Fine di Domiziano, odioso tiranno (Plinio il giovane)


Quella belva disumana aveva fortificato il palazzo imperiale con un violentissimo terrore, ora come rintanata in un qualche antro, beccando il sangue dei congiunti, ora levandosi a sanguinosi massacri di illustrissimi cittadini. Orrore e minacce si aggiravano dinnanzi alle porte del palazzo, e una paura uguale sia per coloro che vi erano ammessi, sia per quelli che ne erano esclusi. Nessuno osava avvicinarsi, nessuno rivolgere la parola a lui che cercava sempre le tenebre e la solitudine e non usciva mai dal suo deserto se non per fare il deserto. Tuttavia egli, tra le pareti e le mura con le quali gli sembrava di proteggere la sua incolumità, rinchiuse con sé l’inganno, le trame e un dio vendicatore dei misfatti. Il gastigo forzò e penetrò i posti di guardia e irruppe attraverso gli stretti e inaccessibili passaggi non diversamente che per porte spalancate e soglie ospitali: allora lontana gli era la sua divinità, lontani quei misteriosi corvi e quegli inumani recessi, ai quali si era spinto con il terrore, l’arroganza e l’odio degli uomini.