Brucia il Petrolio di Pasolini

di Federico De Melis
da "Il Manifesto" del 28/10/92

E' vero, "Petrolio", il romanzo a cui Pier Paolo Pasolini lavoro' negli utlimi tre anni della sua vita e che lascio' incompiuto, non doveva essere pubblicato. Ma non per le ragione addotte ieri, in una spalla di prima pagina di Repubblica, da Nello Ajello - il fatto cioe' che non farebbe altro che titillare, con le sue sconcezze d'autore, il gusto perverso di una massa informe di lettori votata al consumismo, oltre a essere un testo incompiuto - bensi' per il "gioco al massacro" con cui giornali come Repubblica, o l'Espresso il giorno prima, stanno trattando "il caso letterario".
Non sono immaturi i potenziali lettori cui si rivolge, con preoccupazioni curiali, Nello Ajello, ma e' immatura, evidentemente, quella stampa italiana che non riesce a trattenersi dal trasformare un normale atto di civilta', come la pubblicazione di un testo che aiuta enormemente la comprensione di un autore controverso come Pasolini, in "occasione" giornalistica.
E' davvero sorprendente, e al tempo stesso comico, che Ajello lo giudici, questo approccio, come una fatalita': se la prende con la Einaudi, la quale - bonta' sua - ha l'accortezza di proibire ai giornali "qualsiasi tipo di riproduzione del testo", poi da' il gomito ai colleghi dell'Espresso e di cordata, i quali sono riusciti - cosi' furbi, cosi' intraprendenti - a "rompere la consegna" pubblicando stralci tra i piu' morbosi.
Come giudica Petrolio Nello Ajello? Cosi': "Un'enciclopedia di episodi ero-porno-sado-maso", una "galleria di situazioni omo ed eterosessuali come soltanto dall'autore di Salo' e le centoventi giornate di Sodoma ci si puo' aspettare": una prosa che ricorda quella delle invettive clerico-fasciste del pubblico ministero Giuseppe Di Gennaro (ora superprocuratore antimafia) contro chi oso' mettere in scena il Cristo-Stracci mentre si masturba sul ballo discinto della Maddalena: una prosa che faziosamente, terroristicamente, dalle pagine della piu' importante (in copie) testata nazionale, l'immagine di Pasolini, nello stesso momento in cui richiede di preservarla dalle masturbazioni dei lettori, criticando la decisione di pubblicare. E' una sdoppiamento esilarante, degno di Carlo, il protagonista di Petrolio, il quale si ritrova ad essere due - e l'uno, nel progetto di Pasolini, doveva svolgere bassi servizi per l'altro, liberandolo dalla sua bassa coscienza. Ajello dovrebbe sapere che al di la' della sua immagine mediata dalla stampa, la figura di Pasolini e' ben poco conosciuta dal grande pubblico: e se l'ha proprio a cuore, come sembra dallo zelo che mostra, dovrebbe allargare la sua prospettiva pecoreccia, come l'universo pasoliniano merita.
Altro comico e significativo sdoppiamento, nell'operazione giornalistico, e' tra la posizione di Ajello, che la tribuna della prima pagina, e quel che sostengono, all'interno tutti gli intervistati - da Arbasino ad Asor Rosa, da Siciliano a Cerami a Naldini a Adornato: Petrolio era comunque il caso di pubblicarlo. Oltre che per ragioni legate alla sua sensibilita' letteraria e civile (diciamo cosi'), Ajello dice no anche per l'incompiutezza dell'opera (dovevano essere 2000 pagine, ce ne restano 500, alcune appena abbozzate). Ma a parte i frequenti casi analoghi nella storia della letteratura universale, c'e' da interrogarsi, come implicitamente fa Arabasino, e come naturalmente fanno i grandi scrittori del novencento segnati dalla fine dell'epica, su cosa significhi: "opera compiuta". Concetto che Pasolini ha voluto mettere in crisi, non solo con Petrolio, che nelle sue intenzioni sarebbe dovuto essere, piu' che un libro, un'"esperienza", un'opera aperta a tutti i tipi di prosa, compresi i piu' "bassi", un "metaromanzo filologico", secondo le parole di Aurelio Roncaglia che ha curato filologicamente il volume. Nulla di tutto questo, nelle considerazioni di Ajello, che di fatto si fermano alla formula, insignificante di per se', "romanzo incompiuto".

Ajello deve essersi scandalizzato davvero molto a leggere il "coitus ininterruptus" (che ridere!) "cui Carlo, il funzionario dell'ENI che e' protagonista del libro, si dedica sul pratone della Casilina con venti nerboruti giovinetti odorosi di sudore sano e di ferro dell'officina". Il brano, che e' tra l'altro uno dei piu' compiuti nel libro frammentario, e' altissimo letteratura proprio perche' attraverso la reiterazione, l'ossessione del sesso orale, che copre quasi trenta pagine, Pasolini ottiene, sadianamente, il raggiungimento di una dimensione metafisica, e insieme liturgica, come in Salo', con quel che comporta sul piano del rapporto tra sesso e potere. Chi fa pornografia (senza scandalizzare nessuno) non e' Pasolini ma l'espresso, laddove preleva, per il gusto sollazzevole (qui si) dei suoi lettori, un solo episodio del lugno racconto "sessuale e lunare" di Petrolio, stravolgendolo. Ma non vediamo cosa ci sia da scandalizzarsi, se proprio si vuole, all'idea che qualcuno si ecciti leggendo "il pratone della Casilina". In fondo, siamo in democrazia.
Forse la verita' e' che nell'Italia "onesta" e "pulita" che sogna La Repubblica non c'e' posto per Pasolini, la cui opera, compreso Petrolio, rappresenta una turbativa permanente per le "coscienze democratiche"; e' il solo fatto di continuare a porre interrogativi, rifiutarsi di chiudere lo spettro ampio dell'esistenza, della cultura e della politica, che non va giu'.