Tracce maturità anni precedenti -> 2006 - 1a prova - Parte 2 4. AMBITO TECNICO - SCIENTIFICO DOCUMENTI «Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppur toccati. Certo allora non resta più domanda alcuna; e appunto questa è la risposta». L. WITTGENSTEIN, Tractatus logico-philosophicus, 1921, 6.52 «Viviamo in un mondo che ci disorienta con la sua complessità. Vogliamo comprendere ciò che vediamo attorno a noi e chiederci: Qual è la natura dell’universo? Qual è il nostro posto in esso? Da che cosa ha avuto origine l’universo e da dove veniamo noi?…quand’anche ci fosse una sola teoria unificata possibile, essa sarebbe solo un insieme di regole e di equazioni. Che cos’è che infonde vita nelle equazioni e che costruisce un universo che possa essere descritto da esse? L’approccio consueto della scienza, consistente nel costruire un modello matematico, non può rispondere alle domande del perche' dovrebbe esserci un universo reale descrivibile da quel modello. Perche' l’universo si dà la pena di esistere?...Se però perverremo a scoprire una teoria completa, essa dovrebbe essere col tempo comprensibile a tutti nei suoi principi generali, e non solo a pochi scienziati. Noi tutti - filosofi, scienziati e gente comune - dovremmo allora essere in grado di partecipare alla discussione del problema del perche' noi e l’universo esistiamo. Se riusciremo a trovare la risposta a questa domanda, decreteremo il trionfo definitivo della ragione umana: giacche' allora conosceremmo la mente di Dio» S. HAWKING, Dal Big Bang ai buchi neri, 1988 «Come l’arte, anche la scienza non è affatto semplicemente una attività culturale dell’uomo. La scienza è un modo, e un modo decisivo, in cui si presenta a noi tutto ciò che è. Per questo dobbiamo dire che la realtà, entro la quale l’uomo odierno si muove e si sforza di mantenersi, è codeterminata in misura crescente nei suoi tratti fondamentali da ciò che si usa chiamare la scienza occidentale o la scienza europea. Se riflettiamo su questo processo, vediamo che la scienza, nel mondo occidentale e nelle varie epoche della storia di questo, ha sviluppato una potenza mai prima conosciuta sulla terra ed è sul punto di estendere conclusivamente questa potenza su tutto il globo terrestre. Si può dire che la scienza sia solo un prodotto dell’uomo sviluppatosi fino a questo livello di dominio, così che ci si potrebbe aspettare che un giorno…sia anche possibile rovesciare questo suo dominio? Oppure qui domina un destino di più ampia portata? Forse nella scienza c’è qualcos’altro che domina, oltre al puro voler-sapere dell’uomo? In effetti è proprio così. C’è qualcos’altro che qui domina. Ma questo altro ci si nasconde, fino a che rimaniamo attaccati alle rappresentazioni correnti della scienza» M. HEIDEGGER, Scienza e meditazione, Conferenza tenuta a Monaco il 4/8/1953, ora in Saggi e discorsi, 1957 «I progressi della scienza sono un capitolo tra i più affascinanti nella storia del nostro tempo. I suoi enormi successi sono stati raggiunti, peraltro, attraverso una delimitazione metodica. Ci si è limitati strettamente e del tutto consapevolmente a ricercare soltanto ciò che poteva essere misurato e contato. Ma ogni delimitazione comporta anche dei confini e dunque sono “rimaste fuori” tutte le questioni che riguardano il perche' dell’esistenza, da dove veniamo, dove andiamo». Quindi? «Se gli scienziati affermassero che quanto hanno scoperto esaurisce tutta la realtà, si avrebbe un superamento dei limiti. E allora si deve replicare, non tanto per motivi di fede ma per motivi di ragione: “Questo è troppo poco”. L’intelligenza umana va oltre il misurabile e l’enumerabile. Arriva anche alle grandi questioni metafisiche, alla domanda di senso» Da un’intervista a Ch. Schoenborn, in M. POLITI, C’è un Disegno nell’universo, LA REPUBBLICA, 6/11/2005 «Ogni volta che un filosofo vi dirà di aver scoperta la verità definitiva non credetegli; e non credetegli neppure se vi dirà di aver individuato il bene supremo. Egli, infatti, si limiterebbe a ripetere gli errori commessi dai suoi predecessori per duemila anni…Si pretenda dal filosofo che sia modesto come lo scienziato; allora egli potrà avere il successo dell’uomo di scienza. Ma non gli si chieda che cosa dobbiamo fare. Ascoltiamo piuttosto la nostra volontà e cerchiamo di unirla a quella degli altri. Il mondo non ha alcuno scopo o significato all’infuori di quello che vi introduciamo noi» H. REICHENBACH, La nascita della filosofia scientifica, 1951, trad. it. 1961
«La scienza, che cominciò come ricerca della verità, sta divenendo incompatibile con la veridicità, poiche' la completa veridicità tende sempre più al completo scetticismo scientifico. Quando la scienza è considerata contemplativamente, non praticamente, ci si accorge che ciò che crediamo lo crediamo per la nostra fede animale, e che alla scienza dobbiamo solo i nostri disinganni. Quando, d’altro canto, la scienza si considera come una tecnica per la trasformazione di noi stessi e di quanto ci sta attorno, vediamo che ci dà un potere del tutto indipendente dalla sua validità metafisica. Ma noi possiamo solo usare questa potenza, cessando di rivolgerci delle domande metafisiche sulla natura della realtà. Eppure queste domande sono la testimonianza dell’atteggiamento di amore verso il mondo. Così, solo in quanto noi rinunciamo al mondo come amanti, possiamo conquistarlo da tecnici. Ma questa divisione dell’anima è fatale a ciò che vi è di meglio nell’uomo. Non appena si comprende l’insuccesso della scienza considerata come metafisica, il potere conferito dalla scienza come tecnica si otterrà solo da qualcosa di analogo alla adorazione di Satana, cioè, dalla rinuncia dell’amore…La sfera dei valori sta al di fuori della scienza, salvo nel tratto in cui la scienza consiste della ricerca del sapere. La scienza, come ricerca del potere, non deve ostacolare la sfera dei valori, e la tecnica scientifica, se vuole arricchire la vita umana, non deve superare i fini a cui dovrebbe servire» B. RUSSELL, La visione scientifica del mondo, cap. XVII, 1931 «Le mere scienze di fatti creano meri uomini di fatto…Nella miseria della nostra vita – si sente dire – questa scienza non ha niente da dirci. Essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l’uomo, il quale, nei nostri tempi tormentati, si sente in balìa del destino; i problemi del senso o del non-senso dell’esistenza umana nel suo complesso…concernono l’uomo nel suo comportamento di fronte al mondo circostante umano ed extra-umano, l’uomo che deve liberamente scegliere, l’uomo che è libero di plasmare razionalmente se stesso e il mondo che lo circonda. Che cos’ha da dire questa scienza sulla ragione e sulla non-ragione, che cos’ha da dire su noi uomini in quanto soggetti di questa libertà?…La verità scientifica obiettiva è esclusivamente una constatazione di ciò che il mondo, sia il mondo psichico sia il mondo spirituale, di fatto è. Ma in realtà, il mondo e l’esistenza umana possono avere un senso se le scienze ammettono come valido e come vero soltanto ciò che è obiettivamente constatabile, se la storia non ha altro da insegnare se non che tutte le forme del mondo spirituale, tutti i legami di vita, gli ideali, le norme che volta per volta hanno fornito una direzione agli uomini, si formano e poi si dissolvono come onde fuggenti, che così è sempre stato e sempre sarà, che la ragione è destinata a trasformarsi sempre di nuovo in non-senso, gli atti provvidi in flagelli? Possiamo accontentarci di ciò, possiamo vivere in questo mondo in cui il divenire storico non è altro che una catena incessante di slanci illusori e di amare delusioni? » E. HUSSERL, La crisi delle scienze europee, ed. post. 1959, § 2, passim Prova Svolta: Seppure nell'ultimo secolo il progresso scientifico ha subito un'indubbia accellerazione, la storia della scienza si può far risalire alla comparsa dell'uomo sul nostro pianeta: la scoperta del fuoco, l'invenzione della ruota e dell'agricoltura hanno portato all'odierna tecnologia che contraddistingue lo stile di vita attuale e, si suppone, futuro. La finalità della scienza si può sintetizzare nelle parole "progresso" e "conoscenza": si cerca una soluzione dove ce ne sia bisogno, sia nell'ambito strettamente pratico, ad esempio il forno a microonde, sia in quello sociale, in medicina, o addirittura "esistenziale" con la ricerca di altre forme di vita nello spazio. --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- TIPOLOGIA C - TEMA DI ARGOMENTO STORICO Prova Svolta: Di seguito riportiamo il profilo storico delle tre organizzazioni internazionali. Le Organizzazioni Internazionali costituiscono i principali strumenti atti a favorire due processi oggi fondamentali: la cooperazione internazionale e l'integrazione economica e/o politica. Esse sono essenzialmente finalizzate a superare le posizioni individualistiche che gli Stati assumono nella “naturale” condizione d'anarchia internazionale e si sono costituite gradualmente, attraverso l'istituzione ed il consolidamento di strumenti per lo svolgimento di attività collettive per assicurare continuità nell'aggiustamento e nel controllo dei fini e delle stabilità nelle modalità di cooperazione. L'ONU è un'organizzazione internazionale basata sul reciproco riconoscimento della sovranità di ciascuno degli stati membri; i suoi scopi sono quelli di mantenere la pace e la sicurezza internazionale, sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni, promuovere la cooperazione in materia economica, sociale e culturale, e favorire il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Gli stati membri s'impegnano a risolvere le controversie in modo pacifico, ad astenersi dall'uso della forza, a sostenere le iniziative dell'ONU e ad agire conformemente al suo programma. Il primo passo verso la costituzione dell'ONU fu la Carta Atlantica, firmata dal presidente statunitense Franklin D. Roosevelt e dal primo ministro britannico Winston Churchill nel 1941 come base dell'alleanza contro Germania, Italia e Giappone nella seconda guerra mondiale. L'intesa verso un sistema di sicurezza e cooperazione internazionale fu ribadita nella Dichiarazione delle nazioni unite, siglata il 1° gennaio 1942 da ventisei nazioni alleate in guerra contro le potenze dell'Asse. La conferenza di Mosca del 1943 impegnò Unione Sovietica, Gran Bretagna e Stati Uniti, potenze leader della coalizione, a creare, nel più breve tempo possibile, un'organizzazione internazionale in grado di risolvere pacificamente i conflitti. A San Francisco, nell'aprile del 1945, si ritrovarono i delegati di cinquanta nazioni; in due mesi furono stesi i 111 articoli che compongono il testo dello statuto delle NU che, approvato nel giugno del 1945, entrò in vigore nell'ottobre dello stesso anno. Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale e la creazione dell'ONU, i rapporti tra le grandi potenze, in particolare tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, si deteriorarono e tra i paesi occidentali e quelli comunisti si sviluppò il conflitto politico e ideologico conosciuto con il nome di Guerra Fredda. Di fronte all'incompatibilità degli interessi degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica, il ruolo dell'ONU subì una forte limitazione. Dopo gli anni Cinquanta, il ruolo dell'ONU nel mantenimento della pace internazionale si rafforzò. L'ONU ebbe una parte importante nel processo di decolonizzazione, soprattutto nei paesi in cui la ritirata dei governi coloniali aveva lasciato il posto a violente lotte di potere. L'ONU sviluppò una strategia fondata su impegno diplomatico e intervento di forze sul campo, con un triplice scopo: separare le forze in campo, creare le condizioni per l'avvio di negoziati, prevenire l'estensione dei conflitti ad intere regioni. Con questi intenti l'ONU si impegnò in operazioni di mantenimento della pace in Medio Oriente, a partire dal 1948, all'indomani della proclamazione dello stato di Israele e agli scontri tra questo e gli stati arabi; a Cipro dal 1964; in Africa (nel Congo dal 1960 al 1964, in Angola, nel Sahara Occidentale, in Namibia, nel Mozambico). Con i mutamenti avvenuti tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta (la caduta del muro di Berlino e la riunificazione delle due Germanie, il crollo del sistema sovietico), aumentò la possibilità dell'ONU di condurre interventi più rapidi, più efficaci e soprattutto più estesamente sostenuti. Negli anni Novanta l'ONU mise in atto una politica mirante a fornire, pur nella salvaguardia del principio di non ingerenza negli affari interni di uno stato, “aiuti umanitari” alle popolazioni civili coinvolte in conflitti. Questa strategia produsse una serie di interventi umanitari: in Iraq in favore dei curdi dopo la guerra del Golfo nel 1991; in Somalia nel 1993; in Cambogia e nei Balcani, durante la guerra civile iugoslava. Con la fine della Guerra Fredda, il ruolo delle NU si è di certo esteso. Tuttavia molti paesi e molti studiosi di questioni internazionali avvertono l'esigenza di una ridefinizione delle funzioni delle NU, che corrono il rischio di appiattirsi sulle posizioni dell'unica superpotenza rimasta sulla scena internazionale, gli Stati Uniti. Con la fine della rivalità tra USA e Unione Sovietica e la caduta del blocco comunista in Europa orientale tra il 1989 e il 1991, le NU hanno potuto affrontare con più libertà i conflitti e le tensioni internazionali, dal problema del nuovo ruolo mondiale di Germania e Giappone, alle guerre civili in Iugoslavia, in Cecenia, in Kosovo Le NU non costituiscono un governo sovranazionale mondiale, ma uno strumento flessibile di collaborazione e coordinamento tra gli stati membri, la cui efficacia dipende dalla volontà dei governi più che dalla struttura dell'organizzazione stessa. Il 14 dicembre 1955 dopo un'attesa di otto anni dovuta ai veti incrociati delle due superpotenze, l'Italia entrò alle Nazioni Unite. Con noi fecero il loro ingresso altri quindici Paesi, aumentando di circa un quarto il numero degli Stati membri. In breve tempo il nostro Paese guadagnò prestigio e credibilità in virtù del suo convinto impegno per la promozione di un sistema internazionale basato sul dialogo e la cooperazione multilaterale. L'adesione italiana fu una precisa scelta politica. Alla base rimane la convinta adesione da parte di tutti i governi del dopoguerra ai principi ed ai valori del multilateralismo, a cominciare dalla pace e dalla sicurezza. Ciò ha permesso all'Italia di esercitare una maggiore influenza nel mondo e di tutelare maggiormente i propri interessi nazionali. Il Patto Atlantico è un accordo firmato a Washington il 4 aprile 1949 da dodici nazioni: Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Portogallo e Stati Uniti, a cui aderirono, in seguito (1952), anche la Grecia e la Turchia, nel 1955, la Germania federale e nel 1982, la Spagna. Questo accordo ha lo scopo di salvaguardare la pace e la sicurezza e di favorire il benessere e la stabilità. L'inquietudine e l'insicurezza diffuse in Europa, all'indomani della seconda guerra mondiale, dalla politica sovietica, e la relativa debolezza militare dei paesi occidentali spinsero alcuni di essi a riunirsi a scopo di difesa. Nell'aprile del 1949 mentre la crisi di Berlino era ancora aperta a Washington venne firmato il patto atlantico con cui si sancì l'alleanza difensiva tra i paesi dell'Europa occidentale, gli Stati Uniti ed il Canada. Questo patto, con la divisione delle due Germanie, portò alla definitiva divisione dell'Europa in due blocchi contrapposti. Il patto fondato sulla comune professione di fede nella civiltà occidentale e sulla democrazia prevedeva un dispositivo militare composto da contingenti dei paesi membri che prese il nome di NATO. A questo aderiranno alcuni anni dopo la Turchia, la Grecia e la Repubblica Federale tedesca. Quale risposta a questa organizzazione, dopo l'adesione della Germania federale, anche la Russia creò un'alleanza militare con i paesi satelliti conosciuta con il nome di PATTO DI VARSAVIA; anch'essa prevedeva una organizzazione militare integrata. L'alleanza del Patto Atlantico ha due scopi principali: mantenere in vita e in efficienza una struttura militare adeguata per frenare un'eventuale aggressione; e creare un clima di stabilità, sicurezza e fiducia, grazie all'equilibrio delle forze mondiali, per consentire la cooperazione, la soluzione di problemi politici e di fornire consulenza nei negoziati Est-Ovest. Oltre che nel campo militare, l'alleanza opera nei settori economico, scientifico, statistico e di controllo finanziario ed ecologico. Per il settore militare, preminente nel 1949 all'atto della firma, il trattato, compatibile con la Carta delle Nazioni Unite, stabilisce che un attacco a uno qualsiasi dei paesi firmatari impegna tutti gli altri alla comune difesa e si propone il duplice fine di assicurare il riarmo degli Stati membri senza danneggiare le loro economie, e di organizzare, in tempo di pace, un comando unificato e funzionale delle loro forze armate per ogni eventuale teatro d'operazioni. Quando il 15 dicembre del '47, le truppe d'occupazione lasciarono l'Italia, una delle preoccupazioni dominanti di Alcide De Gasperi fu l'assunzione della piena responsabilità per la sicurezza del paese. La scelta occidentale fu allora motivata dalla situazione post bellica, dalla nascita degli aiuti dei paesi occidentali per la ricostruzione del paese, dalla realtà di una garanzia americana. La decisione di aderire al Patto Atlantico fu assunta alla fine di un lungo travaglio in relazione alle evoluzioni delle relazioni internazionali. La partecipazione italiana all'alleanza Atlantica dette una soluzione fondamentale al problema della sicurezza, consentì al paese di passare dalla posizione di sconfitto a quella di un membro alla pari della comunità occidentale. Negli anni successivi, fino ad oggi, quella scelta è rimasta, pur nei mutamenti profondi delle relazioni e degli equilibri internazionali, il pilastro della politica estera italiana. L' Unione Europea (UE) è un'organizzazione internazionale che dal 1 maggio 2004 raggruppa 25 paesi europei. Nasce dal Trattato di Maastricht, al quale gli stati aderenti sono giunti dopo il lungo cammino delle precedenti Comunità Europee fino ad allora esistenti. Il cammino per arrivare all'attuale configurazione della casa comune europea è stato lungo, contrassegnato da ampie pause di riflessione sul processo di crescita e da ostacoli non sempre facili da superare. Nel 1941 Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi avevano tracciato il profilo di un'Europa federale nel Manifesto di Ventotene. Fu però solo dopo la guerra che la costruzione europea cominciò a muovere i primi passi sotto la spinta della necessità politica di rimuovere le cause di scontro tra i principali Paesi del Vecchio Continente. Nel 1949 nacque così il Consiglio d'Europa, organismo fondato da Francia, Regno Unito, Belgio e Irlanda con una funzione esclusivamente consultiva, rimasto sempre al di fuori del quadro istituzionale della Comunità europea. Il progetto di Jean Monnet che diede vita alla Ceca (Comunità europea del carbone e dell'acciaio) fu invece presentato a Parigi dal Ministro degli Esteri francese Robert Schuman il 9 maggio del 1950, giornata diventata poi Festa dell'Europa. Quasi un anno dopo, il 18 aprile del 1951, avvenne la posa della prima pietra della costruzione comunitaria: i sei Paesi fondatori sottoscrissero il Trattato istitutivo della Ceca in base al quale, a Lussemburgo, venne creata un'Alta Autorità sovranazionale indipendente con il compito di far rispettare regole comuni fissate per la produzione e il commercio di carbone e acciaio. Poco dopo arrivò anche la prima battuta d'arresto. Nel '52, su iniziativa della Francia, i Sei firmarono a Parigi il Trattato per la Comunità europea di difesa (Ced) che però non entrò mai in vigore a causa della mancata ratifica da parte del Parlamento francese. Le Conferenze di Messina (1955) e quella di Venezia (1956), seguite dalla firma a Roma, nel '57, dei Trattati istitutivi della Comunità economica europea (Cee) e della Comunità Europea per l'energia atomica (Euratom), ridiedero slancio all'idea di un'Europa sempre più integrata. Successivamente, nel corso degli anni '60, il processo d'integrazione compì passi in avanti attraverso la realizzazione dell'unione doganale e la firma del Trattato che unificò gli esecutivi delle tre Comunità e stabilì il principio dell'unità di bilancio. Nel 1972, per rafforzare il coordinamento tra le politiche di gestione del cambio dei Paesi europei e garantire stabilità fissando margini di fluttuazione al fine di salvare il meccanismo dei prezzi di sostegno della politica agricola comune (Pac), prese corpo il cosiddetto "serpente monetario". Nel '79 il serpente monetario si trasformò in un vero e proprio accordo di cambio e assunse la denominazione di Sistema monetario europeo (Sme). Nello stesso anno, il Parlamento europeo venne eletto per la prima volta a suffragio universale. Nel febbraio 1984 il progetto di Trattato sull'Unione europea sostenuto da Spinelli venne approvato a larghissima maggioranza dal Parlamento europeo. Nel 1985 fu firmato l'accordo di Schengen da parte di Francia, Germania e i Paesi del Benelux per facilitare l'eliminazione dei controlli alle frontiere interne, superando le resistenze incontrate nel promuovere la libera circolazione delle persone e la cooperazione giudiziaria all'interno del quadro istituzionale della Comunità. Nel dicembre dello stesso anno, il Consiglio europeo a Lussemburgo decise di modificare il Trattato di Roma e di dare nuovo impulso al processo d'integrazione europea elaborando un Atto unico europeo, firmato a L'Aia nel febbraio 1986. Oltre a realizzare importanti riforme istituzionali, l'Atto Unico europeo permise il proseguimento del cammino verso il completamento del mercato unico. Per tradurre in realtà entro il 1992 gli obiettivi fissati con l'Atto Unico, nel 1987 Jacques Delors, nella veste di presidente della Commissione europea, presentò un ambizioso programma normativo ed operativo per assicurare l'eliminazione di qualsiasi ostacolo alla libera circolazione di persone, beni, capitali e servizi. La creazione dello spazio economico unificato aprì la strada alla successiva introduzione della moneta unica. Sotto la spinta dei grandi mutamenti intervenuti sulla scena internazionale alla fine degli anni '80, la strada che condusse alla moneta unica e all'attuale assetto istituzionale fu imboccata dai Paesi membri della Cee nel 1990 con l'entrata in vigore della prima fase dell'Unione economica e monetaria e con l'avvio, al Consiglio europeo di Roma, delle Conferenze intergovernative sull'Unione economica e monetaria e sull'Unione politica che si sarebbero poi concluse a Maastricht nel '92 con la firma dell'omonimo Trattato. Con Maastricht quella che fino ad allora era stata comunemente indicata come Cee (Comunità economica europea) diventò Unione europea (Ue). L'Unione europea non ha soltanto "incorporato" le tre Comunità storiche (CEE, CECA e CEEA), ma ne ha arricchito le già vaste competenze: ciò è accaduto sia nel tradizionale settore economico (in particolare attraverso la prevista istituzione dell'unione economica e monetaria), sia in settori quali la cittadinanza europea, la cultura, l'istruzione. Il Trattato di Maastricht ha inoltre introdotto nuove politiche e forme di cooperazione: la cooperazione nel settore della politica estera e di sicurezza e nel settore della giustizia ed affari interni. La costruzione comunitaria, attraverso i Trattati di Amsterdam e Nizza, ha poi compiuto altri importanti passi in avanti. Dopo l'abolizione dei controlli alle frontiere interne dell'UE (1998-'99) e l'introduzione effettiva, il 10 gennaio 2002, della moneta unica, il successivo passo è stato compiuto con la definizione di un Trattato Costituzionale necessario per assicurare il buon funzionamento di un'Unione che dal 1 maggio 2004 è composta da ben 25 Paesi. Prostrata dalla seconda guerra mondiale, in alcuni ambienti italiani, si diffuse la speranza che la ricostruzione potesse costituire un'occasione di cooperazione tra i paesi del continente. L'Italia aderì all'Unione Europea per diversi motivi: rendere la legislazione omogenea a quella dei paesi che ne fanno parte, abbattere le barriere nazionali, promuovere le relazioni commerciali tra i paesi aderenti e giungere ad un' integrazione anche per quanto riguarda le relazioni culturali, la politica estera e la tutela dell'ambiente. --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- TIPOLOGIA D - TEMA DI ORDINE GENERALE Campagne e paesi d’Italia recano ancora le tracce di antichi mestieri che la produzione industriale non ha soppiantato del tutto e le botteghe artigiane continuano ad essere luoghi di saperi e di culture ai quali l’opinione pubblica guarda con rinnovato interesse. Contemporaneamente, anche il mondo dell’artigiano è stato investito dalla innovazione tecnologica che ne sta modificando contorni e profilo. Rifletti sulle caratteristiche dell’artigianato oggi e sulla importanza sociale, storica ed economica che esso ha avuto e che in prospettiva può avere per il nostro Paese. Prova Svolta: L'artigiano è colui che esercita un'attività volta alla trasformazione dei beni col lavoro esclusivo o prevalentemente proprio o della propria famiglia. Il termine "artigianato" ha la radice comune al vocabolo arte che deriva da una radice indoeuropea che dal verbo greco "aron" passa nel latino arare col significato di lavorare (la terra). La storia dell'artigianato è lunga e importante, ma soprattutto è la storia dell'uomo. L'istinto di sopravvivenza e la tensione al miglioramento hanno promosso e sviluppato l'ingegno dell'uomo fin dall'era primitiva, nella sua evoluzione egli passò dalla fase più semplice della raccolta del cibo e della caccia alla pratica dei primi rudimenti dell'agricoltura e dell'allevamento del bestiame facendo così i primi passi verso una società più articolata ed evoluta. Le prime attività artigianali dei nostri antenati Prima fra tutte fu la lavorazione e la cucitura delle pelli e l'intreccio di vimini per fabbricare cesti. Il bronzo, il rame, il ferro e l'oro segnarono una svolta nelle pratiche quotidiane del tempo. Segni dell'età paleolitica si hanno nelle nostre valli sotto forma di punte, raschiatoi e lame litiche di varia forma. La produzione neolitica e dell'età del bronzo è ben rappresentata dagli insediamenti palafitticoli dei laghi della nostra zona in cui la capacità creativa degli abitanti si è manifestata con la costruzione di palafitte, capanne, trappole di legno e notevoli imbarcazioni: chiari segni dell'artigianato passato. Sembra che i fondatori di Vicenza e i primi veri artigiani siano stati paleoveneti. È di loro produzione un'interessante serie di manufatti metallici in lega di rame sotto forma di lamine sottili. Potremmo dire di identificare in questa attività la vera e propria alba di un artigianato artistico vicentino. Nello Statuto cittadino del 1264 si trovano i primi cenni alla costituzione delle corporazioni di mestiere quando si pensa siano nate le prime associazioni chiamate dagli antichi documenti FRAGLIE. Il numero delle fraglie è andato via via aumentando nel corso del tempo, in concomitanza con la riforma degli Statuti. Il culmine dello sviluppo dell'attività artigiana si toccò prima sotto la dominazione scaligera tra il 1312 e il 1387 e successivamente con la dominazione viscontea dopo il 1387. La tradizione dell'arte artigiana è stata sempre considerata un caposaldo dell'economia italiana di tutti i tempi. Gli artigiani dopo l'ammissione a una fraglia dovevano prestare giuramento leggendo l'apposita formula fissata dallo statuto, in base alla quale l'artigiano si impegnava solennemente ad osservare tutte le norme statutarie: "Bona fide et sine fraude". Le maggiori fraglie erano: l'Arte della lana, l'Arte della seta, l'Arte conciaria, gli Orefici, l'Arte mineraria, i Falegnami, i Carpentieri, gli Intagliatori del legno, l'Arte ceramica, i Muratori, i Formaciai e i Lapicidi, i Tipografi, gli Stampatori e i Fabbricanti di carta. Il periodo giolittiano L'economia del periodo giolittiano fu caratterizzata da avvenimenti non lineari, anche per la crisi internazionale del 1907, la guerra libica e i cedimenti bancari del biennio 1912-13. La guerra mondiale combattuta su buona parte del territorio vicentino arrecherà gravissimi danni all'agricoltura e imponenti distruzioni all'apparato industriale e artigianale. L'artigianato, pur messo in ombra dall'industrializzazione conservò radici robuste che gli consentirono di ritornare, negli anni che seguirono, ad essere un'attività economica di rilievo. Il periodo tra le guerre Il periodo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale è stato un periodo di quasi inattività per gli artigiani in quanto erano impegnati sui vari fronti di battaglia; tuttavia il lavoro non scomparve del tutto anzi divenne più intenso nelle fabbriche in cui la produzione era per la maggior parte di materiale bellico. Gli artigiani non potendo esercitare la loro professione a causa della guerra si ritrovarono a lavorare in queste industrie. L'artigianato però, come già detto, aveva radici profonde e quindi riuscì, dopo la guerra, a ritrovare una sua importanza nell'economia vicentina. Gli anni del boom economico Nel giro degli anni '50, '60 e '70 l'artigianato ebbe il suo massimo momento di splendore. L'attività artigianale era ormai consolidata nel giro degli affari e pronta a misurarsi negli anni successivi con l'attività economica degli altri paesi. Oggi Negli ultimi anni gli artigiani hanno trovato una fonte di aiuto per il loro lavoro nell'uso delle nuove tecnologie grazie all'introduzione dell'elettronica e dei computer; ciò ha provocato anche un notevole abbassamento dei prezzi dei prodotti artigianali. Questo naturalmente non comporta l'uguaglianza dei prodotti industriali con quelli artigianali, anzi, i prodotti artigianali sono di gran lunga migliori di quelli industriali perche' prodotti in quantità minore e quindi con più attenzione. Il futuro L'artigianato è un settore sempre in evoluzione quindi, con l'avanzare dell'automazione, si immagina che l'artigiano del futuro non debba più controllare di persona il tornio o la fresa, ma che verrà sostituito da dei robot (era della robotica). Quindi l'artigiano dovrà soltanto impostare un computer e aspettare che la macchina abbia finito il suo lavoro. Da ciò non è difficile immaginare che i prezzi dei prodotti artigianali avranno un crollo proprio a causa dell'automazione che renderà il lavoro dell'artigiano simile a quello dell'operaio.
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