Tracce maturità anni precedenti -> 2005 - 1a prova - Parte 1

TIPOLOGIA A: Analisi del testo

Dante Alighieri, Commedia, Paradiso, XVII, vv.106-142 (ediz. nazionale, 1967). L’avo Cacciaguida indica a Dante il dovere di proclamare le verità, anche se scomode. Nel brano parla per primo Dante, Cacciaguida risponde.

Prova Svolta:
1. Comprensione del testo/parafrasi

“Vedo chiaramente, padre mio, come si affanna
il tempo nei miei confronti, per sferrarmi un colpo tale,
che è più doloroso per chi più si abbatte;
per la qual cosa è bene che io mi premunisca di provvidenza
cosicche', quando verrò allontanato dal luogo a me più caro,
io non perda altri luoghi di rifugio a causa dei miei versi.
Giù attraverso il mondo del dolore senza fine,
e su per il monte dalla cui bella vetta
gli occhi della mia donna mi innalzarono fin qui,
e in seguito per il Paradiso, di luce in luce,
ho potuto apprendere ciò che se ora riferisco,
sarà per molti di aspro sapore;
e d'altra parte se io mi comporterò da amico ,
temo di non vivere nella memoria
dei posteri.”
La luce in cui risplendeva il mio tesoro
Che io trovai lì, si illuminò,
come un raggio di sole in uno specchio d'oro;
e in seguito rispose: “Chi ha la coscienza sporca
o per sua colpa o per colpa di altri
sentirà le tue accuse come violente.
Ma nonostante questo, rimuovi ogni falsità,
e manifesta per intero la tua visione;
e lascia pure che si gratti chi ha da grattare.
Perche' se le tue affermazioni saranno moleste
inizialmente, saranno poi nutrimento vitale
quando verranno digerite.
Questo tuo grido agirà come il vento
che agita le cime più alte;
e ciò non è piccolo motivo di onore.
Perciò ti sono mostrati in questi cieli ruotanti
nel Purgatorio e nell'Inferno
soltanto le anime illustri,
perche' l'animo di chi ti ascolta, non ripone fiducia
se usi esempi
di origine ignota e oscuri,
o argomenti poco evidenti.”

2. Analisi del testo

2.1 La presenza di Cacciaguida nel canto XVII del Paradiso non è casuale ne' legata ad un contesto familiare ma è da inserire in un contesto più ampio perche' con questo incontro si delinea chiaramente la missione politica e morale, su base religiosa, del poeta. Nel XVII il tema si concentra principalmente intorno alla questione dell'esilio, a lui già preannunciata nell'Inferno e di cui chiede conferma all'illustre antenato. Cacciaguida, che vede direttamente in Dio le vicende future e le cui profezie non sono quindi fallibili, prevede l'esilio e preannuncia a Dante le difficoltà che incontrerà in quel difficile momento della sua vita: sottolinea in particolare la lontananza dagli affetti, l'umiliazione di dover chiedere ospitalità e la triste consapevolezza che acquisirà ben presto Dante in merito alla stoltezza dei suoi compagni di partito e che lo spingerà a far affidamento in seguito solo su se stesso. Nei versi da prendere in esame viene esplicitato al trisavolo un dubbio -“io cominciai, come colui che brama, dubitando ”, vv.103-104-, di Dante in merito alle possibili conseguenze di una sua rivelazione su questa sua esclusiva esperienza nell'al di là. La sua incertezza sul futuro è mitigata da una triste certezza, quella dell'esilio, e per questo nel rivolgersi al trisavolo il poeta sembra molto scoraggiato:

“si come sprona
lo tempo verso me, per colpo darmi
tal, che è più grave a chi più s'abbandona.”

Dalle sue parole sembra che persino il tempo stia congiurando contro di lui, incalzando per sferrare il colpo più "grave", nel senso di doloroso per il poeta, ed è chiaro il riferimento all'esilio. Ma il suo vero timore, una volta avuta conferma dell'esilio, è quello di poter perdere oltre alla patria anche la possibilità di trovare ostilità altrove a causa della rivelazione delle sue visioni ultraterrene e dice quindi:

“si che, se loco m'è tolto più caro,
io non perdessi li altri per miei carmi.”


L'incertezza di Dante e il suo senso di smarrimento sul da farsi risultano evidenti anche pochi versi più avanti:

“ho io appreso quel che s'io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume;
e s'io al vero sono timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico.”

Il libero arbitrio dell'uomo che gli concede così tanta libertà sembra invece a Dante quasi una condanna perche' lo mette di fronte ad una scelta molto difficile che dimostra il suo limite di essere umano e lo spinge a chiedere consiglio al suo illustre antenato. Da solo Dante non riesce a scegliere perche' entrambe le possibilità che gli si presentano hanno in realtà dei possibili risvolti negativi: nel caso scegliesse di riferire ciò di cui è venuto a conoscenza rischierebbe di perdere tutto, nell'altra eventualità, quella di tacere, i posteri non avrebbero memoria del poeta ne' della sua incredibile esperienza.

2.2 I versi in cui il poeta ripercorre il suo viaggio ultraterreno vanno dal 112 al 115 e sono:

“Giù per lo mondo sanza fine amaro,
e per lo monte del cui bel cacume
li occhi della mia donna mi levaro,
e poscia per lo ciel, di lume in lume”

Vengono menzionati i tre “regni” visitati da Dante nell'ordine in cui effettivamente sono stati visitati dal poeta: il primo è l'Inferno definito ‘il mondo sanza fine amaro' perche' è il luogo dell'eterno dolore; il riferimento al Purgatorio è ovvio nel “monte” dalla cui vetta gli occhi di Beatrice lo condussero poi al “ciel”, l'ultimo regno e cioè il Paradiso in cui si concluderà il viaggio di Dante. In seguito, nei vv.136-137, anche Cacciaguida parla delle tappe del viaggio di Dante ma il percorso viene ricordato al contrario partendo dal regno in cui si trova il trisavolo:

“Però ti son mostrate in queste rote,
nel monte e ne la valle dolorosa”

Sono differenti anche i termini con cui Cacciaguida si riferisce a questi luoghi: per il Paradiso parla di “queste rote” dandone una descrizione più fisica; il Purgatorio è anche per lui identificato come il “monte”, mentre l'Inferno da luogo di eterna sofferenza è divenuto “la valle dolorosa”. In questo diverso modo di elencare e nominare i regni si può sottolineare la differenza che intercorre tra i due personaggi, l'uno ancora vivo e coinvolto nei problemi del mondo terreno e l'altro un'anima beata ormai libera dalle preoccupazioni e dai tormenti terrestri. È dunque inevitabile che Dante incentri, ad esempio, la sua definizione dell'Inferno sull'aspetto temporale, “sanza fine”, della pena così come rispetti la successione cronologica della sua esperienza.

2.3 La metafora più bella che Dante utilizza per alludere alle critiche e alle accuse nei confronti dei potenti è quella che viene proferita da Cacciaguida nei vv.133-134:

“Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime percuote”

In cui la denuncia di Dante viene paragonata al vento la cui forza è in grado di scuotere le cime più alte degli alberi, e quindi il riferimento è alle cariche più alte che le rivelazioni di Dante potrebbero minare.

2.4 Nel rivolgersi all'antenato Dante usa inizialmente due appellativi, molto affettuosi, in maniera molto spontanea; in questo caso non sembra ci si trovi di fronte alla tecnica dantesca della captatio benevolentiae perche' non necessaria al poeta che ha già ampiamente ottenuto il rispetto del beato, quanto piuttosto si tratti di una ulteriore conferma di stima e affetto. Nel primo caso si rivolge a Cacciaguida definendolo “padre mio” per sottolineare il ruolo di fidato consigliere e guida che lo spirito dovrà rivestire per Dante; nel secondo caso ne parla come del “mio tesoro” che può essere sia una ulteriore dimostrazione di legame affettivo, che essere legato alla luce che avvolge le anime degli spiriti militanti e che li fa apparire a Dante come un'enorme croce luminosa dalla quale si distacca Cacciaguida per dialogare con Dante, che riluce ugualmente come un tesoro prezioso.

2.5 Dei termini in rima sembrano interessanti quelli che si trovano nella prima terzina e precisamente in conclusione del verso 106 ‘sprona' e del 108 ‘s'abbandona' perche' sottolineano l'antitesi espressa nei versi tra l'incalzare del tempo e la disperazione del poeta. Nei vv.125-129 si incontrano altri tre termini significativamente in rima: ‘vergogna' v.125, ‘menzogna' v.127 e ‘rogna' v.129. Risulta importante la sequenza di queste parole che evidenziano ancor di più la disapprovazione di Cacciaguida nei confronti dei potenti e rendono ancora più necessarie le rivelazioni di Dante.

2.6 Il metro dantesco nella Divina Commedia è la terza rima o rima incatenata. I versi delle terzine dantesche sono tutti endecasillabi a rima alternata, riuniti in terzine o gruppi di tre versi a loro volta riuniti in gruppi più ampi secondo lo schema ABABCBCDC…YZY Z.

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TIPOLOGIA B: Saggio breve/articolo

1. Ambito artistico - letterario
L’aspirazione alla libertà nella tradizione e nell’immaginario artistico-letterario.

Prova Svolta:

TIPOLOGIA B Redazione di un "SAGGIO BREVE" o di un "ARTICOLO DI GIORNALE"
1. AMBITO ARTISTICO - LETTERARIO


1 Saggio breve 

Dal mondo classico ai giorni nostri: la fondazione di una civiltà della libertà

Una simile impostazione sfrutta i materiali proposti dal Ministero, in particolare quelli relativi al mondo classico, della letteratura latina e italiana delle origini. Potrebbe quindi partire da un capitolo intitolato

La fondazione dell'idea di libertà nell'epica latina e delle Origini

La continuità fra Omero e Dante suggerita qui è evidente, e merita di essere sottolineata: è, implicitamente, il suggerimento di una continuità fra il mondo classico e la nostra letteratura.
Nel lungo brano dell' Iliade è descritta una scena familiare, un colloquio fra Ettore e Andromaca, che mostra un legame fra la società e la famiglia, in cui l'aspirazione alla libertà è il fondamento irrinunciabile, al punto tale che la preoccupazione più grave di Ettore è la futura sorte di schiavitù che attende la moglie. Allo stesso modo, nel passo del Purgatorio di Dante il personaggio centrale è Catone Uticense, che viene fatto oggetto di una captatio benevolentiae da un altro illustre personaggio del mondo classico, Virgilio. Catone, come Ettore, ebbe il coraggio estremo, morendo per mano propria, di rinunciare al più caro affetto, quello della moglie Marzia, pur di essere coerente verso il suo anelito alla libertà. A questo fatto non manca di alludere poco più avanti lo stesso Virgilio. In entrambi i casi, dunque, viene suggerita l'idea che la libertà sia il bene fondamentale, irrinunciabile, su cui porre le fondamenta per una civiltà, a partire dallo stesso nucleo centrale, dall'unità stessa sociale, cioè la famiglia.

La libertà della nazione: la ricerca di un ideale comune per gli Italiani

Dopo aver mostrato quanto sia importante lo spazio della tradizione, che offre i modelli da cui partire, il secondo capitolo verte sul lungo, faticoso cammino degli Italiani verso la libertà dell'Italia. Attraverso pietre miliari della letteratura, ancora una volta: Machiavelli e Manzoni. Il Principe di Machiavelli è l'antenato di un saggio moderno, in cui ancora, come negli esempi epici che abbiamo visto, è un protagonista monolitico, un personaggio centrale forte, a rappresentare sinteticamente il concetto fondamentale. In particolare, però, Machiavelli comincia a porre l'accento su un'idea politica nuova rispetto alle origini, a Dante stesso: quella di libertà della nazione italiana. Ed è Manzoni che raccoglie quest'eredità, stavolta: un autore del periodo romantico italiano, periodo che coincide con quello risorgimentale. Manzoni non continua, ne' in quest'ode, ne' nel celebre coro dell'Atto III dell' Adelchi , con la tradizione di mettere in primo piano un personaggio-simbolo per rappresentare con tutta la forza di un'immagine la sua idea di libertà. Preferisce, al contrario, mettere in primo piano la storia delle folle, gli eventi creati dagli anonimi, la pluralità contrapposta alle singolarità. E' quanto continueranno a fare, raccogliendo a loro volta la sua eredità, gli scrittori del Novecento.

Il Novecento e la libertà: dall'Italia al mondo

Anche qui, accettando i suggerimenti offerti, si può parlare degli esempi letterari italiani, e non solo: in primo luogo uno scrittore «di passaggio» dall'Ottocento al Novecento, Verga, il cui ruolo è di importanza capitale anche perche' sarà il caposaldo letterario del Neorealismo. Poi, appunto, gli autori del grande movimento «spontaneo» del Neorealismo, che attuano un aspetto nuovo che va messo in luce nell'ultima parte del saggio: l'idea di libertà non è più quella «nazionale» propria di Manzoni e del Risorgimento, ma è diventata più ampia, include il mondo. Nel nuovo, torna l'antico: l'idea di una «civiltà della libertà» che non sia soggetta a distinzioni e divisioni, ma che viva ovunque esiste il rispetto per questo valore, valido dalla famiglia al mondo politico, dagli affetti primari ai coinvolgimenti collettivi.
Così potrebbero essere citati autori che hanno fatto dell'indagine sui soprusi contro la libertà il centro della loro opera: Carlo Levi e Primo Levi, Elio Vittorini, che ha unito il realismo della guerriglia partigiana urbana alla nostalgia per una condizione umana simile a uno «stato di natura» di cui la libertà è una componente spontanea, appunto naturale. Dato che si tratta di Neorealismo, il parallelismo col cinema permetterebbe di passare dall'ambito strettamente italiano a quello europeo, per esempio con Germania anno zero Paisà di Roberto Rossellini, in cui il rapporto fra Americani «liberatori» ed Europei «liberati» viene rivisitato dall'inedita angolatura dei giorni immediatamente seguenti la fine della guerra.
Non dovrebbe mancare da questo elenco il romanzo di una scrittrice, L'Agnese va a morire di Renata Viganò, in cui ancora una volta si incontra il connubio valori familiari/libertà, nella tragica vicenda della donna partigiana che da una condizione normalmente «femminile» passa a una scelta di totale libertà, anche intesa come libertà di sacrificare la propria stessa vita. Agnese, di nuovo personaggio-simbolo, potrebbe degnamente chiudere un saggio dalla struttura circolare.

2 Articolo di giornale

L'arte della libertà

Un articolo potrebbe più facilmente includere le suggestioni sia della letteratura sia dell'arte, scarsamente presente nel materiale proposto dal Ministero. E potrebbe essere la recensione di una mostra di grafica, in cui il tema della libertà è affrontato attraverso le illustrazioni delle copertine dei più famosi romanzi del Neorealismo.
Si potrebbero così confrontare, per esempio, le copertine delle prime edizioni di Se questo è un uomo La tregua di Primo Levi con quelle di Fontamara di Ignazio Silone, in modo da mettere in rilievo due diverse modalità di indagine dell'idea di libertà. Entrambe però basate sul medesimo imprescindibile fondamento: che la libertà individuale è sacra e deve improntare di se' le regole sociali, bloccando ogni sopraffazione e violenza.
E' quanto metterebbero in rilievo anche le copertine di opere come Metello di Vasco Pratolini e Il meridionale di Vigevano di Lucio Mastronardi, in cui i problemi di una nazione libera si manifestano nei micro-attentati quotidiani alla libertà e alla dignità personale.

3 Intervista

Libertà, storia e immaginazione nell'epica di Ridley Scott

L'intervista a un regista molto noto, come Ridley Scott, che affronta grandi tematiche con piglio epico, da inglese che ha a disposizione i mezzi dei colossi cinematografici americani, permetterebbe di affrontare il tema della libertà in modo molto originale. E permetterebbe di indagare l'argomento sia dal punto di vista della tradizione, sia da quello della modernità e dell'attualità. Infatti in una tale intervista, pensata per esempio per un settimanale molto diffuso come «Panorama», o «Il Venerdì» di «Repubblica», o il «Magazine» del «Corriere della Sera», il regista, stimolato da opportune domande, metterebbe in evidenza le fonti letterarie della sua ispirazione, in particolare per film come Gladiator Kingdom of Heaven . L'idea nasce dalla recente discussione a distanza fra Ernesto Galli della Loggia e Paolo Mereghetti apparsa il 21 e il 22 giugno 2005 sul «Corriere della Sera» sul diverso modo di affrontare la storia da parte del cinema americano e quello europeo. Ridley Scott è l'esempio del possibile incontro fra tradizione e modernità, cioè nel suo caso fra Europa e America. E, per quanto riguarda il tema della libertà, incontro fra tradizione del rispetto assoluto della «cosa pubblica» di epoca romana, vista nel momento della sua decadenza tardo-imperiale e idea moderna di libertà individuale. Il suo gladiatore è un personaggio-simbolo di questa idea, presente nel mondo classico in figure letterarie memorabili, come appunto i difensori di Troia e gli eroi della pietas familiare di Virgilio: fa riflettere sull'indispensabile presenza della libertà per garantire anche la serenità della famiglia, oltre che l'integrità della società.
Così il crociato Balian di Ibelin, protagonista di Kingdom of Heaven è il personaggio-simbolo del conflitto fra potere oppressivo e libertà di scelta individuale, quest'ultima fondata a sua volta su valori assoluti di integrità, onestà, rispetto del bene proprio e altrui. Nella vicenda personale di Balian si intreccia quella del difficile rapporto di popoli molto diversi ma non necessariamente nemici, che permette di riflettere anche sull'importanza della libertà di religione, fondamentale per una pacifica convivenza. Ancora una volta, l'esempio di un tentativo di fondazione di una civiltà della libertà, antica e attualissima, che potrebbe avere nel poema dantesco il suo corrispettivo letterario, laddove Dante, pur da difensore esclusivamente del messaggio cristiano, pone a fondamento della sua universalità proprio una pace nata nel rispetto della libertà, e garantita da un impero fondato sui valori di giustizia sociale e fratellanza.
Inevitabili poi gli spunti a parlare della realtà contemporanea, dibattuta fra tirannidi e democrazia, fra aspirazione alla libertà universale di culto e persecuzioni e guerre di religione, con tutti i confronti letterari possibili.

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2. Ambito socio-economico
Il viaggio: esperienza dell’altro, formazione interiore, divertimento e divagazione, in una parola, metafora della vita.

Prova Svolta:

TIPOLOGIA B Redazione di un "SAGGIO BREVE" o di un "ARTICOLO DI GIORNALE"

2. AMBITO SOCIO - ECONOMICO

Esiste un'opera nella letteratura di tutti tempi che riassume - forse integralmente - i significati concreti e simbolici legati al tema del viaggio: l'Odissea di Omero. Il viaggio di Ulisse è un viaggio di ritorno ( nostos ), dalla guerra < di Troia > alla sua nativa Itaca, la patria abbandonata e ritrovata insieme alla moglie Penelope ed al figlio Telemaco. Quindi il viaggio può essere considerato inizialmente nella sua circolarità ( partenza / percorso / arrivo e recupero ) ove emerge soprattutto la finalità ultima della meta, del raggiungimento di uno scopo ( la ricongiunzione, la riconquista definitiva della stabilità attorno ai valori originari ). 
Ma immediatamente, rileggendo attentamente la vicenda di Ulisse, si nota che il viaggio non può consistere solo nell'approdo al porto finale, ma piuttosto nel superamento di mille pericoli, ostacoli, prove e nella verifica di mille esperienze. Il viaggio diventa prova di conoscenza, nel senso più ampio del termine. 
Esso è lo stimolo naturale alla ricerca del nuovo, l'istintiva attrazione / repulsione per ciò che ci è estraneo, la misura della distanza che ci separa dalle realtà sconosciute, la sfida al confronto, l'abilità di relazionarsi con il diverso da noi, la capacità di adattamento a situazioni imprevedibili. 
Narrativamente l'Odissea propone queste articolazioni tematiche attraverso le avventure che toccano Ulisse: il mondo meraviglioso di mostri ( Polifemo ) maghe ( Circe ), sortilegi ( le Sirene ) e tentazioni minacciose ( Calipso ). Ma l'Odissea rivela anche un'interessante varietà di atteggiamenti nel carattere del navigatore-viaggiatore Ulisse: la tenacia nel sopportare le avversità naturali ( tempeste ), l'astuzia nell'aggirare pericolosi imprevisti ( Polifemo ), la temerarietà nel varcare la sfera del conoscibile ( viaggio agli Inferi ), l'abilità retorica nel narrare le varie tappe della sua peregrinazione ( il racconto ad Alcinoo ), l'eroismo ed il coraggio fisico, il gusto del rischio e dell'avventura. 

Dunque il significato del viaggio è soprattutto nel suo percorso: la meta può materializzarsi in modo imprevedibile e talvolta può addirittura sfuggire, può essere perennemente e vanamente inseguita. 
Nell'elaborazione del mito di Ulisse che Dante propone nel canto XXVI dell'Inferno di Ulisse emerge una nuova interpretazione del mito di Ulisse, contrassegnato da una sete conoscitiva sfrenata ( e colpevole per Dante ) che lo porta alla morte, legata al suo peccato di superbia nei confronti dei decreti divini. 
La violazione del sacro è un' altra delle minacce oscure che attendono chi si inoltra nei territori sconosciuti ma eccitanti della scoperta. La rivelazione di ciò che non appartiene alla nostra cultura spesso è misteriosa e rischiosa risulta l'imperfetta interpretazione dei segni proposti a chi perlustra l'ignoto da parte del divino 
( Coleridge ). 

Il viaggio in mare è del resto metafora della vita. Essa è come una navigazione che si concluderà in un porto assalito dalla tempesta. L'esistenza ( la nave) è destinata a perdere la sua guida (la ragione) ed il poeta che rappresenta il dramma umano, si sente in balia di se stesso. 
L'interpretazione dantesca del viaggio di Ulisse nell'emisfero delle acque come folle volo indirettamente anticipa una valenza importante del tema nella letteratura ottocentesca e novecentesca. Il viaggio diventa sempre più metafora dell'abbandono, il navigante si fa naufrago nei gorghi dell'esistenza, la meta si annulla nella ricerca dell'illimitato, dell'informe, dell'infinito. ( P. Collini, Wanderung, il viaggio dei romantici ). 
Il primo personaggio letterario che - modernamente - si affida alla legge del mare come sfida agli spazi chiusi della storia e della vita sulla terra è Robinson Crusoe. Anch'egli vive le tappe della tradizionale esperienza: la partenza, il naufragio e l'esilio in un'isola, il ritorno. Robinson controllerà pienamente le realtà minacciose ed estranee alla sua cultura e la sua logica pragmatica e mercantile, nell'isolamento, avrà modo di sperimentare tutta la sua efficienza, tanto da imporla come unica legge della realtà. 
Il Settecento illuminista inaugura anche un altro tipo di viaggio: il Gran tour. Con l'espressione si e' soliti definire il viaggio di istruzione e di formazione, ma anche di divertimento e di svago, e perche' no di avventura, che le e'lites europee, e americane poi, intraprendono attraverso l'Europa. Protagonisti indiscussi del Grand Tour sono i giovani che hanno appena concluso gli studi. Con il viaggio, la loro educazione si completa e si perfeziona: le solide conoscenze apprese nelle università si fanno più duttili, si arricchiscono dell'uso di mondo, si aprono alla moda, al gusto e alla competenza estetica, si completano con la conoscenza comparata degli uomini e delle nazioni. A viaggiare sono anche diplomatici, filosofi, collezionisti, amatori d'arte, romanzieri, poeti, artisti. Meta privilegiata e' l'Italia, culla della civiltà e dell'arte. 
Tra le esperienze di viaggio più famose in questo senso quelle di Goethe, Byron, Stendhal 
Tutta particolare l'esperienza di V. Alfieri che farà dei suoi viaggi europei una tappa importante della sua presa di coscienza delle contraddizioni della società di corte settecentesca e sperimenterà le seduzioni dei solitari paesaggi nordici, nutrendo una sensibilità squisitamente romantica. 

Con il procedere del tempo l'abbandono degli spazi rassicuranti della propria terra e della propria società sarà sempre meno funzionale ad una riconferma dei valori acquisiti. Il viaggio - come percorso da leggersi soprattutto per le tappe che propone alla riconquista del proprio io - assume dimensioni sempre più conturbanti, ove si assolutizza la frattura tra stabilità e di-versione, tra padronanza certa di valori ed estraniazione dalla storia. Il tema dell'esilio, come forzoso allontanamento dalla patria, è motivo doloroso presente in molta letteratura romantica. 
A livello simbolico il mare aperto, spazio sconfinato della solitudine è la vera dimensione conturbante dove il naufragio è sempre possibile, mentre le isole felici - simboli topici dell'abbandono e dell'oblio - vengono inseguite come luoghi dell'interiorità, dove la natura sembra proteggere l'utopia di un mondo intatto e irraggiungibile nella sua separatezza. Dal topos dell' isola felice, del buon selvaggio, del paradiso perduto....germinerà anche il motivo dell'esotismo ( come idealizzazione di forme di civiltà intatte che incarnano una purezza estranea alla civiltà occidentale). 
Il mito di Ulisse, reinterpretato da un po' tutte le età, viene ripreso nel Novecento, proprio per gli elementi di apertura ed ambiguità che racchiude. Sono le motivazioni al viaggio di ricerca esistenziale che rendono vitale questo mito. La ricerca avviene essenzialmente nella dimensione interiore ed inconscia . 
Rimbaud nel suo Battello ebbro ripropone un'evanescente metafora del viaggio come frattura, totale allontanamento da ciò che è noto... ma soprattutto come perdita di sensibilità, pieno abbandono alla tenue oscillazione delle acque, all'ondeggiamento, alla fluttuazione... che richiama una tutta originale forma di purificazione quasi infantile. 
Pascoli ripropone invece nell'Ultimo viaggio un Ulisse esule, sconfitto, alla vana ricerca di una verità superiore, che incontra la morte nell'isola di Calipso dopo una vana interrogazione sul senso della vita. 
Infine l'Ulisse di Joyce ripropone ancora il topos dell'eroe viaggiatore, ambientando questa volta la vicenda nella moderna città di Dublino, sede della vana ricerca di senso della vita da parte dell'uomo moderno, proteso a dare significato alla banalità del quotidiano, in un flusso inesausto di pensieri. 

Il viaggio dunque racchiude una sostanziale polarità tra la fedeltà alle radici della terra natale, della patria, dei valori della società in cui si vive e la scommessa della ricerca, della conoscenza piena dell'altro. E' rischio di perdita ma anche promessa di conquista, è speranza di ritorno ma anche abbandono angoscioso all'ignoto.

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3. Ambito storico-politico
Crollo dei regimi nazionalistici, “guerra fredda” e motivi economici agli inizi del processo di integrazione europea.

Prova Svolta:

TIPOLOGIA B Redazione di un "SAGGIO BREVE" o di un "ARTICOLO DI GIORNALE"

3. AMBITO STORICO - POLITICO

Il cammino storico che ha portato all'integrazione europea si è compiuto in modo apatico e tortuoso. 
La conclusione della II Guerra Mondiale e l'inizio della Guerra Fredda sancirono la fine dell'egemonia delle potenze europee sul resto del mondo. I nuovi protagonisti dell'equilibrio internazionale erano gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, mentre i paesi dell'Europa Occidentale si trovavano divisi in due blocchi contrapposti, sotto l'influenza delle due superpotenze. Le condizioni degli europei apparivano più che mai contraddittorie: in primo luogo, gli europei avvertivano la crisi della potenza dei loro stati, rimpiangendo l'eredità di un passato che aveva fatto dell'Europa il centro degli stati nazionali forti; in secondo luogo, con la fine della guerra alcuni stati come l'Inghilterra e la Francia godevano ancora di una certa importanza sul tessuto mondiale a differenza dei paesi sconfitti come l'Italia e la Germania Federale che ricoprivano un ruolo marginale. L'Europa occidentale restava così percorsa da contrapposizioni politiche, ideologiche sociali ed economiche decisamente laceranti.

In un simile quadro i paesi Europei del blocco occidentale, spinti dall'insostenibile situazione di debolezza e di dipendenza nei confronti delle superpotenze si diressero verso una politica di collaborazione reciproca. 
Il processo di integrazione europea iniziò nel 1951 quando sei nazioni, l'Italia, la Francia , la Repubblica Federale di Germania, il Belgio, i Paesi Bassi e il Lussemburgo diedero vita, con il Trattato di Parigi, alla prima organizzazione comune, la Comunità del Carbone e dell'Acciaio (Ceca) nata dall'esigenza di sottoporre a controllo la produzione e i prezzi di carbone e acciaio, e diretta a regolare i possibili contrasti tra Francia e Germania Federale. Nel 1957, gli stessi paesi crearono la Comunità europea per l'energia atomica e la Comunità economica europea. Queste ultime operano in campi specifici (carbone, acciaio, energia nucleare) mentre la Comunità economica europea sviluppò una attività di carattere generale, anche se l'obiettivo fondamentale era quello di creare un unico mercato tra gli Stati membri, assicurando la libera circolazione delle merci, dei servizi e delle persone. La nascita della Comunità avrebbe dovuto costituire uno stetto legame dei paesi membri anche sul piano politico e, in futuro avrebbe dovuto portare alla costituzione di un unico stato europeo di tipo federale. La realtà dei fatti è differente in quanto, il processo di integrazione si è sviluppato in modo cotraddittorio. I diversi paesi membri della Comunità indotti da interessi diversi resistevano nella difesa della propria singola sovranità opponendo ostacoli non sormontabili. Nonostante le numerose ed inevitabili difficoltà, il processo di integrazione riuscì a compiere notevoli progressi, raggiungendo legami sempre più forti tra gli stati membri. In particolare tra il 1986 e il 1992 alcuni stati europei conclusero due importanti trattati: il Mercato unico e l'Unione monetaria .

Sono ormai trascorsi 50 anni dai Trattati di Roma che istituirono il Mercato comune continentale e la situazione non è ancora equilibrata. La Francia che per prima iniziò il cammino comunitario, risponde negativamente al referendum sulla ratifica del nuovo trattato costituzionale europeo. 
Non bisogna però sottovalutare che il Mercato comune europeo è stato fonte di sviluppo per molti continenti soprattutto nel settore dell'agricoltura, come del resto anche per la libertà di circolazione delle persone e delle merci, per l'aiuto dato alle aree arretrate dei singoli paesi. Da non sottovalutare anche la difesa della pace, assicurata per circa 50 anni. 
Nonostante ciò la situazione socio-economica europea è in declino: risorgono le rivalità fra gli Stati e nascono le critiche alla moneta unica. Si arriverà mai ad una vera Unione Europea? 

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4. Ambito scientifico
Catastrofi naturali: la scienza dell’uomo di fronte all’imponderabile della Natura!

Prova Svolta:
TIPOLOGIA B Redazione di un "SAGGIO BREVE" o di un "ARTICOLO DI GIORNALE"

4. AMBITO TECNICO - SCIENTIFICO 

Catastrofi naturali: la scienza dell'uomo di fronte all'imponderabile della Natura! 

Quando si parla di ambiente e di tutela degli equilibri naturali non si fa mai vuota retorica, ma si pone l'attenzione su un problema di estrema importanza; quando si parla dei rischi che possono conseguire a un uso del territorio che non tenga conto dell'impatto ambientale, non si fa dell'inutile allarmismo. E infatti, dopo le catastrofi naturali, ci si chiede sempre: sarebbe stato possibile evitare quello che è successo? Si è colpevoli di vittime e danni? Purtroppo gli interrogativi del dopo servono a ben poco se, passata l'emergenza, si ritorna a devastare il territorio, senza ricavare alcuna lezione dall'esperienza subita. 
Bisogna convincersi che le catastrofi naturali, come terremoti, alluvioni, frane, maremoti, onde anomale, se sono inevitabili, tuttavia i loro effetti dannosi possono dall'uomo essere contenuti con una saggia opera di prevenzione e con un uso del territorio razionale e rispettoso degli equilibri ambientali. 
Anche gli effetti terribili e devastanti dello tsunami, l'onda anomala che il 26 dicembre del 2004 aggredì le coste di alcuni Paesi rivieraschi dell'Oceano Indiano per decine di migliaia di chilometri, pur nella sua inevitabilità, in quanto conseguenza di un maremoto di straordinaria violenza avrebbe potuto provocare danni di gran lunga inferiori se soltanto gli uomini fossero stati più accorti. 
Lo tsunami, parola giapponese che significa "onda del porto", è frequente lungo molte coste dell'Oceano Indiano e dell'Oceano Pacifico e, in misura molto piùcontenuta, anche lungo alcune coste del nostro Mar Mediterraneo. Si tratta di onde anomale che possono spostare masse d'acqua anche notevoli in conseguenza di un' alta marea, di un maremoto e perfino del passaggio al largo di una nave di grandi dimensioni. Quello che il 26 dicembre del 2004 si abbatte' lungo gran parte dell'arco costiero dell' Oceano Indiano era uno tsunami alto più di dieci metri, attivato da un violentissimo terremoto, del nono grado della scala Richter, con epicentro nell' oceano, ad alcune centinaia di chilometri allargo dell'isola di Sumatra. 
La massa d'acqua che si spostò in conseguenza del sussulto sismico raggiunse le coste di Sumatra dopo circa un'ora e via via, dopo alcune ore; quelle della TIlailandia, della Birmania, dello Sri Lanka e, infine, quelle della Somalia dall' altro Iato dell' oceano, in Africa. 
Con i sofisticati sistemi tecnologici di cui disponiamo, di avvistamento e trasmissione dei dati attraverso le reti satellitari, sarebbe stato possibile avvertire per tempo le popolazioni interessate dall' evento catastrofico, in modo da farle allontanare dalle coste, cioè dai luoghi maggiormente a rischio. Invece questo non è stato fatto, per l'assenza di un sistema di protezione civile capace d'intervenire in tempo reale in occasioni del genere e la responsabilità è sia dei governi locali, che non provvedono ad attivare un sistema di protezione civile, sia del mancato coordinamento nello scambio di informazioni a livello internazionale tra i governi di tutto il mondo. 
Ma la colpa dell'uomo non si limita all'assenza di una rete protettiva capace di allertare in caso di emergenza le popolazioni: ancora più a monte c'è da constatare come in tanti dei Paesi devastati dallo tsunami sia da anni in atto una 'POlitica di sviluppo dell'industria turistica che non tiene in alcun conto i rischi di impatto ambientale. Infatti si sono costruiti alberghi, residences, resorts e strutture di accoglienza, magari dotate di ogni comfort e tali da attirare l'interesse della facoltosa clientela occidentale, talvolta finanche sul mare. In questo modo sono state distrutte foreste e palmizi che costituivano una naturale barriera lungo le coste. 
Basta rifletterci: se la montagna d'acqua che si è abbattuta su tanti villaggi turistici e altri insediàmenti urbani, penetrando frn nelle strade, nelle case, nelle halls degli alberghi, spazzando via uomini e cose, si fosse infranta contro scogli e palmizi, molto probabilmente i danni, in vittime e in cose, sarebbero stati minori. 
E invece i mass media hanno portato in ogni angolo del mondo le terribili immagini di devastazione e di morte, con centinaia di migliaia di vittime e interi villaggi, turistici ma anche di pescatori e di povera gente, cancellati dalla furia delle acque. 
Non è stato possibile nemmeno redigere un calcolo certo delle persone che hanno perso la vita in quel tragico mattino dello tsunami, ma non si è lontani dal vero se si afferma che le vittime siano state intorno alle trecentomila, di cui oltre la metà nella sola isola di Sumatra, appartenente all'Indonesia. 
Alcune migliaia di vittime sono turisti occidentali, anche italiani, che, andati in luoghi che la carta patinata dei depliants turistici descriveva come di sogno, vi hanno invece trovato la morte. Le immagini crudeli di quel tenibile mattino sono ancora davanti ai nostri occhi, pur dopo tanto tempo. E ancora oggi le cronache giornalistiche ci parlano della difficoltà di un ritorno alla vita normale da parte di sopravvissuti che hanno perso tutto in quel tragico mattino: affetti, averi, speranza del futuro. Eppure quelle popolazioni così provate devono ritornare a nutrire speranza nel futuro e ricostruire i loro villaggi e la loro economia, ma puntando ad uno sviluppo, anche nel turismo, che sia compatibile con le caratteristiche del territorio. 
Spesso dal male si può sviluppare il bene: dalla tragedia dello tsunami si è originata una gigantesca gara di solidarietà in tutto il mondo che non solo è stata la prova di una generosità diffusa, in tutti i Paesi e in tutte le classesociali, ma che è anche la miglior prova che la speranza di costruire un futuro migliore regge ancora.

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