Guerra, Fascismo, Resistenza e
origini della democrazia repubblicana

1. La seconda guerra mondiale: un vasto contenitore di conflitti
Il difficile passaggio dell'Italia da una guerra offensiva a una più lacerante guerra all'interno dei suoi confini.
L'Italia ha combattuto dal giugno 1940 al luglio del 1943 una guerra offensiva tenendo fuori dai suoi confini eserciti stranieri, eccettuati i nuclei di tedeschi alleati al regime fascista, fino a quando l'invasione anglo-statunitense della Sicilia segna la fine della guerra offensiva e di Mussolini. Dal 1943 al 1945 l'Italia combatte una guerra per liberarsi dagli stranieri presenti nel suo territorio, ma a questo punto gli italiani si dividono su due fronti armati contrapposti, dando vita a una guerra civile chi si schiera contro i tedeschi, ed è il fronte della resistenza, chi contro gli anglo statunitensi e i loro alleati, ed è il fronte nazifascista. La guerra civile è il comune destino di tutti i paesi dell'Europa travolti dall'aggressione tedesca che vedono le loro comunità nazionali spaccate tra antinazisti e filonazisti: sono conflitti intestini che si sovrappongono al conflitto internazionale.
Per quanto riguarda l'Italia, l'intento del fronte nazifascista non è mai stato quello di liberare la Penisola dagli stranieri perché disponeva di forze di gran lunga inferiori a quelle degli anglostatunitensi e perché le sorti globali del conflitto nell'estate del '43 stavano ormai volgendo verso la vittoria dello schieramento antitedesco; l'obiettivo nazista nel campo italiano diventa quello di mantenere un ampio territorio di sicurezza tra il nemico e i confini tedeschi, per prolungare il più a lungo possibile la vita del regime hitleriano. Il fascismo italiano, ricostituito dopo 1'8 settembre 1943 e alleato della Germania, non realizza obiettivi propri e resta uno strumento in mano alle gerarchie tedesche.

2. Verso la rinascita dell'antifascismo
Tranne il Partito comunista, gli altri partiti producono una scarsa attività antifascista, in buona parte concentrata in Emilia e Romagna

2.1.1 Partiti. - Quando l'Italia entra in guerra nel giugno del L'antifascismo 1940, la Germania di Hitler sembra già aver in mano le sorti del conflitto, controllando direttamente o indirettamente gran parte dell'Europa dell'Est e avendo ormai piegato la Francia. È proprio contro il paese transalpino che si dirigono le truppe italiane una volta dichiarata la guerra, un atto giudicato come una "pugnalata alla schiena" essendo la Francia praticamente già sconfitta.
All'avvio della seconda guerra mondiale la Romagna non sembra discostarsi dall'atteggiamento delle altre regioni italiane. Come altrove le relazioni riservate dei prefetti riferiscono di uno spirito pubblico fiducioso nella vittoria, sebbene si comprenda, dietro alcuni artifici dialettici, dell'esistenza di nuclei di opposizione o di passività che non paiono entusiasti di prendere parte al conflitto. L'Emilia Romagna si era difatti segnalata sino a quel momento come la regione con il maggior numero di uomini condannati o schedati dal regime fascista in ragione di poco meno di un quarto del dato nazionale. Inoltre gli scioperi non potevano dirsi completamente cessati durante il regime e qua e là, circoscritti a singole fabbriche o poderi, non erano mancati focolai di protesta con astensioni dal lavoro.
Un altro aspetto conseguente la presenza di atteggiamenti di distacco dal regime è l'emigrazione di coloro che sono stati perseguitati o hanno rifiutato di prendere la tessera fascista, indispensabile per potere essere assunti. Cosi antifascisti più o meno coscienti se ne vanno temporaneamente da Ravenna, Forlì, Bologna e dalle campagne contigue, per cercare altrove, in Germania, in Francia o in Africa, possibilità di impiego.
Questo nucleo di potenziali oppositori non ha sempre un collegamento con un'organizzazione ed è ancora limitata l'opera del partito comunista clandestino, sebbene nella regione vanti il maggior numero di iscritti. Un'altra forza tradizionalmente forte in Romagna, i repubblicani, emersi ancora, seppure di poco, come il maggiore partito alla vigilia del fascismo, perdono gradualmente, nel corso degli anni Venti, ogni contatto con la base.
Una forza peculiare dell'area romagnola è l'Uli (Unione dei lavoratori italiani), un movimento contrario alla ricostruzione dei partiti del prefascismo e che punta a presentarsi come una forza che intende superare i vecchi schieramenti. L'Uli comincia già ad essere attivo nel 1941, ottenendo qualche consenso dopo il patto di non aggressione tra Germania e Urss. Il movimento è animato dal ravennate Arnaldo Guerrini, già dirigente repubblicano, ed è proprio nell'area politica che si colloca fra il Pri e il Partito d'azione che si raccolgono gli aderenti; così come tra i socialisti, anche se verso la fine del 1942 tornano a costituirsi i nuclei del loro partito.

2.2. Prime proteste contro la fame e il caro-vita. La situazione alimentare non può essere giudicata in modo uniforme e si differenzia spesso da luogo a luogo. Essa genera significative proteste, come accade a Ravenna il 2 ottobre 1940, quando mondine e braccianti scendono in piazza per protestare contro il razionamento del pane; sempre per lo stesso motivo, avranno luogo analoghe dimostrazioni durante il 1940 e negli anni a venire. Con la guerra, il primo bene a divenire merce rara è il caffè, mentre è da subito evidente la riduzione della quantità e il peggioramento della qualità di paste e gelati. A Bologna è alla fine dell'inverno del 1941 che comincia ad avvertirsi la penuria di grassi alimentari, latte, carne, carbone. L'approvvigionamento di questo bene, essenziale per il riscaldamento delle abitazioni, sarà nel corso del conflitto sempre più problematico.
La minaccia della disoccupazione o la scarsità di beni di consumo spingono i più sofferenti a sfidare il regime di oppressione, manifestando il proprio malcontento alle autorità. In particolare preoccupa la diminuzione del salario reale, che segue la restrizione dei beni disponibili e la conseguente comparsa della borsa nera.
I malumori serpeggianti trovano la forza di trasformarsi in scioperi anche quando la forza pubblica presidia le fabbriche e trae in arresto gli scioperanti. Così accade nel 1941 all'Arrigoni di Cesena, dove le maestranze sono costrette con la forza a rientrare in fabbrica, anche se con caparbietà continuano ugualmente l'astensione dal lavoro con uno sciopero bianco.

2.3.1 bombardamenti. L'esperienza ravvicinata della guerra matura con i primi bombardamenti dell'estate 1943, segnati dalla paura e dalle distruzioni. I primi bombardamenti su Bologna avvengono il 16 luglio 1943, quando gli anglo-statunitensi tentano, senza riuscirvi, di colpire la stazione. I bombardamenti non raggiungono soltanto punti o parti di città strategiche, ma arrivano dappertutto. Persino una città come Forlì che non può essere considerata di interesse militare, con un centro ferroviario di modeste dimensioni e senza industrie belliche, viene colpita dalle bombe il 19 maggio 1944, quando ormai i suoi cittadini pensavano di essere stati risparmiati da questa calamità.
Se i primi allarmi senza bombe vengono superati senza grandi patemi, dopo i primi bombardamenti tutto diventa più angoscioso dinanzi a una sventura che non si può né prevedere, né scongiurare. Il giorno come la notte sono indifferenti per quel nuovo pericolo che viene dal cielo e lo shock è alimentato dalla presa di coscienza dell'insufficienza delle difese antiaeree e dalla scarsa garanzia di sicurezza offerte dai rifugi. I bombardamenti e la loro minaccia spingono le autorità fasciste ad incoraggiare lo sfollamento dalle città.
Dapprima sono i più ricchi a cercare riparo nelle campagne, poi anche i più poveri, per la paura, e i sinistrati, per necessità, devono lasciare le loro case o ciò che resta di queste, e trovare una sistemazione di fortuna. Cominciano così le coabitazioni di più famiglie dentro uno stesso appartamento. L'immagine della guerra, di ogni guerra, è quella di colonne di uomini e donne che, dopo aver raccolto poche cose, vanno alla ricerca di un posto tranquillo; una impresa ardua con la primavera e l'estate del '43, quando la fuga diventa impossibile, perché la guerra arriva ormai dappertutto.
Tra i primi giorni dell'entrata in guerra e il giorno della caduta del regime fascista, il 25 luglio 1943,1'umore della popolazione è nettamente mutato e si sta orientando sempre più contro la guerra. Se le fonti di polizia segnalavano nell'estate del '40 la presenza fra la popolazione di isolati elementi disfattisti che non credevano nella possibilità di vittoria del regime fascista, i rapporti stilati fra la fine del '41 e durante tutto il 1942 non possono che segnalare un progressivo scollamento della popolazione dalla guerra e, di riflesso, dal regime e da Mussolini che l'avevano voluta.
La perdita di credibilità del regime avviene giorno per giorno anche a causa della corruzione che macchia i funzionari governativi, non soltanto incapaci di gestire le poche risorse disponibili, ma spesso complici degli illeciti accaparramenti di derrate e dello sviluppo del mercato nero.
In seguito a questi fenomeni persino i più ottimisti uomini del regime si preoccupano di come riguadagnare la fiducia perduta nel caso di una vittoria nella guerra. La paura e la fame hanno portato la popolazione a divenire critica o quantomeno scettica nei confronti del regime. La presa di coscienza delle avversità, delle disfunzioni e dei disagi ha contribuito ad abbattere il muro di omertà: le critiche al fascismo e a Mussolini vengono espresse anche nei luoghi pubblici senza ormai più timore.
Il regime di fronte al caos della gestione delle risorse alimentari e dell'annona cerca di ricompattare il fronte interno con una massiccia propaganda antisovietica, che faceva seguito a quella antiinglese degli anni precedenti, e al tempo stesso intensificava le misure repressive contro coloro che non volevano più farsi irreggimentare: schiaffi in pubblico per chi dileggiava o non riveriva la gerarchia locale e, come auspicava il segretario del Pnf Vidussoni, ripristino del manganello.
Mentre cadono le bombe il regime non riesce a trovare migliore risposta che non sia un chiassoso richiamo allo squadrismo delle origini. La riprova di quanto stia mutando l'atteggiamento verso il regime si vede proprio nel momento in cui la responsabilità dei bombardamenti è fatta cadere sul fascismo e non su chi materialmente sgancia le bombe.
Il caso più emblematico è il rovinoso bombardamento del quartiere romano di San Lorenzo il 19 luglio 1943, che causa tremila morti. Il re i militari in visita vengono allontanati dalla popolazione furiosa, Mussolini non osa nemmeno presentarsi. Soltanto il papa, recatosi a pregare tra le rovine, è accolto con partecipazione.
L'addossamento della responsabilità per i bombardamenti dopo l'8 settembre 1943 coinvolge con forza anche i tedeschi occupanti, che con la loro presenza rendono il territorio obiettivo militare. Questo è l'atteggiamento della popolazione di Rimini, che le autorità naziste designano quale punto estremo della linea gotica (la linea di difesa tedesca che sbarrava l'Italia dall'Adriatico al Tirreno, sfruttando il fortilizio naturale della dorsale appenninica).
I tedeschi per evitare un possibile sbarco alleato sull'Adriatico barricano la costa. Rimini a est diventa così un punto di passaggio obbligato e paga questa posizione strategica con la distruzione quasi totale della città, sicuramente la più colpita fra quelle della regione. Quando il 21 settembre 1944 la città è liberata, le strade sono ostruite dalle macerie, quattro case su cinque sono inabitabili, mancano i generi di prima necessità e le donne sono costrette a prendere l'acqua dal mare per cucinare.

3. 25 luglio 1943: l'illusione della fine della guerra
Il 25 luglio e 1'8 settembre 1943 sono due date che segnano il mutamento generale della situazione. In entrambi i giorni la gente vive l'illusione della fine della guerra. Quando la sera del 25 luglio 1943 la radio diffonde la notizia del siluramento di Mussolini, orchestrato dalla monarchia e da alcuni fascisti del Gran Consiglio, la reazione popolare è ovunque la stessa: gioia incontenibile per la fine del fascismo e della guerra e distruzione di effigi e monumenti che avevano immortalato Mussolini e il regime, mentre per le strade si inneggia pure al re e all'esercito. La gente torna in piazza e come avviene per gli scioperi della primavera del 1943, non è più mobilitata dai dirigenti fascisti. Le manifestazioni sono spontanee e avvengono dappertutto, aspetto che non si verificava ormai da oltre vent'anni. All'indomani del 25 luglio prendono corpo i primi comitati antifascisti, che dopo 1'8 settembre diventeranno i Comitati di liberazione nazionale (Cln).
Parte così la lenta ricostruzione dei partiti democratici che incontra subito severi ostacoli nelle direttive del nuovo Presidente del Consiglio, il maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, che vieta manifestazioni e qualsiasi attività politica. La repressione attuata controdimostranti e scioperanti porta alla morte di 83 persone. In Emilia-Romagna ne fanno le spese 9 operai delle officine Reggiane uccisi dagli uomini dell'esercito perché manifestano davanti ai cancelli della fabbrica, ma anche altrove - come a Ferrara, a Bologna, a Carpi e in Romagna - si verificano episodi di tensione.
Il periodo che va dal 25 luglio all'a settembre 1943 serve al nuovo governo italiano per preparare l'armistizio con gli anglo-statunitensi e si studia il modo di evitare l'invasione tedesca e ulteriori sofferenze per la popolazione. Al di là delle intenzioni nulla però viene fatto per scongiurare una tale calamità. Le truppe tedesche varcano il Brennero già dopo il 25 luglio e poco dopo 1'8 settembre 1943 si aggirano intorno alle 400.000 unità.

4. 8 settembre 1943: la nuova guerra
Nella data tra le più importanti della storia dell'Italia unita, I'assenza delle istituzioni provoca la fine dell'esercito e il diffuso discredito della monarchia. Gli episodi di solidarietà popolare diventano una premessa per la nascita e lo sviluppo del movimento di resistenza.
Nell'arco di soli 45 giorni matura la seconda breve e più dolorosa illusione della fine della guerra. La parola magica che tutti traducono subito come pace è "armistizio" mentre soltanto una piccola minoranza è consapevole che la guerra continuerà, questa volta avendo i tedeschi per nemici.
L'8 settembre rappresenta il punto più basso e più inglorioso della storia dell'Italia unita: lo stato in pratica si dissolve perché il re e il governo non prendono o non sanno prendere alcuna decisione. L'8 settembre segna con una macchia indelebile la monarchia il cui prestigio, in parte sopravvissuto al fascismo, è fortemente scosso. La fuga reale dell'8 settembre peserà nel giudizio degli italiani quando decideranno con il referendum del 2 giugno 1946 se darsi uno stato con forma istituzionale monarchica o repubblicana.
In conseguenza del fatidico 8 settembre l'esercito italiano non esiste più, disciolto quasi interamente dopo l'annuncio dell'armistizio tra l'Italia e gli anglo-statunitensi.
Lo sfaldamento delle Forze Armate è imputabile innanzitutto alla monarchia e alle alte gerarchie dello stato, che non danno l'ordine di attuare i piani di emergenza contro i tedeschi, pur predisposti da tempo. A cominciare dal re, tutti sono coinvolti in una situazione di panico collettivo, nella quale ognuno pensa soltanto a salvare se stesso. È uno sfaldamento che turba la coscienza della popolazione, che assiste al passaggio di colonne di soldati italiani disarmati, controllati da pochi tedeschi armati. Se l'esempio non viene dall'alto, la truppa, lasciata slegata, si disperde. I soldati al fronte non avevano più alcuna motivazione a continuare un conflitto non sentito. Caratteristica dei corpi armati italiani, ma soprattutto dell'esercito di terra, era stata la disorganizzazione, con una forte sproporzione tra gli obiettivi di una guerra di conquista e i mezzi, totalmente inadeguati, con la quale era stata combattuta.
Stanchezza e vuoto ideale spingono i militi a tornare alle proprie case e le scene di quei giorni sono le stesse in ogni parte d'Italia, con soldati che cercano abiti civili per non essere catturati dai tedeschi improvvisamente divenuti nemici. Il piano d'occupazione prevede infatti la deportazione in massa dell'esercito italiano e alla fine saranno circa 650.000 gli uomini catturati e tenuti prigionieri in Germania. Molti soldati italiani però riescono a fuggire, soprattutto grazie all'aiuto della popolazione, che si prodiga per offrire opportunità di salvezza. Comincia inoltre a prendere corpo una solidarietà diffusa, talvolta organizzata in maniera embrionale. Le donne, in particolare, riescono a dare un'opportunità di fuga a numerosi soldati, spesso mettendo a disposizione l'unico vestito buono che possedevano in famiglia. Sono atti contro la guerra, non sono ancora atti pienamente coscienti di resistenza, ma questi gesti di solidarietà rappresentano un primo passo per molte donne verso l'adesione a un impegno più attivo. La solidarietà che si sviluppa dietro ai fatti dell'è settembre costituiscono un potenziale inaspettato, del quale cercherà di giovarsi il futuro movimento di resistenza.
Oltre al dato umanitario di solidarietà, soprattutto in Romagna, comincia a svilupparsi qualcosa che va al di là di questo fenomeno immediato. Quasi ovunque, dalle città alle piccole località, ci sono uomini che cominciano ad organizzarsi per raccogliere le armi dei soldati in fuga; si tratta di elementi in contatto con i comitati antifascisti che avevano condotto trattative con gli ufficiali delle loro città offrendo aiuto in caso di attacco tedesco. Per questi uomini l'antifascismo è divenuto una scelta di campo e ancora più chiara è l'intenzione di combattere contro i tedeschi.
È questo il percorso dell'ufficiale ravennate Arrigo Boldrini, uno dei più noti comandanti partigiani, che la sera dell'8 settembre aveva incitato la popolazione a combattere i tedeschi e soltanto otto giorni dopo si era fatto protagonista di una delle più clamorose asportazioni di materiale bellico, riuscendo a prelevare svariate casse di armi e munizioni dalla caserma dei carabinieri di Savio.
Di solito i comandanti militari di presidio si sono dimostrati diffidenti verso gli antifascisti che, prima dell'8 settembre, avevano chiesto di dare armi ai cittadini e di resistere ai tedeschi. Gli ufficiali che decidono inizialmente di resistere si arrendono però quasi subito, con quei soldati rimasti a combattere, alle soverchianti forze tedesche. Rimini è la città della Romagna che mantiene più a lungo un corpo del regio esercito in funzione antitedesca, ma dopo il 20 settembre anche questo reparto si scioglie, lasciando però gran parte delle sue armi ai primi partigiani del luogo.
L' 8 settembre rappresenta pertanto, sul fronte della società civile, un momento di scossa vitale e mostra parecchi segnali di opposizione antifascista in un sensibile crescendo. Ne sono prova i comizi improvvisati nelle piazze bolognesi e ancora di più lo sciopero generale iniziato il 9 settembre e protrattosi sino all'11 che, nella città felsinea, agevola la fuga dei soldati, compresa una parte di quelli che sono già stati fatti prigionieri. Lo stesso accade a Forlì con manifestazioni e scioperi in tutte le principali fabbriche della città e della provincia, con astensioni dal lavoro che continuano fino al 13 settembre.

5. Fascismo e antifascismo: la contrapposizione che segna i nuovi schieramenti
Il fascismo reinsediato dai tedeschi impone con la forza nuovi e poco condivisi riarruolamenti. Per chi rifiuta la nuova guerra dei fascisti si apre una nuova e difficile strada

5.1. L'individuo di fronte alla scelta. - Nel momento in cui gli uomini dell'esercito dislocati sul territorio italiano abbandonano le loro posizioni nutrono quasi sempre l'unico desiderio di tornare a casa e di riassaporare quella normalità che avevano lasciato.
Per tanti sbandati c'è però l'amara sorpresa che la vita attorno alla loro casa non è più quella di un tempo. La guerra è arrivata anche dove si pensava non potesse giungere, per il soldato la propria casa non è più l'agognato rifugio, ma è diventato un luogo pericoloso. Il ricostituito fascismo di Salò sta infatti rastrellando tutti gli ex soldati tornati a casa, i bandi della Repubblica sociale italiana (Rsi) sono tassativi e impongono di ripresentarsi ai distretti per continuare la guerra. Chi fugge questo nuovo obbligo è considerato disertore e rischia di essere condannato a morte.
Molti non avrebbero mai pensato a questa evoluzione della situazione e per tutti si impose una scelta: continuare la guerra? Proseguire quella guerra che ci si era stancati di combattere a fianco dei mai amati tedeschi? E con quali prospettive? I vecchi ideali che hanno accompagnato l'entrata nel conflitto si sono consunti spesso ben prima della fine del regime. Molti soldati hanno ormai capito che cosa significa la "guerra" per sì e per la propria famiglia. Il fascismo ha lasciato in eredità uno stato inesistente e due eserciti stranieri sul suolo patrio. E allora si può scegliere un'altra strada se si è stanchi di combattere? Eppure diventare un individuo alla macchia, o clandestino o ribelle faceva la stessa paura perché il futuro appare altrettanto sconosciuto. Nessuna strada è facile e nessuna scelta presenta comodità.
Per quanto possa apparire strano, date le tradizioni di antagonismo sociale sempre presenti nella regione, gli uomini della Romagna sono tra coloro che rispondono in maggior misura ai primi bandi della Rsi. Chi costretto, chi timorato per la propria vita senza conoscere o avere contatti con l'altro fronte.
Uno dei tratti caratterizzanti di questa nuova guerra è però la diserzione, che tocca punte più alte fra gli uomini del fascismo di Salò. A livello nazionale una delle formazioni del ricostituito fascismo repubblicano, la Guardia nazionale repubblicana, vedrà dimezzati i suoi effettivi dopo poco più di sei mesi. La diserzione è frequente fra i soldati semplici ed è proporzionalmente più rara tra gli ufficiali. Sebbene in minor misura, anche tra chi combatte con la resistenza c'è chi decide di abbandonare, rimanendo nascosto per proprio conto o finendo nelle file del nemico.

5.2. Che cosa resta del fascismo. - I fascisti, scomparsi e apparentemente finiti dopo il 25 luglio, riappaiono in buona parte dopo il settembre del 1943 ed è un ritorno sostenuto dalle armi tedesche, che rimettono in sella uomini decisi a vendicarsi di coloro che avevano festeggiato il 25 luglio e nulla avevano fatto per impedire la caduta del regime.
Esiste una rottura abbastanza netta tra il personale che ha composto il regime fascista e quello che ha dato vita al fascismo repubblicano (autunno 1943 - primavera 1945). Il fascismo della Rsi, in buona parte, si rinnova nei suoi nuclei dirigenti. Di solito ricoprono un ruolo importante coloro che sono rimasti in seconda fila durante il regime, mentre rientrano uomini precedentemente allontanati dal vecchio partito anche per gravi motivi. È un aspetto che getta discredito sul nuovo fascismo, il quale basa buona parte delle sue adesioni sul ricatto e la paura e che ciò nonostante non arriverà più a raggiungere i passati livelli di iscrizioni. Quanto più si profila la possibilità di scegliere l'antifascismo, tanto più scema il consenso del fascismo repubblicano.
Intanto il nuovo Partito fascista repubblicano (Pfr) appare subito estremamente frammentato e non si presenta nello stesso modo in ogni città. Ad esempio, i manifesti iniziali del Pfr di Bologna e Ravenna riprendono i motivi propagandistici della socializzazione risentendo chiaramente dell'influenza del cosiddetto fascismo delle origini, che aveva nel programma rivoluzionario di San Sepolcro del 1919 il suo punto di riferimento. Il manifesto di costituzione del fascismo repubblicano di Forlì, che ha in Pino Romualdi la figura di maggior spicco, non presenta invece questi caratteri. Si può così notare come il fascismo repubblicano cambi strategie a seconda delI'influenza delle diverse autorità locali, proprio perché il Pfr si caratterizza per essere un partito privo di un forte centro direttivo capace di uniformare la linea programmatica e privo di poteri sul piano disciplinare interno.
La causa di questa debolezza dipende dal conflitto intestino tra le più alte autorità del fascismo repubblicano (Alessandro Pavolini e Renato Ricci) e i nuclei militari rimasti fedeli al fascismo, rappresentati dal generale Rodolfo Graziani. Tra queste fazioni Mussolini non è più in grado di far valere la propria autorità, finendo per oscillare, a seconda dei momenti, ora da una parte, ora dall'altra. L'impedimento dei provvedimenti disciplinari e la fragilità di una qualsiasi linea sono acuiti dalla presenza dei tedeschi. A questi si deve l'esistenza del fascismo di Salò e nei tedeschi cercano appoggio, di volta in volta, gli uomini del Pfr smaniosi di maggior potere o quelli emarginati dalle continue lotte interne.
Le tensioni dentro al Pfr sono aspre (di solito lo scontro è tra intransigenti e moderati) e culminano spesso con la minaccia di soluzioni armate, che talvolta sono scongiurate in extremis e altre volte attuate. Pesa più di un motivato sospetto che i federali di Ferrara e di Forlì siano periti per effetto di lotte interne al Pfr e non in seguito ad attentati partigiani.

5.3. Nascita e sviluppo della Resistenza. La Resistenza unisce il blocco del rifiuto, di chi osteggia la guerra e il fascismo e vuole punire i responsabili che hanno scatenato un conflitto sempre più rischioso e violento. Idealmente la resistenza prende corpo e spinta dietro alle esperienze traumatiche maturate: la fame, il caro vita, i bombardamenti, gli eccidi seguiti al 25 luglio, 1'8 settembre, il ritorno del fascismo e l'occupazione tedesca. Questi motivi tengono insieme un fronte resistenziale più che mai composito, diviso al suo interno sulle strategie di contrapposizione da adottare. Il punto è: si può resistere senza combattere? È la linea indicata dagli attendisti, che politicamente si identifica con una parte del mondo cattolico e il partito liberale, mentre l'Uli è su posizioni analoghe, soprattutto in forza della sua pregiudiziale antimonarchica. Per gli attendisti le azioni armate dovevano essere compiute soltanto nel momento delI'arrivo degli alleati, in appoggio a questi e al fine di evitare le possibili ritorsioni sulla popolazione da parte dei nazifascisti. Questa posizione sembra non tener conto che i nazisti hanno sempre e comunque provveduto ai rastrellamenti di popolazione, spesso nel modo più casuale, per i bisogni della loro industria bellica. I tedeschi considerano l'Italia occupata un paese dove è possibile saccheggiare indifferentemente risorse umane e materiali.
Se l'attendismo non garantisce dall'assenza di rastrellamenti, si è spesso rivelato mutile anche a scongiurare le stragi sulla popolazione. Ne è un esempio tipico la strage di Caiazzo, nel casertano, così come l'eccidio di Marzabotto (paese emiliano martire, con più di 1800 abitanti, uccisi quasi tutti tra il 28 settembre e il 3 ottobre 1944), che non è scaturito da una qualche azione partigiana, ma è stato soltanto un'opera preventiva di pulizia del territorio.
Sempre senza precedenti azioni partigiane ha luogo l'eccidio di massa nella piccola frazione montana di Tavolicci, nel cesenate, che nel luglio del '44 vede perire ben 64 dei suoi 83 abitanti per mano nazifascista. Sono addirittura i fascisti a compiere le esecuzioni, mentre a Marzabotto si limitano ad appoggiare l'azione nazista.
Di fronte alla spietatezza del nemico e al suo più assoluto arbitrio, si rafforzano le ragioni di coloro che vogliono combattere contro i nazifascisti: non è più soltanto una questione militare, diventa una coraggiosa affermazione di dignità, un aperto rifiuto, pagato sulla propria pelle, contro gli aberranti sistemi di un nemico più forte.
Il movimento attivo di resistenza nasce in Romagna sulla spinta di eventi traumatici e scelte personali, ma deve molto ai partiti e, in particolare, a quello comunista. Sono difatti i partiti che lavorano affinché le bande clandestine possano durare nel tempo, provvedendo, almeno in parte, ai finanziamenti, al reperimento di armi e alla strategia. Tutte queste funzioni sono svolte dall'organo che raccoglie i partiti antifascisti, il Comitato di liberazione nazionale, che però non è in grado di assistere sempre le formazioni, tanto che alcune bande sfuggono al suo controllo o non lo riconoscono.
Militarmente il movimento della Resistenza in Romagna sorge e cresce con fatica alla fine del '43, diventa un fenomeno di massa nell'estate del '44, subisce una dura repressione nell'autunno dello stesso anno per innervarsi nuovamente nel marzo-aprile del '45. Quali strategie sono state tenute di fronte al nemico e quale è stato il terreno dello scontro?
Da questo punto di vista la Romagna ha rappresentato una soluzione originale. Se in un primo momento si pensa che la montagna sia il luogo più adatto per insediare i propri uomini, con l'andar del tempo prende sempre più corpo, fra partigiani e Cln, l'idea di portare in pianura la lotta armata, cercando così di unire combattenti e popolazione, ragioni militari e ragioni politiche della lotta. Con il 1944, il movimento di resistenza si estende nelle campagne, dove riesce a trovare una dimensione collettiva ampia e dove appare fortemente intrecciato con le istanze sociali e politiche di braccianti e mezzadri.
Il numero non trascurabile di aderenti al partito comunista clandestino nell'estate del 1944, con le federazioni di Ravenna e Forlì superiori di qualche centinaio di iscritti a Bologna, contribuisce a dare al movimento di resistenza un carattere che va ben al di là della sola guerra di liberazione patriottica.
La lotta diventa così essenzialmente contro il fascismo e i fascisti, tra i quali sono compresi soprattutto i proprietari terrieri. Nella coscienza del lavoratori dei campi i proprietari terrieri erano rei di aver finanziato nel 1921-22 le squadre fasciste, che avevano piegato con la violenza le organizzazioni dei lavoratori della campagna. Ulteriore conseguenza dell'azione squadrista dei primi anni Venti era stato l'annullamento dei patti agrari precedentemente sottoscritti, con la reintroduzione arbitraria di nuovi accordi, che spostavano gli equilibri di riparto dei prodotti a favore dei proprietari terrieri. Le paghe giornaliere avevano subito una sensibile riduzione, con conseguente peggioramento del tenore di vita dei lavoratori delle campagne.
Per queste ragioni in vaste aree della pianura romagnola la resistenza ottiene così tanti appoggi, divenendo un fenomeno di massa quale non si è visto in altre regioni.
L'azione di massa trova uno dei suoi momenti culminanti nella lotta contro la trebbiatura del giugno 1944, che riesce a coinvolgere ampi strati di popolazione contadina. La decisione di non trebbiare il grano è decisa dall'antifascismo con lo scopo di evitare che i nazisti si impossessassero del grano necessario a mantenere le proprie truppe di occupazione in Italia. Per i contadini non raccogliere il frutto del proprio lavoro è una decisione tormentata, che va contro il normale ordine delle cose ed infatti non tutti accettano questa decisione. La pressione del movimento contadino riacquista la sua dimensione sindacale con piccoli scioperi, senza un coordinamento generale. In varie località essi permettono ai mietitori e in generale ad altre categorie bracciantili di ottenere un migliore trattamento economico.
Dati questi presupposti, la guerra nelle zone di campagna diventa un conflitto casa per casa, con attentati alle abitazioni di fascisti e conseguenti ritorsioni. La dimensione di massa è accompagnata anche da una buona efficienza militare. Il contributo dei partigiani forlivesi e ravennati alla liberazione della città è sostanziale. Nelle colline forlivesi i partigiani dell'8a brigata Garibaldi riescono a proteggere l'avanzata alleata sul fianco sinistro dell'Appennino e da soli liberano diversi paesi come Galeata, Civitella, Premilcuore, San Zeno e Meldola. Altri paesi vengono liberati da forze congiunte partigiane e alleate. Per una singolare coincidenza, Predappio, che ha dato i natali a Mussolini, cade proprio il giorno dell'anniversario della marcia su Roma, il 28 ottobre 1944. Ad eccezione di Ravenna, le battaglie sulla dorsale appenninica sono decisive per la liberazione delle città e così accade per Forlì, liberata il 9 novembre del 1944, mentre Cesena era già stata affrancata il 20 ottobre.
Notevole è l'organizzazione del partigianato ravennate che può vantare uno dei più vasti confronti campali in pianura con i tedeschi. La credibilità di queste forze risulta alta anche nei comandi alleati che coordinano con il comandante partigiano Arrigo Boldrini, detto Bulow, le manovre per la liberazione della città. Si tratta di uno dei rari casi della storia della Resistenza dove si assiste a un'ampia e riuscita collaborazione tra partigiani e alleati. Dal punto di vista strategico l'azione si dimostra efficace, con gli alleati che attaccano da sud la città e circa 800 partigiani che chiudono i tedeschi a nord. L'operazione ha avuto inoltre il merito di limitare i danni alla città.
Diversa invece la situazione di tutti i paesi a nord del Senio, che vivono un altro inverno di occupazione nazifascista e dovranno attendere, assieme a Imola e Bologna, l'aprile del 1945 per tornare liberi.

6. Il dopoguerra e la fine dell'unità antifascista

6.1. L'atteggiamento verso i fascisti. L'allontanamento dei tedeschi dalle città migliora la situazione, ma lascia vasti focolai di tensione. Di fatto molti fascisti, visti come servi del nemico e odiati più degli stessi tedeschi, rimangono in zona, altri fuggono dai propri paesi e vengono ricercati.
L'epilogo del conflitto si consuma nella caccia al fascista, con una carica di violenza che diminuisce lentamente grazie allo sforzo dei nuovi partiti democratici, che si adoperano per riportare ordine e tranquillità fra città distrutte e gente incattivita e immiserita.
I governi del Cln hanno predisposto sin dal 1944 un progetto per allontanare dalle amministrazioni pubbliche e dai vertici delle aziende private i fascisti più facinorosi. Il progetto, che prende il nome di epurazione, è già definitivamente fallito alla fine del 1946 ed ha prodotto soltanto qualche licenziamento e temporanee sospensioni dal lavoro. La Romagna non fa eccezione in questo campo, come pure segue l'andamento nazionale nell'esito dei processi delle Corte d'Assise Straordinarie, istituite per giudicare i reati di collaborazionismo con i tedeschi invasori. In questo caso i tribunali comminano in primo grado diverse condanne a morte, ma soltanto alcune vengono eseguite, grazie alla maggiore clemenza usata nei giudizi di secondo grado e all'intervento dell'amnistia del 1946 (approvata con la vittoria della Repubblica nel referendum istituzionale del 2 giugno), che ha ridotto ulteriormente le pene, rimettendo in libertà anche diversi aguzzini fascisti.

6.2. La politicizzazione e la nuova contrapposizione. - La voglia di ricominciare, la voglia di pace e di un altro modo di vita predominano nonostante tutto. Molti sono i giovani che ricercano una cosciente partecipazione politica, nel tentativo di dare vita a qualcosa che assomigli alla democrazia, dopo vent'anni di dittatura fascista e cinque di guerra.
Tra le nuove forze politiche il collante dell'antifascismo funziona soltanto in parte e per un periodo assai breve. Il nord Italia e la Romagna in particolare, hanno visto la maggioranza delle loro popolazioni partecipare attivamente o solidarizzare con il movimento della resistenza, ma soltanto in questa area resistenza e lotte sociali si saldano in modo così diffuso. Il resto del paese vive esperienze diverse, con larghi strati di popolazione che hanno subito la guerra, ma sono rimasti passivi di fronte alla resistenza. Per questa ragione si spiega la fragilità della coalizione antifascista nel dopoguerra, con la Democrazia cristiana (Dc) che riesce a raccogliere i consensi di coloro che non hanno preso posizione durante la seconda parte della guerra, guadagnando terreno anche fra chi è stato simpatizzante del precedente regime. Viceversa, il Partito comunista italiano (Pci) - essendo stato il partito, assieme al Partito d'azione (Pda), che ha dato il maggior contributo alla lotta partigiana - lega con forza la sua immagine alla Resistenza, trovando maggiori difficoltà a guadagnare consensi tra chi è rimasto estraneo a questa esperienza. Sono questi i presupposti dal quale parte il confronto, che diverrà scontro, tra la Dc, espressione di vasti strati cattolici con il beneplacito delle autorità ecclesiastiche, ma con un seguito anchenel ceto medio e in parte del fronte padronale, e il Pci, primo partito della Romagna, forte dell'adesione della maggioranza di operai e contadini. Ad acuire ed orientare in modo definitivo questo scontro intervengono gli echi delle ragioni internazionali, legate al peggioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che arriveranno a determinare due blocchi di stati contrapposti tra loro, divisi dall'immagine metaforica della cortina di ferro, che limiterà a lungo gli scambi commerciali e culturali tra i due blocchi.