La lingua poetica del poliziano

È una lettura delle Stanze condotta attraverso la considerazione degli elementi verbali che le costituiscono, al fine di mostrare la schietta novità e la freschezza dell'invenzione poetica del Poliziano.

La sua lingua poetica è pur quella che il Petrarca gli lasciò: quella «quintessenza» che il cantore di Laura «dalle reminiscenze del dialetto materno e da quanti n'udí, e da rimatori provenzali, siciliani e italiani» primo «stillò»: ma senza più la sua segreta armonia, quel fascino arcano, quell'«untuosità. come d'olio soavissimo».

          Il cantar novo e 'l pianger delli augelli 
            In sul dì fanno retentir le valli...


Il Petrarca sapeva, anche da una sola voce straniera, spremere quel tanto di nuovo da far più rara e direi del tutto impreveduta un'espressione (retentir); Poliziano vi sostituisce di suo un piglio facile, e smorza il fuoco e il miracolo che è di quel poeta grande. Il gusto però della poesia popolaresca gli dà il piacere della scrittura schietta, d'una certa rustica gentilezza, e dei suoni e coloriti netti; e s'aggiunge la sua fresca intelligenza a potenziare quel gusto e a trascenderlo. Perché noi vi sentiamo sì un'aura di canto popolare, ma in senso assoluto, teoretico, é che va oltre il semplice invito lirico: come cioè in nessun canto di popolo accade, per una naturale povertà di stile e incapacità di respiro. Come i motivi, le parole. Vergini certo esse ci paion tutte, ma direi che non parlano, non hanno vibrazione, non aiutano a modularle dentro di noi; si risolvono totalmente nelle cose espresse, quelle che il Poliziano, con tanta forza, sa dire e scolpire. Voi le vedete fare spicco sulla pagina, ben rilevate, innervate, con purissimo disegno; e par che entrino a far parte' della vostra vita. Nessuno come lui ha scritto cosí pochi versi (quelli delle Stanze dico), e nessuno, nel tempo stesso, ci ha lasciato più cose da ricordare.
Prima di tutto, i suoi endecasillabi. Poeti anche più grandi di lui non ne inventarono di cosí sintomatici:

          Cresce l'abeto schietto e senza nocchi,

e un altro:

           L' erbe e' fior, l'acqua viva chiara e ghiaccia.

Non si dirà che io ricordi a caso, e questi non sono certo versi casuali. Risultano da una secrezione di potenza espressiva, da una consumata e casta virtú interpretativa. Quell'abeto voi lo vedete levarsi diritto, e sentite dentro la sua vita; quell'acqua corre davvero e parla ai sensi varii. Di sillaba in sillaba è un guadagnar l'emozione e fermarla, e gli aggettivi sono il segno dell'acquisto.. Gli aggettivi, parchi in Dante, melodiosi nel Petrarca, e che cominceranno a esser troppi nel Tasso o, nel migliore dei casi, una delicata lussurie in obbedienza alla musica, qui hanno ognuno un valore indipendente, e graduano le impressioni, le graduano e ne fanno una cosa sola. Non sono tirati da un lusso ornamentale, o castigati nel periodo; ma collocati sulla pagina da una dura necessità, anzi da una necessità di povertà. È una natura questa che contenta l'occhio, si, ma lo contenta in tutto, e gli fa veder profondo, tra fibra e fibra, fin quasi alle ragioni che cadono sotto il dominio della mente. E nonostante, oh come il poeta si dissimula questo impegno! Le Stanze non sono che una continua festa, e il lettore vi è come spettatore. Le espressioni che tornano più comunemente sono veder, mirar, si vede, pare; e sono i modi semplici, ingenui, che disobbligano l'artista dal complicar le strofe, farne un organismo compatto, pesante. Si direbbe che esse non servano ad altro che a cadenzare le impressioni, finché, in ultimo, anche quell'artificio è sparito, e le impressioni si presentano da sé. Passano veloci, l'una dopo l'altra, in fuga, quasi inseguite, o fanno insieme un concerto: e le Stanze tutte quante fanno un concerto grande.