Concezioni e ideali dell'Umanesimo

In una rapida sintesi dei motivi animatori della nuova età umanistica, il Lamanna sottolinea la visione dell'uomo come microcosmo e centro unificatore della realtà, libero artefice del proprio destino per divina elezione, instauratore di un nuovo colloquio con gli altri uomini e con le cose e assertore della decisiva importanza dell'esperienza.

Se la filologia umanistica fu - com'è stato detto - la nuova filosofia nel suo nascere, se fu la filosofia dei non-filosofi - poeti e letterati e politici - noi potremo misurare tutta la profondità del «salto» che rompe con l'Umanesimo la pretesa continuità tra Medio Evo ed età moderna, solo riguardando quel movimento nella sua fase di maturità,, quando la filosofia implicita nella filologia si dispiega nella piena consapevolezza di sé.
Ascoltiamo la grande parola di un Pico della Mirandola, che - al tramonto del Quattrocento, al chiudersi di quel ciclo glorioso - dà voce ai motivi fondamentali dell'Umanesimo, a quella che fu l'anima di tutta la cultura di quel secolo. Leggiamo quella sua orazione, che è stata detta il manifesto dell'Umanesimo, esaltazione commossa della dignità dell'uomo, inno entusiastico alla funzione cosmica che Dio gli ha assegnato.
La dignità dell'uomo è riposta, sì, nella potenza del suo pensiero, veramente infinito perché capace di estendersi all'universo e di comprendere in sé il tutto, sollevandosi all'Uno; ma è pensiero che tutto comprende e sa, facendosi tutto, e in questo farsi tutto fa se stesso quale egli liberamente decide di essere.
L'uomo è il centro della realtà, nella quale tutta la sfera degli esseri, tutte le forme di vita si unificano: microcosmo, ma non nel senso che esso riproduca come in miniatura la somma degli esseri del mondo maggiore, del macrocosmo; né nel senso che il suo pensiero sia l'occhio che tutto guarda e contempla, lo specchio in cui passivamente si riflette tutto ciò che già indipendentemente da esso si è costituito; bensí unità unificante, forza per la quale tutto ciò che nel mondo è potenziale si attua, ciò che è disperso si raccoglie, l'essere che è cieco si illumina della luce della coscienza.
Non ente fornito di una sua particolare natura, di una forma, che gli sia stata data nella sua rigidità e lo circoscriva rispetto agli altri e condizioni il suo operare. Questo compito Dio ha assegnato all'uomo creandolo libero: che egli si faccia artefice di sé e del suo mondo, al di là di ogni forma predeterminata, in una direzione ch'egli stesso deve segnare alla sua azione costruttiva; aperto a tutte le possibilità, impegnato nella decisione e nel rischio, responsabile dell'essere che segue al suo operare, dell'essere che egli liberamente sceglie: ha nelle sue mani il proprio destino. Non celeste né terrestre, non mortale né immortale per natura, è lui il libero plasmatore di se stesso: divino Camaleonte, vero Proteo dalle mille forme, può degenerare nelle forme inferiori del bruto e della pianta e del sasso, e può - nell'insaziato anelito di farsi tutto - rigenerarsi e innalzarsi al divino, vivendo - pur incentrato nella sua insostituibile personalità - la vita di quell'Uno che è Dio.
E al destino dell'uomo è collegato quello dell'universo. Col suo peccato l'uomo ruppe l'armonia divina del cosmo, e la natura intera « vacillava ed era in pericolo » insieme con l'uomo. Per questo Dio si è fatto uomo: e come per opera dell'uomo decaduto il mondo decadde, cosí per opera dell'uomo risorto tutto il mondo risorge.
Perciò, nell'assolvere il compito della sua libera autoformazione, l'uomo non può chiudersi in se stesso, nei limiti della sua individualità. L'uomo afferma e attua la sua dignità in un continuo colloquio. Colloquio con gli uomini, cioè celebrazione corale di ciò che negli uomini è veramente degno; ideale accordo e pacificazione in cui tendono a unificarsi tutte le fedi e tutte le dottrine contrastanti; e tutta l'umanità pensante si affratella; e, di là da ogni divergenza, appare in tutto il suo splendore quell'unica eterna luce di verità che illumina le menti degli uomini. Colloquio con le cose, cioè risposta che l'uomo dà al muto appello che esse gli rivolgono per attuare in lui e per suo mezzo il loro senso interiore: risposta che per Pico si traduce nell'opera della magia - anticipatrice della moderna scienza sperimentale -: della magia, mediante la quale l'uomo, comprendendo i segreti della natura, trasfigurando e plasmando le cose, domina il mondo degli elementi e scopre insieme il segreto di se stesso; si traduce altresí nella ricerca di quelle « cause prossime » degli avvenimenti mondani che solo l'esperienza può accertare.