Giovanni Verga

Nasce a Catania nel 1840 da una famiglia di agiati proprietari terrieri. Trascorre i primi anni in Sicilia, scrivendo assai presto tre romanzi storici, che risultano però poco significativi e alquanto influenzati dallo scrittore francese Alessandro Dumas. Nel '58 si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, ma presto l'abbandona per dedicarsi completamente alla letteratura. Tra il '60 e il '64, dopo aver prestato servizio nella Guardia nazionale al tempo dell'impresa garibaldina in Sicilia, si dedica al giornalismo politico-patriottico, dirigendo alcuni periodici che però ebbero vita breve. Fra il '65 e il '71 vive a Firenze, in quegli anni capitale d'Italia, dove ebbe i primi contatti letterari e dove pubblicò con successo due romanzi: Una peccatrice (1866) e Storia d'una capinera (1871). Nel primo si narra l'amore di una nobildonna con un giovane scrittore, il quale, dopo aver suscitato nell'amante una passione intensa e tormentosa, la trascura spingendola al suicidio. Nel secondo si narra la storia di una ragazza, costretta dalla matrigna a farsi novizia. Tornata per breve tempo a casa in seguito a un'epidemia di colera, la ragazza s'innamora del fidanzato della sorellastra. Ma la famiglia la obbliga a ritornare in convento e a prendere i voti definitivamente. La ragazza muore pazza. Questi due romanzi sono il prodotto di una sensibilità tardo-romantica (l'amore passionale e travolgente che porta alla disperazione o alla morte), ma, soprattutto il secondo, presentano anche uno studio dell'ambiente ben documentato, la ricerca della verità e dell'efficacia sociale o pedagogica del loro contenuto. Il Verga mira qui a trasferire nei protagonisti dei romanzi i suoi stessi stati d'animo e sentimenti (di qui il loro valore autobiografico). Le avventure, benché non vissute ma immaginate, vengono descritte con lo scopo di criticare la falsità e l'immoralità della società borghese e aristocratica (specie quella elevata) contemporanea allo stesso scrittore. In particolare al Verga non piace la concezione borghese individualistica e raffinata che cerca nell'amore passionale un diversivo per sfuggire alla noia della vita quotidiana. Dal '72 al '93 Verga visse a Milano, dove fu in stretto contatto con gli ambienti letterari che facevano allora di Milano la città più viva d'Italia (si pensi p.es. al fenomeno della Scapigliatura, che contestava su posizioni bohémienne il falso pudore borghese e l'aristocratico rigore della lingua letteraria tradizionale). A Milano Verga stringe amicizia con Luigi Capuana, che è il teorico del Verismo italiano. Caratteristiche fondamentali del Verismo, di cui il Verga diverrà l'artista più rappresentativo, sono:

1) descrizione di un fatto umano (realmente accaduto) che doveva servire da documento e che l'opera artistica avrebbe reso stilisticamente bello;

2) il procedimento scientifico nella narrazione dell'ambiente sociale e naturale in cui il fatto è accaduto ("far parlare le cose", impedire che l'autore si serva dei fatti come di un pretesto per esprimere se stesso, e quindi "impersonalità" dello scrittore);

3) linguaggio aderente ai fatti, cioè vivo, immediato, spontaneo, senza retorica né formalismi, disposto ad accettare persino le espressioni dialettali;

4) regionalismo, cioè interesse prevalente per i ceti più umili di quell'ambiente popolare che lo scrittore deve privilegiare.

Il Verga non accetta subito integralmente l'ideologia e la poetica del Verismo. A Milano continua a comporre romanzi in cui ancora polemizza con la vita e il costume della media e alta borghesia: amori travagliati, impossibili, melodrammatici, che spesso si concludono con la disperazione, la morte per malattia, il suicidio, la pazzia (in età matura egli rifiuterà questa sua produzione). E' nel '74 che, con la pubblicazione di Nedda, avviene il salto qualitativo. La novella è diversa per argomento e per stile. Narra la vicenda di una raccoglitrice di olive siciliana che, rimasta orfana, lavora a giornata presso varie fattorie per mantenere la madre ammalata, che poi morirà. Dal suo amore per un giovane povero nasce una bambina, ma il ragazzo, prima ancora di sposarla, muore di malaria. Nedda viene respinta da tutti e non trovando più lavoro vede morire di stenti la propria bambina. Il racconto è significativo perchè il Verga polemizza non più con le contraddizioni interne alla vita borghese, ma con quelle che questa vita produce esternamente, nelle classi più umili. Non gli interessa più l'alta società milanese e fiorentina, ma la Sicilia dei poveri.

Come mai questa svolta? Quattro fattori lo influenzarono più o meno decisamente:

1) la società amorale, ipocrita e frivola dell'alta borghesia gli era venuta a noia, per cui sentiva la necessità di ritrovare la semplicità, la spontaneità e la durezza della vita quotidiana della gente povera;

2) la teoria dell'evoluzione naturale di Darwin, dalla quale egli ricavò il concetto della lotta per l'esistenza come base dello sviluppo della storia umana: in questa lotta sono soprattutto i ceti marginali a pagare le maggiori conseguenze;

3) gli studi, le inchieste e le discussioni sulla questione meridionale che lo guidavano alla scoperta della miseria del Sud (si pensi ai fenomeni dell'emigrazione, del brigantaggio, dell'abbandono delle terre...);

4) il Naturalismo di Emilio Zola, Flaubert e di altri naturalisti francesi, mediato in Italia dal Verismo di Capuana, gli permise di eliminare la sua sensibilità tardo-romantica, il suo soggettivismo autobiografico, accettando invece la poetica dell'obiettività e della rappresentazione scientifica della realtà, oltre che l'esigenza di denunciare le contraddizioni prodotte dalla società borghese.

Nell'80 il Verga compone una raccolta di sette novelle che intitola Vita dei campi; nell'83 pubblica Novelle rusticane e progetta un ciclo di cinque romanzi, I vinti, di cui però scrive solo i primi due: I Malavoglia nell'81 e Mastro don Gesualdo nell'88, che sono i suoi capolavori, riconosciuti a livello europeo. Tutte queste opere hanno come sfondo la Sicilia intorno a Catania, e come protagonisti uomini e donne delle classi subalterne: contadini, pastori, pescatori, artigiani, braccianti... Dura è la critica nei confronti dell'aristocrazia nobiliare. Nel progetto originario, I vinti dovevano rappresentare gli sconfitti nella lotta per il progresso, in cinque fasi diverse: I Malavoglia sono la storia di una famiglia di pescatori che esce sconfitta dal suo tentativo di conquistarsi migliori condizioni di vita; Mastro don Gesualdo è la sconfitta di un povero muratore che, divenuto ricco, vuole ottenere una promozione sociale sposando una nobildonna decaduta, che però non lo ama, né lo ama la figlia, che gli rinfaccia la sua origine umile. Mastro don Gesualdo morirà di cancro, abbandonato da tutti, con il patrimonio intaccato dal genero. I "galantuomini" del paese, invidiosi e preoccupati della sua fortuna, gli erano sempre rimasti ostili. Gli altri tre romanzi non scritti dovevano narrare la sconfitta dei sentimenti negli alti ambienti sociali, la sconfitta delle ambizioni politiche tese alla conquista del potere, la sconfitta dell'artista che mira alla gloria.

In questi romanzi, che pur possono sembrare molto pessimisti, vi sono degli aspetti positivi:

1) il rifiuto di ogni paternalismo bonario nei riguardi degli oppressi, i quali hanno bisogno di giustizia e non soltanto di comprensione;

2) la scoperta dell'umanità/dignità dei ceti marginali, i quali cercano di affermare, per quanto sia loro possibile (cioè concesso dal destino), valori come l'amore, l'onestà, l'onore, la fedeltà;

3) l'analisi del risvolto negativo del progresso scientifico e industriale tanto esaltato dalla borghesia; 4) la polemica contro i miti sentimentali (ad es. l'unità della famiglia) o intellettuali (ad es. la libertà delle istituzioni parlamentari e civili, l'unità d'Italia, l'unità nazionale della lingua...) tipici della società borghese.

Senonché nell'ultimo Verga il pessimismo tende a prevalere su ogni considerazione positiva nei riguardi degli oppressi. Dopo aver capito che le conquiste risorgimentali per l'unità d'Italia erano state strumentalizzate dalla borghesia per affermare il proprio dominio a livello nazionale; dopo aver capito che la borghesia non era disposta a redistribuire le terre dei latifondisti ai contadini (vedi ad es. la repressione garibaldina dei contadini di Bronte in Sicilia); infine, dopo aver capito che il nuovo Stato unitario era diventato lo strumento nelle mani della borghesia al nord e dei latifondisti al sud, strettamente alleati -- il Verga è altresì convinto sia che le classi disagiate del sud, vittime della loro stessa ignoranza e arretratezza, non saranno capaci di modificare questo stato di cose, sia che il giovane movimento di orientamento socialista, cresciuto nelle progredite e "lontane" regioni settentrionali, non abbia intenzione di lasciarsi coinvolgere attivamente nelle preoccupazioni del Mezzogiorno. Agli inizi del '900 il pessimismo del Verga diventa così cupo ch'egli praticamente smette di scrivere. Dal 1893 sino al 1922, anno della morte, egli si ritira a Catania, dove vive in un silenzio pressoché totale, amareggiato dall'incomprensione che circondava la sua opera (e che continuerà per tutto il ventennio fascista). L'ultimo romanzo, Dal tuo al mio, del 1905, attesta questa sua involuzione politica: esso infatti descrive il voltafaccia di un sindacalista operaio che, il giorno in cui sposa la figlia del padrone, si rende conto di essere passato dall'altra parte della "barricata", e lo dimostra difendendo con le armi la miniera di zolfo che i solfatari minacciavano di far saltare.

  IDEOLOGIA E POETICA

L'opera del Verga è una rivalutazione della serietà morale degli oppressi, ma senza paternalismi. Egli rifiuta di dipingere con tinte idilliache la vita dei campi o delle officine. La sua letteratura è tragica, la sua filosofia della vita è profondamente pessimistica. Dio è assente nei suoi romanzi e lo è pure l'idea di provvidenza. Verga non crede nemmeno in un avvenire migliore conquistato, sulla terra, con le forze degli uomini, né crede alle lotte politico-sindacali del "quarto stato" (i poveri). A lui interessano solo i "vinti", cioè quelli che "cadono lungo la strada" con eroica rassegnazione, con la dignità umile e austera di chi sa di non poter modificare il corso degli eventi. Chi cerca di deviare da questo corso viene sempre sconfitto da chi detiene il potere. Quindi, piuttosto che illudersi, è meglio rassegnarsi coscientemente. Per quanto riguarda lo stile, egli ha cercato di rendere più viva la lingua del Manzoni, liberandola da ogni residuo letterario e accademico. La prosa dei Promessi sposi, così corretta, classica e tradizionale, è assai diversa dalla sua, che è più diretta, più immediata, più coinvolgente il lettore. Gli stessi sentimenti, le reazioni psicologiche dei protagonisti dei suoi romanzi, il loro modo di vedere le cose sono semplici ed elementari. Questa prosa discorsiva accentua il realismo degli avvenimenti e nasconde meglio la presenza dello scrittore, tanto che le parti connettive dei suoi romanzi sembrano essere narrate da un personaggio del luogo. Il Verga insomma non voleva creare una prosa nazionale lavorando "a tavolino" sui migliori dialetti italiani, ma voleva creare una "prosa parlata", di cui il dialetto siciliano doveva restare parte integrante. Il tempo avrebbe detto -a suo giudizio- se questa prosa "popolare" meritava una rilevanza a livello nazionale. Ma la borghesia al potere non poteva accettare una letteratura che la criticava così duramente.

  L'anomalia del Verga

Nella letteratura italiana il Verga rappresenta un'anomalia. E' troppo "borghese" per piacere alla sinistra, ma lo è troppo poco per piacere alla borghesia. Egli critica aspramente la vita borghese ma non dà speranze al proletariato. Critica altrettanto duramente l'aristocrazia, ma considera i contadini e i braccianti dei "vinti" per natura, segnati inesorabilmente dal destino. Egli in pratica ha dimostrato, senza volerlo, che non si diventa scrittori "proletari" solo perché si ha coscienza delle contraddizioni della borghesia e dell'aristocrazia. Occorre la prassi e questa gli è mancata. Di qui il suo tragico e desolante pessimismo. Di fatto il Verga proviene socialmente da un ambiente aristocratico benestante e soprattutto egli s'è formato intellettualmente negli ambienti borghesi medio-alti di Firenze e di Milano. Solo quando questi ambienti gli sono venuti a noia, egli ha deciso di ritornare a Catania, cominciando ad interessarsi delle condizioni miserevoli dei meridionali. Verga è stato uno dei pochi grandi romanzieri in Italia a comprendere il tradimento della borghesia post-unitaria, ma, nello stesso tempo, egli è stato anche uno dei pochi romanzieri che, nonostante una tale consapevolezza politica e sociale, non ha saputo intravedere nell'emergente movimento socialista una risposta alle contraddizioni del Sud. Persino la borghesia non rimase indifferente a tale movimento. Ma il suo merito maggiore non sta solo nell'aver evidenziato la miseria del Sud come "prodotto" dell'opulenza del Nord (vedi il "blocco" della borghesia con gli agrari); sta anche nell'aver creato un modo nuovo di "fare letteratura", cioè nell'aver elaborato uno stile popolare, più diretto e immediato, che meritava sicuramente, da parte della critica e delle commissioni che redigono i programmi ministeriali, un'attenzione maggiore. Verga, in realtà, è stato il primo a dimostrare che una letteratura nazionale non può essere il frutto di un lavoro "a tavolino" sui migliori (o sul migliore dei) dialetti regionali, ma è anzitutto il frutto di una letteratura popolare che, per esser tale, deve per forza essere regionale e che può aspirare a diventare nazionale solo se i valori che esprime vengono accolti positivamente dai lettori di altre regioni. Una letteratura nazionale può essere riconosciuta solo a posteriori, mettendo radici in modo lento e graduale. Essa non può imporsi né per il genio dell'autore, né per la compiacenza della critica, ma solo per il suo contenuto autenticamente umano e popolare. I governi borghesi, che fino ad oggi si sono succeduti, hanno voluto fare dei Promessi sposi il modello della letteratura nazional-popolare, ma i Malavoglia o Mastro don Gesualdo non rientrano forse in questo stesso modello? E' bene comunque intendersi, poiché anche il Verga presenta dei limiti che vanno superati: una vera alternativa al Manzoni può essere costituita non tanto da una letteratura "per" il popolo, dove il popolo è sì protagonista ma chi ne parla non ne fa parte, quanto piuttosto da una letteratura in cui il popolo sia portavoce di se stesso, cioè soggetto protagonista di storia. Una letteratura di questo genere è ancora tutta da costruire. Il Verga è un realista perché pone a fondamento delle vicende umane l'economia. Tuttavia, egli considera l'economia para-feudale del Mezzogiorno ottocentesco come una realtà immodificabile. Gli uomini dei suoi romanzi si sentono impotenti appunto perché "poveri" e in questa povertà si sentono "soli", divisi tra loro. A partire dal romanzo Nedda, il Verga ha cominciato a guardare con rassegnazione le sofferenze della gente povera, come prima guardava con disgusto, anche se con altrettanta rassegnazione, i limiti della borghesia e dell'aristocrazia. La differenza tra le due rassegnazioni sta nel "disgusto", che, a partire da Nedda, egli non può più provare, essendo mutato l'oggetto dei suoi interessi sociali. Il proletariato infatti merita comprensione e pietà, non disgusto, pur senza paternalismi di sorta. Se il Verga fosse stato un autentico realista avrebbe saputo trovare nello sviluppo borghese dell'economia un fattore di progresso rispetto alla stagnazione dell'economia precapitalistica degli agrari del Sud. Il suo pessimismo radicale forse è dipeso dal fatto ch'egli si aspettava dall'unificazione nazionale, ovvero dalla rivoluzione borghese, un mutamento immediato, positivo, della situazione meridionale. Egli cioè ingenuamente aveva creduto che l'unificazione avrebbe potuto comportare per i meridionali una sorta di rivoluzione democratica "dall'alto", senza un'effettiva partecipazione delle masse popolari. Sarebbe di grande interesse, in questo senso, esaminare gli articoli ch'egli scriveva quand'era giornalista a Catania.

La formazione artistica

 

Giovanni Verga è unanimemente riconosciuto come il più grande dei nostri scrittori veristi.

Nato a Catania nel 1840, vi restò fino all'età di venticinque anni, fino a quando, dopo aver interrotto gli studi di giurisprudenza per tentare la via dell'arte e dopo avere scritto i suoi primi romanzi sul modello dei romanzi storici risorgimentali ("Amore e patria", "I carbonari della montagna", "Sulle lagune") si trasferì a Firenze, ove frequentò i maggiori salotti letterari e compose le sue prime opere di successo, "Una peccatrice" e "Storia di una capinera", che risentono spiccatamente dell'influenza del secondo romanticismo, quello languido e voluttuoso del Prati e dell'Aleardi, ma già rivelano la tendenza del Verga alla ricostruzione oggettiva di ambienti e personaggi. C'è, infatti, specie nel secondo romanzo (che tratta di una giovane costretta dai familiari a vestire l'abito monacale senza alcuna vocazione e che, innamoratasi perdutamente di un uomo, si lascia consumare dalla tisi), assai palese lo sforzo di ritrarre oggettivamente l'ambiente monacale, su cui l'Autore operò una minuziosa ricerca di informazioni. Nel 1872 si trasferì a Milano ed anche qui fu bene accolto negli ambienti culturali e dell'alta borghesia e proseguì nella sua attività di scrittore di successo e compose altri romanzi, "Eva", "Tigre reale" ed "Eros", nei quali persiste la volontà di compiacere al pubblico dei suoi ammiratori tardo-romantici, ma si accentua la tendenza verso una più attenta ed oggettiva analisi della psicologia umana (visibili i segni dell'influenza degli "scapigliati") e affiora l'esigenza di scoprire un mondo umano più autentico, che fosse cioè espressione più vera dell'universo umano, un mondo in cui vivono le genuine passioni primordiali legate ai bisogni elementari della sopravvivenza e depurate delle angosce fittizie e delle lacrime false, tipiche degli ambienti borghesi intristiti ed annoiati in una vita vanamente lussuosa e profondamente viziata. Si avvertono, cioè, i primi segni del bisogno impellente di una nuova moralità personale, di una rigenerazione spirituale, che lo porterà al ripudio della vita salottiera fino allora condotta ed alla intuizione che l'umanità più vera è quella che si è lasciata alle spalle, nelle desolate terre malariche della Sicilia, quella che stenta la vita giorno dopo giorno nelle cave di pietra, nelle saline, o su di una barca sgangherata che affronta i rischi di un mare a volte spietato nella sua violenza, quasi sempre avaro dei suoi pesci. Si matura così nel Verga, a poco a poco, una sorta di redenzione, prima morale e poi poetica, lucida e consapevole, che lo porta alla cosiddetta conversione al verismo, ma che è piuttosto uno sbocco naturale della sua personalità di uomo e di artista, una riscoperta della propria umanità più pura che si era lasciata un po' deviare dal suo corso naturale dalla suggestione dei primi successi mondani.  

L'adesione al Verismo

Già un anno prima di "Tigre reale" e  di  "Eros" aveva tentato di dare una risposta alla sua più genuina vocazione scrivendo la novella "Nedda" (1874), ambientata in Sicilia ed ispirata alla poetica verista. Non tarderà a rendersi conto di aver imboccato la strada giusta proprio con questa novella che tanto si distaccava, nel motivo e nello stile, dalle sue opere precedenti, e proseguirà poi sempre per questa via, fino a quando, stanco e deluso per la scarsa considerazione tributatagli sia dal pubblico che dalla critica, deciderà di far ritorno alla sua città natale e di non scrivere più.

Il 1880 segna l'ingresso ufficiale del Verga nell'area del verismo italiano.  E' di quest'anno, infatti, la pubblicazione della prima raccolta di novelle dichiaratamente veriste, "Vita dei campi", tra le quali compaiono alcune fra le più famose novelle del Verga ("Cavalleria rusticana", "Jeli il pastore", "Rosso Malpelo", "La lupa", oltre a "L'amante di Gramigna", nella cui breve prefazione traccia le linee della sua nuova poetica, di cui abbiamo già detto) e la prosa lirica "Fantasticheria", nella quale annuncia l'idea di volere scrivere un romanzo sulla condizione esistenziale degli umili pescatori di     Aci-Trezza (il non lontano romanzo de "I Malavoglia") e mostra chiaramente di essere consapevole che il suo approdo all'arte verista è essenzialmente una conquista morale e, ad un tempo, un ritorno alle origini. Infatti in "Fantasticheria" il Verga immagina di scrivere una lettera ad una nobile dama del bel mondo che lo ha accompagnato per  una vacanza ad Aci-Trezza. Qui la coppia avrebbe dovuto soggiornare per un mese, ma dopo solo quarantott'ore la dama era già in fuga verso i salotti festosi della grande città, per raggiungere la folla dei suoi corteggiatori elegantissimi e profumatissimi e allontanarsi da quella plebaglia schifosa e da quelle viuzze tutte ciottoli e polvere. Alcuni squarci di questa prosa sono utili per capire non solo le ragioni più profonde per cui il Verga rinnega quel mondo frivolo e slavato, che pure lo aveva visto protagonista per un decennio, per accostarsi agli umili di Aci-Trezza, ma anche lo stato d'animo con cui opera questa conversione:

«...Diceste soltanto ingenuamente: "Non capisco come si possa viver qui tutta la vita".

Eppure, vedete, la cosa è più facile che non sembri: basta non possedere centomila lire di entrata, prima di tutto; e in compenso patire un po' di tutti gli stenti fra quegli scogli giganteschi, incastonati nell'azzurro, che vi facevano batter le mani per ammirazione. Così poco basta perché quei poveri diavoli che ci aspettavano sonnecchiando nella barca, trovino fra quelle loro casupole sgangherate e pittoresche, che viste da lontano vi sembravano avessero il mal di mare anch'esse, tutto ciò che vi affannate a cercare a Parigi, a Nizza ed a Napoli.

Vi siete mai trovata, dopo una pioggia di autunno, a sbaragliare un esercito di formiche, tracciando sbadatamente il nome del vostro ultimo ballerino sulla sabbia del viale? Qualcuna di quelle povere bestioline sarà rimasta attaccata alla ghiera del vostro ombrellino, torcendosi di spasimo; ma tutte le altre, dopo cinque minuti di pànico e di viavai, saranno tornate ad aggrapparsi disperatamente al loro monticello bruno. - Voi non ci tornereste davvero, e nemmeno io; - ma per poter comprendere siffatta caparbietà, che è per certi aspettati eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l'orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori.

Vi ricordate anche di quel vecchietto che  stava al timone della nostra barca? Voi gli dovete questo tributo di riconoscenza, perché egli vi ha impedito dieci volte di bagnarvi le vostre belle calze azzurre. Ora è morto laggiù, all'ospedale della città, il povero diavolo, in una gran corsìa tutta bianca, fra dei lenzuoli bianchi, masticando del pane bianco, servito dalle bianche mani delle suore di carità, le quali non avevano altro difetto che di non saper capire i meschini guai che il poveretto biascicava nel suo dialetto semibarbaro.

Ma se avesse potuto desiderare qualche cosa, egli avrebbe voluto morire in quel cantuccio nero, vicino al focolare, dove tanti anni era stata la sua cuccia "sotto le sue tegole", tanto che quando lo portarono via piangeva, guaiolando come fanno i vecchi.

Egli era vissuto sempre fra quei quattro sassi, e di faccia a quel mare bello e traditore col quale dové lottare ogni giorno per trarre da esso tanto da campare la vita e non lasciargli le ossa; eppure in quei momenti in cui si godeva cheto cheto la sua "occhiata di sole" accoccolato sulla pedagna della barca, coi ginocchi tra le braccia, non avrebbe voltato la testa per vedervi, ed avreste cercato invano in quegli occhi attoniti il riflesso più superbo della vostra bellezza; come quando tante fronti altere si inchinano a farvi ala nei saloni splendenti, e vi specchiate negli occhi invidiosi delle vostre migliori amiche.

Ora rimangono quei monellacci che vi scortavano come sciacalli e assediavano le arancie; rimangono a ronzare attorno alla mendìca, a brancicarle le vesti come se ci avesse sotto del pane, a raccattar torsi di cavolo, buccie d'arancie e mozziconi di sigari,

tutte quelle cose che si lasciano cadere per via, ma che pure devono avere ancora qualche valore, poiché c'è della povera gente che ci campa su; ci campa anzi così bene, che quei pezzentelli paffuti e affamati cresceranno in mezzo al fango e alla polvere della strada, e si faranno grandi e grossi come il loro babbo e come il loro nonno, e popoleranno Aci-Trezza di altri pezzentelli, i quali tireranno allegramente la vita coi denti più a lungo che potranno, come il vecchio nonno, senza desiderare altro, solo pregando Iddio di chiudere gli occhi là dove li hanno aperti, in mano del medico del paese che viene tutti i giorni sull'asinello, come Gesù, ad aiutare la buona gente che se ne va.

- Insomma l'ideale dell'ostrica! - direte voi - Proprio l'ideale dell'ostrica! e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo che quello di non essere nati ostriche anche noi.

Forse perché ho troppo cercato di scorgere entro  al turbine che vi circonda e vi segue, mi è parso ora di leggere una fatale necessità nelle tenaci affezioni dei deboli, nell'istinto che hanno i piccoli di stringersi fra loro per resistere alle tempeste della vita, e ho cercato di decifrare il dramma modesto e ignoto che deve aver sgominati gli attori plebei che conoscemmo insieme. Un dramma che qualche volta forse vi racconterò, e di cui parmi tutto il nodo debba consistere in ciò: - che allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista degli altri, volle staccarsi dai suoi per vaghezza dell'ignoto, o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo; il mondo, da pesce vorace ch'egli è, se lo ingoiò, e i suoi  prossimi con lui. E sotto questo aspetto vedrete che il dramma non manca d'interesse. Per le ostriche l'argomento più interessante deve esser quello che tratta delle insidie del gambero, o del coltello del palombaro che le stacca dallo scoglio.»

Il mondo poetico

Queste pagine sono  essenziali per  capire il mondo  poetico del Verga ed il suo atteggiamento morale nei confronti dell'esistenza umana.

La sottile ma esplicita polemica contro il bel mondo borghese, cui appartiene la dama destinataria della lettera, mette a chiare note in luce l'inconsistenza di quel mondo e fa emergere per contrasto tutta la serietà della misera condizione della plebe del sud, che in modo naturale rappresenta la realtà drammatica della vita, ove è legge fondamentale la lotta per la sopravvivenza, ove il pesce grosso divora il piccolo: un mondo questo in cui le reazioni umane derivano direttamente dall'istinto, sono per lo più dettate dai bisogni più immediati ed elementari, da motivi, che in termini sociologici si direbbero "economici", che sembrano espressione di egoismo e sono invece segni di una necessità non eludibile in alcun modo. E sono questi stessi motivi che tengono caparbiamente aggrappati alle scogliere del proprio mare i miseri pescatori siciliani e che li rendono così legati al loro nucleo familiare, in cui il "patto sociale" è semplificato nella norma del mutuo soccorso ed è amministrato dall'autorità del patriarca, del nonno, del "padron", che è il depositario dell'antica primordiale "scienza" umana trasmessasi, di generazione in generazione, attraverso i proverbi popolari. Questa solidarietà, che nasce pur sempre da un bisogno di protezione reciproca, assume la dimensione di moralità perché è regolata da rigide norme di comportamento ed  è ispirata dalla  subconscia paura di essere divorati da quel pesce vorace che è il mondo esterno. L'ideale dell'ostrica che accomuna gli "umili" del Verga non nasce in loro da una conquista del pensiero, da una speculazione filosofica  di alto livello, non è frutto di una libera scelta: è una necessità dettata da una caparbia volontà di sopravvivere e fronteggiata da un istin­tivo buon senso.

Le opere che seguiranno daranno appunto la rappresentazione della drammatica esistenza degli "umili" e saranno espressione di un pessimismo cupo, non riscattato da alcuna visione di vita ultraterrena, non confortato da alcuna fede religiosa, da alcuna speranza di redenzione: un pessimismo sofferto nel segno della pietà verso un mondo di diseredati che rappresentano l'aspetto più autentico dell'esistenza umana, che sono soggetti ad una "fatalità" che li costringe al ruolo di "vinti", la cui dignità è salvata solo dall'eroica caparbietà di tirare "la vita coi denti più a lungo che potranno" e da quella sorta di "religione del focolare domestico" che li tiene uniti.  

"I Malavoglia" 

Nasce così il primo dei capolavori verghiani, il romanzo de "I Malavoglia", pubblicato per la prima volta a Milano, dall'editore Treves, nel febbraio del 1881.

Narra le vicende dolorose  d'una  famiglia di  pescatori di Aci-Trezza, i Malavoglia («veramente nel libro della parrocchia si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dir nulla, poiché da che mondo era mondo, all'Ognina, a Trezza e ad Aci-Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto delle barche sull'acqua, e delle tegole al sole»), sulla quale si abbatte pesantemente la mala sorte con un crescendo spaventoso che porta alla dissoluzione della famiglia, che è il guaio peggiore che potesse capitare a quella povera gente in cui il culto dell'unità familiare era profondamente radicato nella coscienza (il vecchio patriarca soleva ripetere: «Per menare il remo bisogna che le cinque dita s'aiutino l'un l'altro» e «Gli uomini sono come le dita della mano: il dito grosso deve far da dito grosso, e il dito piccolo deve far da dito piccolo»). La famiglia era composta, oltre che dal vecchio Padron 'Ntoni, dal figlio Bastianazzo con la moglie, la Longa, e dai cinque figli di questi, 'Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia. Campavano  di  pesca, ma  un giorno decisero di tentare la via del progresso e di dedicarsi al commercio dei lupini. Ne acquistarono una prima partita a credito, ma la loro barca che li trasportava fu capovolta dalla burrasca e i Malavoglia si trovarono senza lupini, con  un   debito da pagare e senza più     l'aiuto delle forti braccia di Bastianazzo, che nel naufragio aveva perso la vita. Da quel momento i guai non cessarono più, ed il primo bilancio della sciagura, le prime previsioni sulla sorte "economica" della famiglia furon fatti lì per lì, il giorno stesso del funerale:

«La casa del nespolo era  piena  di gente; e il proverbio dice: "triste quella casa dove ci è la visita pel marito!". Ognuno che passava, al vedere sull'uscio quei piccoli Malavoglia col viso sudicio e le mani nelle tasche, scrollava il capo e diceva:

- Povera comare Maruzza! ora cominciano i guai per la sua casa!

La Mena, appoggiata alla porta della cucina, colla faccia nel grembiale, si sentiva il cuore che gli sbatteva e gli voleva scappare dal petto, come quelle povere bestie che teneva in mano. La dote di sant' Agata se n'era andata colla Provvidenza [la barca affondata],e quelli che erano a visita nella casa del nespolo [la casa di proprietà dei Malavoglia], pensavano che lo zio Crocifisso [l'usuraio che aveva prestato il denaro per l'acquisto dei lupini e che andava blaterando che lui il prestito l'aveva fatto "perché aveva sempre conosciuto padron 'Ntoni per galantuomo; ma se volevano truffargli la sua roba, col pretesto che Bastianazzo s'era annegato, la truffavano a Cristo, com'è vero Dio! ché quello era un credito sacrosanto come l'ostia consacrata, e quelle cinquecento lire ei l'appendeva ai piedi di Gesù crocifisso; ma santo diavolone! padron 'Ntoni sarebbe andato in galera! La legge c'era anche a Trezza!"] ci avrebbe messo le unghie addosso.

Compare Cipolla raccontava che sulle acciughe c'era un aumento di due tarì per barile, questo poteva interessargli a Padron 'Ntoni, se ci aveva ancora delle acciughe da vendere.

Don Silvestro per far ridere un po' tirò il discorso sulla tassa di successione di compar Bastianazzo, e ci ficcò così una barzelletta che aveva raccolta dal suo avvocato, e gli era piaciuta tanto, quando gliel'avevano spiegata bene, che non mancava di farla cascare nel discorso ogniqualvolta si trovava a visita da morto.

- Almeno avete il piacere di essere parenti di Vittorio Emanuele, giacché dovete dar la sua parte anche a lui!

E tutti si tenevano la pancia dalle risate, ché il proverbio dice "Né visita di morto senza riso, né sposalizio senza pianto".»

La realtà fu peggiore delle già  pessimistiche previsioni: Luca muore in guerra, nella battaglia di Lissa; la Longa è vittima del colera; 'Ntoni, che si ribella alla sorte  e  si allontana dalla famiglia, imbocca la strada del vizio e del facile guadagno e finisce in galera per aver accoltellato il brigadiere che voleva arrestarlo; Lia, poiché gli avvocati difensori di 'Ntoni hanno messo in giro la voce che il giovane col suo atto delittuoso ha voluto salvare l'onore della sorella, per la vergogna fugge dal paese natio e viene anch'essa inghiottita dal vortice del vizio della città; la "casa del nespolo" passa in proprietà allo zio Crocifisso in cambio del debito non soddisfatto dai Malavoglia; il nonno muore in ospedale distrutto più nell'anima che nel corpo. Solo Alessi, che ha resistito ai colpi della malasorte, non ha voluto cedere, ed ha assunto per sé l'eredità morale del nonno, riesce, dopo tanti stenti, a riacquistare la casa del nespolo ed a metter su famiglia che porterà avanti nel solco delle vecchie tradizioni. Con lui resterà Mena, che, per mancanza di dote, ha visto sfumare i suoi progetti matrimoniali. 'Ntoni, uscito dal carcere, farà ritorno  alla casa del nespolo e conoscerà la triste storia della famiglia. Dopo aver divorato una scodella di minestra messagli innanzi dalla generosità di Alessi, prende il suo misero bagaglio e si allontana per sempre da quella casa e da quel paese che egli un tempo ha tradito ed ora avverte come estranei.

Ne "I Malavoglia", oltre al tema della religione del focolare domestico, dell'ideale dell'ostrica, della fatalità che incombe sull'umanità primitiva dei diseredati di Aci-Trezza, della saggezza popolare che è fatta di rassegnazione ed è tutta racchiusa in massime proverbiali, c'è anche il tema dell'infausto desiderio di progresso che prende un po' tutti gli uomini, a vari livelli, ed è sempre la fonte primaria dell'insoddisfazione e dell'infelicità, e in definitiva rende tutti gli uomini dei "vinti". 

Il ciclo dei vinti

Il Verga, durante la composizione de "I Malavoglia", aveva già ben preciso in mente un "ciclo" di romanzi che svolgesse per intero l'evoluzione di questo desiderio di progresso, di benessere e di potenza, che si manifesta anzitutto con la sete di possesso della "roba", per poi arrivare più in alto, al blasone, al potere, alla gloria. E di questo "ciclo dei vinti", che doveva comprendere ben cinque romanzi, egli ci parla nella prefazione a "I Malavoglia", che diviene il primo romanzo del ciclo:

«Il movente dell'attività umana che produce  la fiumana del progresso è preso qui alle sue sorgenti, nelle proporzioni più modeste e materiali. Il meccanismo delle passioni che la determinano in quelle basse sfere è meno complicato, e potrà quindi osservarsi con maggior precisione. Basta lasciare al quadro le sue tinte schiette e tranquille, e il suo disegno semplice. Man mano che cotesta ricerca del meglio di cui l'uomo è travagliato cresce e si dilata, tende ad elevarsi, e segue il suo moto ascendente nelle classi sociali. Nei Malavoglia non è ancora che la lotta pei bisogni materiali. Soddisfatti questi, la ricerca diviene avidità di ricchezze, e si incarnerà in un tipo borghese, Mastro don Gesualdo, incorniciato nel quadro ancora ristretto di una piccola città di provincia, ma del quale i colori cominceranno ad essere più vivaci, e il disegno a farsi più ampio e variato. Poi diventerà vanità aristocratica nella Duchessa di Leyra; e ambizione nell'Onorevole Scipione, per arrivare all'Uomo di lusso, il quale riunisce tutte coteste bramosìe, tutte coteste vanità, tutte coteste ambizioni, per comprenderle e soffrirne, se le sente nel sangue e ne è consunto. A misura che la sfera dell'azione umana si allarga, il congegno delle passioni va complicandosi; i tipi si disegnano certamente meno originali, ma più curiosi, per la sottile influenza che esercita sui caratteri l'educazione, ed anche tutto quello che ci può essere di artificiale nella civiltà.»

  In effetti il Verga  non portò a termine il suo piano di lavoro e di tutto il ciclo ci diede solo l'altro suo capolavoro, "Mastro-don Gesualdo" ed un capitolo della "Duchessa di Leyra". Ma prima di comporre il suo secondo grande romanzo, scrisse altre famose novelle, raccolte in "Novelle rusticane" (fra cui è famosa "La roba" che ci presenta il personaggio Mazzarò, un vero e proprio abbozzo di Mastro-don Gesualdo) ed il dramma "Cavalleria rusticana", tratto dall'omonima novella di "Vita dei campi". 

"Mastro-don Gesualdo"

Nel romanzo "Mastro-don Gesualdo" il tema predominante non è più quello del "focolare domestico", ma quello della "roba".

Bianca Trao, di famiglia nobile ma finanziariamente ridotta al lumicino, è scoperta dai familiari in intimo colloquio col ricco cugino Ninì Rubiera. I Trao pretendono la riparazione ed invitano il giovane a sposare Bianca: pensano così di trarre anche un qualche beneficio economico. Ma la energica madre di Ninì, la baronessa, rifiuta decisamente tale soluzione, affermando senza mezzi termini che i suoi antenati non fecero  suo figlio barone e  "non si ammazzarono a lavorare perché la loro roba poi andasse in mano di questo o di quello". Promette solo di punire il figlio costringendolo a sposare chi dice lei e di aiutare la nipote Bianca a trovare un "galantuomo" che la sposi prima che risulti evidente l'errore della donna e scoppi uno scandalo in città. Il galantuomo è presto scelto nella persona di Gesualdo Motta, un ex-manovale che ha stentato la vita per farsi, pezzo a pezzo, una proprietà tra le maggiori del paese e che aspira a salire qualche gradino nella scala sociale. Il matrimonio si  fa così in fretta che quando nasce il frutto della colpa Gesualdo è convinto  di aver avuto una figlia. Isabella cresce con tutti gli agi possibili e nei migliori collegi frequentati dai nobili, ma è angustiata dai pettegolezzi che si fanno sulle sue origini (figlia di una nobildonna e di un manovale!). Per questo motivo la fanciulla  verrà su con un sordo rancore verso il presunto padre. Un giorno fuggirà con un giovane, ma il padre la perdona ed organizza per lei le nozze sontuose col nobile Alvaro Filippo Maria Ferdinando Gargantas di Leyra. Isabella si allontana  ancora  di più dal padre per aver dovuto subire questo matrimonio; la moglie Bianca non si è mai presa cura di lui; il genero pensa solo a sperperargli il patrimonio con le sue dissolutezze. Alla fine mastro-don Gesualdo, affetto da una malattia inguaribile, viene trascinato a forza nel palazzo palermitano del genero e relegato in una camera appartata, dove alcuni servi si prendono cura sgarbatamente di lui fino a quando muore. E quando nottetempo muore, essi attenderanno  l'alba prima  di darne l'annunzio, per non turbare il sonno dei padroni:

«Il servitore tolse il paralume, per vederlo in faccia. Allora  si fregò bene gli occhi, e la voglia di tornare a dormire gli andò via a un tratto.

- Ohi! ohi! Che facciamo adesso? - balbettò, grattandosi il capo.

Stette un momento a guardarlo così, col lume in mano, pensando se era meglio aspettare ancora un po', o scendere subito a svegliare la padrona e mettere la casa sottosopra. Don Gesualdo intanto andavasi calmando, col respiro più corto, preso da un tremito, facendo solo di tanto in tanto qualche boccaccia, cogli occhi sempre fissi e spalancati. A un tratto s'irrigidì e si chetò tutto. La finestra cominciava a imbiancare. Suonavano le prime campane. Nella corte udivasi scalpitare dei cavalli, e picchiare di striglie sul selciato. Il domestico andò a vestirsi, e poi tornò a rassettare la camera. Tirò le cortine del letto, spalancò le vetrate, e s'affacciò a prendere una boccata d'aria, fumando.

Lo stalliere che faceva passeggiare un cavallo malato, alzò il capo verso la finestra.

- Mattinata, eh, don Leopoldo?

- E nottata pure! - rispose il cameriere sbadigliando. - M'è toccato a me questo regalo!

L'altro scosse il capo, come a chiedere che c'era di nuovo, e don Leopoldo fece segno che il vecchio se n'era andato, grazie a Dio.

- Ah...così...alla chetichella?... - osservò il portinaio che strascicava la scopa e le ciabatte per l'androne.

Degli altri domestici s'erano affacciati intanto, e vollero andare a vedere. Di lì a un po' la camera del morto si riempì di gente in manica di camicia e colla pipa in bocca. La guardarobiera, vedendo tutti quegli uomini dalla finestra, dirimpetto, venne anche lei a far capolino nella stanza accanto.

- Quanto onore, donna Carmelina! Entrate pure; non vi mangiano mica... E neanche lui... non vi mette più le mani addosso di sicuro...

- Zitto, scomunicato!... No, ho paura, poveretto!... Ha cessato di penare.

- Ed io pure - soggiunse don Leopoldo.

Così, nel crocchio, narrava le noie  che gli aveva dato quel cristiano - uno che faceva della notte giorno, e non si sapeva come pigliarlo, e non era contento mai. - Pazienza servire quelli che realmente son nati meglio di noi... Basta, dei morti non si parla.

- Si vede com'era nato... - osservò gravemente il cocchiere maggiore .- Guardate che mani!

- Già, son le mani cha hanno fatto la pappa!... Vedete cos'è nascere fortunati... Intanto vi muore nella battista come un principe!...

- Allora - disse il portinaio - devo andare a chiudere il portone?

- Sicuro, eh! E' roba di famiglia. Adesso bisogna avvertire la cameriera della duchessa.»

Durante questi anni il Verga  volle  tentare pure la descrizione degli umili settentrionali  nei  racconti  raccolti  in  "Per le vie" (1883), "Vagabondaggio" (1887) e "Don Candeloro e C." (1894), ma questo mondo non gli apparteneva e l'esito artistico fu assai meno felice. Come poco felici furono i suoi ritorni alla prima maniera (forse per una sorta di rivalsa sulle tiepide accoglienze riservate dai critici ai suoi capolavori): "Il marito di Elena" (1882) e "I ricordi del capitano d'Arce" (1891).

Lo stile 

Lo stile del Verga rispecchia il  tono ed il colore del mondo di pescatori e contadini siciliani che popolano le sue novelle ed i suoi maggiori romanzi: è estremamente elementare, pittoresco, decisamente antiletterario: esso aderisce intimamente alla psicologia dei personaggi e per questo motivo usa con molta frequenza la citazione di proverbi (che racchiudono l'antica  saggezza popolare)  e il dialogo, la cui struttura a volte viene utilizzata anche nel discorso indiretto.

Nota acutamente il Sapegno che  «Poetica è...la qualità della sua prosa nei libri più grandi: quel lessico ritrovato alle sorgenti con uno strano sapore di arcaicità dialettale; quel discorso infittito di formule e di proverbi, che richiama Omero e la Bibbia; quella sintassi scarna e povera, ma originalissima, segnata di musicali cadenze, con un ritmo di canzone di gesta; quella tecnica del disegno e del colore, di un impressionismo primitivo e sommario, che ripete e varia all'infinito il suo gruzzolo di immagini e di toni; quel linguaggio di Verga, insomma, che è senza dubbio, dopo Manzoni, e in perfetta coerenza con le idee sulla lingua e lo stile della poetica verista, l'apporto più nuovo e di più alto rigore stilistico nella storia della nostra letteratura fino ad oggi».

La fortuna

Abbiamo già detto che l'accoglienza alle  opere veriste del Verga fu assai fredda da parte del pubblico e della critica e assai lontana dagli entusiasmi che avevano provocato i suoi precedenti romanzi. Le ragioni di ciò sono molteplici: intanto c'era una dichiarata avversione al verismo in generale che si estese all'opera del Verga, la cui originalità non fu per niente avvertita; c'era poi il fatto che la sensibilità dominante era in quegli anni fortemente suggestionata dal misticismo e dal sensualismo dei primi autori del decadentismo italiano, dal Fogazzaro, dal Pascoli e dal D'Annunzio; e infine dominava il pregiudizio che la buona prosa non dovesse allontanarsi dal solco della tradizione letteraria e quella del Verga appariva pertanto eccessiva­mente volgare e plebea: l'unico a capire la necessità artistica di quel linguaggio fu Luigi Capuana, ma la sua difesa non trovò che scarsi consensi.

Perché l'opera del Verga venisse chiarita e rivalutata, si dovrà attendere il saggio del Croce apparso su "La critica" nel 1903. Il Croce nega ogni validità alla teoria dell' "impersonalità dell'arte" e nel contempo afferma che tale principio fu affatto assente nell'opera verghiana, alla quale riconosce una sincera partecipazione "fatta di bontà e di malinconia".

Tuttavia nemmeno il saggio del Croce riuscì a rimuovere le diffidenze verso l'arte del Verga, la quale dovrà attendere ancora sedici anni per ottenere il giusto riconoscimento ed un'ampia divulgazione, grazie alla vasta monografia dedicatale da Luigi Russo.

Il Russo mise a fuoco i  problemi essenziali che  era necessario risolvere per intendere l'opera del Verga. Anzitutto chiarì il rapporto fra il verismo italiano ed il naturalismo francese; poi quello fra il verismo ed il romanticismo. Con un'analisi attenta e scrupolosa di tutte le opere del Verga, ne tracciò poi lo svolgimento, mettendone in luce la continuità e l'intrinseca coerenza (approfondendo un'intuizione crociana) e individuandone i motivi ispiratori ed originalissimi e spiegandone la singolarità dello stile: il Verga «ha risvegliato l'uomo, dove gli altri vedevano il bruto, ed egli ha saputo calarsi nella profondità misteriosa del mondo interiore del barbaro. Stilisticamente, questa miracolosa adesione alla logica dei primitivi, si è tradotta in una specie di musica triste e monotona con cui lo scrittore viene accompagnando la narrazione». L'ispirazione profonda de "I Malavoglia" - che per il Russo rappresentano il vero capolavoro verghiano - consiste nella "religione del focolare domestico" mentre quella di "Mastro-don Gesualdo" consiste nella "religione della roba". In entrambe le definizioni il critico usa il termine "religione" perché la fedeltà dei personaggi verghiani "alla vita, alle costumanze antiche e severe, agli affetti semplici e patriarcali" gli appare profondamente segnata di senso religioso, anche se questa religiosità primitiva non si accompagna ad una condizione di serenità né ad alcuna speranza.

La critica successiva ha approfondito questo e quello dei vari aspetti dell'opera, a volte allontanandosi dalle valutazioni del Russo, il cui saggio tuttavia resta fondamentale per intendere il Verga. Chi ha scorto una dimensione più altamente universale nell'ispirazione verghiana è il Ramat, che così nota: «Ritroviamo in Verga il senso religioso del mistero, la domanda religiosamente angosciata di cosa sia l'uomo, la ricerca spietata e insieme compassionevole del rapporto fra l'uomo e l'universo. Ritroviamo il tragico impegno leopardiano in una ribellione conoscitiva di fronte al fato, e il suo piegare in elegia: e il ridurre all'essenziale, fuor dei termini filosofici, il dolore del mondo, la storia del mondo come dolore, calata in motivi realisticamente quotidiani; e lo scavare la sostanza universale ed eterna dell'uomo d'ogni tempo e spazio per entro alla crosta di civiltà, convenzioni sociali, per ritrovarne l'essenza primitiva e costante. Recanati è tutto il mondo come Aci-Trezza: Jeli, Rosso Malpelo, sono tutti gli uomini, come il Pastore errante».