Consigli a un medico infermo (Plinio il giovane)


Epistulae 7, 1

Mi sgomenta codesta tua infermità tanto ostinata e , nonostante io ti conosca temperantissimo, tuttavia temo che essa faccia qualche presa anche sulla tua indole.
Perciò ti ammonisco di resistere con pazienza : questo è lodevole , questo è salutare .
L’umana natura ammette quanto io ti consiglio .
Io stesso almeno mentre sto bene , sono solito trattare in questo modo con i miei familiari : “spero da parte mia, se per avventura cadrò infermo , di non desiderare nulla di cui debba poi arrossire o pentirmi ; se per altro la forza della malattia sarà superiore vi preordino di non darmi nulla se non con il permesso dei medici e se mi darete qualcosa, sappiate che me ne vendicherò così come sono soliti fare gli altri per quanto viene loro negato” .
Perché anzi una volta , arso da fortissima febbre poiché infine riavutomi e ripulitomi ricevetti la coppa dal medico , gli stesi la mano e lo pregai di toccarmela e poi gli restituii la coppa che avevo già accostato alle labbra.
Poi , quando al ventesimo giorno di malattia mi disponevo al bagno visti a un tratto i medici esitanti ne chiesi il motivo .
Essi mi risposero che ormai potevo bagnarmi senza pericolo non però del tutto senza qualche sospetto.
“E allora” domandai “che cosa è successo ?” .
In tal modo, abbandonata tranquillamente e lentamente la speranza del bagno , al quale sognavo già di essere trasportato, predisposi un’altra volta l’animo e il volto alla rinuncia , non altrimenti che poco prima all’idea del bagno.
Ciò io ti scrivo anzitutto per non ammonirti se non dietro un esempio , poi per costringere me stesso alla medesima temperanza in avvenir , dal momento che in questa lettera mi sono obbligato quasi con un pegno.