzi puri:
a Diana ragazzi puri
e ragazze cantiamo.
O Latonia, grande
famiglia del massimo Giove,
che la madre depose
presso l'olivo di Delo,
perché fossi la regina dei monti
delle selve verdeggianti
e delle foreste nascoste
e dei ruscelli risonanti:
tu chiamata Giunone Lucina
per le dolenti puerpere
tu sei detta potente Trivia
e per la luce non propria, Luna.
Tu con la rotta mensile, dea,
misurando il percorso annuale,
sazi le umili case dell'agricoltore 
di buoni raccolti.
Santa con qualunque nome
ti piaccia, benigna proteggi
come sei solita sempre
con cura il popolo di Romolo. 

   
XXXV. Poetae tenero


Poetae tenero, meo sodali, 
velim Caecilio, papyre, dicas 
Veronam veniat, Novi relinquens 
Comi moenia Lariumque litus. 
nam quasdam volo cogitationes 
amici accipiat sui meique. 
quare, si sapiet, viam vorabit, 
quamvis candida milies puella 
euntem revocet, manusque collo 
ambas iniciens roget morari. 
quae nunc, si mihi vera nuntiantur, 
illum deperit impotente amore. 
nam quo tempore legit incohatam 
Dindymi dominam, ex eo misellae 
ignes interiorem edunt medullam. 
ignosco tibi, Sapphica puella 
musa doctior; est enim venuste 
Magna Caecilio incohata Mater. 

XXXV. Al tenero poeta 


Al tenero poeta, mio compagno,
a Cecilio, vorrei, papiro, dicessi
di venire a Verona, lasciando le mura
di Como Nuova e la costa lariana.
Voglio che riceva alcuni pensieri
dell'amico suo e mio.
Perciò, se è saggio, divorerà la via,
anche se una candida ragazza
lo richiamasse mentre parte, e buttandogli
entrambe le braccia al collo lo pregasse di restare.
Ma ella ora, se mi si racconta il vero,
lo distrugge d'un amore prepotente.
Nel tempo in cui lesse l'iniziata
"Signora di Dindimo", da allora i fuochi
divorano l'intimo midollo della poverina.
Ti perdono, fanciulla più dotta
saffica della saffica musa; davvero è graziosa
la Grande Madre iniziata da Cecilio. 
   
XXXVI. Annales 

Annales Volusi, cacata carta, 
votum solvite pro mea puella. 
nam sanctae Veneri Cupidinique 
vovit, si sibi restitutus essem 
desissemque truces vibrare iambos, 
electissima pessimi poetae 
scripta tardipedi deo daturam 
infelicibus ustulanda lignis. 
et hoc pessima se puella vidit 
iocose lepide vovere divis. 
nunc o caeruleo creata ponto, 
quae sanctum Idalium Vriosque apertos 
quaeque Ancona Cnidumque harundinosam 
colis quaeque Amathunta quaeque Golgos 
quaeque Durrachium Hadriae tabernam, 
acceptum face redditumque votum, 
si non illepidum neque invenustum est. 
at vos interea venite in ignem, 
pleni ruris et inficetiarum. 
annales Volusi, cacata carta. 

XXXVI. Annali


Annali di Volusio, carta cacata,
sciogliete il voto per la mia ragazza.
Alla santa Venere ed a Cupido fece
voto, se le fossi stato restituito
e avessi smesso di vibrare truci giambi,
che avrebbe dato i sceltissimi scritti del pessimo
poeta al dio dal piede lento
da bruciare con legna maledetta.
E lo vide la pessima ragazza di far voto
agli dei con scherzo e garbo.
Adesso o nata dall'azzurro mare,
tu che abiti il santo Idalio e l'aperta Uri,
tu che ( abiti) Ancona e Cnido ricca di canneti,
tu che Amatunte, tu che Golgi,
tu che Durazzo, osteria dell'Adriatico,
rendi accetto e realizzato il voto,
se non è sgarbato e scortese.
E voi intanto venite nel fuoco,
pieni di campagna e di sciocchezze,
annali di Volusio, carta cacata. 
   
XXXVII. Salax taberna 


Salax taberna vosque contubernales, 
a pilleatis nona fratribus pila, 
solis putatis esse mentulas vobis, 
solis licere, quidquid est puellarum, 
confutuere et putare ceteros hircos? 
an, continenter quod sedetis insulsi 
centum an ducenti, non putatis ausurum 
me una ducentos irrumare sessores? 
atqui putate: namque totius vobis 
frontem tabernae sopionibus scribam. 
puella nam mi, quae meo sinu fugit, 
amata tantum quantum amabitur nulla, 
pro qua mihi sunt magna bella pugnata, 
consedit istic. hanc boni beatique 
omnes amatis, et quidem, quod indignum est, 
omnes pusilli et semitarii moechi; 
tu praeter omnes une de capillatis, 
cuniculosae Celtiberiae fili, 
Egnati. opaca quem bonum facit barba 
et dens Hibera defricatus urina. 
XXXVII. Sporca osteria


Sporca osteria e voi compagnoni,
nono pilastro dai fratelli imberrettati,
pensate di avere voi soli le minchie,
a voi soli esser lecito, tutte quelle che son ragazze,
fotterle e pensare bechi gli altri?
O, perché sedete insulsi in fila in cento
o duecento, non pensate che io oserei
irrumarne insieme duecento seduti?
Perciò riflettete: per voi cazzoni
scriverò sul frontone di tutta l'osteria.
La ragazza, che fuggì dal mio amplesso,
da me tanto amata quanto nessun altra sarà amata,
per la quale io ho combattuto molte guerre,
siede lì con voi. La amate tutti felici
e contenti e senz'altro, che è cosa indegna,
tutti piccolini e puttanieri di strada;
tu unico sugli altri tra i capelloni,
figlio della Celtiberia dei conigli,
Egnazio.Ti fa bello una barba scura
e la dentatura strofinata da urina spagnola. 
   
XXXVIII. Male est Cornifici 


Male est, Cornifici, tuo Catullo 
malest, me hercule, et laboriose, 
et magis magis in dies et horas. 
quem tu, quod minimum facillimumque est, 
qua solatus es allocutione? 
irascor tibi. sic meos amores? 
paulum quid lubet allocutionis, 
maestius lacrimis Simonideis. 
XXXVIII. Sta male, Cornificio


Sta male, Cornificio, il tuo Catullo
sta male, per Ercole, e penosamente,
e sempre più di giorno in giorno, di ora in ora.
Ma tu, cosa che è minima e facilissima,
con quale dialogo l'hai consolato?
Mi arrabbio con te. Così i miei amori?
Un poco, quel che ti piace, di dialogo,
più mesto delle lacrime simonidee.