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In questo momento di generale crisi personale di visioni cinematografiche (solita sfilza di ciofecone estive alternata a recuperi casalinghi di vecchi filmacci) riesco comunque a portare a casa di rado delle esperienze significative. Toy story 3 è una di queste, e non solo per il generalmente basso livello dei concorrenti, ma per una genuina passione per il mezzo cinema che gli autori riescono ad elargirci a grosse prese da ogni singolo gigantesco fotogramma di questo capolavoro.
Ma andiamo con ordine?
TRAMA
Reduci dall’avventura passata in cui si sono dovuti confrontare con collezionisti avidi e giocattoli di Lucasiana impronta, i nostri storici baldi protagonisti si ritrovano a dover affrontare un “nemico” più grande e subdolo di quelli finora incontrati nelle loro rocambolesche avventure.
La maturità.
Il loro padrone Andy è in età da college e da anni li conserva in un baule in disuso, memoria fisica di bei tempi andati in cui un porcello portamonete dominava il mondo dall’alto della sua stazione orbitante ultratecnologica e la fantasia del ragazzo lo faceva scontrare in epocali duelli contro gli anacronistici cowboy e i dinosauri mammoni. Cosa farne adesso che è giunto il tempo di abbandonare il nido materno per volare con le proprie ali verso avventure “concrete” e la grande maratona della vita? Soffitta e polvere o spazzatura ed abbandono definitivo? Proprio perché umanissimi nei loro sentimenti, anche ai giocattoli è concesso il “dono” dell’equivoco?

ANALISI TECNICA (il messaggio)
Ammetto che il primissimo episodio di questa fortunata serie è lontanissimo nella mia memoria, visto al cinema in età abbastanza imberbe mi aveva catturato ma non esaltato del tutto. Il secondo invece, data la maturità stilistica e la trama molto più raffinatamente citazionista mi aveva strappato risate ed emozioni di una sincerità impagabile. Come affrontare quindi quello che ci viene spacciato per essere la conclusione di questa saga in perenne crescita?
Temevo, ma sbagliavo? Toy story 3 mantiene le promesse (e premesse) del secondo capitolo virando l’impostazione sui gloriosi film carcerari di libertà e giustizia con protagonisti i classici “quasi” bravi ragazzi. E quello che mette in scena sono perle di cinema d’autore fatto di sguardi e di dialoghi fulminanti, di comicità raffinatissima e mai volgare (niente di simile alle flatulenze ricorrenti nei vari Shrek per strappare la risata facile tanto per capirci), di storie di solitudine e di abbandono e di gioco di squadra alla sua radice più profonda. Tutto questo crea forse non il livello più alto raggiunto dallo studio di Emeryville, California, ma sicuramente un altro esempio di come è possibile fare cinema di sentimenti riuscendo a dire molte cose ai grandi e divertendo contemporaneamente i piccoli. Da “adulto” posso dire che è difficile non reprimere un sorriso compiaciuto a frecciatine antimilitariste di una qualità e genuinità disarmante:
Lotso (orso di peluche capo dell’asilo): E ricorda che faranno di tutto per farti dubitare di te!
Buzz (dopo essere stato “resettato”): Tutti i dubbi che avevo me li hanno fatti passare all’accademia spaziale!
Giusto per citare uno dei momenti in cui più si respira aria da film “adulto”, ma per tutta la pellicola sono disseminati momenti come questo in cui è più il genitore, o il fratello grande, o il ragazzo adolescente a sentirsi vicino alla storia raccontata, mentre i bambini troppo piccoli potrebbero faticare a collegare le parole dei protagonisti ad esperienze proprie di vita vissuta. Non che non ci sia materiale per loro, vista la cospicua presenza di momenti leggeri e più diretti, ma rimane comunque la sensazione di un cinema che si stacca sempre più dalla sua connotazione (imposta non voluta) d’intrattenimento per bambini e vira decisamente su tematiche mature. Il finale (che non spoilero) poi trasmette una carica di delicatissima malinconia-ottimismo, in cui il passaggio generazionale combacia con un passaggio fisico di consegne. Ultimo (forse) grande momento in scena del nostro ragazzo (uguale e diverso a tutti noi ragazzi cresciuti e andati “al college” come lui) di cui abbiamo seguito la maturità tramite le storie narrate dai suoi amici giocattoli, più vivi e umani di molte persone “vere”.
ANALISI TECNICA (la tecnica)
La Pixar ci ormai abituati a livelli di eccellenza imprescindibile e anche la loro ultima fatica magari non mette in campo innovazioni come la prodigiosa profondità di campo di Wall-E o lo stile particolarissimo di Up, ma si “limita” a rendere impressionanti tutte le cose che sa già fare. L’animazione è la migliore del pianeta, con personaggi dalle movenze ubriacanti e caratterizzate per ciascun giocattolo a livelli incomparabili, gli sfondi e i set ricchi di elementi di puro decoro che danno spessore a tutto ciò che racchiudono, le dinamiche dei corpi soggette ad una fisica impressionante per verosimiglianza (la scena nella discarica sembra fatta con detriti veri!) e il gioco di sguardi e tempi comici reso con una perfezione da attori consumati che sembra impossibile possa essere stato ricreato e non “catturato” (niente performance capture come Avatar, cosa che di solito “semplifica”, si fa per dire, la resa dell’animazione).
Plauso alla parte di sceneggiatura del Buzz versione spagnoleggiante, reso con un set di movimenti a dir poco assurdi e con una carica di simpatia credo irriproducibile nella versione spagnola del film.
CONCLUSIONI
Personalmente ho sentito meno brividi (la mia scala di emozione filmica) e versato meno lacrime di gioia rispetto ai soliti filmoni Pixar. I motori di Cars mi avevano mandato in estasi dopo i primi 30 secondi, l’inseguimento con le porte di Monsters&Co rimane sul podio più alto delle scene d’azione di tutti i tempi nella mia classifica, la danza spaziale di Wall-E con Eve vince il premio miglior danza di coppia di sempre e la “Vita” di Carl Fredricksen di Up, surrogata in pochi minuti vince come cortometraggio di qualsiasi epoca. Ecco, in Toy Story 3, non è che manchino momenti simili, il bruciatore di rifiuti è di una drammaticità quasi insostenibile, e l’addio finale strappa la lacrimuccia, però non è che la ciambella sia riuscita per l’ennesima volta con uno di quei buchi “Giottiani” a cui ci ha abituato questa poliedrica casa di animazione, diciamo che nella sequela di voti altissimi questo si “accontenta” di qualche risibile percentuale in meno, soprattutto per la cessione di quella dote imprescindibile della casa californiana, a causa dello status di sequel, dell’innovatività del punto di vista. Le stelle sono comunque fermamente ancorate a 5 per tutta la serie di ragioni che ho esposto, diciamo che invece che stabilirsi sul 9 decimale abbondante questo ottimo secondo sequel si “adagia” su un dignitosissimo 8 ½ senza remore.
APPENDICE
Questa volta vista la disponibilità ho zompato direttamente la visione in 3D e ho visto il film per ben due volte in visione standard beandomi dei migliori 5 euro a spettacolo spesi nell’ultimo anno. La Pixar indubbiamente sa il fatto suo di stereoscopia, ma vista la qualità degli orpelli usati nelle nostre sale che riducono luminosità e comportano sovrapprezzo, ho goduto più che beatamente di un animazione comunque perfettamente separata dai fondali nei casi necessari e di una visone più tranquilla alla ricerca del messaggio del film piuttosto che all’attenzione al non essere “colpito” da un oggetto fuoriuscito dallo schermo.
ABBASSO GLI OCCHIALETTI 3D, VIVA IL CINEMA!
Plauso a parte per lo spettacolare cortometraggio iniziale “Day and Night”.
Incommentabile a parole. Guardatelo al cinema.
Giovanni Cabbia
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