Eugenio Montale: Due ossi di seppia

Dalla sezione che dà titolo alla raccolta degli Ossi di seppia riportiamo due componimenti fra i più celebri e i più significativi del «male di vivere» montaliano, che proprio attraverso tale definizione (formulata nel primo dei due testi) è passato a designare la condizione dell'uomo contemporaneo.

Spesso il male di vivere è una nitida rappresentazione della condizione di sofferenza e angoscia che travaglia il poeta, risolta attraverso l'accostamento di alcuni equivalenti oggettivi (oggetti simbolici) alla definizione lirico-riflessiva di quella condizione. Notevole la struttura simmetrica: affermazione del male di vivere + oggetti simbolici (il rivo strozzato, la foglia riarsa, il cavallo stramazzato); negazione del bene (di vivere) se non nella sua limitata condizione di «divina Indifferenza» + oggetti simbolici (la statua, la nuvola, il falco). Parimenti notevole è l'addensarsi di termini fonicamente aspri, petrosi (nessi r + consonante, ss, zz, str, ecc.) nella prima quartina, evidenziati da fenomeni di consonanza (incartocciarsi: riarsa) e dalla rima interna per giunta arricchita di fonemi aspri (incontrato: strozzato: stramazzato).

Cigola la carrucola del pozzo descrive l'illusione di una fuga dal «male di vivere» e la ricaduta in esso, tramite il motivo - proustiano nell'essenza, ma antiproustiano nei risultati - dell'illusione, presto vanificata e delusa, di poter sottrarre al tempo un frammento del proprio passato, di rivivificare l'immagine di una donna cara che il poeta intravede sulla superficie dell'acqua. Per intendere meglio il senso di questo componimento bisogna riconsiderare la situazione generale descritta negli Ossidi seppia: il poeta sperimenta il male di vivere, ma è in attesa di un evento "miracoloso" che finalmente lo metta «nel mezzo di una verità», che ridia significato e senso alla vita.

Tale evento è espresso per via delle metafore ormai note della «maglia rotta nella rete», delI'«anello che non tiene» e affini. Quale debba essere in concreto questo evento il poeta però non sa: potrebbe essere qualunque cosa, anche la più imprevista e la più assurda o la più banale. Già nei Limoni abbiamo visto il poeta, nel momento privilegiato del dilagare del profumo dei limoni, aguzzare gli occhi e tenere desta l'attenzione, chi sa mai che qualcosa non dovesse accadere proprio allora (« Lo sguardo fruga d'intorno, / la mente indaga accorda disunisce...» , vv. 30-31). In seguito Montale attribuirà il miracolo che pare forse aver beneficato altre persone a oggetti insignificanti (i piccoli amuleti di Dora Markus o Clizia: «forse / ti salva un amuleto che tu tieni / vicino alla matita delle labbra, / al piumino, alla lima: un topo bianco, / d'avorio; e così esisti!» [Dora Markus nelle Occasioni]). L'evento miracoloso nel caso di Cigola la carrucola e di vari altri componimenti è atteso dal passato. Ma il recupero memoriale di eventi e fantasmi del passato («Un rovello è di qua dall'erto muro. / Se procedi t'imbatti /tu forse nel fantasma che ti salva», In limine) è destinato a fallire: l'immagine, accompagnata dallo stridore della carrucola (altro oggettivo segnale del male di vivere), è restituita all'« atro fondo» e nuovamente «una distanza» si frappone fra il poeta e una realtà felice.

Anche in Cigola la carrucola del pozzo è possibile poi rinvenire una struttura simmetrica e oppositiva: i primi versi (in particolare i vv. 1-4) delineano il progressivo emergere del ricordo e dell'immagine che «ride» ; il v. 5 designa l'atto che segna l'inversione del processo (l'accostare il volto all'acqua); gli ultimi versi segnano lo svanire del ricordo che si risprofonda nel passato e il ripristinarsi della « distanza che ci divide» (da notare le rime ride:, stride: divide).