Vite parallele -Cesare-


66 - Le idi di Marzo

Bruto Albino dunque trattenne fuori Antonio che era fedele a Cesare e robusto, attaccando a bella posta una conversazione che aveva durata; entrato Cesare, il senato si alzò in piedi in segno di ossequio, gli uni dei seguaci di Bruto si disposero in cerchio dietro alla sua sedia, gli altri gli andarono incontro come per unire le loro preghiere a quelle di Tullio Cimbro, che supplicava per il fratello esiliato, e così lo pregavano tutti insieme seguendolo fino alla sedia. Siccome, sedutosi, cercava di respingere le preghiere e poiché quelli insistevano con maggiore vigore si irritò contro ciascuno, Tullio avendo afferrato la sua toga con entrambe le mani, la tirava giù dal collo: questo atto era il segnale convenuto della congiura. Per primo Casca con un pugnale gli vibrò un colpo alla gola, non mortale né profondo ma, com´è naturale, sconvolto nel principio della grande impresa, giratosi anche Cesare, afferrò e tenne fermo il pugnale. Insieme allora in qualche modo gridarono, il ferito in latino: "Che cosa fai, empissimo Casca?" e il feritore in greco al fratello: "Fratello, portami aiuto". Avendo avuto in tal modo inizio la rivolta, quei senatori che non sapevano nulla della congiura furono invasi da sbalordimento e orrore verso i fatti non riuscendo né a fuggire né ad aiutare e né a emettere la voce. Mostrando ciascuno di quelli che invece erano preparati all´uccisione la spada sguainata, (Cesare), circondato tutt´intorno e dovunque volgesse lo sguardo incontrando colpi e ferro rivolto contro il volto e gli occhi, dibattendosi come una belva, rimaneva impigliato in tutte quelle mani: bisognava che tutti partecipassero alla strage e ne gustassero il sangue. Quindi anche Bruto gli inflisse un colpo all´inguine. E´ detto da alcuni, che dunque cercando di difendersi dagli altri e muovendo qua e là il corpo e avendo gridato, quando vide che Bruto estraeva la spada, si tirò la toga sul capo e si accasciò sia per caso sia spinto dagli uccisori alla base sulla quale stava la statua di Pompeo. E il sangue la insanguinò molto, così che sembrò che Pompeo stesso si fosse vendicato del nemico, disteso ai suoi piedi e scosso dagli spasmi prodotti dal gran numero di ferite. Si dice infatti che ne abbia ricevute ventitré; e molti si ferirono scambievolmente, sfogando così tanti colpi su un corpo solo.

69 - La triste fine degli uccisori di Cesare

Cesare morì in tutto a cinquantasei anni, essendo sopravvissuto a Pompeo non molto più di quattro anni, avendo raccolto da quel potere e autorità che, inseguendola per tutta la vita tra tanti pericoli, a stento si era procacciato, nient´altro che il solo nome e la gloria oggetto di invidia da parte dei suoi concittadini. Il suo grande demone, di cui si servì durante la vita, anche morto lo seguì come vendicatore della sua uccisione, incalzando e perseguitando per tutta la terra e il mare i suoi uccisori fino a non lasciarne nessuno (in vita), ma a punire in qualsiasi modo quelli che avevano messo mano all´impresa o avevano avuto parte nella sua ideazione. Il più straordinario dei fatti umani fu quello riguardo a Cassio: sconfitto a Filippi, si uccise con quel pugnale che aveva usato contro Cesare; dei fatti divini fu la grande cometa (apparve infatti per sette notti dopo l´uccisione di Cesare, e poi scomparve) e l´oscuramento dei raggi intorno al sole. Infatti per tutto quell´anno il sole si levò pallido e senza bagliori, ed emanò da sé un calore fioco e tenue [...] Ma soprattutto il fantasma che apparve a Bruto rivelò che l´uccisione di Cesare non era stata gradita agli dei. Accadde così.
Stando per traghettare l´esercito da Abido all´altra costa, di notte, come era solito, riposava nella tenda, non dormendo, ma pensando al futuro. Dicono che quest´uomo dormiva meno degli (altri) condottieri ed era tale per natura da stare sveglio per la maggior parte del tempo. Gli sembrò di sentire un rumore presso la porta e guardando alla luce della lanterna che ormai si spegneva vide la terribile visione di un uomo straordinario per grandezza e spaventoso nell´aspetto. Dapprima sbigottito, come vide che quello non diceva né faceva niente, ma stava in silenzio presso il letto, chiese chi fosse. Il fantasma gli rispose: "Il tuo cattivo demone, Bruto; mi vedrai a Filippi". Allora Bruto coraggiosamente disse: "Ti vedrò"; e subito il demone se ne andò via. In un tempo successivo a Filippi schieratosi contro Antonio e Ottaviano, nella prima battaglia essendo superiore volse in fuga la parte contro di lui e si spinse avanti saccheggiando l´accampamento di Ottaviano; ma a lui che stava per combattere la seconda (battaglia) si presentò di notte di nuovo lo stesso fantasma, senza dire nulla, ma Bruto avendo compreso il destino si gettò trascinandosi nel pericolo. Non cadde combattendo ma, avvenuto lo sbaragliamento, ma fuggito verso un luogo dirupato e avendo appoggiato il petto alla spada nuda, morì, come dicono, avendolo un amico aiutato a rendere più forte il colpo.