XLVIII. Mellitos oculos 

Mellitos oculos oculos tuos, Iuventi, 
si quis me sinat usque basiare, 
usque ad milia basiem trecenta 
nec numquam videar satur futurus, 
non si densior aridis aristis 
sit nostrae seges osculationis. 

XLVIII. Melliflui occhi

Melliflui occhi gli occhi tuoi, Iuvenzio,
se mai mi si permettesse di baciarli sempre,
sempre fino a trecentomila volte li bacerei
e non mi sembra che sarei mai sazio,
nemmeno se la messe del nostro baciarci
fosse più densa delle spighe mature. 
   
IL. Disertissime 


Disertissime Romuli nepotum, 
quot sunt quotque fuere, Marce Tulli, 
quotque post aliis erunt in annis, 
gratias tibi maximas Catullus 
agit pessimus omnium poeta, 
tanto pessimus omnium poeta, 
quanto tu optimus omnium patronus. 
IL. Il più eloquente


Il più eloquente dei nipoti di Romolo,
quanti sono e auanti furono, Marco Tullio,
quanti saranno negli altri anni,
ti rende il maggior grazie Catullo,
il poeta peggiore di tutti,
di tanto il poeta peggiore di tutti,
di quanto tu l'avvocato migliore di tutti. 
   
L. Hesterno 


Hesterno, Licini, die otiosi 
multum lusimus in meis tabellis, 
ut convenerat esse delicatos: 
scribens versiculos uterque nostrum 
ludebat numero modo hoc modo illoc, 
reddens mutua per iocum atque vinum. 
atque illinc abii tuo lepore 
incensus, Licini, facetiisque, 
ut nec me miserum cibus iuvaret 
nec somnus tegeret quiete ocellos, 
sed toto indomitus furore lecto 
versarer, cupiens videre lucem, 
ut tecum loquerer, simulque ut essem. 
at defessa labore membra postquam 
semimortua lectulo iacebant, 
hoc, iucunde, tibi poema feci, 
ex quo perspiceres meum dolorem. 
nunc audax cave sis, precesque nostras, 
oramus, cave despuas, ocelle, 
ne poenas Nemesis reposcat a te. 
est vehemens dea: laedere hanc caveto. 
L. Ieri


Ieri, Licinio, liberi
molto giocammo sulle mie tavolette,
come si addiceva che fosse per dei raffinati:
scrivendo versicoli ognuno di noi
giocava col metro ora questo ora quello,
rispondendoci a vicenda tra scherzo e vino.
E mene andai da lì accesso, Licinio,
dal tuo garbo e spirito,
che , povero me, né il cibo mi giovava
né il sonno copriva di quiete le pupille,
ma indomito mi volgevo per tutto il letto
con smania, bramando di veder la luce,
per parlare con te, e per starti insieme.
Ma dopo che la membra stanche di fatica
giacevan semimorte sul lettuccio,
ti feci, carissimo, questa poesia,
da cui intravedessi il mio dolore.
Ora guardati dall'esser audace, prego, guarda
di non disprezzare, (mia) pupilla, le nostre preghiere,
perché Vendetta non ti chieda di pagare il fio.
E' una de furiosa: guardati dal colpirla. 
   
LI. Ille mi par

Ille mi par esse deo videtur, 
ille, si fas est, superare divos, 
qui sedens adversus identidem te 
spectat et audit 
dulce ridentem, misero quod omnis 
eripit sensus mihi: nam simul te, 
Lesbia, aspexi, nihil est super mi 
* * * * * * * * 
lingua sed torpet, tenuis sub artus 
flamma demanat, sonitu suopte 
tintinant aures, gemina et teguntur 
lumina nocte. 
otium, Catulle, tibi molestum est: 
otio exsultas nimiumque gestis: 
otium et reges prius et beatas 
perdidit urbes. 
LI. Egli simile mi 

Egli simile mi sembra essere ad un dio,
egli, se e lecito, (sembra) superare gli dei,
lui che sedendo di fronte continuamente i
ammira ed ascolta
sorridere dolcemente, cosa che toglie
a me poveretto tutti i sensi: appena ti,
scorsii, Lesbia, nulla mi resta
* * * * * * *
ma la lingua si blocca, sotto le membra una sottile
fiamma emana, del loro stesso suono
tintinnano le orecchie, anche le gemelle luci
si copron di notte.
Il riposo, Catullo, ti è nocivo:
Esulti di riposo e smani troppo:
il riposo in passato ha distrutto re
e città felici. 
   
LII. Quid est 


Quid est, Catulle? quid moraris emori? 
sella in curuli struma Nonius sedet, 
per consulatum peierat Vatinius: 
quid est, Catulle? quid moraris emori? 
LII. Che c'è


Che c'è, Catullo? Perché tardi a crepare?
Nonio, il bubbone, siede sulla sedia curule,
per il consolato spergiura Vatinio:
Che c'è, Catullo? Perché tardi a crepare? 
   
LIII. Risi nescio 


Risi nescio quem modo e corona, 
qui, cum mirifice Vatiniana 
meus crimina Calvos explicasset 
admirans ait haec manusque tollens, 
"di magni, salaputium disertum!" 
LIII. Risi non so


Risi almeno non so di un tale tra il pubblico,
che, mentre il mio Calvo aveva
magnificamente esposto i delitti vatiniani,
meravigliandosi ed alzando le mani s'espresse così:
"Dei grandi, che coglione eloquente!" 
   
LIV. Octonis caput 


Othonis caput oppido est pusillum, 
et Heri rustice semilauta crura, 
subtile et leve peditum Libonis, 
si non omnia, displicere vellem 
tibi et Sufficio seni recocto... 
irascere iterum meis iambis 
inmerentibus, unice imperator. 
LIV. La testa di Ottone


La testa di Ottone è davvero piccolotta,
e le gambe di Erio mezzo lavate alla campagnola,
sottile e leggera la scoreggi di Libone,
se non volessi del tutto spiacere
a te ed a Sufficio, vecchio ringalluzzito…
arrabbiati ancora per i miei giambi
innocenti, generale unico. 
   
LV. Oramus 


Oramus, si forte non molestum est, 
demonstres ubi sint tuae tenebrae. 
te Campo quaesivimus minore, 
te in Circo, te in omnibus libellis, 
te in templo summi Iovis sacrato. 
in Magni simul ambulatione 
femellas omnes, amice, prendi, 
quas vultu vidi tamen sereno. 
A! vel te, sic ipse flagitabam, 
"Camerium mihi pessimae puellae. 
quaedam inquit, nudum reduc... 
"en hic in roseis latet papillis." 
sed te iam ferre Herculi labos est; 
tanto te in fastu negas, amice. 
dic nobis ubi sis futurus, ede 
audacter, committe, crede luci. 
nunc te lacteolae tenent puellae? 
si linguam clauso tenes in ore, 
fructus proicies amoris omnes. 
verbosa gaudet Venus loquella. 
vel, si vis, licet obseres palatum, 
dum vestri sim particeps amoris. 
LV. Supplichiamo


Supplichiamo, se per caso non è fastidioso,
di mostrare dove sian le tue tane.
Te cercammo nel Campominore,
te nel Circo, te in tutti i libercoli,
te nel tempio consacrato al sommo Giove.
Insieme nella passeggiata di Magno
presi tutte le femminucce, amico,
che però vidi con volto sereno.
Ahi! Proprio te io cercavo,
"Camerio a me, pessima ragazza.
Dice una, nudo cond…
"Ecco si nasconde tra queste poppette"
Ma ormai sopportarti è una fatica da Ercole;
In mezzo a tanta boria ti neghi, amico.
Dicci dove hai intenzione di essere, dichiaralo
coraggiosamente, esponiti, affidati alla luce.
Adesso ti trattengono le ragazze bianche come il latte?
Se tieni la lingua in una bocca chiusa,
butterai tutti i frutti dell'amore.
Venere gioisce d'una parlantina abbondante.
Oppure, se vuoi, è lecito serrare il palato,
purchè sia partecipe del vostro amore. 
   
LVI. O rem ridiculam 

O rem ridiculam, Cato, et iocosam, 
dignamque auribus et tuo cachinno! 
ride quidquid amas, Cato, Catullum: 
res est ridicula et nimis iocosa. 
deprendi modo pupulum puellae 
trusantem; hunc ego, si placet Dionae, 
protelo rigida mea cecidi. 
LVI. Oh cosa ridicola

Oh cosa ridicola, Catone, e divertente,
degna delle (tue) orecchie e della tua risata!
Ridi, se un po' mi ami, Catone, di catullo:
la cosa è ridicola e troppo divertente.
Sorpresi ora un bambolino che perforava
una ragazza; io lo, se piace a Diona,
senza interruzione col mio durone lo distrussi.