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Il barone rampante di Italo Calvino


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PERSONAGGI

Il personaggio principale de "Il barone rampante" è senza ombra di dubbio Cosimo. L’autore celebra di lui il coraggio e anche la forza di volontà che l’hanno spinto a disobbedire volutamente e a lasciare la famiglia, iniziando una nuova vita di sfide contro gli altri e soprattutto contro sé stesso lassù sugli alberi. L’episodio che è stata ‘la goccia che ha fatto traboccare il vaso’ si riferisce ad un pranzo familiare, in cui Cosimo rifiutò di mangiare le lumache, una delle tante stranezze culinarie preparate dalla sorella Battista. Questo rifiuto segnò il cambiamento totale della sua esistenza; un’esistenza adesso condotta sugli alberi, ma non per questo monotona o stancante, anzi, si potrebbe definire addirittura avventurosa. Tuttavia, pur vivendo in un’altra dimensione, Cosimo non dimentica i propri obblighi familiari, partecipando dalla cima di qualche albero a feste e ricevimenti, e assistendo i propri genitori quando erano ormai in fin di vita. Lo stare sugli alberi rappresenta comunque per lui un pretesto per mantenere tra se e i suoi simili una ‘minima ma invalicabile distanza’, come sostiene l’autore stesso. Infatti, questa immagine di un uomo che si arrampica sulle piante per sfuggire alla solita routine e alla solita gente (pur essendo portata alle estreme conseguenze e presentata da Calvino come un paradosso), rappresenta in un certo senso l’immagine dell’uomo attuale, che, oppresso molto spesso dal lavoro, dalle persone, o semplicemente dalla noiosa quotidianità, decide di trovare una via di scampo e di evadere. Ciò che apprezzo maggiormente in Cosimo è comunque l’ostinazione, qualità (o difetto?) che l’ha fatto perseverare nel suo obiettivo iniziale dì non discendere mai dagli alberi. Infatti, persino in punto di morte, egli ha avuto la forza d’animo di non lasciarsi trasportare giù a terra, e ha preferito agganciarsi alla corda di una mongolfiera di passaggio e di buttarsi in mare, piuttosto che essere sepolto. Un altro personaggio fondamentale del racconto è Biagio, fratello minore di Cosimo, che deve la propria importanza per il fatto di essere l’io narrante delle vicende. All’età della ribellione del fratello, questi aveva appena otto anni, e di conseguenza, nonostante avesse promesso a Cosimo di dargli manforte in qualunque situazione, non aveva avuto il coraggio di abbandonare le comodità familiari. Accusato di codardia, decise di fare il possibile per rendere al fratello più agevole la vita sugli alberi, procurandogli del cibo, delle coperte, degli abiti e persino dei fucili per cacciare. Nonostante avesse cercato più volte di convincerlo a scendere, Cosimo non aveva mai desistito dal suo proposito iniziale, e solo alcuni anni più tardi, Biagio capì che l’ostinazione del fratello celava qualcosa di molto più profondo di un atto di disobbedienza. Inizialmente, quindi, le avventure de "Il barone rampante", sono leggermente filtrate attraverso l’ottica di un bambino, ovvero Biagio, il quale ci racconta molti episodi riportando le parole, spesso incredibili, di Cosimo. Anche la figura di Biagio, però, a mio parere viene messa in luce dall’autore non solo per evidenziare il contrasto e la diversità di carattere fra lui e Cosimo, ma anche per farci conoscere un ulteriore tipo d’uomo, ovvero quello che nella vita non ha mai voluto schierarsi (per paura o per convenienza) né da una parte né dall’altra, seguendo il corso degli eventi così come procede. In effetti, oltre all’episodio in cui Biagio rifiuta di seguire Cosimo sugli alberi, vi sono altre situazioni in cui questi preferisce rimanere nell’ombra piuttosto che emergere (e quindi rischiare) come il fratello. Ad esempio, durante la guerra fra Francia e Austria, a Ombrosa si erano organizzate alcune riunioni segrete della Massoneria: Cosimo prese parte a tutte per sostenere il proprio ideale, Biagio invece cercò di rimanere sempre abbastanza nascosto, non schierandosi né dalla parte dei conservatori né da quella dei rivoluzionari, proprio per non correre pericoli e rischiare di perdere i beni e la faccia. Quindi, forse da un certo punto di vista si può ritenere più apprezzabile il comportamento di Cosimo, anche se, lo ammetto, io preferirei una via di mezzo. Un altro componente della famiglia dei Rondò è la sorella di Cosimo e Biagio, la primogenita Battista. Dopo una scandalosa fuga d’amore con il marchese Della Mela, i genitori decisero di spedirla in convento, e nonostante non avesse preso i voti per la sua dubbia vocazione, Battista tornò a casa. Così ella cercò di scaricare la propria tensione e la propria malinconia dedicandosi all’arte culinaria in un modo tutto suo: pare infatti che squartasse gli animali, o comunque preparasse dei piatti assai macabri. In cantina, teneva un barilotto pieno di lumache, che cucinava in tutte le salse, e una volta che Cosimo e Biagio le liberarono per pietà, accadde il finimondo: furono puniti e stettero per più di una settimana in castigo. A dire la verità, il comportamento di Battista non si può neppure biasimare: anche la sua si può in un certo senso definire una forma di ‘evasione’ dagli obblighi impostategli dai genitori. Comunque, per lei le cose vanno a finire bene, poiché durante un ricevimento a casa, conobbe un nobilotto locale, e i genitori acconsentirono piuttosto di buon grado prima al fidanzamento e poi al matrimonio. Un altra figura importante del romanzo è certamente il barone Arminio Piovasco di Rondò, ovvero il padre di Cosimo, Battista e Biagio. Nel libro viene certamente sottolineata la sua preoccupazione quasi morbosa per la gestione di Ombrosa: infatti, come racconta Biagio: "Il barone nostro padre era un uomo noioso, questo è certo, anche se non cattivo: noioso perché la sua vita era dominata da pensieri stonati, come spesso succede nelle epoche di trapasso. L’agitazione dei tempi a molti comunica un bisogno d’agitarsi anche loro, ma tutto all’incontrano, fuori strada: così nostro padre, con quello che bolliva allora in pentola, vantava pretese al titolo di duca d’Ombrosa, e non pensava ad altro che a genealogie e successioni e rivalità e alleanze con i potentati vicini e lontani". Forse, queste sue preoccupazioni eccessive per la politica, ebbero delle conseguenze negative sui figli soprattutto su Cosimo, la cui disobbedienza si potrebbe interpretare anche come una carenza d’affetto da parte del padre. Da questo punto di vista, però, non è da meno neppure la madre, Konradine von Kurtewutz, soprannominata la Generalessa per via del suo carattere estremamente autoritario. Konradine era figlia di un generale tedesco, e dopo la morte della madre, fu costretta a seguire il padre da un accampamento all’altro, acquisendo quella sicurezza di sé e quel modo di comandare che si possono coltivare solamente in un ambiente militare. Anche dopo il matrimonio, forse per protesta nei confronti del marito, le era comunque rimasta la paterna passione militare, al punto che si racconta realizzasse degli splendidi ricami al tombolo che rappresentavano mappe di zone in cui si era svolta una qualche guerra, e che venivano poi addirittura ornati con delle bandierine che segnalavano i vari appostamenti e la posizione delle truppe nemiche. Lo stesso rigore che la Generalessa aveva nell’ esercito, lo portò quindi anche nella famiglia, scaricandolo in modo particolare sui figli, cui dedicava sicuramente poche attenzioni. Forse l’esempio di Calvino viene portato un po’ all’eccesso, ma è anche vero che molto spesso, le persone che tendono ad essere un po’ troppo rigide e abitudinarie e che vogliono rientrare a tutti i costi entro determinati schemi, sono anche le più cieche, quelle che non vedono più in là del proprio naso. Per Konradine il meccanismo è stato lo stesso: dopo la decisione di Cosimo di rimanere sugli alberi, ella non si preoccupò più di tanto; anzi era addirittura contenta perché così poteva seguire tutto il giorno gli spostamenti del figlio col binocolo, segnalandoli poi su una cartina, e risvegliando in sé la passione militare che si era un po’ affievolita con la morte del padre. Un altro personaggio che appartiene alla famiglia dei Rondò. è il cavalier avvocato Enea Silvio Carrega, fratello naturale del barone. Del suo passato si sa poco o niente: pare che fosse stato addirittura in Turchia, come testimonia la sua conoscenza della lingua e il suo sfoggio di abiti tipicamente orientali. Ci viene immediatamente presentato come un tipo piuttosto riservato, e poiché era stato salvato dal fratello illegittimo da una sicura condanna a morte, cercava di dimostrarsi a tutti i costi docile e servizievole nei suoi confronti, occupandosi dei problemi di irrigazione e di idraulica dei territori di Ombrosa. In realtà, questo personaggio nasconde una doppia vita, che viene scoperta da Cosimo una notte in cui il cavalier avvocato doveva sigillare la propria alleanza coi pirati musulmani permettendo loro di nascondere la refurtiva nei pressi del porto di Ombrosa. Anche questo personaggio non ha però una fine felice: accusato di tradimento dal capitano della nave araba, viene decapitato e gettato in mare. L’ultimo personaggio che fa parte della famiglia di Cosimo è l’abbate Fauchelafleur, un vecchietto secco e grinzoso di cui la gente lodava il carattere rigoroso e la severità interiore. Così era stato ingaggiato come precettore di Cosimo e Biagio, anche se, in realtà, era una persona totalmente diversa da quello che si credeva: si perdeva in lunghe meditazioni con gli occhi fissi nel vuoto, quasi stesse ripensando alla fonte della sua vocazione, ed era così disinteressato a ciò che accadeva ai ragazzi, che questi se la svignavano senza che lui nemmeno se ne accorgesse. La cosa assurda è che, quando Cosimo sugli alberi decise di dedicarsi alla letteratura, pregò il povero vecchio di salire con lui per essere illuminato su alcuni autori di cui, a dire la verità, conosceva più lui che non quello che sarebbe dovuto essere il suo maestro. Prendendo in considerazione i personaggi, non si può tralasciare neppure il grande amore di Cosimo: Viola. Il suo incontro con lei risaliva a molti anni prima, quando, esplorando i dintorni ‘arborei’ della propria villa, Cosimo notò una bambina che si dondolava sull’altalena: "Era una bambina bionda, con un’alta pettinatura un po’ buffa per una bimba, un vestito azzurro anche quello troppo da grande, la gonna che ora, sollevata sull’altalena, traboccava di trine. La bambina guardava a occhi socchiusi e naso in su, come per un suo vezzo di far la dama, e mangiava una mela a morsi, piegando il capo ogni volta verso la mano che doveva insieme reggere la mela e reggersi alla fune dell’altalena, e si dava spinte colpendo con la punta degli scarpini il terreno (...)". Già da queste poche righe, si profila il carattere di Viola che, nobile di nascita, o stenta forse un’eleganza e una pomposità un po’ eccessive. Dal momento che i suoi genitori erano molto impegnati e non potevano badare a lei, Viola era per così dire uno ‘spirito libero’: poteva uscire dalla sua proprietà quando voleva, e poteva persino frequentare la gente che voleva, come i ragazzini della famosa banda dei ladri di frutta, che la consideravano alla stregua di una principessa da proteggere e di cui contendersi le attenzioni. A dire il vero, Viola era ben contenta di stare a questo gioco, e spesso si comportava da vera e propria tiranna miei confronti dei suoi amici. Lo stesso trattamento era stato riservato anche allo sventurato Cosimo, che alla prima occasione veniva preso in giro e ferito nel suo orgoglio per l’abbigliamento inadeguato o per la sua strana abitudine di spostarsi sugli alberi. Tuttavia Cosimo rimase addirittura colpito da questo atteggiamento di sfida della ragazzina, e forse fu già dal primo giorno che la incontrò che se ne innamorò. Una volta cresciuto, il destino volle che la stessa Viola ritornasse ad Ombrosa come vedova di un ricco ottantenne, e si prestasse molto volentieri alle attenzioni dedicatele da Cosimo. Ma fu proprio l’atteggiamento volubile di Viola (che la spingeva a cercare sempre nuovi amanti fra i numerosi pretendenti), che condusse il povero barone di Rondò alla pazzia, pazzia che trovò un sfogo solamente in occasione della guerra contro gli Austriaci. Un altro personaggio, che forse ricopre un ruolo solamente secondario, è il brigante Gian dei Brughi, famoso bandito che, si diceva, depredava le campagne circostanti ad Ombrosa. Come già raccontato, Cosimo lo conobbe in un’occasione molto strana, ma capi fin dall’inizio che era inoffensivo. Decise così di iniziarlo alla lettura di alcuni libri e testi all’epoca molto famosi, e Gian dei Brughi, completamente preso da questa nuova occupazione, finì per abbandonare il furto per dedicarsi anima e corpo a sfogliare pagina su pagina. Cosimo si prodigava per procurargli sempre nuove letture, e rimase sconcertato quando, su ricatto, l’ex-brigante fu costretto a compiere un ultimo colpo e fu colto in flagrante. Nonostante fosse imprigionato in attesa dell’impiccagione, Gian dei Brughi continuò a leggere di nascosto fino alla fine, e secondo me, anche se la sua presenza nel romanzo non è fondamentale, rappresenta comunque la testimonianza che Cosimo, nella sua carriera di barone, in fin dei conti combinò qualcosa di buono, anzi, forse più di ciò che avrebbe potuto fare se fosse vissuto normalmente sulla terra.




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