Tracce maturità anni precedenti -> 2003 - 1a prova - Parte 1

TIPOLOGIA A - ANALISI DEL TESTO 
L. PIRANDELLO, Il piacere dell'onestà ATTO PRIMO - SCENA OTTAVA
BALDOVINO, FABIO

1 BALDOVINO (seduto, s'insella le lenti su la punta del naso e, reclinando indietro il capo) Le chiedo, prima di tutto, una grazia.
FABIO Dica, dica...
BALDOVINO Signor marchese, che mi parli aperto.
5 FABIO Ah, sì, sì... Anzi, non chiedo di meglio.
BALDOVINO Grazie. Lei forse però non intende questa espressione "aperto", come la intendo io.
FABIO Ma... non so... aperto... con tutta franchezza...
E poiche' Baldovino, con un dito, fa cenno di no:
10 ...E come, allora?
BALDOVINO Non basta. Ecco, veda, signor marchese: inevitabilmente, noi ci costruiamo. Mi spiego. Io entro qua, e divento subito, di fronte a lei, quello che devo essere, quello che posso essere - mi costruisco - cioè, me le presento¹ in una forma adatta alla relazione che debbo contrarre con lei. E lo
15 stesso fa di se' anche lei che mi riceve. Ma, in fondo, dentro queste costruzioni nostre messe così di fronte, dietro le gelosie² e le imposte, restano poi ben nascosti i pensieri nostri più segreti, i nostri più intimi sentimenti, tutto ciò che siamo per noi stessi, fuori delle relazioni che vogliamo stabilire. - Mi sono spiegato?
FABIO Sì, sì, benissimo... Ah, benissimo! [...]
20 BALDOVINO Comincio io, allora, se permette, a parlarle aperto. - Provo da un pezzo, signor marchese - dentro - un disgusto indicibile delle abiette costruzioni di me, che debbo mandare avanti nelle relazioni che mi vedo costretto a contrarre coi miei... diciamo simili, se lei non s'offende.
FABIO No, prego... dica, dica pure... 
BALDOVINO Io mi vedo, mi vedo di continuo, signor marchese; e dico: - Ma quanto è vile, ma com'è
25 indegno questo che tu ora stai facendo!
FABIO (sconcertato, imbarazzato) Oh Dio... ma no... perche'?
BALDOVINO Perche' sì, scusi. Lei, tutt'al più, potrebbe domandarmi perche' allora lo faccio? Ma perche'... molto per colpa mia, molto anche per colpa d'altri, e ora, per necessità di cose, non posso fare altrimenti. Volerci in un modo o in un altro, signor marchese, è presto fatto: tutto sta, poi, se
30 possiamo essere quali ci vogliamo. [...] Ora, scusi, debbo toccare un altro tasto molto delicato.
FABIO Mia moglie?
BALDOVINO Ne è separato. - Per torti... - lo so, lei è un perfetto gentiluomo - e chi non è capace di farne, è destinato a riceverne. - Per torti, dunque, della moglie. - E ha trovato qua una consolazione. Ma la vita - trista usuraja - si fa pagare quell'uno di bene che concede, con cento di noje e di dispiaceri.
35 FABIO Purtroppo!
BALDOVINO Eh, l'avrei a sapere! - Bisogna che ella sconti la sua consolazione, signor marchese! Ha davanti l'ombra minacciosa d'un protesto senza dilazione. - Vengo io a mettere una firma d'avallo, e ad assumermi di pagare la sua cambiale. - Non può credere, signor marchese, quanto piacere mi faccia questa vendetta che posso prendermi contro la società che nega ogni credito alla mia firma. Imporre
40 questa mia firma; dire: - Ecco qua: uno ha preso alla vita quel che non doveva e ora pago io per lui, perche' se io non pagassi, qua un'onestà fallirebbe, qua l'onore d'una famiglia farebbe bancarotta; signor marchese, è per me una bella soddisfazione: una rivincita! Creda che non lo faccio per altro. [...]
FABIO Ecco, bene! E allora, questo. Benissimo! Io non vado cercando altro, signor Baldovino. L'onestà! La bontà dei sentimenti! [...]
45 BALDOVINO Ma le conseguenze, signor marchese, scusi! [...]
FABIO Ecco... caro signore... - capirà... - già lei stesso l'ha detto - non... non mi trovo in condizione di seguirla bene, in questo momento [...]
BALDOVINO - È facilissimo. Che debbo fare io? - Nulla. - Rappresento la forma. - L'azione - e non bella - la commette lei: - l'ha già commessa, e io gliela riparo; seguiterà a commetterla, e io la nasconderò. -
50 Ma per nasconderla bene, nel suo stesso interesse e nell'interesse sopratutto della signorina, bisogna che lei mi rispetti; e non le sarà facile nella parte che si vuol riserbare! - Rispetti, dico, non propriamente me, ma la forma - la forma che io rappresento: l'onesto marito d'una signora perbene. Non la vuol rispettare?
FABIO Ma sì, certo!
55 BALDOVINO E non comprende che sarà tanto più rigorosa e tiranna, questa forma, quanto più pura lei vorrà che sia la mia onestà? - Perciò le dicevo di badare alle conseguenze. [...]
FABIO Come... perche', scusi? - Io non vedo tutte codeste difficoltà che vede lei!
BALDOVINO Credo mio obbligo fargliele vedere, signor marchese. Lei è un gentiluomo. Necessità di cose, di condizioni, la costringono a non agire onestamente. Ma lei non può fare a meno dell'onestà!
60 Tanto vero che, non potendo trovarla in ciò che fa, la vuole in me. Devo rappresentarla io, la sua onestà: - esser cioè, l'onesto marito d'una donna, che non può essere sua moglie; l'onesto padre d'un nascituro che non può essere suo figlio. È vero questo?
FABIO Sì, sì, è vero.
BALDOVINO Ma se la donna è sua, e non mia; se il figliuolo è suo, e non mio, non capisce che non
65 basterà che sia onesto soltanto io? Dovrà essere onesto anche lei, signor marchese, davanti a me. Per forza! - Onesto io, onesti tutti. - Per forza!
FABIO Come come? Non capisco! Aspetti...

Note: (1) - 1 mi presento a lei (2) - 2 le persiane

Luigi PIRANDELLO (Girgenti 1867 - Roma 1936) ebbe il premio Nobel nel 1934. Tutta la sua produzione è percorsa dal filo rosso dell'assurdo e del tragico della condizione umana, dal contrasto tra apparenza e realtà e dallo sfaccettarsi della verità. Il testo proposto è tratto da Il piacere dell'onestà, commedia in tre atti, rappresentata per la prima volta a Torino il 25 novembre 1917. La vicenda è collocata ai primi del Novecento in una città delle Marche. 

Un nobile (il marchese Fabio), separato dalla moglie, ha una relazione con una giovane (Agata), che aspetta da lui un bambino. Il marchese e la madre della giovane pensano di trovare ad Agata (riluttante, ma poi consenziente), un finto marito per «salvare le apparenze». Accetta di assumere questo ruolo un altro aristocratico, Baldovino, uomo dalla vita dissipata, pieno di debiti di gioco, che non sa come pagare e che vengono pagati dal marchese. Ma Baldovino, molto accorto e sottile intenditore dei raggiri altrui, intuisce che Fabio, dopo aver fatto di lui un finto padre del nascituro, cercherà di scacciarlo dalla famiglia, magari facendolo apparire un truffatore in qualche affare finanziario. Per prevenire questo inganno, Baldovino fonda tutto il suo rapporto col marchese su un patto dionestà di pura forma: chiede che tutti debbano apparire sempre e in ogni cosa onesti, anche se non lo sono. Infatti, Baldovino, per tutta la vita imbroglione e sregolato, accetta questo vile patto solo per provare il piacere di apparire onesto, in una società che non rende affatto facile l’essere onesti. Ma alla fine giunge il colpo di scena: quando si scoprono l’inganno del marchese e la disonestà sua e degli altri, Baldovino confessa la propria intima disonestà e conquista in questo modo, involontariamente, la stima e l’amore di Agata, che decide di andare a vivere con lui, portando con se' anche il bambino. Nella Scena ottava dell’Atto primo si incontrano e discutono per la prima volta il puntiglioso Baldovino e l’incauto Fabio. - Le parole in neretto nel testo sono evidenziate già dall’Autore.

Analisi del testo

A. La figura di Baldovino

  1. Cerca e commenta nelle battute di Baldovino le parole e le espressioni che meglio rivelano le sue posizioni e intenzioni nella trattativa.
  2. Nel brano dalla riga 19 alla riga 41 quali esperienze affiorano della precedente vita di Baldovino?
  3. In quale brano emerge più chiaramente il quadro delle "apparenze" da salvare? Individualo e commentalo.
B. La figura di Fabio
  1. Come si caratterizza il linguaggio di Fabio rispetto a quello di Baldovino?
  2. Quando Fabio (righe 42 e 43) parla di "onestà" e "bontà dei sentimenti" da parte di Baldovino, a che cosa sembra riferirsi?
  3. In questo dialogo, Fabio fa finta di non capire i discorsi di Baldovino o non li comprende davvero? Argomenta la tua risposta.

    Commento complessivo e approfondimenti
  1. Da questa vicenda, che per lungo tratto ci presenta personaggi pieni di ipocrisia e abituati al raggiro, si ricava alla fine anche una morale positiva? In che modo il pessimismo di Pirandello, quale si riscontra in questa ed in altre sue opere a te note, vuole aiutarci a trovare il filo per una condotta onesta nella vita, così piena di difficoltà per tutti?
  2. Pirandello è tra i nostri scrittori moderni che propongono per primi una lingua finalmente di "uso medio", cioè di tipo parlato. Cerca e commenta le espressioni vicine al parlato di oggi. Puoi spiegare, ad esempio, il significato dell'avverbio "allora" qui più volte usato.
  3. Nel rispondere alle domande che ti sono state poste, riferisciti anche al contesto culturale europeo dell'epoca.
Prova Svolta:

Luigi Pirandello, da «Il piacere dell'onestà» (atto I, scena VIII, dialogo tra Baldovino e Fabio)

La figura di Pirandello, isolata dal resto del panorama culturale italiano, consente di seguire, grazie alla sua produzione, un percorso della crisi storica ed esistenziale dell’individuo ed, in particolare, dell’intellettuale nella società tra 800 e 900. Dopo il 1870, gli anni della sua prima formazione, un forte senso di insoddisfazione domina i vari settori dell’opinione pubblica e gli animi dei giovani intellettuali per il fallimento degli ideali risorgimentali. 
La realtà italiana non ha seguito infatti gli eroici ideali ipotizzati nel primo Ottocento: le zone meridionali senza speranza di sviluppo sono ridotte a mera mercanzia di conquista, il rinnovamento dello Stato, data l’incapacità della politica di avviare un reale e sostanziale processo di trasformazione, rimane paralizzato negli scandali.

Il periodo giolittiano vede il disgregarsi dell’utopia socialista, data l’insufficienza e la leggerezza di molti dei suoi dirigenti e la relativa e indolente arretratezza delle masse. Infine, la prima guerra mondiale che non muta le condizioni, ma diffonde un’immagine decadente della società borghese ed esaspera la delusione e l’irrequietudine popolare che videro nel fascismo il punto di coagulo di rivoluzione e crisi.
Naturalmente anche gli intellettuali furono colti da questo senso di crisi, una “crisi d’identità” ed è proprio in questo contesto che potremmo collocare la figura di Pirandello. Sul binomio dialettico verità e finzione, caposaldo della genesi del teatro, Pirandello pone le basi del suo essere uno dei più importanti autori teatrali; l’indagine sulla Verità, intesa come dibattito sui problemi reali dell’individuo e della società e non come verosimiglianza di personaggi e situazioni, definisce il processo di liberazione, per così dire, attuato dall’autore per arrivare ad una conoscenza più alta, una Verità interna all’oggetto preso in analisi.

Il “Piacere dell’onestà” è appunto un’appendice al discorso pirandelliano di tale rapporto strutturale.
L’ambiguità della “maschera”, che permette di raggiungere la verità attraverso la finzione e quindi all’obiettivo primo del teatro cioè la catarsi, viene qui bene impostata. Baldovino accetta razionalmente di fingere la parte di marito legale di Agata, senza perdere però la sua azione-funzione attiva nella società, smascherando e facendo accettare indistintamente la realtà venutasi a costruire agli altri personaggi: “il teatro non è illusione: è realtà che finalmente appare. 
No, non siamo fatti della materia dei sogni: sono i sogni ad essere fatti della nostra stessa inafferrabile materia”.
Il personaggio vive una realtà che gli viene imposta o da ciò che lo circonda o costruita dal suo Io, si veste della maschera e tenta, cerca in ogni modo, di acquisire un’autocoscienza innanzi alle motivazioni che lo hanno spinto a produrre quella maschera.

La produzione letteraria di Pirandello nasce in margine al Verismo, ma se ne distacca fin dall’inizio assumendo toni molto più polemici, per una visione più amara e paradossale della vita. La sua attenzione è rivolta all’individuo e parte dalla consapevolezza di una frattura che si attua nella civiltà romantica e borghese. L’arte di Pirandello è la denuncia angosciosa di questa crisi. 
La molteplicità della realtà rappresenta proprio l’apparenza che caratterizza i suoi personaggi sempre pronti a lottare, dimenarsi contro l’artificiosità di tutte le cose e a vivere nell’ansia di un’esistenza vera. 
Da qui, dalla rappresentazione di una vita che non è vita, ma solo illusione, si colloca il pessimismo pirandelliano, come cardine di un qualcosa che non limita, ma evidenzia la reale realtà.

Come moltissimi altri personaggi pirandelliani, Baldovino portando all’esasperazione le convenzioni sociali del suo tempo, ne fa evincere le contraddizioni. Tutti gli attori del copione cercano di vivere in nome di una virtù che non praticano, un’ipocrisia sottaciuta, ma conosciuta. L’incapacità di Baldovino di tenere fede alle sue promesse, pur avendo già imparato dalla propria esperienza di vita (“provo da un pezzo..... un disgusto indicibile delle obiette costruzioni di me....” “ io mio vedo, mi vedo di continuo....” “non può credere quanto piacere mi faccia questa vendetta che posso prendermi contro la società che nega ogni credito alla mia firma”) che la vera natura delle persone esce in tutta la sua bestialità, non si nega il piacere, come il protagonista dell’Enrico IV, di prendersi una rivincita e di provare a sovvertire quella realtà. Lui che era sempre stato un disonesto, diviene onesto tra gli inetti. 
Se il suo ruolo fosse di un deus ex machina il finale sarebbe il trionfo di un ipocrita, ma forse Baldovino è realmente inconsapevole e sconfitto innanzi alla vita che lo costringe al rimorso vissuto nel dolore. L’attenzione rivolta all’onore come fondamento della giustizia morale e familiare fa del marchese Fabio Colli un uomo attaccato radicalmente ad un apparenza che lo salvi in nome dei buoni sentimenti. Ciò che conta è ciò che si dice, si viene a sapere e il resto delle genti pensa.

Il limite tra l’inconsapevolezza di capire o il fingere di non capire è davvero impercettibile, la finzione sembra servire a Fabio per scrollarsi l’animo di inutili fardelli. Le brevi risposte denotano una quasi incapacità di capire la realtà, una difesa perentoria fatta di esclamazioni, interrogativi e ripetizioni del tutto in contrasto con il carattere prolisso di Baldovino.
Capovolgimento di ruoli? 
Illusione, propria dei personaggi di Pirandello, umorismo legato al paradosso della vita, fantasmi di loro stessi, sogno della loro realtà.

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TIPOLOGIA B - Redazione di un "SAGGIO BREVE" o di un "ARTICOLO DI GIORNALE"

CONSEGNE
Sviluppa l'argomento scelto o in forma di "saggio breve" o di "articolo di giornale", utilizzando i documenti e i dati che lo corredano. Se scegli la forma del "saggio breve", interpreta e confronta i documenti e i dati forniti e su questa base svolgi, argomentandola, la tua trattazione, anche con opportuni riferimenti alle tue conoscenze ed esperienze di studio.
Da' al saggio un titolo coerente con la tua trattazione e ipotizzane una destinazione editoriale (rivista specialistica, fascicolo scolastico di ricerca e documentazione, rassegna di argomento culturale, altro).
Se lo ritieni, organizza la trattazione suddividendola in paragrafi cui potrai dare eventualmente uno specifico titolo.
Se scegli la forma dell' "articolo di giornale", individua nei documenti e nei dati forniti uno o più elementi che ti sembrano rilevanti e costruisci su di essi il tuo 'pezzo'. 
Da' all'articolo un titolo appropriato ed indica il tipo di giornale sul quale ne ipotizzi la pubblicazione (quotidiano, rivista divulgativa, giornale scolastico, altro). Per attualizzare l'argomento, puoi riferirti a circostanze immaginarie o reali (mostre, anniversari, convegni o eventi di rilievo).
Per entrambe le forme di scrittura non superare le quattro o cinque colonne di metà di foglio protocollo.

1. AMBITO ARTISTICO - LETTERARIO

ARGOMENTO: Affetti familiari

DOCUMENTI

In morte del fratello Giovanni

Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentili anni caduto.
La Madre or sol, suo dì tardo traendo,
parla di me col tuo cenere muto;
ma io deluse a voi le palme tendo,
e sol da lunge i miei tetti saluto.
Sento gli avversi Numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch'io nel tuo porto quïete.
Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, l'ossa mie rendete
allora al petto della madre mesta.
U. FOSCOLO, Sonetti, (1802)

A mia moglie, in montagna

Dal fondo del vasto catino,
supini presso un'acqua impaziente
d'allontanarsi dal vecchio ghiacciaio, 
ora che i viandanti dalle braccia tatuate
han ripreso il cammino verso il passo,
possiamo guardare le vacche.
Poche sono salite in cima all'erta e pendono
senza fame ne' sete,
l'altre indugiano a mezza costa
dov'è certezza d'erba
e senza urtarsi, con industri strappi,
brucano; finche' una
leva la testa a ciocco verso il cielo,
muggisce ad una nube ferma come un battello. 
E giungono fanciulli con frasche che non usano,
angeli del trambusto inevitabile,
e subito due vacche si mettono a correre
con tutto il triste languore degli occhi
che ci crescono incontro.
Ma tu di fuorivia, non spaventarti,
non spaventare il figlio che maturi.
G. ORELLI, L'ora del tempo , (1962)

Ed amai nuovamente; e fu di Lina 
dal rosso scialle il più della mia vita.
Quella che cresce accanto a noi, bambina
dagli occhi azzurri è dal suo grembo uscita
Trieste è la città, la donna è Lina,
per cui scrissi il mio libro di più ardita
sincerità; ne' dalla sua fu fin'
ad oggi mai l'anima mia partita.
Ogni altro conobbi umano amore;
ma per Lina torrei di nuovo un'altra
vita, di nuovo vorrei cominciare.
Per l'altezze l'amai del suo dolore,
perche' tutto fu al mondo, e non mai scaltra,
e tutto seppe, e non se stessa, amare.
U. SABA, Autobiografia, (1924)

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, ne' più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perche' con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perche' sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
E. MONTALE, Satura, (1971)

Il compleanno di mia figlia. 1966

Siano con selvaggia compunzione accese
le tre candele.
Saltino sui coperchi con fragore i due
compari di spada compiuti uno
sei anni e mezzo, l'altro cinque
e io trentaquattro e la mamma trentadue
e la nonna, se non sbaglio, sessantotto.
Questa scena non verrà ripetuta.
La scena non viene diversamente effigiata. E chi
si sentisse esule o in qualche
percentuale risulta ingrugnato
parli prima o domani.
Accogli, streghina di marzapane, la nostra sospettosa tenerezza.
Seguano come a caso stridi
di vagoni piombati, raffiche di mitragliatrice…
G. RABONI, Cadenza d'inganno, (1975)

La madre

E il cuore quando d'un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d'ombra 
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano. 
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all'Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m'avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d'avermi atteso tanto, 
E avrai negli occhi un rapido sospiro.
G. UNGARETTI, 1930

Prova Svolta:

ARGOMENTO: Affetti familiari

Possiamo definire una logica e quantomai evidente distinzione: la sfera del quotidiano, di un mondo fatto di semplici e domestici affetti e l’universo poetico e artistico, inestimabile nelle sue irraggiungibili vette. Possiamo adirittura pensare che i due domini si respingano reciprocamente. L’aspetto quasi banale, tanto vero e sincero, dell’amore reciproco di una madre per il proprio figlio o di un uomo per la propria donna , o di quelle piccole ricorrenze in cui si condensano e si riconoscono gli affetti, sembra inavvicinabile o sminuito al cospetto della più alta poesia, di un prodotto umano che sfiora le altezze celesti.
Eppure c’è un dominio in cui la Poesia e la quotidianità degli affetti si incontrano e si uniscono in un connubbio doppiamente poetico. Perchè la Poesia non fa che raccogliere, oltre ogni apparenza, la più semplice quotidianità. Ma la quotidianità è di per sè intrinsecamente poetica. Come negare l’estrema bellezza di un sentimento d’amore per un proprio compagno o per un genitore o parente carissimo? La Poesia più vera nasce dall’incontro con tale verità, quell’incontro in cui si scalza ogni ossessivo e opprimente riferimento culturale, in cui la parola si fa semplice e diretta, quasi prosastica per sottolineare la potenza espressiva di un mondo privato e sincero.

La poetica di uno dei più significativi autori italiani del Novecento si definisce su tale selciato. Umberto Saba popola il suo Canzoniere di personaggi quotidiani e di persone amate, in primo luogo sua moglie Lina, la donna “dal rosso scialle”, cui il poeta dedica numerosi componimenti. Il realismo della sua poesia non implica un corrispettivo risultato naturalistico. Essa è piuttosto sottesa da un amore immenso per la “calda vita”, da una costante ricerca di solidarietà e di comunicazione affettiva.
Il corrispettivo stile formale si attaglia alla semplicità di sentimenti cui cerca di dare voce. Saba è lontano da ogni tipo di complicazione intellettualistica o di chiusura ermetica. La sua poesia si offre sotto le vesti di un linguaggio referenziale, nitido e comunicativo, aperto tanto all’orizzonte di una tradizione letteraria che non si complica in costrutti e riferimenti eruditi o artificiali, quanto ad un lessico comune e quotidiano. Nel mondo poetico sabiano, creato per andare dritto al cuore delle cose, possiamo ravvisare cosi la duplice poeticità della poesia degli affetti di cui si diceva precedentemente.

Quella poesia del quotidiano e degli affetti che risuona nei confini della Poesia ritorna in un altro pilastro della letteratura italiana del Novecento, Eugenio Montale. E ritorna soprattutto nella sua ultima stagione creativa, culminante nella pubblicazione di Satura. La nuova poesia montaliana si apre alla realtà quotidiana e ai suoi aspetti cronachistici con uno stile “diaristico”, nasce come reazione ad eventi esterni e cerca di definirsi per mezzo di un lessico basso, quasi prosastico, ma sempre sorvegliato da una sapiente organizzazione linguistica e culturale. Gli Xenia costituiscono la sezione più significativa: i componimenti sono il dono che il poeta fa alla moglie recentemente scomparsa.
Drusilla Tanzi, affettuosamente ribattezzata Mosca, rientra nella poesia di Montale con toni di rimpianto e nostalgia, capaci di svelare una nuova sensibilità e un nuovo rapporto con la realtà che è forse determinato dal confronto con la morte stessa e dal dispiegarsi di una rinnovata sensibilità.

Il tema dell’affetto familiare legato alla morte come elemento di separazione ritorna in uno dei sonetti più celebri della letteratura italiana. In morte del fratello Giovanni di Ugo Foscolo. La produzione sonettistica permette di dare voce ad un io lirico in maniera composta ed equilibrata. La passione e i sentimenti vibranti e intensi dell’Ortis si ritrovano infatti stemperati e dominati in una poesia sobria e meditativa. La scomparsa del fratello catalizza una serie di immagini e figure rinvianti al desiderio di un’unità familiare e affettiva inaccessibile per il poeta, nella sua condizione di esilio e di sradicamento. La Madre, in particolare,testimone delle atroci sventure dei figli, tenta pietosamente di ricostituire l’unità familare intorno al sepolcro. Tale figura di morte Ë sopravanzata dalla “celeste corrispondenza d’amorosi sensi”, capace di creare, sulla scorta dell’ “eredità di affetti”, una rinnovata unità.
La funzione consolatrice della poesia, teorizzata da Foscolo si dispiega così in tutte le sue potenzialità. Tale aspirazione a sollevare e sublimare le disarmonie della vita per mezzo della Poesia si può adottare come messaggio universale rinvenibile anche nel lavoro dei due precedenti autori citati. Se l’universalità e la capacità consolatrice della Poesia si associa per affinità all’universalità e alla consolazione degli affetti, Il regime duplicato che ne risulta è forse quanto di più potente e semplice si possa immaginare.

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2. AMBITO SOCIO - ECONOMICO

ARGOMENTO: È ancora possibile la poesia nella società delle comunicazioni di massa?

DOCUMENTI

"Sotto lo sfondo così cupo dell'attuale civiltà del benessere anche le arti tendono a confondersi, a smarrire la loro identità. Le comunicazioni di massa, la radio e soprattutto la televisione, hanno tentato non senza successo di annientare ogni possibilità di solitudine e di riflessione. Il tempo si fa più veloce, opere di pochi anni fa sembrano "datate" e il bisogno che l'artista ha di farsi ascoltare prima o poi diventa bisogno spasmodico dell'attuale, dell'immediato. Di qui l'arte nuova del nostro tempo che è lo spettacolo, un'esibizione non necessariamente teatrale a cui concorrono i rudimenti di ogni arte e che opera una sorta di massaggio psichico sullo spettatore o ascoltatore o lettore che sia… In tale paesaggio di esibizionismo isterico quale può essere il posto della più discreta delle arti, la poesia? " 

E. MONTALE, È ancora possibile la poesia? (Discorso tenuto all'Accademia di Svezia), 1975

"Ruth Lilly, erede novantenne della casa farmaceutica che produce il Prozac, ha regalato cento milioni di dollari a "Poetry", rivista di poesia perennemente in bolletta che ha pubblicato i grandi del Novecento, da Dylan Thomas ed Ezra Pound, e che rischiava di chiudere… È un segno del destino che il denaro speso per gli antidepressivi sia andato a finanziare la più antica e ignorata delle medicine contro l´angoscia. Ed è un altro segno che sia stato proprio il Pio Albergo Trivulzio di Milano… ad aver organizzato un concorso nazionale di poesia per anziani. Lo hanno vinto una coetanea veneta della miliardaria americana e la signora Luigia Tonelli, leggermente più matura, che ha voluto ringraziare la giuria con queste parole: "I miei 104 anni sono tanti, ma non sono mai troppi per tutto quello che la vita ci offre". Una frase che, a leggerla prima e dopo i pasti, uno si dimentica persino di prendere il Prozac. Rimane la gioia di vedere tanti vecchi rifugiarsi nella poesia, il linguaggio dei bambini. E la rabbia di saperli quasi costretti a scrivere, dal momento che il mondo non li ascolta più. " 

M. GRAMELLINI, I versi della nonna, LA STAMPA 20/11/2002

"La poesia è, ormai, un "genere" letterario sempre più specialistico, che non interessa nessuno, o quasi, al di fuori delle università e di una cerchia ristretta di cultori… Ma la poesia da sempre, aspira a essere popolare; e questo fatto genera qualche equivoco… L'impopolarità della poesia sembra irreversibile. In passato, la poesia diventava popolare sulla spinta delle grandi idee, delle grandi emozioni, delle grandi cause (giuste o sbagliate). Oggi, il pacifismo non ha un vate, la causa palestinese e le sofferenze del popolo israeliano non hanno un vate; Bin Laden balbetta versi non suoi, Karadzic è meglio dimenticarlo. Forse, un capitolo della storia umana si è chiuso per sempre." 

S. VASSALLI, Il declino del vate, IL CORRIERE DELLA SERA 12/01/2003

"La poesia è irreversibilmente morta… oppure è viva e lotta con noi...? Di fronte a un'alternativa del genere, la mia reazione istintiva è, lo confesso, quella di stringermi nelle spalle e cambiare discorso. Come si fa a rispondere? La poesia è una possibilità infinitamente sospesa, una possibilità che si avvera soltanto nella mente di ogni singolo destinatario; tutto il resto, la "popolarità", il "ruolo sociale" ecc. - appartiene alla sfera delle conseguenze e può esserci o non esserci, in un determinato periodo storico, per motivi che non dipendono ne' dai poeti ne' dalla poesia. "
G. RABONI, La poesia? Si vende ma non si dice, IL CORRIERE DELLA SERA 18/01/2003

"... la poesia non muore mai del tutto. Se morisse la poesia, allora si atrofizzerebbero e si impoverirebbero mortalmente anche il linguaggio e il pensiero, e non sarebbe un capitolo della storia umana a chiudersi, ma sarebbe l'umanità stessa a cambiare. Bisogna indicarli gli assassini della poesia: non sono certo il popolo, i ragazzi e le ragazze, i lavoratori, gli anziani, le persone comuni, ma sono tra i poeti e gli intellettuali stessi, almeno tra quelli che vivono di rendita su vecchie posizioni nichiliste, materialistiche ed eurocentriche, sono tra quei borghesi corrotti, cinici, conformisti, pigri, incolti che rappresentano il ventre molle della classe dirigente italiana, sono tra i cultori del trash, sono tra coloro che attaccano e avvelenano la Madre Terra, sono tra i sostenitori di una inedita gerarchia in cui Denaro e Tecnica occupano il primo posto nella scala dei valori…. Se popolare è tutto ciò che riguarda i consigli per gli acquisti, il luccicante ma miserabile mondo della moda, degli spot, del calciomercato allora è meglio che la poesia non sia popolare. Lei è di più, è universale. E quelli che la vogliono uccidere non ce la faranno." 
G. CONTE, Ma la poesia non sempre deve essere popolare, IL CORRIERE DELLA SERA 15/01/2003

"La società-spettacolo non vuole cancellare la nobile funzione della poesia, perche' sa che ne avrebbe un ritorno d'immagine negativo. E allora, semplicemente, e per arrivare ai grandi numeri, fa della canzone il surrogato di massa della poesia... C'è però un fatto decisivo a conferma della presenza vitale, anche se occultata dai media più forti, della poesia, e cioè la fiducia tranquilla dei giovanissimi in questo genere espressivo. Qualche anno fa pensavo: com'è possibile che un diciottenne, oggi, affidi il meglio di se' alla poesia, in un mondo che tende a nasconderla? Ebbene, i giovani che scrivono versi, ma non per raccontare le sole sciocchezze in cuore e amore, sono tanti e pienamente persuasi. Investono il meglio di se' nell'energia insostituibile e nella verità profonda della parola poetica, e non gliene importa nulla dei vip televisivi e della cultura di massa. Li seguo da tempo, sono nati negli anni Settanta e ormai anche oltre… Sono loro il futuro della poesia, che non cederà certo il campo ai surrogati." 
M. CUCCHI, Il destino della poesia nella società moderna, LA STAMPA, 21/1/2003"

Sei una parola in un indice". Lessi questo verso tanti anni fa, non so più su quale rivista letteraria... Ma per me quel "sei una parola in un indice", quel "ma di te sappiamo solo oscuro amico/che udisti l'usignolo una sera", vanno a toccare più di ogni altra composizione le misteriose corde d'ordine sentimentale (chiamiamole pure così), latenti in ciascuno di noi dai tempi della scuola. Sono veri e propri innamoramenti, cui si perviene casualmente, per vie proprie, o perche' un insegnante più appassionato degli altri e con una voce più duttile, ce li ha messi in evidenza. Lo studio a memoria della poesia è ancora obbligatorio, mi dicono, e ancora mal sopportato dai ragazzini. Sarà, ma "Dolce e chiara è la notte e senza vento" o "quel giorno più non vi leggemmo avante", devono pur risuonare in un'aula scolastica. Sono spiragli aperti per un attimo su un mondo parallelo che esclude merendine e play-station. Un mondo di suggestioni enigmatiche e dolcissime, che per molti scomparirà forse per sempre ma per altri resterà per sempre lì a portata di mano, evocabile in ufficio, guidando sull'autostrada, spingendo il carrello per un supermercato… Sono lingotti in un caveau svizzero, magari parziali e approssimativi nella memoria, ma emotivamente indistruttibili. Ognuno se li deve mantenere da se', con la sua segreta chiave, perche' l'alternativa (il cenacolo con dama protettrice, il convegnino promosso dal Comune, l'evento mediatico una volta l'anno) non funziona, inquina senza scampo quelle privatissime risonanze... " 
C. FRUTTERO, L'indice di Borges, TUTTOLIBRI, 11 gennaio 2003

Prova Svolta:

ARGOMENTO: È ancora possibile la poesia nella società delle comunicazioni di massa? 

Qual è il senso della poesia, voce dell’individualità, in un mondo dominato dalla comunicazione di massa standardizzata, dall’inconsistenza dei messaggi e dalla deriva dei significati?

Nel nostro tempo virtuale, caratterizzato dal culto dell’immagine, dall’immanenza della riproducibilità tecnica, dalla globalizzazione delle informazioni, è ancora possibile ritagliare un angolo da offrire alla riflessione, al dubbio, al ripensamento, al rovello esistenziale, insomma, a quelle operazioni concettuali che definiscono la poesia?

Montale, nel discorso per il Nobel, prova a costruire un’ipotesi di risposta sul ruolo della poesia nel presente e nell’avvenire, ponendo però una distinzione fondamentale tra la poesia che si assume il compito di accompagnare il clamore del tempo e che vive nell’effimero della cultura di massa acustica e visiva e quella che sorge quasi per miracolo, vive ignorata, ma contiene in se' la capacità di imbalsamare tutta un’epoca, di restituirne l’essenza attraverso la virtù del linguaggio.

La poesia da sempre ha costituito un aiuto per la memoria ed ha offerto agli uomini la possibilità di celebrare l’esistente gli affanni d’amore, i miasmi del tedio, i luoghi natali, il susseguirsi delle stagioni, i ricordi d’infanzia, la perdita di un affetto attraverso moduli ritmici e memorabili.

Oggi però, pare che la lirica non sia più in grado di mostrare al lettore il suo destino come in uno specchio, di guidarlo attraverso gli impervi sentieri di una vita che soccombe al caos.

Perduta completamente la sua funzione di vate, il poeta sembra non trovare alcuno spazio nella società moderna e i grandi temi che un tempo venivano affidati all’eternità dei versi, oggi si consumano nello spazio effimero di un articolo o di un servizio giornalistico e scorrono uno dopo l’altro lasciando dietro di essi solo sbiaditi ricordi.

Se in epoche precedenti alla nostra, quindi, il poeta era una figura istituzionalmente riconosciuta, agli inizi del ‘900 cominciò ad assistere al graduale declino del suo ruolo e della sua funzione, e finì per rifugiarsi nella sua torre d’avorio, evitando per quanto fosse possibile un confronto con la realtà.

Allora Pascoli cercò il conforto del nido, D’Annunzio mistificò se stesso nelle sue imprese, i Crepuscolari rivalutarono il valore delle buone cose di pessimo gusto, gli Ermetici barricarono la loro arte dietro il culto per la forma e lo stesso Montale avvertì il suo pubblico che non era in grado di trovare la parola che squadra da ogni lato l’animo nostro informe, potendo comunicare solo ciò che non siamo e ciò che non vogliamo.

Montale considera la poesia lirica il frutto di una riflessione solitaria e di un progressivo arricchimento, un movimento intimistico, che certo stride fortemente con le esigenze e le abitudini della moderna società di massa, in cui le immagini e i messaggi affidati alla radio e alla televisione si avvicendano in maniera sempre più vorticosa.

L’arte stessa è costretta a farsi spettacolo, a massificarsi, a fondersi con i nuovi media, pur di mantenersi viva e non cadere nel vortice del tempo, che scorre sempre più velocemente, lasciando lo spazio di un istante tra il nuovo e il desueto.

In questo contesto, alla parola poetica, evocativa e immaginifica non resta che una posizione debole, quasi ai margini.

Vassalli osserva come la poesia al giorno d’oggi sia diventata un genere letterario sempre più specialistico, che desta soltanto l’interesse di una ristretta cerchia di cultori, perduto ormai in maniera forse irreversibile il favore del grande pubblico.

Tuttavia questo non è sufficiente per decretare definitivamente la sua morte; la poesia al contrario dimostra di possedere ancora gli strumenti per continuare a testimoniare la condizione umana; è il luogo della ricchezza linguistica, della diversità, è l’ultimo baluardo contro il rischio dell’impoverimento progressivo e dell’omologazione, è un invito alla speranza.

Conte sostiene che la poesia non muore mai del tutto, perche' la sua scomparsa comporterebbe l’atrofizzazione del linguaggio e del pensiero; tuttavia nell’odierna cultura di massa presenta enormi difficoltà a ritagliarsi un proprio spazio.

Gli stessi editori la considerano un investimento rischioso e difficilmente accettano di pubblicare raccolte inedite di liriche, considerandole un prodotto invendibile, nonostante il fatto che sono molti i giovani che decidono di affidare ai versi le loro emozioni, i loro sentimenti, le loro gioie e le loro angosce.

Forse l’unica possibilità per la poesia di ritagliarsi un futuro è quella di superare le proprie barriere, di irrompere nella scrittura in prosa, di diventare un evento raro e prodigioso e insieme un effetto di cosciente assimilazione dei fermanti di un’epoca.

E in un certo qual modo forse tutto ciò riesce già a farlo attraverso le canzoni, che oggi possono essere considerate la forma artistica che più si avvicina alla lirica... in fondo anche gli antichi aedi cantavano le loro composizioni al suono della cetra.

La poesia quindi non è destinata a vedere la sua fine...finchè il sole risplenderà sulle sciagure umane!


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