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Ok ok, lo ammetto: i miei titoli diventano col passare delle opinioni sempre più dei rebus, ma questo mi era venuto a fine visione e proprio non ce la facevo a non metterlo, e tranquilli che prima della fine dello scritto sarò riuscito pure a convincervi che ha un senso. Ma andiamo con ordine.
TRAMA
Due scienziati particolarmente affiatati e geniali (un Brody un po’ vaquo e una Polley abbastanza dimenticabile) stanno facendo passi da gigante nella biogenetica, arrivando a creare in laboratorio Ginger e Fred, ossia due? “Così” dalle vaghe sembianze di un cervello incrociato con un pene (perdonatemi ma è davvero così, a tutti quello che l’ho chiesto mi hanno dato la medesima descrizione) che dovrebbero essere il futuro per la sintesi di una proteina in grado di curare malattie genetiche nel bestiame.
La classica compagnia farmaceutica li foraggia di attrezzatura e cavilli legali per fregarsene di problemi morali ed eco-simpatizzanti, purchè loro in cambio li rendano i soli e indiscussi “salvatori” di tanti poveri bovini senza che questo ovviamente sembri un mero pretesto per guadagnare carriolante di quattrini dalla vendita del farmaco? Nooooo, non sia mai, il progresso prima di tutto. Ma cosa succede quando i lungimiranti scienziati vogliono fare il passo successivo e passare all?incrocio con l’uomo per poter curare malattie umane finora incurabili e la compagnia invece si “accontenta” di salvare il bestiame? La testardaggine femminile non ha confini. Punto.
ANALISI TECNICA
Attendevo con ansia questo progetto, poiché il finto italiano Vincenzo Natali (canadese in realtà, molti lo citano come uno dei pochi italiani sbarcato a Hollywood a fare blockbuster quando in realtà di italiano non ha niente, Brest conferma) ha una carriera molto asciutta come regista, ma significativa se non altro per il precedente The Cube (in realtà la sola altra pellicola sua che ho visto), piccola perla di cinema a basso costo, di idee e grandissimo impatto “asfissiante” (nel senso che lascia senza fiato). Proprio la glaciale inesorabilità del predecessore speravo di ritrovare in questo progetto assai più finanziato e supportato da attori più rodati (erano ottimi comunque quelli pur misconosciuti del famoso Cubo), ed invece mi trovo a dover combattere con due realtà filmiche assai differenti che si cerca di fondere geneticamente su una colonna di dna cinematografico che non sempre le regge bene. L?horror splatter col mostro sbudellatore folle e la fantascienza “alta” di riflessioni etiche e dubbi morali. Se qualcosa azzardava la saga di Species-Specie mortale (aliena in vena di riproduttività incontrollata, poi sfociata con relativi sequel nella serie Z straight-to-home-video), e tanto insegnava invece un caposaldo come La Mosca, qui si fa fatica a decidere la direzione definitiva dell’operazione, sempre troppo in bilico tra film “serio” e horror da serata adolescenziale, con sesso sangue e panoramiche a schiaffo (ndGiovanni, i movimenti di macchina improvvisi con comparsa di mostro dal nulla accompagnati da impennata di musica). Ecco quindi il perché del mio titolo (che cita la gloriosa battuta di Dolph Lundgren davanti a Stallone sul ring di Rocky IV, quando per intimidirlo gli dice che lo “spiazzerà” in due) proprio per l’ennesimo tentativo di far combaciare film impegnato (le intenzioni del regista) e film commerciabile (le intenzioni del produttore). Sicuramente tre quarti del film, va detto, riescono a tenere una buona atmosfera e a non farci schierare troppo da una singola parte, costruiscono tensione, un certo disgusto per le scelte non sempre condivisibili dei due geniacci e anche a buttarci lì qualche idea non da poco sul significato di maternità, sulle responsabilità che comporta e sulle reazioni dei figli. Va detto però che il finale “d’azione”, per quanto necessario a dare una scossa ad un plot che iniziava a stallare decisamente sulla noia e a risolvere capra e cavoli sembra forse fuori posto. Il classico esperimento letale sfuggito al controllo è un’idea che il cinema saccheggia da parecchio tempo, la soluzione a degli sbagli è quindi un’accomodante pena capitale “necessaria” per via della recente pericolosità del soggetto, quando non si parla mai di integrazione, di punizioni per gli artefici o di diritti della creatura. Questo perché in termini filmici di tensione, che la creatura diventi un mostro abnorme che sconvolgerebbe il mondo e va abbattuto a lanciarazzi è una soluzione comoda e rapida per poter sfornare poi dei sequel con la prole della creatura sfuggita al lanciafiamme e ora in grado di terrorizzare più gente, set più grossi ed effetti speciali adeguati al botteghino. Per questo la mia delusione per questo film non brutto, ma adagiato sui canoni del genere è più cocente proprio per le speranze che un cineasta che si era dimostrato più indipendente potesse dare al genere fanta-horror scientifico un tocco diverso pur mantenendo una necessaria certa spettacolarità. Perché va detto, tutto il reparto tecnico svolge un lavoro di make-up e di integrazione “digitale-ripresa reale” di livello stratosferico, riuscendo a mantenere l’espressività di una brava attrice (Délphine Chaneac, IMDB.com me la segna come attivissima a livello televisivo in patria speriamo in una sua consacrazione internazionale) pur modificando al computer la sua fisionomia e il suo viso in maniera impercettibile. Ecco quindi CGI di livello eccellente e per una volta al servizio della storia e non viceversa, con la piacevole sensazione di assistere ad un ibrido verosimile e non chiaramente strutturato esclusivamente per spaventare.
CONCLUSIONI
In virtù di tutte le considerazioni sovraesposte, il mio giudizio sul film rimane in bilico proprio come il film stesso, vagamente ammirato per la bontà e la genuinità di alcuni passaggi (la creatura che si affeziona come un bambino vero ad oggetti e animali legati alla sua infanzia) e mediamente deluso per la frettolosità di alcune soluzioni (il finale giustizialista).
Rimangono anche dei dubbi per un cast adatto (Brody dopo la parentesi pompata nel recente Predators, rimando alla mia opinione a riguardo, torna ad un ruolo dei suoi classici), ma forse non convinto al cento per cento, o forse non diretto abbastanza bene da un regista che si conferma saper gestire sapientemente mezzi e idee di fondo, ma una volta richiamato sull’attenti dal “papino” che mette il contante non sufficientemente indipendente da permettersi di girare esattamente la sua idea senza costrizioni di ritorno economico. La sufficienza in realtà gliela elargisco senza troppi ripensamenti e la realizzazione tecnica mi strappa pure la quarta stelletta, ma sappiate e qui lo sottolineo per evitare commenti fuori luogo che è data da un amante della materia filmica umana, cioè di tutti gli artisti e la crew che collabora alla riuscita del prodotto materiale inteso come inquadrature, scenografie, costumi effetti speciali digitali e prostetici e NON della materia cerebrale come emozioni e sensazioni, perché su quel fronte il film perde troppo spesso la retta via in sequenze fuori dal loro habitat. Se per voi il cinema è puro pensiero e cervello attivo per tutto il tempo concentrato su psicologie ed emozioni impalpabili o sensazioni dirette al cuore, togliete pure la quarta stella e relegatelo alla sufficienza stiracchiata, altrimenti a mio giudizio un 7- decimale e le 4 stelle un po’ affaticate se le merita senza infamia e senza lode.
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