Tracce maturità anni precedenti -> 2004 - 1a prova - Parte 1

TIPOLOGIA A: Analisi del testo

"La casa sul mare" di Eugenio Montale


"Casa sul mare" di Eugenio Montale. 

ll viaggio finisce qui: 

nelle cure meschine che dividono 

l'anima che non sa più dare un grido. 

Ora I minuti sono eguali e fissi 

come I giri di ruota della pompa. 

Un giro: un salir d'acqua che rimbomba. 

Un altro, altr'acqua, a tratti un cigolio. 

Il viaggio finisce a questa spiaggia 

che tentano gli assidui e lenti flussi. 

Nulla disvela se non pigri fumi 

la marina che tramano di conche 

I soffi leni: ed è raro che appaia 

nella bonaccia muta 

tra l'isole dell'aria migrabonde 

la Corsica dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto vanisce 

in questa poca nebbia di memorie; 

se nell'ora che torpe o nel sospiro 

del frangente si compie ogni destino. 

Vorrei dirti che no, che ti s'appressa 

l'ora che passerai di là dal tempo; 

forse solo chi vuole s'infinita, 

e questo tu potrai, chissà, non io. 

Penso che per i più non sia salvezza, 

ma taluno sovverta ogni disegno, 

passi il varco, qual volle si ritrovi. 

Vorrei prima di cedere segnarti 

codesta via di fuga 

labile come nei sommossi campi 

del mare spuma o ruga. 

Ti dono anche l'avara mia speranza. 

A' nuovi giorni, stanco, non so crescerla: 

l'offro in pegno al tuo fato, che ti scampi. 

Il cammino finisce a queste prode 

che rode la marea col moto alterno. 

Il tuo cuore vicino che non m'ode 

salpa già forse per l'eterno. 


Prova Svolta:

1- Comprensione complessiva
Non ci sara più nessun viaggio, per gli uomini costretti a vivere tra sofferenze che non permettono all'anima di librarsi e gridare le sue necessità.
A poco a poco il cuore si ottunde, si immobilizza, diventa incapace anche solo di un grido di dolore. Il paradosso disperante è che la vita continua a scorrere tra meschine preoccupazioni, implacabilmente monotona, insopportabilmente ripetitiva ("ora i minuti sono eguali e fissi..."; e ancora: "il viaggio finisce a questa spiaggia / che tentano gli assidui e lenti flussi...").
Nulla vi accade ("nulla disvela se non pigri fumi") ed è raro che qualcosa compaia all'orizzonte in questa "muta bonaccia", in questa specie di "limbo squallido / delle monche esistenze"
Questa esistenza piatta, sorda ormai alle urgenze più vere dell'umano, fa svanire tutto, anche i ricordi, in una nebbia impalpabile.
Dopo le immagini marine che oggettivizzano la posizione interiore di delusione, di non attesa, di non speranza, il poeta introduce indirettamente un "tu" personale, una donna, che pone una domanda drammatica sulla vita, la domanda più grave: "tu chiedi se così tutto vanisce / in questa poca nebbia di memorie; / se nell'ora che torpe o nel sospiro / del frangente si compie ogni destino". Si cela dietro questa richiesta un ultimo grido soffocato del cuore, della ragione, che non si rassegnano al fatto che tutto finisca nel nulla, che il destino di ogni uomo sia vanificarsi come l'onda che lentamente s'infrange sugli scogli.
Il poeta vorrebbe dire che forse c'è una salvezza, che forse qualcuno riesce a superare il "varco", a scoprire certezze per la vita, il senso delle cose, a raggiungere il compimento della sua umanità, ma questa possibilità gli è negata. Egli vorrebbe, tuttavia, prima di abbandonarsi al suo destino, insegnare una "via di fuga" dalla dura, insensata necessità, da una realtà incomprensibile, ma sa che questa ipotesi di salvezza è labile come la spuma o un'onda sul mare agitato. In uno slancio del cuore offre alla donna, quasi un pegno per il destino perche' la salvi, la sua piccola speranza, quella speranza che lui, stanco, deluso, non sa più alimentare.

2- Il primo verso del componimento montaliano ci offre nitida l'immagine della disillusione. Il viaggio, infatti, che ha sempre permesso a pensatori e scrittori di palesare una possibilità, di crearla e vivere per essa, arriva per Montale al suo ultimo porto.
Charles Baudelaire ci aveva insegnato che esiste un viaggio, il viaggio per antonomasia, che è quello che ognuno svolge per se stesso alla ricerca di un senso della propria vita. Il significato di questo viaggio consiste nel viaggiare tout court, senza mete e senza porti. Nessuno mai aveva avuto il coraggio di toglierci questa speranza, indicando una fine o un porto finale.
Montale invece non ripropone l'invito alla ricerca tout court come elemento essenziale della vita umana, come aveva già fatto in "non chiederci la parola", lirica pur impregnata di sofferenza e polemica nei confronti dell'uomo, ma si lascia andare ad un triste pessimismo e ad una "stanchezza" che poco spazio lasciano alla speranza di trovare quel "varco" a cui egli ambisce. Le varianti non sono, come ci aveva talvolta abituati lo scrittore, di natura puramente espressiva, cioè una dichiarazione di poetica, una definizione del proprio linguaggio antilirico e antimusicale, una scelta di stonatura in un mondo troppo conformisticamente e falsamente intonato, ma sono una riproposizione di quella che sembra essere ormai l'unica certezza. Uno dei principi compositivi della poesia "Casa sul mare" consiste, infatti, nel creare un limite nello svolgimento temporale e spaziale del componimento. L'intenzione dell'autore è suggerire un movimento in un circolo chiuso nel tempo e nello spazio grazie alla ripetizione (in seguito variata) del capoverso della poesia, "il viaggio finisce qui", "il viaggio finisce a questa spiaggia", "il cammino finisce a queste prode". La situazione evoca appunto un ripetuto addio di persone che non vogliono separarsi e che, nonostante ondate di memorie, vivono gli ultimi momenti comuni.
Anche i pochi riferimenti al paesaggio indicano l'esistenza di una realtà che vive in se stessa, nei suoi contorni aspri e duri, e non può divenire fonte di consolazione per il poeta. Il distacco finale, riassumendo le ragioni dell'intero componimento, esprime con parossistica lucidità la condizione di una esistenza priva di certezze,in cui l'unica risposta possibile è il pensiero negativo. Subito ci viene suggerita la sensazione del limite, l'angoscioso esaurimento dell'anima sofferente non solo per le "cure meschine", ma anche per l'intervento della stessa implacabilità del tempo, la cui proprietà naturale ("i minuti sono eguali e fissi") viene sottolineata, con un'ombra di mistero, dalla parola "ora". E l'implacabilità del tempo continua ad essere espressa tramite la similitudine tra gli intervalli dei minuti e quelli dei "giri di ruota della pompa". Il tempo non è un flusso delle sue unità, procede a scatti. In questo senso sono distinti tra loro gli intervalli dei giri e anche il singolo giro avviene "a tratti", come le mani tirano il filo della pompa.
La parte centrale, in cui cerca di dare speranza e offre consolazione rappresenta un segno di rammarico, ma soprattutto di totale e polemica estraneità nei confronti di questa ricerca della possibilità di un viaggio dell'uomo sicuro di sè e conformista, interamente appagato e integrato nel mondo in cui vive, dimentico della sua ombra, che rappresenta il mistero sotteso a ogni animo umano.
Una delle più importanti funzioni di questa strofa è quella di introdurre un destinatario del discorso poetico. Anche se il sesso dell'interlocutore non è espressamente detto, ci troviamo di fronte alla solita misteriosa presenza femminile. Questa volta l'autenticità del personaggio è attestata dall'autore stesso anche se in modo abbastanza sfumato. Rispetto alla negativa descrizione della prima strofa ("le cure meschine") la "poca nebbia di memorie" è piuttosto positiva. Il flusso del tempo è di nuovo fermato dall'"ora che torpe". E' come se il personificato "sospiro del frangente", il primo elemento animato della natura, assumesse l'anima morente della donna, come se esso per un momento diventasse la sua reincarnazione prima di svanire in eterno.
L'immagine sconsolata della morte è però subito negata dall'autore: la donna non avrà questo destino. Lei ("chissà") ha la possibilità di "infinitarsi", di sfuggire all'annullamento dell'esistenza. É un privilegio che appare più volte negli "Ossi di seppia". L'autore è sicuro di appartenere alla maggioranza sottoposta al "disegno" che nega qualsiasi senso dell'esistenza. Ma ci sono anche i 'sovversivi' del disegno fatale, cui è destinato il misterioso varco in un altro mondo che nei termini paesaggistici è una "spuma o ruga" nei "sommossi campi", che ci porta al di là della spiaggia.
La differenza tra i due destini è palesata dagli elementi linguistici che sono presenti nella strofa, come il "tu" che apre la strofa, e il "dirti" con cui il poeta sottolinea la volontà di comunicare la salvezza. Lucida e fortemente voluta è la contrapposizione nella terza strofa tra i "più" per i quali lo scrittore non prevede una salvezza, il "tu" a cui si riferisce" e l'"io" che conclude il 23 verso, dopo un definitivo "non" a spezzare ogni speranza di salvezza personale.
Il momento più altamente lirico di questa scontro tra i due mondi è proprio questo verso, in cui al "tu" se guito da un "potrai", segno di speranza, segue un "io" avulso da qualsiasi possibilità.
Il 27 verso, ancora, offre un'altra dicotomia, evidente nel "vorrei" e nel "segnarti". Il primo termine indica solo una volontà dell'auote di aiutare, il secondo è, invece, una vera e propria possibilità, un insegnamento.
Le rime, inoltre, non sono costanti, anzi molto rare, quasi a non voler, volutamente, garantire un sistema di chiusura perfettamente compiuto e non offrire nessuan certezza, neancghe di tipo metrico. Si presentano, infatti, poco visibili e sparse nel componimento. Possiamo notare rime tra "spiaggia" e "appaia", collegata più evidentemente con "capraia", "fissi" e "flussi" e soprattutto nell'ultima parte "tra fuga" e "ruga", tra "campi" e "scampi", tra "prode" e "ode" e tra "alterno" ed "eterno". I versi sono tutti brevi e concisi, come se assecondassero la faticosa articolazione del pensiero e esponessero anche visivamente la fine delviaggio che il poeta cerca di spiegare. L'immagine della pompa offre una disarmonica dimensione fonica. Il rimbombo dell'acqua e soprattutto il cigolio della pompa possono avere riscontro nel negato grido dell'anima aiutato dall'alliterazione della "r": "dare", "grido" nel terzo verso e poi soprattutto "giri", "ruota", "giro", "salir", "rimbomba", "altro", "altr'acqua", "tratti" negli ultimi tre. L'anima, l'elemento passivo di questa prima strofa, si trova come schiacciata dal cieco meccanismo del tempo e di tutta la condizione dell'essere. Nella seconda strofa la sensazione del limite continua. Viene precisato il generale "qui" della prima strofa, estremo limite raggiungibile, la spiaggia. In questo quadro non appare nessuna presenza umana e le azioni svolte appartengono sempre a quella meccanicità vuota e senza senso: il moto dei flussi, i "pigri fumi", la trama dei soffi leni e l'aria migrabonde.
Sullo sfondo della natura inanimata appare solo la conca come un legame con il mondo dei vivi. L'assenza di più evoluti gradi degli esseri aumenta la sensazione di solitudine e di desolazione.
L'ultima strofa comincia con la variazione della sempre presente anafora che sostituisce alla spiaggia un termine più prezioso quale "queste prode".
Di nuovo siamo di fronte ad un movimento ripetitivo, meccanico e comunque privo di senso: "queste prode che rode la marea col moto alterno". Caratteristica è qui la forte alliterazione della "o" presente quasi in tutte le parole: prode, rode, col moto alterno, tuo cuore vicino, non m'ode, forse, eterno. Molto bella e fonicamente riuscita è la rima interna con tutto il verso secondo ("prode / che rode"), che evoca il movimento ripetitivo del mare. Il dialogo diventa qui monologo. La separazione è definitiva.
Vi sono, poi nel testo, altre figure, più propriamente retoriche, quali l'enjambement e le anastrofi a rendere più malleabile il il testo e più chiara l'incertezza. Alcune sono atte a sottolineare la puerile certezza che può derivare da una accettazione acritica del mondo, altre si spingono fino ad una denuncia della continuazione del percorso e della ricerca. Le similitudini, poi, indicano quanto sia difficile esprimersi senza ricorrere a elementi più chiari e certi, anche delle nostre stesse convinzioni o idee.

3) "Casa sul mare" fa parte della raccolta "Ossi di seppia", una raccolta con una precisa dialettica interna. Da un lato, infatti, c'è una confessione di impotenza del poeta, accompagnata da parole pietrose che colgono la delusione e dall'altra ci sono monenti di grazia in cui la natura sembra vicina a svelare il suo significato, quasi in armonia con l'uomo.
Spietatamente Montale demitizza insieme con la religione del linguaggio tutta la tradizione aulica della nostra poesia, da Petrarca a Leopardi. E ciò è palese nella poesia "I limoni", quando il poeta dice che i "poeti laureati si muovono solo tra le piante dai nomi poco usati" , al contrario di quello che fa lui con le sue parole asciutte e impassibili, così avulse dai suoni idilliaci e musicali dei poeti romantici. La sua poesia è "scabra e essenziale", concreta, aliena da ogni romantico soggettivismo formale e libera di esprimere i suoi dignitosi concetti anche col silenzio. L'oggetto è il protagonista unico della sua poesia, non considerato però nella sua fisica realtà ma nel suo significato emblematico, di allusione all'umana condizione di sofferenza umana, anche essa reale, troppo reale. Non vi è altro modo, quindi, di spiegare l'incapacità dell'uomo di aderire ad un mondo privo di significato se non con l'indugiare con lo sguardo sugli oggetti che ricordano quella vita in cui "ombra reale e salda", unica certezza vista già da Leopardi, è la sofferenza. Il silenzio di Montale è, però, molto diverso da quello vile e scoraggiato di Verga o da quello altezzoso e lucido di Manzoni. Esso deriva non da un abbandono tout court, ma da una scelta. La stessa che spinse Ungaretti a scrivere " la parola è scavata in questo mio silenzio come un abisso". Il silenzio significa aspettare l'eco o una risposta, senza tradire i propri principi. In "casa sul mare" di Montale si trova un accenno del tutto insolito: entra in gioco la volontà, "forse solo chi vuole s'infinita". Questo è l'unica volta in "Ossi di seppia" in cui l'autore rifiuta di 'infinitarsi'. Si tratta di una dichiarazione abbastanza sorprendente.
Dato che questa idea non trova riscontro in altre poesie, non possiamo trarne spunti per un'eventuale modifica dell'esegesi montaliana. Nell'ambito di questa poesia però tale modifica è necessaria. In questo caso Montale si autoesclude dal grandioso prodigio. La scomparsa della donna, e non il soggetto parlante, è il vero tema della poesia. Di pochi accenni al proprio stato d'animo possiamo solo capire che l'autore conosce la segreta via alla salvezza, la può indicare, ma lui stesso non vuole intraprenderla. L'autore davanti al resto dei suoi "nuovi giorni" ci rinuncia e preferisce indicare la "via di fuga" alla donna e donarle la sua "avara speranza" come "pegno" al suo fato. In "Casa sul mare" la posizione dell'autore è però insolitamente forte: da attendente sempre deluso diventa qui addirittura, o per lo meno così si dichiara, negoziatore con il destino.
La poesia più vicina ai temi da questa proposti è Crisalide, che presenta una situazione simile, un imbarco sulla spiaggia per un viaggio verso un altro mondo, quello dei vivi però.
In "Casa sul mare" il varco tende ad essere soltanto un'ipotesi rappresentata dalla speranza, questo secco e non troppo poetico ne' convincente "forse". La sua esistenza, il suo essere momento d'incontro dei due mondi viene messo in dubbio. Non si discute più della sua esistenza e del momento d'incontro dei due mondi. Il varco, cioè, esiste più nel senso temporale che spaziale, non è tanto un luogo, ma è soprattutto un attimo. E' una dichiarazione di impotenza e infelicità.
Montale, infatti, è forse l'interprete più suggestivo e originale del Novecento della condizione di crisi dell'uomo contemporaneo. A differenza di Ungaretti che trovò nella fede religiosa uno sbocco alla crisi, a differenza di Quasimodo che prese dopo la guerra una ben precisa posizione nell'orientamento politico e letterario, egli non assunse mai impegni precisi sul piano ideologico, ma condannò le classi dirigenti del ventennio solo in nome di uno sdegno morale, della libertà e della dignità. Al poeta, quindi, non rimane che l'ansia metafisica, antica come il mondo, ravvisabile anche nel paesaggio descritto in "Ossi di seppia", per niente idilliaco e già adombrato dal titolo. Gli ossi, infatti, sono una delle tante "forme della vita che si sgretola", gli inutili ed enigmatici rigurgiti, abbandonati sulla riva dall' inspiegabile fluire del mare, così remoto e inattingibile, retaggio forse di altri essere e di antiche verità ormai sopite e perdute.
Dietro gli Ossi, come precedenti culturali ma anche dentro, come trama filosofica, dobbiamo riconoscere la traccia, l'eco, del dibattito filosofico contemporaneo. Ecco allora l'eco di Schopenhauer, il quale depaupera l'uomo di ogni vera possibilità di conoscere le cose; ecco Boutroux, che ispira il tema della necessità, la quale incatena l'uomo e dalla quale solo l'improbabile miracolo ci può "salvare". Insomma, presupposto culturale degli Ossi, è la reazione filosofica alla crisi delle certezze e dell'ottimismo positivistici. Gli Ossi, con la loro natura povera e con quell'io poetante ancor più povero e smarrito, siano il capovolgimento della situazione alcyonica; come pure il rapporto col mare è differente. Entità materna, accogliente, gratificante in D'Annunzio, il mare è, per Montale, il "padre", la legge, "l'altro" che gode della verità e della pienezza dell'essere, e da esso il poeta si sente esiliato, rottame rifiutato, "osso di seppia". Il mare è l'immobilità nel tempo, pur apparentemente mutevole; l'uomo è "l'essere-per-la-morte", temporalità alla deriva. Per questo, lo scrittore genovese ricerca una parola nuda che esprima la realtà della coscienza, la sua esperienza elementare del dolore, della violenza e della morte, avulsa dal conformismo e da legami prevedibili, banali o sentimentali. Quando poi la sua poetica si apre all'universale con "Le occasioni" si intravede uno spiraglio sulla possibilità di vedere un senso nella vita, nelle occasioni di vita. E per spezzare le catene dell'angoscia il poeta resuscita la rimembranza che aveva sacrificato in "Ossi di seppia" sull'altare della razionalità. Ma non cambierà mai la sua idea pessimista e la sua convinzione che l'unica speranza dell'uomo sia la "divina indifferenza", perchè al male di vivere, oltre alle manifestazioni della storia non si vedono alternative, se non nell' affermazione della dignità umana e nel tentativo di sopravvivere nel magma della disgregazione universale. Fortissimo è il legame con la corrente dell' ermetismo, che proponeva la chiusura del poeta in una "torre d'avorio", rifiutando il contatto col pubblico e proponendo il disimpegno politico, con un chiaro retaggio decadente.
Gli ermetici, infatti, seguedo le indicazioni di Bo, propugnavano una letteratura come vita, una poesia che fossa quasi teologia, possibile solo attraverso il distacco totale dal contingente. Sulla stessa scia, Ungaretti e Montale rifiutarono l'urgenza di riscattare la poesia dalle forme dell'umanesimo e la concepirono come forma di intuizione-rivelazione, proveniente da una zona remota dell'essere, comunicabile solo per enigmi e analogie fuggevoli. Ecco perchè l'oscurità e il silenzio divennero indispensabili mezzi per la penetrazione di una nuova realtà. Dietro a tutto ciò sono presenti ovviamente anche la filosofia dell'esistenzialismo con la sua denuncia del distacco tra esistere ed essere, e le filosofie irrazionalistiche, anche se è ormai lontana l'ebrezza panica di D'Annunzio. Conditio sine qua non per un comprensione totale del pensiero montaliano è la contestualizzazione nel periodo storico in cui visse. Una volta, infatti, distrutti i vecchi schemi della cultura positivistica, rinnegati i miti consolatori dell'800, egli, immerso in un mondo sfiduciato nelle prospettive della scienza e della vita politica e sociale, posto di fronte all' ascesa vertiginosa della borghesia capitalistica col suo imporre un modello di società tutto basato sulla logica del capitale e del profitto come unici valori, vive una profonda crisi d'identità, avverte chiaramente la fine di un'epoca e l'avvento di una nuova e prende coscienza della perdita del suo tradizionale ruolo sociale che era quello del "praeceptor", del "creatore di valori" e, in un certo senso, di "vate". In questo Montale si sintonizza con gli spiriti più avvertiti della coscienza intellettuale italiana ed europea, da Svevo a Pirandello, da Proust a Mann e a Kafka, che avevano espresso il medesimo disorientamento e disagio. E come essi, anche Montale non sa contrapporre un'alternativa storica credibile.
Ma Montale non sarà mai capace di affronatare l'avversione verso la civiltà attuale se non con un disimpegno politico da molti criticato.
Egli, cioè, fu coerentemente antifascista, firmò il manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Croce, ma le vicende fasciste fino alla guerra aggravarono la sua disperazione. E questo lo portò a una completa disarmonia col mondo: fu anticomunista, antiavanguardista, sprezzante di tutta la storia. E la situazione peggiorò con gli anni, fino al rifiuto della civiltà industriale dal volto pauroso, che aveva ormai distrutto ogni senso e significato dell'arte e che quindi fece assurgere la morte a vera liberazione dalla crudeltà terrena. 

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TIPOLOGIA B: Saggio breve/articolo

1. Ambito letterario

L'amicizia - tema di riflessione e motivo di ispirazione poetica nella letteratura e nell' arte


Prova Svolta:

Capita spesso di sentir dire che senza l'amore non ci sarebbe arte. Se questo è vero, è ancora più vero che non ci sarebbe l'arte senza l'amicizia. E' un discorso, questo, che viene molto prima dell'aspetto contenutistico delle singole opere: si può dire, anzi, che l'amiciza nell'arte è un fatto genetico. La dimensione primitiva delle forme artistiche era essenzialmente performativa: l'arte è nata di fatto per essere condivisa, per essere goduta in tanti. La natura riflessiva e chiusa in sè che il consumo di opere d'arte ha assunto in seguito, e mantiene ancora oggi nella maggior parte dei casi, è una derivazione della originaria "comunitarietà" connessa al fatto artistico. Tantissima poesia classica, per esempio, nasce per venire declamata in occasioni conviviali. Così gli stessi epigrammi licenziosi di Mariziale, che oggi noi studiamo sui libri, non avrebbereo avuto senso per chi li ha scritti se non recitati di fronte ai compagni di bagordi.

Da qui è chiaro che il contesto influenza il testo: la poesia di Marziale, scritta per gli amici, parla degli amici, e i suoi temi preferiti sono quelli che sappiamo (la festa, il vino, le donne). Ma, al di là di questa parentela siamese tra arte e amicizia, il nostro è un tema che ritroviamo di continuo in tutta la storia del pensiero umano. A noi che abbiamo studiato gli stilnovisti a scuola viene immediatamente in mente l'incipit dantesco dalle Rime "Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io". Un caso eccellente di quell'amicizia fra artisti - amicizia vera - che si trasfonde nelle opere con altrettanto ecellenti risultati. Di casi simili ce ne sarebbero da citare moltissimi: i decadentisti francesi, i nostri scapigliati, gli scrittori della beat generation. Tutti artisti che, nella loro epoca e nel loro contesto geografico, "facevano gruppo" e avevano l'abitudine di costellare le loro opere di accenni - impliciti e non - alle figure degli amici (che brutto dire colleghi!).

Opere di questo tipo ci interessano anche perchè assumono un vero e proprio valore testimoniale: succede cioè di riconoscere nell'opera di un artista, spesso celato dietro un personaggio, la figura di un amico anch'egli artista.Il famoso dipinto di Courbet Lo studio del pittore, per esempio, oltre ad essere un'opera d'arte, è una vera foto di gruppo (che, per la cronaca, ci "fa vedere" Baudelaire emozionandoci molto di più che se leggessimo una biografia del poeta).Certo, moltissime opere contemplano l'amicizia unicamente quale motivo ispiratore, e noi ne godiamo senza dover necessariamente problematizzare il rapporto del testo con la realtà effettiva dell'autore. Il romanzo di formazione, per dirne una, è quasi per definizione romanzo di amicizie. Così nei classici, dal Werther al Rosso e il Nero, dall'Educazione sentimentale al Torless, a Bel-ami, fino ai contemporanei. Il Giovane Holden, On the Road, Narciso e Boccadoro sono l'equivalente aggiornato e molto "di consumo" del bildungromasn in senso classico: eppure anche a un confronto superficiale ci accorgiamo subito che - se cambiano i temi, gli ambienti e il peso della scrittura - le emozioni sono sempre le stesse. 

Cioè, sono sempre le stesse le immagini di noi che riconosciamo nei personaggi. Si continua a essere amici, oggi come duecento anni fa (e presumibilmente come duemila anni fa), sostanzialmente per gli stessi motivi: perchè non è umano crescere da soli, si cresce sempre attraverso l'altro. In un'oscillazione continua, tra identificazione nell'amico e ostilità, tra desiderio di primeggiare e desiderio di annullarsi nell'altro, di lasciarsene assorbire.Qui siamo proprio sul confine liminare dell'amicizia: dove l'amicizia, cioè, tende a sfumare in un rapporto morboso, oppure a prendere i connotati dell'innamoramento.Sulla parziale congruenza, nei loro bordi esterni, tra amicizia e amore, già aveva rifletutto Svevo scrivendo da qualche parte "io non riesco a essere amico delle persone brutte". Che già di per sè dice tutto.

Ma basterebbe, a questo proposito, citare un solo film, famosissimo, che si pone proprio questa domanda (come amore e amicizia si distinguono) e, giustamente, non dà risposta: Jules e Jim di Truffaut. Film nel quale ci pare di vedere in trasparenza un libro assai più anziano, Le affinità elettive, che si poneva anni prima la stesa domanda e, guarda caso, (non) dava la stessa risposta. Oppure, abbiamo detto, in un rapporto di amicizia può prevalere quell'ansia di annullamento che ci spinge a lasciarci schiacciare, umiliare dall'altro. E' un altro tema antico, ed è antico perchè è vero: quasi mai le amicizie sono paritare. Anzi, si può dire che prorio nell'asimmetira, che è un'asimmetira che spesso e volentieri cambia segno, sta il motore che la spinge in avanti.Amicizie malate, quelle cioè che estremizzano questa diversità di fondo, sono quelle del bambino protagonista di Agostino di Moravia, oppure quella tra tra il freak e lo studioso in Elephant Man di David Lynch. E si potrebbe continuare. Ma fare elenchi non ci interessa più di tanto. E' importante sottolineare piuttosto che tra le multiformi espressioni che l'amicizia ha avuto in arte nel corso delle storia, non tutte ne rintracciano l'essenza nei sentimenti condivisione, generosità. L'amicizia ha molte forme, alcune anche liminari e disturbanti, e proprio in questi casi, ci pare, l'arte riesce a darne le realizzazioni migliori.


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2. Ambito socio-economico

La riscoperta della necessità del pensare 


Prova Svolta:


2. La riscoperta della necessità di pensare

Non esistono periodi storici in cui l'urgenza del pensiero sia più forte che in altri.
Pensare rende l'uomo uomo e, insomma, non c'è distinzione tra quello che gli uomini sono e quello che gli uomini pensano. Non per niente, la stessa definizione di "pensiero", slegata dalle contingenze storico-culturali dell'epoca, è ardua. Anzi, è un controsenso: perchè le idee nascono sempre nel mondo. Perciò chi ha provato a circoscrivere il concetto, l'ha declinato in termini di "spirito dell'epoca", "temeperie culturale", e così via.
E le definizioni ufficiali dello spirito di un'epoca sono servite di volta in volta a farci vivere meglio dentro quell'epoca medesima. E' connaturata all'uomo un'esigenza forte verso l'autodescrizione: abbiamo bisogno di sapere continuamente che cosa stiamo facendo e chi siamo. Di etichettare il pensiero del nostro tempo - dichiararci storicamente illuministi, romantici, fascisti - per riconoscerci simili agli altri (e, specularmente, ostili a quelli che non sono come noi).
In questo senso, in una certa fase della storia recente, si è parlato di crisi del pensiero. Veniva meno, cioè, un pò dappertutto questa facoltà di denominazione delle cose connaturata all'intelletto. Gli uomini, a un certo momento della storia, non sapevano più che nome darsi. Come dire, avevano finito le etichette.
Questo, come detto, è storia recente.
Naturalmente non parliamo di un evento circonstanziato. Si tratta piuttosto di una galassia di fenomeni, una specie di temperatura collettiva della crisi, che ha influenzato la filosfia, l'arte, le strutture politiche del secondo novecento. Per certi è stata una malattia generale della storia che si trasmetteva alle manifestazioni del pensiero. Percui, per esempio, in filosfia si è criticato - e male interpretato - il pensiero debole come pensiero inerme.
In arte, le neoavanguardie sono state definite per anni autoreferenziali e sostanzialmente anti-comunicative (quando la sostanza del loro messaggio era per una ricostruzione da zero delle categorie storiche del pensiero tout court).
Per altri, questa crisi del pensiero è stata accettata come una scommesa. Chi ha parlato di sfida della complessità, e poi di post-moderno, per esempio, voleva intendere appunto questo: se le cose si rifiutano d'essere denominate, è perchè sono rifratte, plurali, dialogiche. Niente è più racchiudibile in una definizione, hanno detto in molti (tra antropologi, sociologi e politologi), nemmeno l'uomo stesso. Ma proprio in questa differenza, che per altri è stata "crisi del pensiero", stava una nuova richezza.
La scoperta delle politiche della diversità, intorno agli anni settanta, rappresenta una delle eredità più importanti di queste tendenze.
Insomma, la crisi del pensiero, dal secondo dopoguerra, se c'è stata per davvero, non è stata crisi per tutti. E' pur vero, però, che in anni più vicino a noi, abbiamo assistito a fenomeni storicamente verificabili, che vanno al di là delle interpretazioni speculative. Penso ai nostri anni ottanta, stretti tra il riflusso, il crollo delle idologie, un sistema politico sfilacciato, la droga e molta noia: nessuno può negare, oggi, che gli anni ottanta siano stati in Italia gli anni della rinuncia al pensiero. Anche perchè fenomeni analoghi, culminati simbolicamente con il crollo del comunismo, avvenenivano in tutto il mondo. Eppure, conclusi gli anni ottanta, gli anni della frivolezza, l'urgenza di un ripensamento sulla natura dell'uomo è balzata di nuovo in primo piano. La società mediatizzata e globalizzata, dove tutti sono in condizione di conoscere tutto in qualsiasi momento, pone all'uomo nuovi interrogativi e nuove inquietudini. La paura generalizzata, la minaccia/desidero del controllo globale, la sotterranea stanchezza che appesantisce l'arte - situazione unanimamente lamentata da anni: sono i grandi nodi che strozzano il pensiero contemporaneo, che fanno gridare da più parti - come fosse un rito scaramantico - alla fine di qualcosa. La fine della storia, la fine del romanzo, la fine dell'uomo in toto.
Convincere l'uomo a tornare a pensare non è pensabile, nemmeno come gioco di parole. Quello che è sicuro è che al giro di boa del terzo millennio, inneggiare apocalitticamente alla fine di tutto, non serve a niente (se non altro perchè lo si è sempre fatto, a partire dall'anno mille, in ogni momento culminante del processo storico). Sarebbe più utile riconoscere in questa urgenza, in questa fame di idee, più che un sintomo della loro assenza, una spinta forte verso modelli nuovi. Anche perchè, di fatto, l'uomo non ha mai smesso di pensare. Per fortuna. Gli stessi anni ottanta italiani di cui abbiamo provocatoriamente detto sopra, per esempio, nascondono, nel sotterraneo, esperienze di grande richezza che sono venute alla luce solo molto tempo dopo. In politica, per esempio, sono stati gli anni dell'autorganizzazione. In letteratura, gli anni del ripensamento del romanzo, che oggi sta rinascendo (con grande sorpresa di chi lo dava senz'altro per morto). E del recupero della poesia, anche.
Come si vede, tutte le medaglie hanno due facce. Percui, se la necessità di una riscoperta del pensiero, oggi, è un fatto, non necessariamente bisogna collocare questa domanda in un contesto assente. La nostra non è un'epoca in cui il pensiero latita: l'uomo ne sente maggiore necessità perchè la complesità del mondo che ci circonda aumenta esponenzialmente. E' un problema innanzitutto tecnologico, i flussi informativi accelerano e per la prima volta nella storia gli esseri umani si trovano a sapere sempre troppo. Se l'esigenza di trovare etichette resta ancora, e resterà sempre, perfettamente umana, possiamo dire che ormai, anche volendo, non basterebbero abbastanza etichette per definire tutto quello che conosciamo. La necessità del pensiero è necessità di rincorrere l'accelerazione costante del mondo. Che il mondo rallenti, non è possibile - e non è auspicabile - sperarlo. All'uomo che pensa tocca dunque trasformare il suo pensiero per adeguarlo al mondo e agli altri uomini. Abbiamo bisogno di una grana delle idee nuova, non di "più idee". Un pensiero che, probabilmente, dovrà rinunciare a molto di umano, introiettare categorie nuove che gli vengono dal mondo. Rinunciare a vecchie pretese medievaliste (del genere "racchiudere tutto il mondo in una sola parola"), o anche illuministe (la possibilità del controllo totale sul creato, perchè "tuto ciò che esiste viene dall'uomo").
Bisogna accettare senza isterismi e nostaglie un mondo che, oggi, va sempre più emancipandosi dagli individui che lo abitano. Considerare il mondo stesso un individuo pensante, certo con molte imperfezioni e in buona parte incontrollabile: ma che offre anche continue, esaltanti, possibilità di arricchimento.

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3. Ambito storico-politico

La Costituzione democratica per la Federazione Europea


Prova Svolta:

3. Una Costituzione democratica per una Federazione europea


La "Dichiarazione sul futuro dell'Europa" allegata al trattato di Nizza (firmato il 26 febbraio 2001 ed entrato in vigore il 1 febbraio 2003) ha rappresentato il punto di partenza dell'adattamento istituzionale dell'Unione Europea, individuando la necessità di un dibattito ampio e approfondito sul futuro dell'Unione, coinvolgendo tutte le parti interessate: istituzioni, ambienti politici, economici ed accademici, rappresentanti della società civile e l'opinione pubblica.

Inoltre ha puntualizzato alcune tra le principali questioni da affrontare nel processo di riforma: la delimitazione delle competenze tra l'UE e gli Stati membri; lo status della Carta dei Diritti Fondamentali; la semplificazione dei Trattati; il ruolo dei Parlamenti nazionali.

Le fasi fondamentali di tale processo lanciato a Nizza sono state poi definite con maggiore precisione dalla successiva "Dichiarazione sul futuro dell'Unione Europea" approvata dal Consiglio Europeo di Laeken del Dicembre 2001. Il punto nevralgico dell'intero processo è stato individuato nella convocazione di una Convenzione sul futuro dell'Unione, che ha iniziato i lavori nel febbraio 2002: nel giugno 2003 la Convenzione ha trasmesso al Consiglio europeo di Salonicco le parti I e II del progetto del Trattato che istituisce una Costituzione, completando successivamente la parte III e IV.

Il progetto di Trattato costituzionale è composto da: Parte I, che contiene norme propriamente costituzionali; Parte II, che contiene la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea; Parte III, relativa alle politiche dell'Unione; Parte IV, recante le disposizioni generali e finali. Nel Giugno 2004 si è giunti alfine alla discussione dei punti presi in esame del sopra citato trattato. La parte prima e seconda, che racchiudono le norme primarie tipiche di ogni costituzione, sono unite alla terza da un fragile equilibrio, in quanto in quest'ultima emerge un dato nuovo rispetto al passato: il dialogo sociale e il rapporto con le parti sociali.

Vengono quindi trattate le seguenti tematiche: l'integrazione della Carta dei Diritti, il dialogo sociale, la solidarietà, la solidità sociale,il rafforzo dei diritti sindacali e del diritto al lavoro. Dal punto di vista del diritto , all'indomani della II guerra mondiale, rispetto alle carte costituzionali sorte dopo le rivoluzioni del '700, oggi la Costituzione europea si sviluppa in altro contesto. Inoltre, rispetto al passato, questo processo è molto differente, perche' ogni Stato ha diverse esperienze di Costituzione, maturate, soprattutto, in questi ultimi 50 anni. Questo processo giuridico costituzionale costituente, quindi, ha il grosso problema di trovare lo stesso spazio in tutti gli Stati, mentre il principio di unità costituente la Costituzione spesso trova grandi difficoltà a trovare sinergie e accoglienza in tutti gli Stati membri.

Possiamo ben comprendere come tale Costituzione rappresenti una straordinaria occasione di rinnovamento politico per una Federazione in costruzione quale è l'Europa. Quando si parla di Costituzione europea, infatti, bisogna necessariamente far riferimento al federalismo, l'elemento che ha stimolato lo sviluppo europeo del dopoguerra; l'Europa quindi idealmente nasce come una Federazione di Stati.

Il federalismo europeo è organizzato secondo una duplice divisione dei poteri: verticale (a livello europeo nazionale) e orizzontale ( legislativo, esecutivo, giudiziario); nella gestione verticale dei poteri viene adottato il principio della sussidiarietà, ovvero della distribuzione dei poteri di governo su differenti livelli.

Compito dell'Europa federale è, quindi, assicurare l'esistenza agli Stati nazionali privandoli al tempo stesso del loro potere assoluto: solo così sarà possibile ricostituire una sovranità europea. Con l'introduzione del testo Costituzionale, uno degli aspetti più vantaggiosi per l'Europa è rappresentato dalla possibilità dei cittadini europei di diventare i protagonisti di tutto il sistema politico, partecipando alle elezioni di un parlamento che a sua volta è in grado di esprimere la volontà popolare attraverso le leggi. Storicamente, infatti, l'Europa è stata costruita dai governi e non dai cittadini, un'anomalia che troviamo anche nella modalità con cui è nata la Costituzione: essa non è redatta da un'Assemblea Costituente eletta dai cittadini, bensì è scritta sulla base di un'intesa generale dei governi e dai precedenti trattati tra le nazioni sovrane.

Purtroppo questo problema è stato affiancato anche dalla difficoltà di risolvere uno dei problemi più gravi che l'Europa possiede da diversi anni: il cosiddetto "deficit" democratico; infatti il testo costituzionale approvato disegna un sistema politico e istituzionale piuttosto ambiguo, francamente instabile, che testimonia quanto siano presenti dei contrasti a livello politico e ideologico. In Europa esistono ancora da una parte i teorici del Federalismo sopranazionale che, giustamente, considerano il sistema federale l'unico in grado di unire l'Europa, e dall'altra rimangono coloro che sostengono le sovranità nazionali; l'Europa di oggi è il risultato di questa contraddizione e la sua forma di governo, sia quella attuale che quella teorizzata nella costituzione, può essere definita come una via di mezzo tra la federazione, la confederazione e l'intergovernativismo. A rendere instabile il sistema politico europeo contribuiscono diversi fattori, tra cui il mantenimento del diritto di veto, per cui se un solo Stato si oppone a una qualsiasi decisione dell'UE, la decisione viene bocciata o rimandata ad ulteriore revisione finchè non si raggiunge un voto unanime. Ovviamente ciò richiede dei lunghissimi tempi decisionali e impedisce alla Commissione Europea di essere indipendente e ben coordinata da tutti gli Stati membri.

Un altro grave limite è certamente nell'articolo I-59 dove si parla di "ritiro volontario" da parte di uno Stato membro dell'Unione; infatti se "Federalismo" deriva da "foedus" o "patto", l'articolo in discussione dà a tutti gli Stati membri la possibilità di rompere questo patto, riducendo l'Europa a una mera associazione.

Ancora, un altro aspetto negativo che allontana l'Europa dall'essere una Federazione di Stati è l'assenza di un vero e proprio organo responsabile dell'esecutivo, e lo dimostra il fatto che nella Costituzione non si parla di un Governo Europeo, ma si distribuisce il potere esecutivo sia alla Commissione sia al Consiglio dei Ministri; quest'ultimo, che rappresenta direttamente i governi nazionali a livello europeo, accumula poteri esecutivi e legislativi e per questo è definito da alcuni come un organo antidemocratico; dovrebbe inoltre essere rivista anche la figura del Ministro degli Esteri che, sebbene ricopra a livello europeo un ruolo fondamentale, viene definito in maniera poco chiara e ambigua, impedendogli di svolgere le sue effettive funzioni e rendendolo un vero e proprio ibrido politico.

Per rendere l'Europa una Federazione è necessario separare chiaramente il potere esecutivo da quello legislativo, per far sì che il principio della sussidiarietà possa essere applicato correttamente. In tutto ciò resta quindi aperto un quesito fondamentale: che Europa vogliamo? 

Un'Europa pacificata che allontana i conflitti al proprio interno con tanti Stati che faticosamente collaborano, ma anche che si considera come un soggetto sullo scenario mondiale che difende solo i propri spazi, le proprie aree di influenza e che si dimostra sostanzialmente estranea alle contraddizioni epocali di questo inizio del millennio per quanto riguarda il problema del sottosviluppo, dell'ambiente e delle guerre diffuse in tutto il mondo?

Si fa quindi palese la certezza che soltanto con la piena presa di coscienza della necessità di una politica estera ed interna comune, l'Europa riuscirà ad essere una Federazione sotto ogni punto di vista. 


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4. Ambito scientifico

Il principio del tempo - Il tempo della natura, i tempi della storia e quelli della poesia, il tempo dell' animo: variazioni sul mistero del tempo


Prova Svolta:

4. Il tempo


La Recherce di Proust, con tutta probabilità una delle più monolitiche opere dell'uomo dedicate al tempo, si conclude con una specie d'ammissione di inadeguatezza: il tempo non è raggiungibile, il tempo sfugge all'uomo. E' la memoria, per Proust, il sito originario del tempo, il luogo d'elezione dove il tempo si svolge (anzi, s'aggroviglia di continuo su se stesso, si stratifica, sempre si riorganizza, e arriva addirittura a involversi). Il tempo in Proust più che a una linea assomiglia a un ipertesto, strati di passato cronologicamente lontanissimi possono diventare all'improvviso complanari, semplicementi inzuppando la famosa maddelana in una tazza di tè. Così pure, all'inverso, certi attimi del presente possono dilatarsi all'infinito, estendersi e avvolgerci, come quando ci annoiamo o siamo malati.Una cosa, del tempo, è sicura: che il tempo passa. 

Eppure, ci dice Prust, certe volte non passa, e certe altre passa a singhiozzi. In più, ha lo scomodo vizio di ritornare sui suoi passi, di ricalpestare le sue stesse orme, di scattare all'improvviso in avanti, facendoci ritrovare all'improvviso vecchi e inermi, come succede al barone di Charlus.D'altra parte tutta la storia dell'uomo, vista da questa prospettiva, ci sembra una lunga marcia contro il tempo. "Contro" non nel senso di cambio di direzione: il tempo e la storia, sulla carta vanno nella stessa direzione: in avanti, sempre, disperatamente, in avanti.

La storia dell'uomo è contro il tempo nel senso differenziale del termine. L'uomo ha sempre desiderato incarnare il tempo portandolo al grado zero. Sollevarsi sul tempo, galleggiarci sopra, insomma neutralizzarlo: è questa la spinta che anima ogni gesto dell'uomo. Andare contro il tempo è quello che ci fa vivere e ci ha fatto evolvere. Tanto più freneticamtne quanto più forte era questa spinta, questo terrore del tempo. Paradossalmente, il tempo ha sempre spinto l'uomo ad assecondarlo, sforzandosi di vincerlo: perchè, ovviamente, più si vive più si è nel tempo. 

Tutta la storia del'arte, le religioni (viste con sguardo feuerbachiano), sono un coro gigantesco che canta l'oltrepassamento del tempo. Ma nel contempo lo celebra (quale segno quanto il segno artistico è calato nel tempo, intriso di tempo, consustanziale ad esso?).Di fatto l'uomo tanto è terrorizzato dal tempo, quanto a conti fatti ne ha un bisogno necessario. Al punto che cerca di approppriarsene, di farne cosa sua. Dice bene Tabucchi quando parla della storia, che è diversa dal tempo, perchè è un racconto: la storia è il tentativo dell'uomo di rappezzare un suo proprio tempo in miniatura. Un tempo liofilizzato, ridotto in date nomi scadenze, che serve a darci l'illusione di un piccolo intervento nostro sul passare dei secoli. Gli storiografi covano tutti il desiderio incoffessabile che, scrivendo alla fine del loro manuale "fine della storia", il tempo nell'universo davvero si fermasse. Sapendo di combattere una battaglia già persa, non lo fanno: così quando noi leggiamo l'ultima data dell'ultima pagina del manuale restiamo con l'amaro in bocca, e non sappiamo spiegarcelo. E' che ci sorprende, in realtà, che il tempo, anche chiuso il libro, continui a esistere, non si sia fermato con quell'ultima data.Del resto, che succederebbe se il tempo davvero si fermasse?

Un religioso si aspetterebbe senz'altro Dio o qualcosa di simile (Camilleri cita giustamente Sant'Agostino, per il quale "il tempo scorre solo per noi". Fuori dal tempo l'essere è parmenideo: circolare, concluso, perfetto, percui divino).

Qualcun'altro immaginrebbe uno stato di sinergia completa e totale con tutti gli uomini e tutte le cose. Una specie di stato di compresenza di tutte le idee, una quescienza cosmica, dove l'uomo è in contatto con tutti e con tutto. E anzi, l'uomo smette di esistere, e diventa all'istante (ma non ci sono più istanti, è così da sempre) tutto quello che conosce, cioè diventa tutto. E' l'Urlich musiliano (ma anche i personaggi trasognati e inconsapevoli delle sue opere giovanili).

Altri ancora potrebbero pensare all'esistenza fuori dal tempo come, semplicemente, il congelamento eterno dell'eterna partita che vede il tempo, di era in era, sempre vincitore. Una specie di fermo immagine del Settimo sigillo: con la morte perenemmente immobile, bianca e vuota in faccia, che aspetta. E dall'altra parte della scacchiera, l'uomo dubbioso, fermato fino all'infinito nell'atto di scegliere il pezzo che va mosso. 


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TIPOLOGIA C: Tema storico

I due volti e le ambivalenze del Novecento: Da un lato esso è un secolo di grandi conquiste civili, economiche, sociali, scentifiche, tecniche, dall' altro è secolo di grandi tragedie storiche. Rifletti su tale ambivalenza del ventesimo secolo, illustrandone i fatti più significativi


Prova Svolta:

Il Novecento, il secolo della bella epoque', il secolo dei grandi rivolgimenti e dei grandi ideali, si è concluso in quella notte, scintillante di speranze e promesse, del 31 dicembre 1999, la porta aperta sul nuovo millennio.

Eppure, passati al di là della soglia, come novelli Orfeo volgiamo indietro lo sguardo, senza poter fare a meno di cogliere le antitesi non risolte, le laceranti contraddizioni che hanno animato quello che Hobsbawm ha definito "il secolo breve" : immagine speculare e allo stesso tempo distorta di se stesso, il Novecento può essere anche definito come il secolo degli opposti, spinti ad un livello estremo, nel convivere di ricchezza e miseria, democrazia e dittatura, progresso e barbarie. 

Tra le molteplici sfaccettature, uno degli aspetti più paradossali è certamente la conquista di una tecnologia sempre più avanzata e la drammatica incapacità di usare la stessa, nel raggiungere e garantire diritti sociali, etici e politici, se non pagando prezzi altissimi in termini di risorse e vite umane.

Due conflitti mondiali dilaniarono il primo Novecento, lasciando un'indelebile impronta sull'umanità tutta, ma due dopoguerra, con i loro trattati e promesse di pace, non furono sufficienti a fermare altri conflitti, armati e non, che insanguinarono la seconda metà del Novecento. 

Come dimenticare d'altronde il crollo dei regimi dell'Est in lotta contro i loro regimi, la "guerra fredda", l'apartheid?

Conflitti irrisolti a tutt'oggi, sottolineo: hanno semplicemente cambiato locazione geografica, ed hanno meno risonanza poiche' occultati da Stati con solo un'adesione formale alla Convenzione di Ginevra e alla Dichiarazione dei diritti umani. Nonostante questi rovinosi accadimenti, come l'araba fenice il Novecento riuscì sempre a risorgere dalle proprie ceneri, animato da uno spirito sempre più orientato verso gli ideali di giustizia ed uguaglianza, spinto da uomini e donne imbevuti di coraggio e capacità di smuovere le grandi masse: Matteotti, Gandhi, Martin Luther King, madre Teresa di Calcutta, luminosi esempi e monito per le generazioni future.

La biografia politica del secolo appena trascorso ha visto evolversi e crescere il senso di unità nazionale dapprima, seguito dai basilari concetti di democrazia e libertà, assicurati da legislazioni e organi politici non più nelle mani di pochi eletti ma da rappresentanti eletti dal popolo sovrano: le nazioni, da chiuse com'erano nel loro nucleo socioeconomico, si aprirono via via ad una politica di più ampio respiro,atta a garantire la pace e la cooperazione, ratificata al dunque nel 1945 con la fondazione della NATO. Sorprendente e quasi incredibile è stato certo il progresso della tecnologia, sempre più specializzata e indirizzata verso mete un tempo irraggiungibili, come raggiungere la Luna, arginare le epidemie, creare macchinari sempre più sofisticati per azzerare le distanze e velocizzare i tempi del lavoro manuale: il Novecento sembra davvero un lungo elenco di scoperte scientifiche, ricco di pionieri in ogni branca del sapere.

Sebbene lo sviluppo della sopraccitata tecnologia abbia di molto facilitato la vita dell'homo faber novecentesco, non si può generalizzare ne' tantomeno affermare che ciò sia vero per tutti: una parte del mondo è rimasta schiacciata tra gli ingranaggi di questa gioiosa evoluzione, beneficiando forse solo di riflesso di tali innovazioni. Un miglior stile di vita, determinato dall'espansione economica delle nazioni più "evolute", non è assolutamente garantito nel Sud del mondo, in cui ancora la principale causa di morte è la fame. Questi dunque è il bagaglio che il Novecento ci ha lasciato, un complesso incastro di luci ed ombre difficile da valutare e da inquadrare in un'unica accezione, disarmonico ritratto di un'umanità in continua evoluzione e in lotta contro se stessa.


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