Tracce maturità anni precedenti -> 2008 - 2a prova - Istituto Pedagogico (soluzione)

il gioco e la curiosità

Il gioco è un'attività ricreativa che coinvolge una o più persone (i giocatori), basata su:

* un obiettivo che i/il giocatore/i devono cercare di raggiungere (che può anche essere diverso per ciascun giocatore) nell'ambito dell'attività del giuoco.
* un insieme di regole, che determinano ciò che i giocatori possono e non possono fare durante l'attività ludica; intraprendere un'azione al di fuori delle stesse costituisce generalmente un errore o fallo (e se quest'ultimo è intenzionale significa barare).

I giochi o da cultura popolare o da inventori (purtroppo non sempre identificabili) e seppure il loro scopo sia di fornire intrattenimento e divertimento, spesso riescono a raggiungere anche notevoli risultati educativi. Nella prima età con i giochi basati su forme, lettere e colori, nei periodi successivi con l'esercizio della memoria (es. giochi con le carte e di quiz), con l'invito al ragionamento (es. scacchi, giochi di strategia) e l'apprendimento di alcune realtà (es. programmi di simulazione).

Ma non dimentichiamo anche come elemento base del gioco la fortuna, il caso, l'alea; come in molti giochi d'azzardo o di percorso.

Alcuni giochi possono coinvolgere un solo giocatore, che gioca in "solitario", ma, nella maggior parte dei casi, essi prevedono una competizione tra due o più.

La Ludologia o studio dei giochi può coinvolgere spesso molti campi tecnici, inclusi psicologia, sociologia, semiotica, calcolo delle probabilità, statistica, economia, etnomatematica e teoria dei giochi, branca specialistica della Matematica.

Nel corso dell'intera storia umana l'attività ludica ha sempre rivestito un enorme importanza.

Esiste una grande varietà di giochi ed i ludologi (coloro che studiano i giochi) ne riconoscono a grandi linee diverse tipologie base.

Giocare è una delle attività che accomuna tutto il genere umano: pur con forme e modalità diversissime la componente ludica è presente in tutte le culture. Il gioco è studiato da tantissime discipline (filosofia, scienze etnoantropologiche, psicologia, sociologia, etc...) che spesso arrivano a conclusioni anche molto distanti, probabilmente a causa della sua intrinseca polisemicità, ma tutte riconoscono al gioco la "gratuità", il fatto cioè di non essere strettamente necessario, di esulare da necessità puramente pratiche, senza per questo voler sminuire la funzione dell'atteggiamento ludico nel processo di formazione.

Nell'opera Homo ludens (1938) il filosofo olandese Johan Huizinga concentra la sua attenzione sul gioco come complesso sistema culturale: «(...) ciò non significa che il gioco muta o si converte in cultura, ma piuttosto che la cultura, nelle sue fasi originarie, porta il carattere di un gioco; viene rappresentata in forme e stati d'animo lucidi: in tale "dualità-unità" di cultura e gioco, gioco è il fatto primario, oggettivo, percepibile, determinabile concretamente; mentre la cultura non è che la qualifica applicata dal nostro giudizio storico dato al caso.»

Gregory Bateson, invece, individua l'essenza del gioco nel suo essere metalinguaggio: dato che i giochi sono qualcosa che "non è quello che sembra", perché un'attività ludica sia veramente tale ogni giocatore deve poter affermare: "Questo è un gioco", cioè ci deve essere la consapevolezza che l'azione è fittizia e che "meta-comunica" questa sua finzione. La metacomunicazione, quindi, per Bateson serve per rivelare la natura del "come se" del gioco, e la sua creazione di un mondo irreale in cui azioni fittizie simulano azioni reali.

 

L'approccio sociologico

Per quanto riguarda la prospettiva sociologica, Roger Caillois definisce l'attività del gioco come:

* Libera: il giocatore non può essere obbligato a partecipare;
* Separata: entro limiti di spazio e di tempo;
* Incerta: lo svolgimento e il risultato non possono essere decisi a priori;
* Improduttiva: non crea né beni, né ricchezze, né altri elementi di novità;
* Regolata: con regole che sospendono le leggi ordinarie;
* Fittizia: consapevole della sua irrealtà.

Sempre Callois propone una classificazione dei giochi in base a quattro categorie:

* Giochi di competizione (agon): In genere tutte le competizioni, sia sportive che mentali
* Giochi di azzardo (alea) : Tutti i giochi dove il fattore primario è la fortuna
* Giochi di simulacro (mimicry): I cosiddetti "giochi di ruolo" dove si diventa "altro"
* Giochi di vertigine (ilinx): Tutti quei giochi in cui si gioca a provocare noi stessi

Sulla base di queste classificazioni, Caillois costruisce una sociologia che parte dai giochi in quanto "segni" profondamente connotati, sintesi dalle caratteristiche delle diverse concezioni del mondo delle società in cui sono in uso.

 

L'approccio psicologico

Ma è la psicologia che più di ogni altra disciplina ha visto nel gioco il protagonista dello sviluppo psicologico e soprattutto della personalità del bambino. Per molto tempo si sono contrapposte sull'argomento due teorie praticamente opposte: quella del "post-esercizio" di Edward H. Carr, per cui l'attività ludica servirebbe a ottimizzare una nuova dinamica comportamentale, e quella del "pre-esercizio" di Karl Groos, che vede il gioco come momento propedeutico alla vita adulta.

Queste due teorie sono state armonizzate da Jean Piaget, che riconosce al gioco una funzione centrale nello sviluppo di una sfera cognitiva personale e della personalità.

Un ulteriore affinamento dell'interpretazione dell'attività ludica viene dallo psicologo russo Lev Vygotskij, che considera il gioco anche come forza attiva per l'evoluzione affettiva ed umana del ragazzo, non solo cognitiva come in Piaget.

Vygotskji critica anche le visioni del gioco come attività non finalistica e non produttiva, in quanto, seppur atto totalmente gratuito, costituisce un eccezionale elemento di crescita e di definizione della struttura di personalità in tutti i suoi aspetti.

 

LA CURIOSITA'

«Si è curiosi nella misura in cui si è istruiti» (J.J. Rousseau) e io aggiungo intelligenti, ma si è anche istruiti (intelligenti) nella misura in cui si è curiosi. Può sembrare un gioco di parole, però, se ci ragioniamo bene, le due affermazioni non formano un circolo vizioso senza via d’uscita, piuttosto direi che si completano a vicenda.

La curiosità è una continua ricerca del nuovo, dello sconosciuto, è il tentativo di acquisizione anche di un solo tassello che si vada ad inserire nel disegno sempre incompleto della nostra conoscenza, è un sistema per aprire e rendere più elastica la nostra mente nei confronti di tutto ciò che ci circonda.

Ma cosa c’entrano l’intelligenza o l’istruzione con la curiosità, direte voi. È vero: nel significato normalmente a loro attribuito, non c’entrano nulla, però, in questo caso mi riferisco non tanto alla capacità degli individui di risolvere complessi problemi matematici o di sviluppare teorie scientifiche o filosofiche, bensì le vedo come quelle caratteristiche che ci permettono di essere obiettivi, di utilizzare le nostre conoscenze per aiutare noi stessi a vivere sempre migliorandoci e per aiutare altri in difficoltà. È quindi necessario, per fare tutto ciò, avere voglia di scoprire, avere il coraggio di interrogarsi, essere, senza vergogna, curiosi.

La curiosità è stimolata e motivata da una serie di comportamenti che, tramite essa, ci permettono di ottenere una soddisfazione pura, senza cioè averne un riscontro pratico immediato o qualche ricompensa materiale. Saremo curiosi per avere successo vincendo sfide difficili o superando ostacoli e ci serviremo della nostra curiosità per migliorare le nostre attitudini senza il bisogno di alcun aiuto esterno.

La curiosità diventa così il nostro personale strumento per salire, giorno dopo giorno, le scale della consapevolezza e della stima in noi stessi. Potremmo essere altresì motivati a “curiosare” quando avvertiremo una mancanza, una carenza di qualunque tipo, quando, cioè, la necessità sarà quella di colmare un vuoto.

Tutti gli esseri viventi sono curiosi: il nostro cane che annusa tra l’erba, un pesce che si infila in un anfratto di roccia, un uccello che scende in picchiata. La differenza, probabilmente, sta nel fatto che, per noi, la curiosità, pur essendo direzionata verso uno scopo, non termina al raggiungimento dell’obiettivo, ma si spinge oltre.

Un esempio chiarificatore (che ho letto non ricordo più dove) può essere il seguente: vedo una casa un po’ strana che stimola la mia curiosità, perché non riesco a individuarne la porta, quindi il mio obiettivo ora sarà trovare quella particolare porta di quella specifica casa e non una generica porta di una generica casa. Avendola trovata, poi, andrò alla ricerca di altri particolari interessanti. Potrà sembrare una sottigliezza, ma la vita quotidiana del “curioso” è più o meno sempre così.

Ci siamo chiesti da dove provenga la curiosità: ebbene, può essere qualcosa di innato in noi, che so, sono incuriosito da tutto ciò che emette suoni particolari, oppure dalle cose che non conosco, che mi sfuggono, che vanno oltre certe previsioni stabilite da altri, oppure ancora le sorprese, una conoscenza più terra terra, come i pacchetti sotto l’albero di Natale e, non ultimo, il “Nuovo”, la novità, una cosa o un comportamento che non ho mai visto e che, sul momento, mi lascia perplesso.

Va da sé, che la curiosità può diventare anche portatrice di delusioni, del classico “non me lo sarei mai aspettato”, vuoi nei momenti pratici della vita, ma anche e soprattutto nei confronti dei nostri simili. Probabilmente è un male, questo, cui abbiamo già fatto l’abitudine: le cronache di tutti i giorni ci dispensano delusioni di ogni tipo, matrimoni falliti, incomunicabilità tra genitori e figli, tra insegnanti e studenti, delitti aberranti di ogni specie ... come facciamo a non interessarcene, a non “curiosare”?

Pur all’interno di queste tristezze, la curiosità può diventare (come rovescio della medaglia) la nostra ancora di salvezza per non cadere nell’isolamento dal resto del mondo e per non escludere quel mondo da noi stessi. Interessiamoci (e qui non uso più la parola “curiosare”, anche se, poi, il significato è lo stesso), interessiamoci agli altri per capirli, agli eventi per comprenderli, alla “Storia” (non quella scolastica con le date) per renderci conto da dove proveniamo, parliamo e ascoltiamo gli altri per assorbire esperienze e pareri.

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