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Autore Discussione: Storia dello studio della psiche  (Letto 1397 volte)
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« inserita:: Luglio 30, 2008, 03:44:29 pm »

Introduzione
Il termine psicologia, di origine greca, è oggi utilizzato per indicare lo studio dei fenomeni mentali psichici. Un tempo invece con psiche si indicava l'anima, che fin dall'antichità è stata oggetto di studio da parte dei filosofi. Come le altre scienze, anche la psicologia è infatti cresciuta nell'ambito delle concezioni filosofiche, dalle quali ha cominciato a emanciparsi con la nascita della fisiologia del sistema nervoso e soprattutto delle sensazioni. In quanto particolare aspetto della filosofia la si definisce psicologia razionale, mentre dalla fine dell'Ottocento si è cominciato a parlare di psicologia scientifica, che si articola in varie teorie e settori di indagine e utilizza spesso metodi diversi.

La nascita di una scienza: la psicologia
Una logica consequenzialità?
L'interesse per problematiche di natura psicologica è una costante della speculazione filosofica fin dalle sue origini. Di conseguenza alcuni storici, soprattutto quelli a impostazione non positivistica, individuano un'ideale linea di continuità tra la psicologia dell'Ottocento e le psicologie speculative di epoche più remote. Tale continuità riguarderebbe non solo gli oggetti di indagine, ma anche le metodologie impiegate. Comuni tanto alla dottrina aristotelica (quindi all'elaborazione tomistica medievale successiva) quanto alla psicologia scientifica contemporanea sarebbero la costante volontà classificatoria, la centralità dell'osservazione (e in prima istanza dell'introspezione), la suddivisione della mente in facoltà, funzioni e processi psichici in sede psicologica.

Filosofia e psicologia
All'annosa domanda su cosa e come l'uomo possa conoscere aveva già tentato di rispondere la filosofia, assumendo con Cartesio che si potesse solo guardare alla macchina "corpo" e con Kant che si potesse solo prendere coscienza dei fenomeni che si svolgono nel tempo e nello spazio. Entrambi i filosofi avevano negato che vi potesse essere una scienza del pensiero e delle funzioni psichiche: l'uno sposando una concezione dualistica del rapporto mente e materia che rendeva la materia oggetto soltanto della scienza, lasciando così il pensiero in mano ai filosofi; l'altro assumendo come possibile solo una scienza dei contenuti mentali causati dall'esperienza e dal rapporto con il mondo. Di fatto però proprio queste obiezioni fissarono i punti di una interessante riflessione che dovrà necessariamente confrontarsi su due temi centrali: l'oggetto ed il metodo di un sapere psicologico che voglia considerarsi scientifico. Psicologia e filosofia con gli anni si differenziarono sempre più, ma nelle rispettive evoluzioni i punti di contatto necessariamente sono rimasti.

Scienza e psicologia
Difficile fu per la psicologia inserirsi nel mondo delle scienze. In questo conflitto fu particolarmente importante Wundt, che si inserì nel dibattito sul metodo definendo come scientifico qualunque fenomeno che fosse soggetto a verifica sperimentale. Se dunque la psicologia affronta lo studio di fenomeni che siano dimostrabili e riproducibili affondando nell'esperienza il suo sapere, allora essa non può non avere dignità scientifica. Tale scienza deriva la sua specificità dal fatto di studiare l'esperienza che vede l'oggetto in relazione con il soggetto e che può essere scomposta nei singoli elementi costitutivi, in modo da poterne determinare le regole e le leggi di connessione. Gli elementi per loro stessa natura attengono alla sensazione e al sentimento e si combinano dando luogo a formazioni psichiche che a loro volta si connettono fra di loro generando la vita psichica nel suo complesso. La ricerca psicologica deve quindi indagare anche questo tipo di relazione, il che sta a significare che l'uomo conosce guardandosi dentro.
La difficoltà di conciliare l'esigenza introspettiva con il metodo sperimentale fu evidente fin dall'inizio, tanto che Wundt la legò sempre e comunque alle caratteristiche fisiche del fenomeno-stimolo, considerando la percezione come evento derivante dall'azione di uno stimolo esterno, azione variabile e della quale è possibile misurare l'entità, attraverso i resoconti oggettivi o la quantificazione dei tempi di reazione.
Nei primi anni del XX secolo la psicologia sperimentale subì una graduale e profonda trasformazione: nacquero i laboratori (il primo dei quali fu realizzato da Wundt già nel 1879) e si iniziarono sperimentazioni con soggetti che non fossero i ricercatori stessi. Come un qualunque altro prodotto di laboratorio, la mente venne manipolata secondo rigidi protocolli sperimentali, descritta in termini matematici, generalizzata e generalizzabile a tutti gli individui.

Prime contrapposizioni
La psicologia dell'atto e la psicologia funzionale
Brentano e la psicologia dell'atto, che da lui si sviluppò nell'Europa continentale e fu ripresa su basi sperimentali da C. Stumpf, diede un'interpretazione più dinamica di quella di Wundt dei fenomeni mentali. Questi furono concepiti infatti come "attività", e da ciò derivava che l'oggetto di studio della psicologia non doveva essere il percepito (il contenuto della sensazione) ma l'atto stesso del percepire. Tale corrente fu caratterizzata da un'influenza filosofica abbastanza importante e assunse poi il punto di vista fenomenologico di E. Husserl. Nel frattempo negli Stati Uniti, mossa da intenti in parte analoghi ma soprattutto caratterizzata da una concezione ancora più dinamica dei processi psichici, trovò sviluppo la psicologia funzionale. Essa si occupò particolarmente del rapporto tra individuo e ambiente, sottolineando l'attività dell'organismo nel suo processo adattativo, e quindi le attività da esso compiute per modificare l'ambiente e modificarlo così da salvaguardare il fine ultimo della sopravvivenza. La psicologia funzionale, a differenza di quella dell'atto, fu piuttosto influenzata dai modelli propri delle scienze naturali, e in particolar modo dalla biologia, e si fece pertanto guidare da esigenze pratico-utilitaristiche. In Gran Bretagna i due indirizzi si sovrapposero e si combinarono per dar vita alle teorie di G.F. Stout, più vicino alla psicologia dell'atto, e di W. McDougall, maggiormente influenzato dalla psicologia funzionale. Le differenze tra psicologia dell'atto e funzionale si fecero invece più marcate negli indirizzi che in qualche misura ne raccolsero l'eredità la teoria della Gestalt e il behaviorismo (o comportamentismo).

Il gestaltismo
Nella teoria della forma (o gestaltismo) si pose particolare enfasi sulla tendenza del soggetto a istituire nella percezione, nell'immaginazione, nel comportamento pratico, delle "unità formali" chiuse e coerenti (Gestalten). Secondo i principi sviluppati a Berlino e poi in altre sedi da M. Wertheimer, K. Koffka, W. Köhler e altri, le unità formali si presentano e sono attivamente strutturate tutte le volte che certi elementi componenti possiedono determinate caratteristiche comuni (i "fattori formali"), favorevoli appunto a un'organizzazione chiusa e omogenea. Questo capita quando gli elementi componenti sono fra loro particolarmente vicini, simili, paralleli o simmetrici, armonicamente orientati e comunque tali da poter dare una "buona forma", cioè una configurazione semplice, ordinata, stabile, ecc.. La tendenza alla "buona forma", intesa come forma massimamente omogenea, fu ipotizzata anche da studiosi precedenti o contemporanei come V. Benussi, C.L. Musatti, G.E. Müller, W. Wundt, A.F. Krüger. Numerose contraddizioni e limitazioni intrinseche hanno reso la Gesthaltpsychologie oggetto di varie critiche, tra cui vi è l'aver considerato la tendenza alla "buona forma" come innata, come se fosse un istinto preformato, minimizzando gli effetti dell'apprendimento valorizzati, invece, dagli empiristi anglosassoni. Inoltre la forma semplice, ordinata, regolare appare in realtà una razionalizzazione delle istanze culturali all'ordine e alla semplicità comuni nell'Europa centrale degli anni Venti e Trenta, che sono dominanti anche in altri aspetti del gusto estetico, politico e filosofico della piccola e media borghesia dell'epoca.

Il behaviorismo
Il behaviorismo (o comportamentismo) si contrappone alla psicologia dell'introspezione e tende a risolvere l'operare della coscienza nel comportamento esterno, studiando cioè il fenomeno psicologico sulla base del comportamento visibile e oggettivo, quindi misurabile e riducibile a dato di una scienza esatta, del tipo delle scienze fisiche. Secondo J.B. Watson, fondatore all'inizio del Novecento di questa scuola, compito della psicologia è quello di stabilire leggi casuali tra le proprietà dell'ambiente e i movimenti dell'organismo rispetto a esso (ossia il comportamento dell'organismo). Egli fu influenzato da diverse altre teorie, innanzitutto dal pragmatismo filosofico naturalistico (J. Dewey), in cui confluiscono l'evoluzionismo biologico e la teoria delle funzioni, poi dalla teoria dei riflessi condizionati (I.P. Pavlov, V.M. Bechterev), da quelle di C.S. Sherrington e dagli studi di psicologia animale. Tra gli altri, proseguì gli studi di Watson E.C. Tolman che, sensibile anche ad altri risultati come quelli raggiunti dalla Gestaltpsychologie#468026, insiste sulla totalità originaria dell'organismo e soprattutto sull'aspetto finalistico del comportamento come adattamento od orientamento, negando quindi che esso sia esprimibile inizialmente attraverso leggi fisiologiche e biologiche. Teoria in parte autonoma è quella di George Herbert Mead (1863-1931) che propose un comportamentismo sociale, in cui la coscienza (l'individuo) è il risultato delle interrelazioni degli organismi.
Anche il behaviorismo, come la Gestaltpsychologie, è stato oggetto di forti critiche soprattutto per la riduzione del fenomeno psichico a meccanismo di tipo fisico e per le contraddizioni che questo principio comporta.

Un'evoluzione costante
L'arricchimento nel tempo
Gradualmente le contrapposizioni tra i diversi indirizzi di pensiero dell'inizio Novecento, inizialmente assai rigide, si attenuarono, soprattutto a causa dell'aumentata consapevolezza della complessità dei fenomeni psichici indagati e dalla quantità di variabili da manipolare nel corso delle ricerche. Inoltre con la progressiva affermazione delle teorie psicoanalitiche e il diffondersi di nuove scienze umane, quali la sociologia, l'antropologia culturale, la cibernetica, la psicologia della seconda metà del Novecento ha visto offuscarsi la sua immagine e di fatto ha abbandonato le grandi problematiche teoriche del passato per occuparsi di settori limitati all'interno della ricerca sperimentale.
Dal punto di vista epistemologico, tuttavia, la psicologia contemporanea si presenta articolata, e alle volte divisa, da contrapposizioni e contraddizioni di ordine metodologico e concettuale.

Fenomeni psichici e contesto storico
Il rapporto tra fenomeni psichici e contesto storico in cui sono inseriti rappresenta una delle differenze teoriche della psicologia contemporanea. Da una parte vi sono gli psicologi, soprattutto di derivazione anglosassone, che si richiamano all'approccio naturalistico tipico della scienza tradizionale, ritenendo più proficuo studiare i fenomeni e i processi psichici in astratto, indipendentemente da qualsiasi riferimento storico. Precursori di questa impostazione, ancor prima di Wundt, sono J.F. Herbart e l'approccio antistoricistico che caratterizza il suo realismo psicologico. Dall'altra parte vi sono quegli studiosi, soprattutto dell'Europa continentale, come G. Politzer e H. Wallon, che inseriscono la ricerca psicologica nella prospettiva aperta del materialismo storico e dialettico, mirando a descrivere in tal senso non l'individuo astratto ma la condizione storica che permette di assegnare un'interpretazione adeguata alla condotta individuale. Punto unificante tra i due diversi approcci è stata l'etologia umana che ha integrato l'evoluzionismo darwiniano con lo storicismo proprio del materialismo dialettico.

Il modello teorico nell'interpretazione del dato psichico
Rispetto al modello teorico nell'interpretazione del dato psichico, alcuni psicologi assumono ad esempio le scienze naturali e quindi assimilano l'evento psichico a qualunque evento naturale; cercando di trovare leggi valide per entrambi, si muovono in una prospettiva essenzialmente meccanicistica. A questo gruppo appartengono i comportamentisti e anche i teorici cognitivisti, che interpretano il comportamento nei termini della teoria dell'informazione. Altri invece, considerandole più adeguate a rendere la complessità dell'evento psichico, danno interpretazioni in senso più teleologico e si mostrano diffidenti al tentativo di individuazione di leggi di comportamento. A questa parte della psicologia appartengono le cosiddette psicologie della personalità di W. Stern e G. Allport, la psicologia esistenziale di R. May e L. Lecky, la teoria della personalità di C.R. Rogers, la psicologia umanistica di A.H. Maslow; possono rientrare in questa divisione anche le formulazioni delle psicologie del profondo (psicoanalisi, psicologia analitica e psicologia individuale).

Teoriticisti e antiteoriticisti
Il mondo della psicologia è anche attraversato dal dibattito tra teoreticisti e antiteoreticisti. I primi ritengono fondamentale il ricorso a modelli esplicativi, provvisti di un alto grado di coerenza interna, tali da consentire osservazioni di carattere predittivo circa i fenomeni osservati. I secondi ritengono, in nome di un empirismo radicale, fuorviante e improduttivo qualunque riferimento a ipotesi e formulazioni teoriche estranee all'osservazione, e si attengono esclusivamente a procedure sperimentali che siano state rigorosamente codificate. Al gruppo teoreticista appartengono il neocomportamentismo e la psicologia cognitivista, al gruppo antiteoreticista il comportamentismo classico nella formulazione di B.F. Skinner.

Ulteriori dibattiti
Differenze ci sono inoltre rispetto all'atteggiamento del ricercatore davanti al dato osservato: da un lato l'approccio fenomenologico che si accosta al dato nella sua immediatezza, cioè come si offre al soggetto che lo percepisce; dall'altro l'opposta tendenza a sottoporre il dato a procedimenti analitici successivi a partire da schemi logici preliminari.
Anche per quanto riguarda il punto di vista assunto gli psicologi si dividono in chi ha un'impostazione prevalentemente soggettiva (psicologia clinica) e chi ce l'ha oggettiva (psicologia sperimentale). E ancora, nella corrente sperimentale, vi sono coloro che ritengono necessario e produttivo quantificare mediante tecniche statistiche, e coloro che ritengono i dati psichici strutturalmente diversi da quelli fisici, non essendo i primi dotati della qualità di continuità e omogeneità propria dei secondi, e sostengono quindi l'impossibilità di qualunque forma di quantificazione in sede psicologica.

La psicologia applicata
La distinzione tra psicologia applicata e teorica, benché non assoluta, riguarda essenzialmente la finalità di indagine: modificazione dell'individuo o del sistema preso in esame per la prima, descrizione e spiegazione per la seconda. Quindi la psicologia applicata traduce nella pratica le assunzioni e acquisizioni della psicologia teorica. Essa ha le sue origini già nell'Ottocento ed ha avuto un enorme sviluppo durante e immediatamente dopo la prima guerra mondiale, quando fu impiegata soprattutto nel campo della selezione e dell'orientamento del personale militare. Oggi si divide in molteplici settori che costituiscono discipline parzialmente autonome, le quali derivano le proprie metodologie dal particolare campo di applicazione (psicologia clinica, differenziale, dell'educazione o psicopedagogia, del lavoro, ecc.).
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« Risposta #1 inserita:: Luglio 30, 2008, 07:03:45 pm »

La nascita di una scienza: la psicoanalisi
Freud: una teoria generale dei processi psichici
La psicoanalisi, come Freud stesso ebbe a definirla, è ad un tempo procedimento d'indagine dei processi psichici, metodo terapeutico e nuova disciplina scientifica. A questa definizione, che fu tarda e alla quale arrivò dopo un lungo percorso, concorrono quelli che sono i riferimenti strutturanti del pensiero freudiano: il ruolo dell'elemento psicopatologico, l'esigenza di inserire a buon diritto la psicologia fra le scienze naturali, la profonda assunzione del valore delle fantasie e del desiderio.
Benché il termine psicanalisi fosse comparso per la prima volta nel 1896 in uno scritto di Freud intitolato L'eredità e l'eziologia della nevrosi, la sua fondazione si fa risalire alla pubblicazione dell'Interpretazione dei sogni (1900).
Secondo lo studioso non è dalla sola malattia, dalle manifestazioni nevrotiche o isteriche che si possono ricavare le indicazioni sul funzionamento del mondo psichico nascosto; esso è anzi ben individuabile nella condotta psichica cosiddetta "normale" di ogni individuo. Nei sogni prima di tutto, ma anche nei gesti più insignificanti, nei lapsus, nelle dimenticanze, nei motti di spirito: ovunque il mondo psichico lascia una traccia di sé. L'analisi che permette di evidenziare questi elementi è un'operazione di scavo, di riesumazione di pezzi di ricordi; i sogni e le azioni involontarie divengono tracce di più complessi percorsi da esplorare. E questa esplorazione obbedisce a due scopi: da una parte essa svolge un'azione terapeutica per l'individuo, dall'altra essa rientra nell'ambito di un modello interpretativo generale della vita psichica umana. Il modello teorico che Freud propone (la metapsicologia psicoanalitica) concepisce la mente quale struttura tripartita (punto di vista topico), dinamica e conflittuale nella quale si scontrano forze (punto di vista dinamico) e si distribuisce energia (punto di vista economico) e il cui sviluppo procede di pari passo con la maturazione genetica individuale (punto di vista epigenetico). La dinamica degli "affetti", delle emozioni, dei sentimenti, delle passioni è quindi ricondotta a un "dove" preciso e circostanziato: l'apparato psichico, sistema suddiviso in tre sottosistemi aventi funzioni e compiti diversi. Il sistema psiche è composto dunque di tre specifiche funzioni: conscio, preconscio e inconscio, o, secondo una definizione successiva, Io, Es e Super-Io. Esiste un rapporto di vicendevole permeabilità fra conscio e preconscio (per cui contenuti consci possono divenire preconsci e viceversa), mentre l'inconscio, oscuro contenitore di pulsioni, resta segreto e inaccessibile alla coscienza, separato dalla barriera della rimozione. La necessità di una simile cesura deriva dalla natura stessa delle pulsioni, forze conflittuali diverse, energia motrice della vita stessa
e perturbatrice d'equilibrio (dualismo pulsionale). L'energia dunque è spinta vitale e questa spinta si scontra con le condizioni di realtà alle quali la coscienza risponde. In questo sta la natura del rimosso, di quei contenuti cioè che non possono affiorare alla coscienza per la loro alta capacità perturbatrice. Essi però continuano la loro esistenza sotto forma nuova, andando a costituire una sorta di nuovo linguaggio, di simbologia rappresentativa attraverso la quale indirettamente influenzano comunque la vita dell'uomo. Ne deriva che l'esperienza consapevole trova ragione in quella inconsapevole, che ne diviene paradossalmente strumento essenziale di comprensione. Il sintomo, il sogno e i paraprasse (gli atti mancati, i lapsus, le dimenticanze, ecc.) sono le strutture semantiche dell'oscuro linguaggio dell'inconscio che obbediscono a precise regole di "sintassi". Essi non possono essere direttamente compresi, ma rappresentano gli indizi in base ai quali si può giungere a scoprire la causa ovvero l'esistenza di un trauma originario. La tecnica fondamentale della terapia psicanalitica si basa, oltre che sull'interpretazione dei sogni, sulle "libere associazioni": il soggetto viene infatti incoraggiato ad abbandonarsi al racconto dei pensieri e delle idee che gli vengono in mente senza preoccuparsi di trovare per esse una qualche forma di concatenamento logico.

I figli ribelli
La scoperta dell'inconscio rappresenta una delle acquisizioni basilari del mondo contemporaneo. La sua comparsa suscitò grande interesse, malgrado la psichiatria e la scienza ufficiali siano rimaste a lungo ostili al lavoro di Freud. D'altra parte anche in seno alla scuola freudiana non tardarono a manifestarsi dissensi e teorie nuove; tuttavia la sua natura compartimentata e oltremodo rigida portò a leggere i confronti critici alla stregua di insopportabili tradimenti. Mantenendo il contatto con la scuola freudiana e assumendo al tempo stesso elementi di autonomia e di originalità, due furono le grandi secessioni del neonato movimento psicoanalitico: nel 1911 A. Adler lasciò Freud per fondare la sua scuola di psicologia individuale e nel 1914 C. G. Jung lasciò la psicanalisi freudiana per fondare la scuola di psicologia analitica. Jung si differenziò da Freud in due questioni basilari: il concetto di libido per Jung non aveva carattere esclusivamente sessuale come per Freud, inoltre Jung ipotizza l'esistenza, accanto a quella di un inconscio individuale, di un inconscio collettivo nel quale la specie umana conserva le sue esperienze ancestrali e archetipiche. I motivi del distacco di Adler dalla scuola di Freud si legano piuttosto al maggiore accento che egli pose alla dimensione sociale che incide nello sviluppo umano.

Le scuole post freudiane
I congressi internazionali di psicoanalisi iniziarono già dal 1908, e i contributi più interessanti, almeno fino alla metà del Novecento, provenirono dai lavori di Anna Freud, Heinz Hartmann e Melanie Klein. Alla Freud e a Hartmann si deve un approfondimento delle funzioni dell'Io, ritenute indispensabili alla messa in atto dei processi adattivi e alla formazione della personalità. Quella che è chiamata "psicologia dell'Io" prende le distanze dalla visione freudiana che vuole l'Io derivante dall'Es, per attribuirgli invece origine autonoma e funzioni specifiche. Questo approccio si diffonde principalmente negli Stati Uniti, assumendo caratteristiche sempre più biologico-naturalistiche. La psicoanalisi, dunque, viene così a intrecciarsi con ambiti di ricerca diversi e a costituire con essi una prospettiva teorica generale per la quale l'uomo e i processi psichici sono osservati nelle loro componenti biologiche, dinamiche, cognitive. Alla Klein si deve invece l'aver individuato come oggetto d'analisi la psicologia infantile: se è vero che l'adulto è il bambino che è stato, allora conviene guardare a quel bambino utilizzando strumenti nuovi, capaci di interpretarne la realtà interiore. Il gioco per la Klein assolve a questo compito: il teatro onirico e di azione che il bambino realizza giocando comunica molte cose sul suo inconscio, sui suoi desideri, le sue fantasie, le sue esperienze.
La riflessione successiva al 1950 prese le mosse da queste prime indicazioni per procedere poi verso una maggiore "contaminazione" con la ricerca psicologica e un abbandono, seppure non totale, della posizione di isolata intransigenza nella quale si era volutamente rinchiusa. I nodi centrali di questo passaggio interessano temi fondanti della psicoanalisi freudiana: la struttura psichica, il concetto di sviluppo evolutivo, la dimensione sociale.
La rivalutazione delle funzioni dell'Io apre alla riflessione sul tema delle relazioni oggettuali, tematica nuova e per certi versi detonante: la pulsione, anima del pensiero freudiano, perde la sua centralità per far posto a quelle rappresentazioni, interne all'Io, che questi struttura nella sua relazione con le "cose", le quali costituiscono il fondamento della vita psichica individuale. Per alcuni ciò significa che è proprio l'Io l'agente strutturante il mondo stesso delle pulsioni. Su piani diversi, anche per l'utilizzo di contributi interdisciplinari, si pongono le riflessioni di Matte Blanco sul funzionamento della psiche in termini biologici, e quelle di Lacan.
In ambito evolutivo, acquista centralità, grazie agli studi di Spitz, la relazione madre-bambino, paradigma d'armonia di sviluppo e il concetto di sviluppo diviene oggetto di elaborazioni teoriche complete, e per certi versi, generali, quali quelle di D. Stern e di E. Erikson.
I fattori sociali, attraverso un inconfessato recupero dell'opera di Adler, assumono il ruolo di variabili determinanti lo stesso processo di sviluppo. I contributi di E. Fromm, K. Horney, H. Sullivan e dello stesso Erikson - il così detto orientamento psico-sociale - determinano una profonda connessione tra psicoanalisi, scienze sociali e problemi della società, riproponendo i temi della libertà e creatività dello sviluppo individuale all'interno di una struttura sociale a sua volta libera e democratica (quale quella americana).
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