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Autore Discussione: Lettera di Machiavelli a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513  (Letto 5465 volte)
Micolinha9
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« inserita:: Ottobre 01, 2008, 05:44:43 pm »

Ho da rispondere a una serie di domande relative a questa lettera.. ve le chiedo, non perchè non ho voglia ma perchè il mio libro non le spiega bene  Che?!?
vi prego aiutatemi:

caratteristiche psicologiche e doti naturali che machiavelli si attribuisce

atteggiamento di machiavelli rispetto al rapposto di libero arbitrio - fortuna

come viene delineazto il rapporto di machiavelli con i classici? lo scrittore attribuisce lo stesso valore alla lettura dei poeti e a quella degli storici?

machiavelli si rifugia nel passato per evadere dal presente o per indagare storicamente sulle "actioni" degli antichi viste come strumenti per capire la contemporaneità?
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« Risposta #1 inserita:: Ottobre 01, 2008, 06:55:47 pm »

una risposta precisa alle domande non so dartela, ti riporto un po' di materiale che potrebbe esserti utile

Fortuna = Con il termine fortuna il Machiavelli intende la concorrenza degli eventi, la situazione storica in cui l'uomo, o lo stato, viene a trovarsi e che deve risolvere. Ad essa egli oppone la "virtù" dell'individuo cioè la capacità dell'uomo di dominare gli eventi e volgerli a suo favore.

una forza misteriosa, la "fortuna" che ha un duplice significato: o è la concorrenza degli eventi in mezzo ai quali l'uomo deve operare, o è la forza, la capacità stessa dell'uomo che si fa artefice di sè. Così la "fortuna" per metà governa le cose del mondo e per l'altra le lascia governare alla "virtù" dei singoli. Essendo esclusa dall'agire umano ogni finalità trascendente, ed essendo lo Stato l'unica istituzione atta ad assicurare il vivere civile, le azioni del principe vanno valutate con criteri politici. Il Machiavelli distingue fra "principi" e "tiranni"; considera tiranno chiunque governi a proprio vantaggio; impone al principe l'uso della violenza e della frode come una triste necessità alla quale egli debba ricorrere, anche a rischio di "infamia"; deve essere disposto anche a giocarsi l'anima pur di adempiere al proprio dovere e mantenere lo Stato.



La lettera può essere divisa in due parti:
1- Giorno: Machiavelli si lamenta della sua sfortunata condizione. Descrive la sua vita da campagnolo: discute con i tagliatori di legna, caccia gli uccelli, gioca e urla all'osteria. Fa l'ignorante tra gli ignoranti;

2- Sera: Ridiventa l'uomo che realmente è: prima di entrare nello studio si spoglia degli abiti pieni di fango e di loto e indossa gli abiti reali. Si immerge così nella lettura e nella meditazione notturna. Si sente grande tra i grandi. Chiede alla famiglia dei De Medici di farlo rientrare in politica, anche per compiti superflui e inutili (farmi voltolare un sasso).





Difficile trovare nella letteratura un testo autobiografico più drammatico della lettera di Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori, quella con cui gli annuncia di aver terminato la stesura del Principe (10 dicembre del 1513). È la autobiografia di uno sconfitto non di un vinto: che ha scelto di proseguire la sua battaglia con altri mezzi: cioè mettendo in circolazione la summa della sua riflessione sul potere. Ecco la sua giornata: «Mangiato che ho, ritorno nell' osteria; quivi è l' oste, per l' ordinario, un beccaio, un mugnaio, due fornaciai. Con questi io m' ingaglioffo per tutto dì, giuocando a cricca, a tricche-trach, e per dove nascono mille contese ed infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano». La scena di abbrutimento non potrebbe essere più efficace. E quel che più conta è la lucida amarezza con cui Machiavelli vede se stesso in tale condizione e legge l' abbrutimento come sfida alla fortuna («questa malignità di questa mia sorta»): «sendo contento mi calpesti, per vedere se la se ne vergognassi». Parole tante volte citate, nelle quali è racchiuso il convincimento incrollabile dell' autore secondo cui non è possibile accettare che la «fortuna» sia padrona di tutto l' agire umano. Lo dice solennemente nel notissimo capitolo XXV del Principe: «Perché il nostro libero arbitrio non sia spento, iudico poter essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l' altra metà, o presso, a noi». Ma, «venuta la sera», la scena cambia. Machiavelli si spoglia «della veste cotidiana, piena di fango e di loto», indossa panni «reali e curiali» ed entra, leggendo e meditando gli antichi autori, «nelle antique corti delli antiqui uomini». E qui per un' intera, straordinaria, pagina mantiene viva la finzione quasi onirica della visita sua quotidiana ai grandi del passato. Essi lo «ricevono amorevolmente», «io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono». Questo dialogo è per lui totalizzante: in quelle ore di lettura di quegli antichi - scrive - «dimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi trasferisco in loro». Il Principe è nato così: dall' «avere inteso» ciò che è racchiuso in quei libri, e dall' aver dialogato con essi. Il fattore decisivo è stata la lettura delle opere storico-politiche antiche e la scrittura che ne è risultata è il frutto di quel dialogo, efficacemente messo in scena nella lettera. Naturalmente noi ci rendiamo conto che il dialogo con loro ha prodotto un pensiero nuovo ma che comunque scaturisce dalla materia e dalla riflessione sugli antichi. Non si tratta di subalterno culto del passato o di soggiogamento classicistico, si tratta della convinzione radicata che in quell' età remota ci fosse un accumulo di esperienze e di pensieri che aspetta ancora di essere sfruttato fino in fondo. L' uso dell' antico modello diventa talvolta immedesimazione piena («tutto mi trasferisco in loro» aveva scritto al Vettori).
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