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Autore Discussione: Scipione esorta i suoi soldati  (Letto 6763 volte)
ricicardo
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« inserita:: Febbraio 10, 2008, 03:24:24 pm »

Titolo: Scipione esorta i suoi soldati
Autore: Livio
Inizio brano: Vos, ego, milites, non eo solum animo, quo advertus alios hostes soletis...
Fine brano: talem deinde fortunam illius Urbis ac Romani imperii fore

grazie in anticipo!
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« Risposta #1 inserita:: Febbraio 10, 2008, 03:54:20 pm »

Itaque vos ego, milites, non eo solum animo quo adversus alios hostes soletis, pugnare velim, sed cum indignatione quadam atque ira, velut si servos videatis vestros arma repente contra vos ferentes. Licuit ad Erycem clausos ultimo supplicio humanorum, fame interficere; licuit victricem classem in Africam traicere atque intra paucos dies sine ullo certamine Carthaginem delere; veniam dedimus precantibus, emisimus ex obsidione, pacem cum victis fecimus, tutelae deinde nostrae duximus, cum Africo bello urgerentur. Pro his impertitis furiosum iuvenem sequentes oppugnatum patriam nostram veniunt. Atque utinam pro decore tantum hoc vobis et non pro salute esset certamen. Non de possessione Siciliae ac Sardiniae, de quibus quondam agebatur, sed pro Italia vobis est pugnandum. Nec est alius ab tergo exercitus qui, nisi nos vincimus, hosti obsistat, nec Alpes aliae sunt, quas dum superant, comparari nova possint praesidia; hic est obstandum, milites, velut si ante Romana moenia pugnemus. Unusquisque se non corpus suum sed coniugem ac liberos parvos armis protegere putet; nec domesticas solum agitet curas sed identidem hoc animo reputet nostras nunc intueri manus senatum populumque Romanum: qualis nostra vis virtusque fuerit, talem deinde fortunam illius urbis ac Romani imperii fore.

Io perciò vorrei, o soldati, che voi combatteste non soltanto con l'animo con cui combattete di solito contro gli altri nemici, ma anche con una certa irosa indignazione, quasi vedeste i vostri servi volgere improvvisamente le armi contro voi. Ben potevamo far morire ad Erice i nemici assediati col più tremendo dei supplizi umani, la fame; ben potevamo far passare la flotta vittoriosa in Africa e in pochi giorni, senza combattere, radere al suolo Cartagine; facemmo grazia ai supplici, li lasciammo uscire dall'assedio, facemmo pace con quei vinti, e poi li considerammo come nostri protetti durante la loro guerra africana! Per questi benefici ora vengono dietro questo giovane impazzito ad attaccare la patria nostra! E almeno aveste voi questa guerra soltanto per l'onore, e non per la salvezza! Non per il possesso della Sicilia o della Sardegna, come un tempo, ma per l'Italia voi dovete combattere! Non c'è dietro noi un altro esercito che, se non vinciamo noi, si opponga al nemico, né vi sono altre Alpi che quelli debbano superare sì che noi possiamo intanto preparar nuove difese. Soldati, si deve lottare qui, come se combattessimo sotto le mura di Roma. Pensi ciascuno di voi che non il proprio corpo difende con le armi ma la sua moglie e i suoi figlioletti; e non soltanto lo muova questo pensiero della famiglia ma anche pensi che sulle armi nostre hanno ora fissi gli occhi il Senato e il popolo romano, e che quali saranno qui il valore e la forza nostra tale sarà poi il destino della città e della potenza di Roma.
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« Risposta #2 inserita:: Luglio 01, 2009, 10:52:16 am »

Itaque vos ego, milites, non eo solum animo quo adversus alios hostes soletis, pugnare velim, sed cum indignatione quadam atque ira, velut si servos videatis vestros arma repente contra vos ferentes. Licuit ad Erycem clausos ultimo supplicio humanorum, fame interficere; licuit victricem classem in Africam traicere atque intra paucos dies sine ullo certamine Carthaginem delere; veniam dedimus precantibus, emisimus ex obsidione, pacem cum victis fecimus, tutelae deinde nostrae duximus, cum Africo bello urgerentur. Pro his impertitis furiosum iuvenem sequentes oppugnatum patriam nostram veniunt. Atque utinam pro decore tantum hoc vobis et non pro salute esset certamen. Non de possessione Siciliae ac Sardiniae, de quibus quondam agebatur, sed pro Italia vobis est pugnandum. Nec est alius ab tergo exercitus qui, nisi nos vincimus, hosti obsistat, nec Alpes aliae sunt, quas dum superant, comparari nova possint praesidia; hic est obstandum, milites, velut si ante Romana moenia pugnemus. Unusquisque se non corpus suum sed coniugem ac liberos parvos armis protegere putet; nec domesticas solum agitet curas sed identidem hoc animo reputet nostras nunc intueri manus senatum populumque Romanum: qualis nostra vis virtusque fuerit, talem deinde fortunam illius urbis ac Romani imperii fore.

Io perciò vorrei, o soldati, che voi combatteste non soltanto con l'animo con cui combattete di solito contro gli altri nemici, ma anche con una certa irosa indignazione, quasi vedeste i vostri servi volgere improvvisamente le armi contro voi. Ben potevamo far morire ad Erice i nemici assediati col più tremendo dei supplizi umani, la fame; ben potevamo far passare la flotta vittoriosa in Africa e in pochi giorni, senza combattere, radere al suolo Cartagine; facemmo grazia ai supplici, li lasciammo uscire dall'assedio, facemmo pace con quei vinti, e poi li considerammo come nostri protetti durante la loro guerra africana! Per questi benefici ora vengono dietro questo giovane impazzito ad attaccare la patria nostra! E almeno aveste voi questa guerra soltanto per l'onore, e non per la salvezza! Non per il possesso della Sicilia o della Sardegna, come un tempo, ma per l'Italia voi dovete combattere! Non c'è dietro noi un altro esercito che, se non vinciamo noi, si opponga al nemico, né vi sono altre Alpi che quelli debbano superare sì che noi possiamo intanto preparar nuove difese. Soldati, si deve lottare qui, come se combattessimo sotto le mura di Roma. Pensi ciascuno di voi che non il proprio corpo difende con le armi ma la sua moglie e i suoi figlioletti; e non soltanto lo muova questo pensiero della famiglia ma anche pensi che sulle armi nostre hanno ora fissi gli occhi il Senato e il popolo romano, e che quali saranno qui il valore e la forza nostra tale sarà poi il destino della città e della potenza di Roma.

Senz offesa però questa traduzione è troppo libera, sono state aggiunte parole non preseni nel testo originale e vi sono anche molti errori, se volete posso postare una versione tradotta in modo migliore io...
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« Risposta #3 inserita:: Luglio 01, 2009, 04:35:24 pm »

ok no problem...
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« Risposta #4 inserita:: Luglio 01, 2009, 11:32:52 pm »

questa dovrebbe andare meglio, xò non l'ho controllata tutta

Dunque io vorrei, o soldati, che combatteste non solo con quel coraggio con cui di solito lo fate contro gli altri nemici, ma con indignazione quasi e con sdegno, come se vedeste i vostri schiavi impugnare improvvisamente le armi contro di voi. Ci sarebbe stato possibile uccidere per fame, estrema tortura per gli uomini, gli assediati a Erice; avremmo potuto condurre in Africa la flotta vincitrice ed in pochi giorni senza alcuna lotta distruggere Cartagine: siamo stati generosi con chi ci supplicava, abbiamo tolto l’assedio, abbiamo fatto la pace con i vinti, poi li abbiamo messi sotto la nostra protezione, quando erano minacciati dalla guerra d’Africa. In cambio di queste concessioni, andando dietro ad un giovane esaltato, vengono ad attaccare la nostra patria. E volesse il cielo che nella prova da affrontare fosse solo in gioco per voi la dignità e non la salvezza. Voi dovete combattere non per il possesso della Sicilia e della Sardegna, che in passato erano l’oggetto della lotta, ma per l’Italia. E non c’è un altro esercito alle nostre spalle che, se noi non vinciamo, opponga resistenza al nemico, e non ci sono altre Alpi, che mentre (i nemici) cercano di superarle, possano consentire di procurarci nuovi mezzi di difesa. Qui occorre resistere, soldati, come se si combattesse di fronte alle mura di Roma. Ognuno pensi che con le armi difende non se stesso, ma la moglie ed i figlioletti, e d’altra parte non si occupi solo di doveri verso la famiglia, ma consideri allo stesso modo questo, che il senato ed il popolo romano ora hanno gli occhi puntati sul nostro esercito: quale sarà la nostra forza e valore, tale poi sarà la sorte di quella città e dell'impero romano.
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