Gianbattista Marino: le opere

La lira raccoglie gran parte delle rime composte tra il 1602 e il 1614. Riprendendo e ampliando lo schema del Canzoniere petrarchesco, il poeta suddivide l'opera, che comprende circa ottocento fra sonetti, madrigali e canzoni, in tre parti. Gli argomenti sono assai più vari rispetto a quelli del Petrarca, nell'intento di esaurire tutte le possibilità del genere.

Le liriche sono caratterizzate da un abile gioco linguistico e formale, ma il gusto descrittivo e naturalistico che domina nella prima parte viene sostituito man mano da un impiego sempre più abbondante di figure retoriche e invenzioni lessicali. Il Marino stesso dà una chiave di interpretazione del suo stile in una lettera, in cui dichiara francamente di aver sempre scelto "dalla lezione de' libri" tutto quello che la tradizione classica gli sembrava offrire di interessante e utile, senza trascurare tuttavia l'ispirazione della poesia recente e delle arti figurative, che aveva studiato nei primi anni della formazione napoletana.

La conoscenza delle arti figurative, delle quali il Marino è un valente critico, ha un'importanza notevole anche nella Galeria, una raccolta di 452 testi, in prevalenza sonetti e madrigali. Le poesie sono suddivise in "pitture" e "sculture", e ognuna contiene la descrizione dell'opera di un artista contemporaneo, dal Correggio a Tiziano al Caravaggio; ne risulta una specie di "catalogo" al quale l'autore aggiunge "ritratti" di sua invenzione, sforzandosi di ricreare con la parola l'evidenza plastica del pennello, quasi in una sfida del linguaggio letterario a quello figurativo.

La sampogna è una raccolta di dodici poemetti, otto di argomento mitologico e quattro di argomento pastorale, nei quali il Marino conclude e perfeziona la ricerca di nuovi strumenti espressivi avviata nelle opere precedenti. Seguendo una sua inclinazione autentica verso la poesia pastorale greca e latina, e in particolare quella di Mosco, Virgilio e Ovidio, egli combina elementi idillici e mitologici, ed esprime una forte vena erotica e sensuale. Nella Sampogna la contaminazione tra classicismo e modernismo è ormai compiuta. Infatti il Marino arricchisce l'ambiente pastorale di preziosismi, intarsi e raffinatezze stilistiche propri di una sensibilità nuova. L'autore è consapevole e orgoglioso della rivoluzione di gusto che caratterizza la sua opera, come testimoniano le parole di Filaura nell'idillio La ninfa avara: "Conviensi a non vulgare / spirito peregrino / dal segnato sentier sviarsi alquanto, / e per novo camino / dietro a novi pensier movere il corso".

Un'impostazione del tutto diversa ha La strage degli innocenti, un poemetto finito di scrivere a Parigi nel 1623 (uscito postumo nel 1632), che assieme alle Dicerie sacre e a tre prediche in prosa mostra l'adeguamento dello scrittore agli indirizzi della Controriforma e denota, semmai, quel certo gusto per il macabro che ricorre nella cultura dell'epoca.