LXXVIIIb. Sed nunc

 

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sed nunc id doleo, quod purae pura puellae 

    suavia comminxit spurca saliva tua.

verum id non impune feres: nam te omnia saecla

    noscent et, qui sis, fama loquetur anus.

LXXVIIIb. Ma adesso

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ma adesso soffro di questo, che la tua sporca saliva
    ha scompisciato i puri baci d'una pura fanciulla.
Ma non lo farai impunemente: tutti i secoli ti
   sapranno e una vecchia fama racconterà chi sei.

   

LXXIX. Lesbius

 

Lesbius est pulcer. quid ni? quem Lesbia malit

    quam te cum tota gente, Catulle, tua.

sed tamen hic pulcer vendat cum gente Catullum,

    si tria natorum suavia reppererit.

LXXIX. Lesbio

Lesbio è bello. Perché no? Ma Lesbia lo preferisce
  a te, Catullo, con tutta la tua gente.
Ma questo bello venda Catullo con la gente,
se troverà tre baci di qualcuno

   

LXXX. Quid dicam

 

Quid dicam, Gelli, quare rosea ista labella

    hiberna fiant candidiora nive,

mane domo cum exis et cum te octava quiete

    e molli longo suscitat hora die?

nescio quid certe est: an vere fama susurrat

    grandia te medii tenta vorare viri?

sic certe est: clamant Victoris rupta miselli

    ilia, et emulso labra notata sero.

LXXX. Che dire

Che dire, Gellio, che questi rosee labbruccia
   diventino più candidi della neve invernale,
quando al mattino esci e quando l'ottava ora nel lungo
   giorno ti sveglia dal morbido riposo?
Certo è un non so che: o davvero la fama sussurra
   che tu divori gli enormi manici d'un mezzo uomo?
Certo è così: lo proclamano i fianchi rotti di Vittore
il poveretto, e le labbra segnate dal siero pompato.

   

LXXXI. Nemone

 

Nemone in tanto potuit populo esse, Iuventi,

    bellus homo, quem tu diligere inciperes.

praeterquam iste tuus moribunda ab sede Pisauri

    hospes inaurata palladior statua,

qui tibi nunc cordi est, quem tu praeponere nobis

    audes, et nescis quod facinus facias?

LXXXI. Nessuno forse

Nessuno bell'uomo forse fra tanta gente potè, Giovenzio,
   esserci, che tu cominciassi ad amare.
Eccetto questo tuo ospite dalla moribonda sede di Pesaro
   più pallido d'una statua indorata,
che ora ti sta a cuore, che tu osi preferire
   a noi, e non sai  che impresa fai?

   

LXXXII. Quinti

 

Quinti, si tibi vis oculos debere Catullum

    aut aliud si quid carius est oculis,

eripere ei noli, multo quod carius illi

    est oculis seu quid carius est oculis.

LXXXII. Quinzio

Quinzio, se vuoi che Catullo ti debba gli occhi
   o altro se c'è qualcosa più caro degli occhi,
non strappargli, quello che per lui è più caro
  degli occhi o quello che è più caro degli occhi.

   

LXXXIII. Lesbia

 

Lesbia mi praesente viro mala plurima dicit:

    haec illi fatuo maxima laetitia est.

mule, nihil sentis? si nostri oblita taceret,

    sana esset: nunc quod gannit et obloquitur,

non solum meminit, sed, quae multo acrior est res,

    irata est. hoc est, uritur et loquitur.

LXXXIII. Lesbia


Lesbia di me, presente il marito, dice moltissimo male:
   questo per quello scemo è massima gioia.
Mulo, senti nulla? Se dimentica di noi tacesse,
  sarebbe sana: ora poiché sbraita e insulta,
non solo ricorda, ma, e la cosa è molto più grave,
è adirata. Cioè, brucia e parla.

   

LXXXIV. Chommoda

 

Chommoda dicebat, si quando commoda vellet

    dicere, et insidias Arrius hinsidias,

et tum mirifice sperabat se esse locutum,

    cum quantum poterat dixerat hinsidias.

credo, sic mater, sic liber avunculus eius.

    sic maternus avus dixerat atque avia.

hoc misso in Syriam requierant omnibus aures

    audibant eadem haec leniter et leviter,          

nec sibi postilla metuebant talia verba,

    cum subito affertur nuntius horribilis,

Ionios fluctus, postquam illuc Arrius isset,

    iam non Ionios esse sed Hionios.

LXXXIV. Homoda


"Homoda" diceva Arrio, se mai volesse dire
   "comoda" e Per "insidie" "hinsidie",
e davvero sperava d'aver parlato magnificamente,
   quando aveva detto più che poteva "hinsidie".
Lo credo, così la madre, così suo zio materno libero.
   Così aveva parlato il nonno materno e la nonna.
Inviato costui in Siria a tutti le orecchie riposarono
   sentivan queste stesse cose in modo liscio e lieve,
né tali parole temevano per sé in seguito,
   quando all'improvviso giunge una notizia terrificante,
il mare Ionio, dopo che Arrio era andato là,
   non era più Ionio, ma "Ionio".

   

LXXXV. Odi et amo

 

Odi et amo. quare id faciam, fortasse requiris.

    nescio, sed fieri sentio et excrucior.

LXXXV. Odio ed amo

Odio ed amo. Perché lo faccia, forse richiederai.
   Non so, ma lo sento accadere e mi torturo.

   

LXXXVI. Quintia

 

Quintia formosa est multis. mihi candida, longa,

    recta est: haec ego sic singula confiteor.

totum illud formosa nego: nam nulla venustas,

    nulla in tam magno est corpore mica salis.

Lesbia formosa est, quae cum pulcerrima tota est,

    tum omnibus una omnis surripuit Veneres.

LXXXVI. Quinzia

Quinzia per molti è formosa. Per me è candida, slanciata,
    dritta: queste cose io le dichiaro una per una.
Tutto quel formosa lo nego: nessun garbo,
    nessun briciolo di sale in quel gran corpo.
Lesbia è formosa, ma è sia bellissima tutta,
    sia unica a tutte ha sottratto tutte le Grazie.

   

LXXXVII. Nulla

 

Nulla potest mulier tantum se dicere amatam

    vere, quantum a me Lesbia amata mea est.

nulla fides ullo fuit umquam foedere tanta,

    quanta in amore tuo ex parte reperta mea est.

LXXXVII. Nessuna

Nessuna donna può dirsi tanto amata
   davvero, quanto la mia Lesbia è stata amata da me.
Nessuna lealtà fu mai tanta per alcun patto,
   quanta fu trovata nel tuo amore da parte mia.

   

LXXXVIII. Quid facit

 

Quid facit is, Gelli, qui cum matre atque sorore

    prurit, et abiectis pervigilat tunicis?

quid facit is, patruum qui non sinit esse maritum?

    ecquid scis quantum suscipiat sceleris?

suscipit, o Gelli, quantum non ultima Tethys

    nec genitor Nympharum abluit Oceanus:

nam nihil est quicquam sceleris, quo prodeat ultra,

    non si demisso se ipse voret capite.

LXXXVIII. Cosa fa

Cosa fa quel tale, Gellio, , che sente prurito con madre
   e sorella, e, buttati via i vestiti,  fa la ronda?
Cosa fa quel tale, che non lascia che lo zio faccia il marito?
  Sai che grave delitto combina mai?
Combina, o Gellio, quanto la lontana Teti
  né Oceano, padre delle Ninfe, mai lavò:
per me non c'è nessun delitto, che lo superi,
  nemmeno se, chinata la testa, lui stesso si divorasse.